verso la terra promessa…

Come si fa ad attraversare un deserto? Come è possibile lasciare una terra di schiavitù e di sottomissione, per incamminarsi verso una Terra Promessa, terra di libertà e di liberazione, terra di abbondanza e di pace, terra di pienezza e di  pacificazione? Come è possibile sopportare questa lunga attraversata, battendo un percorso impegnativo e duro, abbandonando tutte quelle sicurezze che, nonostante la prigionia, erano garantite dalla cattività?

Forse serve anzitutto una Promessa appunto, l’indicazione di una meta, che è allo stesso tempo auspicio ed impegno. Serve l’individuazione di una destinazione,  l’annuncio di una liberazione possibile, un traguardo per il quale vale la pena lasciare tutto e mettersi in viaggio. Nessuno parte forzato dalla costrizione di un obbligo, mentre ciascuno di noi è sensibile al fascino della promessa, alla seduzione della meta possibile da raggiungere, alla premonizione di una vita felice e ricca.

Ecco: ogni viaggio di liberazione origina sempre da un terra promessa e da un progetto da realizzare.

Ma forse questo non basta. Quando il cammino inizia a far sentire il proprio peso e la malinconia per “le cipolle della terra d’Egitto” riaffiora con suadente nostalgia, forse la promessa non basta più. Serve allora qualcosa che ti spinga ad andare avanti giorno dopo giorno; serve una speranza piccola piccola, ma capace di sostenere il passo quotidiano, la tappa da percorrere dalla mattina alla sera. Non servono cose grandi ma speranze piccole, che sappiano animare il cammino e sostenere il procedere, un passo dopo l’altro.  Quando la fatica prende il sopravvento non basta più la grande promessa ma ci servono piccole speranze quotidiane.

Non è forse questo che Dio dona al popolo d’Israele attraverso la manna, durante l’attraversata del deserto, in fuga dall’Egitto e in cammino verso la Terra? Non una speranza solida come la pietra o potente come l’oro, ma una speranza fragile, leggera, che ha la consistenza di una rugiada tenue che all’aurora copre la terra; non una speranza arrogante, per ipotecare il futuro, ma una piccola speranza buona sola per l’oggi, una cosa talmente effimera che il giorno successivo dovrà nuovamente essere implorata e donata.

Ma in fondo ogni relazione fiduciale, ogni patto coniugale e amicale, il nostro stesso stare al mondo, non si struttura attorno a queste due parole? Promessa e speranza: una promessa che indica la meta, la direzione, il senso del cammino, e tante piccole speranze quotidiane, pane da consumarsi nel giro di poco tempo, nutrimento che garantisce di arrivare fino a sera.

Quella manna il giorno successivo andrà nuovamente raccolta, per il nutrimento del nuovo giorno, riconoscendo così quel debito originario che abita la nostra esistenza e che struttura il nostro aprirsi al futuro.

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