Parole d'autore

la sproporzione tra la festa ed il risultato

“«Non capisco perché non state gioendo anche voi», chiedeva il ministro della Giustizia Bonafede, rivolgendosi ai cronisti, l’altra notte sotto il balcone di Palazzo Chigi. Si può forse non gioire all’idea che si possa sconfiggere la povertà? Viviamo in un tempo di iperboli e domande retoriche, che vanno alla ricerca di consenso facile e istantaneo. Si rinuncia all’analisi e a ragionare sulle conseguenze, tanto che il premier Conte può dire «i mercati capiranno» mentre la Borsa crolla e lo spread vola.

Sia ben chiaro, ogni politica che possa combattere esclusione e disuguaglianze è benedetta, ma qui c’è poco da gioire perché si vedono solo scelte di assistenzialismo a tempo che non costruiscono nessun futuro, anzi lo ipotecano.
È come se ci fossimo rassegnati all’idea che non ci sarà nuovo lavoro e per questo ci rifugiamo nei sussidi.

Il proverbio cinese “dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita” è passato di moda, forse perché sono scomparsi i maestri, forse perché è terminata la speranza, insieme alla capacità di fare fatica.
Giovedì sera ho provato disagio e imbarazzo di fronte alla festa sul balcone di Palazzo Chigi organizzata da Di Maio, con i parlamentari ridotti a pubblico festante. Non solo per antiche e inquietanti suggestioni ma perché ci ha messi di fronte a un partito che è convinto di avere sempre ragione, che vuole espropriare ogni spazio, anche quello di un luogo che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini.

E poi come non vedere la sproporzione tra la gioia e il risultato. Non è stata varata la manovra, non è stata distribuita una sola pensione di cittadinanza, hanno appena presentato una previsione di budget. Siamo all’ennesima “giornata storica”, alla celebrazione di un grande successo, roba buona da spacciare quando ormai la memoria si azzera ogni mattina.”

Mario Calabresi, La Repubblica, 29 Ottobre 2018

Storia e Tempi

“aboliremo la povertà!”

Ecco: quando sento i nostri politici dichiarare «Con questa legge di bilancio aboliremo la povertà» mi vengono i brividi su dalla schiena.

Non tanto per la banalità e la natura evidentemente propagandistica dell’affermazione, né per la sua implicita ridicolaggine giacché pensare di eliminare la povertà con una legge finanziaria è una cosa che succede solo nel mondo dei puffi o dei Power Ranges. E non è nemmeno per l’evidente rifiuto di prendere atto della realtà dei conti pubblici italiani, né per quello stato da “campagna elettorale permanente” dentro cui si è barricato il governo.

La cosa che davvero mi preoccupa (ed un po’ mi allarma, ad essere sincero) è la concezione, come dire, “messianica” della politica, la sua supposta capacità di “spazzare via il male del mondo”, i suoi problemi, le sue difficoltà. Insomma, una politica che assurge ad una dimensione quasi mistica, una specie di “salvezza terrena” per  l’uomo, chiamata a creare un paradiso in terra per l’umanità. È evidente che se la politica è tutto questo, coloro che ne incarnano il messaggio diventano i nuovi artefici del futuro, i profeti del Domani,  i predestinati dalla storia, gli unti di Dio; e coloro che vi si oppongono presto diventano traditori, i nemici da abbattere, quelli che lavorano contro il Progresso e la Salvezza che viene annunciata. In un batter d’occhio la politica diviene così la lotta del Bene contro il Male, del Progresso con la Restaurazione, del Cambiamento contro la Conservazione.

Intendiamoci: chi non vorrebbe «consentire a madri e padri divorziati e a pensionati che vanno a mangiare alla Caritas di uscire dalla lotta quotidiana per arrivare alla fine del mese »? Mi pare una aspirazione più che legittima.

È che la storia, soprattutto in Europa, ha già attraversato queste dinamiche, ha già subito gli effetti di uomini che si sono sentiti “Uomini del Destino”, o per dirla con Hegel “individui cosmico-storici” che, incarnando lo Spirito, trasformano la storia.

