la forza del seme

Dovrei tatuarmelo sul palmo della mano la piccola parabola di Marco, ascoltata ieri della liturgia. Dovrebbe diventare il leitmotiv della mia vita, lo slogan della mia esistenza, la stella polare del mio agire.

«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura»

Che meraviglia l’immagine di quel seme collocato sotto terra e di quell’uomo che veglia, lavora, si riposa mentre il seme segue il suo ritmo naturale di accrescimento, senza che gli possa fare alcunché per accelerarlo o modificarlo.

Il seme ha in sé la forza, la “regola” della propria crescita; non necessita di “acceleranti” esterni, né di forze estrinseche. Una volta gettato con cura e perizia, il contadino sa che quanto succederà dopo sarà frutto solo dell’energia che il seme ha in sé, di quella “vis”, di quell’ “ergon” che la natura gli ha concesso.

Non è liberante tutto questo? Non è uno splendido annuncio per noi genitori, educatori, insegnanti o chiunque abbia a che fare con l’arte difficile dell’educazione, della parola, dell’insegnamento e dell’accompagnamento? Educare è forse porre il seme di una parola, di un gesto, di un insegnamento, di un concetto o di un esempio nella vita dell’altro, e lasciare che quel piccolo seme sappia esprimere il suo potenziale, in modo autonomo, secondo i suoi ritmi e le sue regole. È credere che ogni parola, reale o simbolica, contiene un vigore proprio che la rende un elemento attivo ed efficace, un catalizzatore di maturazione e di progresso.

Certo tutto questo rischia di ferire il nostro narcisismo un po’ infantile, che ci illude di esercitare un qualche controllo e dominio, e ci fa credere di potere avere una diretta influenza su quel seme nascosto nella terra, determinandone la marcitura, la prima germinazione solitaria, l’affiorare del primo stelo e la crescita della tenera piantina.

Nulla di tutto questo! Non siamo “meccanici” dell’interiorità dell’altro, non regoliamo valvole e pistoni, non sostituiamo filtri e freni… Ma non siamo neanche passivi spettatori, che si accomodano con i propri popcorn in mano in attesa che si spengano le luci! Né uno né l’altro!

Siamo piuttosto umili contadini, che con fatica arano il terreno, lo concimano, lo curano e al tempo opportuno gettano quel piccolo seme nella terra, annaffiandolo ogni tanto, ma senza esagerare, proteggendolo da uccelli e rapaci. Ma tutta questa nostra custodia può solo proteggere quel seme: nulla può sulla forza intrinseca che lo farà germogliare.

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