i soldi fanno la felicità?

Come ogni anno, in occasione della Giornata mondiale della felicità che si celebra il 20 marzo, l’ONU pubblica il World Happiness Report. Si tratta di una specie di classifica che “misura” il livello di felicità dei vari Paesi. Vengono presi in considerazione una serie di indicatori: reddito, salute, istruzione, lavoro, aspettative di vita, stato sociale, livello di corruzione, la libertà, la fiducia nelle istituzioni ed il tasso di inclusione (considerando per la prima volta, pure la felicità degli immigrati).

Sapete chi è il primo classificato? La Finlandia, seguita da Norvegia (era la prima l’anno scorso), poi Danimarca, Islanda, Svizzera e Olanda. L’Italia si è piazzata 47° (sale un gradino rispetto all’anno precedente). Gli Stati Uniti scendono dal 14 al 18 posto (afflitti da obesità, depressione e abuso di droghe) mentre il Canada è il primo paese non europeo in vetta alla classifica (7° posto). Veniamo invece al fondo della classifica: ultimo classificato è il Burundi ma la cosa davvero sorprendente è che in alcuni stati africani (Ruanda, Yemen, Tanzania, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana) la qualità della vita è nettamente inferiore a quella della Siria, stato tragicamente in guerra da diversi anni. Davvero da far riflettere…

Leggendo questi dati mi venivano due considerazioni, una di caraterete più generale e la seconda più personale.

La prima: nonostante tutto l’Europa ha “inventato” un sistema di welfare sociale che permette di coniugare, in maniera feconda, benessere materiale, protezione, assistenza e solidarietà. La recente crisi ha, secondo me, ulteriormente confermato, che, al netto di tutte le inefficienze, dei problemi e delle ingiustizie, che senza l’idea di uno stato sociale, ossia di una comunità che sa prendersi cura dei suoi membri, soprattutto se in difficoltà, diventeremo magari più ricchi ma non sono certo se anche più felici.

Secondo: la ricchezza materiale è un ingrediente necessario per una vita serena ma forse non è l’unico criterio per generare felicità. Se è vero che essere più indigenti significa essere più infelici, non è detto che essere più ricchi significhi immediatamente essere più felici. Voglio dire che la felicità è una esperienza più complessa e profonda del semplice “avere soldi”. Lo dimostra il fatto che, con tutti le cautele del caso, la classifica della “felicità mondiale” non corrisponde esattamente a quella del PIL. Penso che ciascuno di noi ne faccia esperienza quotidiana: l’essere felici è qualcosa che nasce da un sentirsi a “posto” con se stessi, riconciliati con il mondo e con gli altri; quell’intuire di essere al proprio posto e che quel posto sia quello giusto. Forse la felicità nasce anche da riconoscere che siamo figli di un passato, di una tradizione e di una storia; è accogliere questa storia  come parte integrante della nostra identità a partire dalla quale è possibile aprirsi con speranza e fiducia verso il futuro.

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