Proprio in seguito ai danni creati da queste dannose “ubriacature”, la cultura politica ha elaborato una visione più mite, forse sarebbe meglio dire più “laica” della politica. Essa non è chiamata a segnare i destini dell’uomo, non deve avverare “cieli nuovi e terre nuove” ma è chiamata a farsi carico del Bene della Polis, dei suoi cittadini, delle comunità che la abitano, cercando di coniugare il bene di ciascuno con il bene di tutto (quella cosa che prende il nome di Bene Comune).

Vedete: è qualcosa di meno “ambizioso” ma estremamente più realistico e veritiero. È l’impegno non a creare salvezze surrettizie ma a promuovere solidarietà e giustizia sociale, libertà ed opportunità. È proprio in questa visione laica e non integralista che ha visto la nascita la nostra Costituzione, che non promette una felicità sconfinata a tutti i cittadini né un benessere a buon prezzo. Essa infatti assegna alle istituzioni politiche il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”(art 3), Parrà poco? Può essere…

Questa visione “laica” dell’agire politico è frutto di un lungo cammino, di progressi e regressioni; nasce dalla cultura giudaico-cristiana, trova linfa nell’illuminismo e nel giusnaturalismo, nell’affermazione dei diritti dell’uomo e nel valore imprescindibile dell’individuo. Insomma: è il frutto di un lungo percorso storico e culturale che vede nella pagine della Costituzione Italiana, un punto apicale ed esemplare.

Preoccupa che qualche “apprendista stregone” dimentichi tutto questo e riporti indietro le lancette della storia.

Affetti e Legami

sciogliere gli ormeggi

Essere padri è saper lasciar andare. È maturare quell’arte dolorosa e difficile del congedo, dell’addio, della separazione e dell’allontanamento.

Forse non si diventa mai padri per davvero senza sperimentare sulla propria pelle questo acuto dolore, questo strazio, questa lacerazione, quel sentire che una parte di te, del tuo mondo e dei tuoi affetti se ne sta andando. Egli decide di lasciare casa, “chiede la propria parte di eredità”, sancendo in tal modo la tua “morte simbolica” e l’irrilevanza della tua presenza nella sua vita.

Essere padri è patire impotenti e sgomenti questo trauma. È assistere alla partenza di colui che era stato oggetto della tua cura: lo vedi preparare le valigie, raccogliere le sue cose, ripiegare i suoi vestiti… tutto questo come una fatalità a cui non ti puoi opporre.

La sfida per te, come padre, consiste nel senso che decidi di dare a questo dolore, alla forza che gli permetti di sprigionare nella tua anima. Non nascondiamocelo: provi risentimento, rabbia e frustrazione. Avverti un sentimento di tradimento, come una pugnalata date alle spalle, senza motivo né ragione. L’affetto e l’investimento che avevi fatto reclamano giustizia e riconoscimento e ti accusano di aver perso del tempo, di aver speso inutilmente passioni e cure, giorni e pensieri.

Quel dolore ti sta di fronte come un enigma da sciogliere, come un rebus da risolvere: quell’addio è forse segno del tuo fallimento educativo? Forse testimonia la tua inadeguatezza? Mostra forse che “l’obiettivo è stato mancato”? Racconta di una paternità incompleta?

Oppure quella partenza è per te come un appello ad una Paternità Ulteriore, capace di custodia e cura anche dove tu hai fallito, nonostante tradimenti e disconoscimenti? Non sono queste “partenze dolorose” epifania dell’indole libera e gratuita della Vita, manifestazione della nostra impossibilità ad imbrigliare il suo Spirito vitale, a controllare il suo cammino ed incanalare il suo corso?

Credetemi: non c’è nulla di poetico né di romantico in tutto questo, nessuna facile consolazione né giustificazione.

Ogni addio è sempre uno strappo, un taglio doloroso subito dalla pelle e che lascerà inevitabili cicatrici. Ogni partenza inattesa è come un nuovo inizio, che segna non solo colui che prende il largo ma anche colui che, dalla banchina, osserva, un po’ disorientato, la nave sciogliere gli ormeggi.

Parole di carta

la sorpresa di splendide bacche rosse

Lo scorso anno, o forse l’anno prima ancora, non ricordo been, la mia siepe ha patito un periodo di “fatica”: alcune delle piante che compongono il suo splendido manto si sono presentate al rifiorire della primavera spoglie e secche, decisamente diverse dalle “sorelle” sane che fiorivano rigogliose accanto a loro. La siepe è una bella pirancata, una pianta severa e robusta, con forti rami pieni di spine e delle curiose bacche rosse che verso settembre fanno capolino tra le sue fronde. Una pianta resistente, arcigna ed austera, che sopporta con dignità e fortezza tagli e potature. Con lei ti puoi permettere di lasciare da parte delicatezze e prudenze,  giacché i suoi forti rami sembrano pronti a sopportare qualunque cosa. Potete immaginare la mia sorpresa ed il mio turbamento quando alcuni arbusti non si sono presentati puntuali alla fioritura: che la piracanta non fosse così forte come pensavo? O che questo mio trattarla “ruvidamente” alla lunga le abbia nociuto? Che in fondo anche piante e persone forti rischiano, come tutti gli altri, fallimenti e cadute?

Fatto sta che, animato dalla speranza che la mia piracanta fosse capace di affrontare questa nuova sfida, ho lasciato a lei tempo e spazio perché questo processo di “riparazione” e guarigione  vedesse la luce. In pratica non ho fatto nulla: nessuna potatura né cura specifica, nessuna rimozione o intervento. Ho lasciato che la piracanta semplicemente trovasse forza ed energia per affrontare quella “secchezza” che aveva invaso le sue foglie. Una sola cosa mi sono permesso di fare: uno sguardo più attento ed interessato a quelle fronde malate.  Quando uscivo o rientravo a casa, c’era sempre una occhiata di soppiatto a quella “parte sofferente”, per capire come andavano le cose, se si intravedevano segni di miglioramento o piccole promesse di guarigione.

La guarigione, ogni guarigione, sia essa di piante, animali o persone, non ha mai dei tempi prefissati; inutile rivolgere sguardi ansiosi o insofferenti: serve il tempo che serve, in obbedienza ai ritmi che la natura ha fissato per ogni cosa, senza frette, senza corse, senza angosce eccessive. Il corso degli eventi segue ritmi misteriosi ed incomprensibili, in ossequio al movimento del Cosmo che certo non è in balia delle nostre voglie o dei nostri capricci.

Succede tuttavia che l’altra mattina, aprendo la finestra della mia camera, noto un fatto sorprendente quanto curioso: le rosse bacche autunnali iniziano a colorare i rami della mia piracanta e qua e là si vedono della splendide macchie rosse che impreziosiscono il suo manto , generalmente così arcigno e duro. Ma una cosa mi genera stupore: proprio sui rami malati, su quelli sofferenti e meno rigogliosi, le bacche sono più numerose.  Una fitta e densa chiazza rossastra copre le punte degli arbusti sofferenti. Gli occhi si fermano sorpresi in contemplazione:  quella parte “debole” e “sofferente”  è quella che è stata maggiormente generativa e feconda, quella che mostra più bacche e con essa più speranza e bellezza.

Accade così anche con la nostra vita e quella delle persone che vivono con noi: le nostre sofferenze, le fatiche che patiamo spesso diventano quel luogo in cui sono seminati piccoli germi di bene, piccole speranze che fioriranno e che apriranno al futuro. Le nostre debolezze, le cose che ci limitano e ci fanno soffrire sono spesso proprio il grembo della crescita, del rinnovamento e del progresso.  Cantava il grande De Andrè “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” e forse è proprio così.  Le cose più belle della nostra vita spesso hanno visto la luce nell’incertezza della fatica e del dubbio, nell’oscurità della sofferenza e della sterilità. Amo questa straordinaria frase di Leonard Cohen, perché racconta la logica profonda e dolorosa della vita: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.”

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Settembre di LodiVecchioMese

Affetti e Legami

la brace sotto la cenere

Resto sempre sorpreso come certe amicizie, soprattutto se nate e consolidate in età giovanile, continuino a dimorare nel bagaglio dei tuoi affetti, anche se le hai dimenticate sotto mille cose. Il bello è che le ritrovi “quasi per caso” quando porti le mani in fondo al baule per verificare se per caso qualcosa sia rimato nascosto dopo molti anni.

La forza di queste amicizie ti appare immediatamente, sorprendendoti come un piccolo miracolo: è gente che non vedi da anni, spesso da molti anni, persone di cui hai perso le tracce nel corso della vita e di cui non hai più avuto notizie. La vita per entrambi ha seguito il proprio corso e moltissime cose sono successe nel mentre: matrimoni e separazioni, nascite e morti, incontri e addii, successi e fallimenti… insomma molta vita si è frapposta tra voi, tra quello che eravate quando vi siete conosciuti e quello che siete ora dopo molta strada. Anche i volti raccontano i kilometri percorsi: quelle rughe attorno agli occhi che prima non c’erano; quei capelli un poco brizzolati che tradiscono il passare del tempo, quel sorriso arricchito dalle esperienze patite e segnato anche dal dolore provato. Tutto farebbe pensare che ormai siete due persone diverse ed in effetti lo siete: uomini adulti, che hanno una famiglia e dei figli, una posizione lavorativa ed un ruolo sociale… tutto questo non c’era quando le primavere erano molte di meno.

Eppure il miracolo accade quando ti rendi conto che, una volta tolte quelle tre dita di polvere che si sono depositate sulla vostra amicizia, il tutto ritrova la sua naturale freschezza e vitalità. Assomiglia ad un libro che avevate iniziato a leggere mesi fa e in cui avevate lasciato una cartolina per segnare l’ultima pagina. Per vari ragioni quel libro lo avete dimenticato sul comodino sicché la frequentazione delle sua pagine è diventata dapprima rara e poi assente. Vi capita poi, quasi per caso, di riprenderlo in mano e di rammentare vagamente la storia che vi stava raccontando ma non ricordate dettagli ed i personaggi. Ma ecco che vi basta una veloce rilettura degli ultimi paragrafi letti che siete di nuovo “a bordo” e potete riprendere la sua compagnia come se non l’aveste mai abbandonata.

Certe amicizie sono così: sono storie interrotte ma mai abbandonate, sono come braci silenti sotto la cenere a cui basta un energico soffio perché riprendano ad ardere.

Affetti e Legami

tra speranza e disperazione

Talvolta il confine tra la speranza e la disperazione è talmente labile che stenti a riconoscerne la presenza. Vi sono momenti nella vita in cui la speranza è una cosa talmente fragile che basta un nonnulla per trasformarla in disperazione; essa è una cosa così precaria che è sufficiente un soffio per farla precipitare nel burrone dell’angoscia.

Questo accade quando vivi giorni di precarietà, di fragilità, di incertezza e di dubbio, in cui la vita pare una cosa debole, caduca, labile e particolarmente vulnerabile. Sono i giorni in cui ti senti esposto a qualunque flebile vento, a ogni debole corrente d’aria che, sebbene tenue e leggera, rischia di compromettere il tuo equilibrio e così farti cadere.

La tua vita e quelle delle persone che vivono con te, assomiglia a quelle foglie autunnali che, ammantate di mille colori, mostrano tutte la loro precarietà nel legame con il ramo da cui dipendono: le vedi lì fragili, stancamente e provvisoriamente innestate alla pianta, soggette ad ogni perturbazione e temporale, ad ogni pioggia o brezza. Le guardi e ti chiedi fino a quando saranno in grado di “non mollare la presa”, per quanto tempo resisteranno in questa loro strenue lotta contro l’inverno che annuncia il suo arrivo.

Ecco, a volte accade così: la tua vita assomiglia a quella foglia e percepisci in un attimo tutta la caducità che abita i tuoi giorni e la provvisorietà che dimora nei tuoi anni.

È esattamente allora che speranza e disperazione divengono sentimenti talmente affini e “confusi” che basta poco per transitare da un lato all’altro del confine. La disperazione si traduce in speranza nello schioccare delle dita ma puoi riprecipitare in un tunnel angoscioso senza che manco te ne accorgi.

In questi giorni faticosi vivi una dimensione raminga dell’anima:  essa è continuamente strattonata da una parte e dall’altra, sospinta ora nel terreno della speranza ora in quella della disperazione, proprio come quelle foglie che si lasciano trasportare dal vento impetuoso, coinvolte in una danza che scandisce, con il suo ritmo, il fluire dei giorni.

Storia e Tempi

18 settembre 1938

Ottant’anni fa,  il 18 settembre 1938, in visita alla città di Trieste, Benito Mussolini annunciava, dal palco posto davanti al municipio in piazza Unità d’Italia, la prossima promulgazione delle leggi razziali.

Si trattava di un insieme di leggi, ordinanze, decreti e circolari che introducevano in Italia una radicale discriminazione su base razziale. Di fatto le leggi razziali resero una parte minoritaria ma consistente del popolo italiano, a partire dagli italiani di religione ebraica, degli “schiavi in patria”, cittadini di serie B, persone private dei più ovvi e naturali diritti di matrimonio, di impresa, di azione e di parola. Una delle pagine più buie e drammatiche della recente storia italiana, un marchio di infamia che a distanza di ottant’anni ancora pesa sulle spalle del nostro popolo.

Il Corriere della Sera annunciava questo abominevoli provvedimento con queste parole “Le leggi per la difesa della razza approvate dal Consiglio dei Ministri”. Un titolo quasi “neutro” che tendeva a depotenziare la carica discriminatoria di cui le leggi erano portatrici e lasciavano quasi alludere ad un gesto di “tutela” e riconoscimento dell’italianità della nostra gente. Il Corriere utilizzava una parola per illuminare e giustificare questa nefasta decisione: la parola “difesa”.

Accade sempre così: le cose peggiori sono sempre giustificate con le migliori intenzioni, con motivazioni nobili e sensate, come la necessaria difesa della razza italiana da “imbastardimenti” che ne avrebbero infiacchito il vigore. Curioso (o drammatico) quanto anche oggi questa parola venga citata per giustificare comportamenti di stampo neo-razzista; anche oggi ci si appella alla ragionevole difesa del popolo, delle sue prerogative, dei suoi diritti; anche oggi si pretende di difendere diritti di alcuni calpestando i diritti di altri, in una competizione che non si riesce a conciliare e governare. Anche a distanza di tanti anni il meccanismo che si tende a replicare è il medesimo: l’altro, il diverso, lo straniero, l’ebreo, l’immigrato è il nemico, e di fronte al nemico occorre potersi legittimamente difendere, mettendo in atto tutti quegli strumenti che ci permettono di non essere sopraffatti.

Il punto è tutto lì: se l’altro è un nemico, è colui che viene a sottrarmi ciò che è mio, che minaccia il mio benessere, che spaventa la mia serenità e la mia tranquillità, allora ogni cosa diviene lecita e quindi possibile. Di fronte alla percezione del pericolo si ha tutto il diritto di dichiarare “prima noi”! Prima gli ariani, prima i puri, prima gli italiani, prima coloro che sono “i nostri”… poi tutti gli altri. E ci si domanda cosa ci sia di sbagliato in tutto questo, dove stia lo scandalo o l’azzardo. In fondo che male c’è a pretendere una precedenza, un primato, una supremazia? Questa è casa nostra e saremo pur liberi di stabilire noi le regole… E si stenta così a cogliere come l’affermazione del proprio diritto a discapito di quello altrui è un principio violento, aggressivo e sovversivo,  e che, come tale, mina le basi di una qualunque convivenza pacifica. Esso diviene il terreno su cui attecchiscono guerre ed oppressioni, discriminazioni e violenze.

Ottant’anni fa il popolo italiano, nella sua maggioranza pigra e remissiva, acconsentì silente a questa tragedia, pensando che, in fondo, colpiva altri, toccava i diritti di una piccola minoranza, pure un poco antipatica per dirla tutta. E non si accorse che quando la diga dei diritti universali si crepa, si generano conseguenze imprevedibili, si evocano effetti che è impossibile controllare.

È così che la maggioranza silente si trasformò da complice distratta in vittima involontaria. Perché quando si accettano discriminazioni, anche piccole, anche minime e circoscritte, non si è mai certi di restarne per sempre immuni.

 

Parole di carta

l’arte e lo sguardo

Condivido oggi un articolo pubblicato sull’inserto de Il Cittadino “Dialogo”, curato dell’ AC di Lodi. E’ il racconto di una suggestiva visita alla collezione d’arte Paolo VI di Concesio, terra natale del papa bresciano. E’, allo stesso tempo, un invito a visitare la collezione, se vi trovate da quelle parti.

***

Ci possono essere varie ragioni che motivano una visita alla Collezione d’arte contemporanea “Paolo VI” di Concesio, paese natale del Papa bresciano. Le ragioni diventano ancora più numerose se questa visita è fatta all’interno del percorso della tre giorni associativa di inizio giugno, nel quale si mette a tema il valore del discernimento comunitario, non solo come categoria teologico-pastorale ma anzitutto come prassi ecclesiale, come esercizio fattivo di corresponsabilità e di sinodalità.

Vi è innanzitutto la passione per la bellezza, per l’arte, quella naturale predisposizione per quanto di bello l’uomo è riuscito a rappresentare, quasi come un piccolo spiraglio aperto su Mistero.

Vi è poi la lezione profetica di Paolo VI, quel suo desiderio di riconciliarsi con gli artisti, a lungo visti con sospetto e distacco dalla comunità ecclesiale. Questa scelta di riconciliazione nasce dalla volontà profonda del papa di entrare in fecondo dialogo con la cultura contemporanea, con il mondo del sapere e con le tendenze che animano la modernità, affinché il Vangelo possa davvero risuonare nuovamente in ogni angolo della terra e parlare anche all’uomo di oggi.

È profonda la sintonia che caratterizza il legame tra il papa bresciano e l’Azione Cattolica:  basta prendere in mano alcuni dei numerosi discorsi tenuti da ex-assistente della FUCI ai soci di AC, per rendersi conto non solo di come il pensiero del papa sia straordinariamente attuale e moderno, ma anche dell’affetto sincero che trasuda dalle sue parole, quel suo riconoscersi ed apprezzare il percorso ed il servizio dell’associazione. Verrebbe quasi da dire: il suo “sentirsi a casa” in Azione Cattolica tradisce la sua ispirata sim-patia (etimologicamente il “sentire con”) verso l’AC.

Certo tutto questo e forse molto altro si potrebbe aggiungere per giustificare una tale visita. Ma vi è poi una ragione forse meno ovvia ed evidente a legittimare questa esperienza, e che è capace di rendere i minuti spesi nella mostra un vero momento di Grazia.

Penso che ogni discernimento pastorale nasca da una conversione del cuore, e che tale conversione del cuore si debba tradurre, prima di tutto, in una conversione dello sguardo. Mi chiedo se il senso della nostra testimonianza non sia solo quella di “trasformare” il mondo ma, prima di tutto, di annunciare che uno sguardo diverso sulla realtà è possibile. Possiamo “cambiare le cose”, ma possiamo anche “guardare alle cose” con uno sguardo nuovo: anche questo è Vangelo!

La prima conversione che possiamo efficacemente compiere riguarda anzitutto noi stessi ed il nostro modo di guardare il mondo, il tipo di lenti che indossiamo per osservarlo. Potremmo accorgerci di cose sorprendenti e meravigliose, come ad esempio che Dio è all’opera nella nostra vita ed in quella dei fratelli che vivono con noi. Certo, servono occhi capaci di scorgere la sua presenza fedele e provvidente anche là dove non ce l’aspetteremmo, là dove non avremmo pensato di trovarla. I padri della Chiesa ci hanno insegnato che vi sono dei “semina verbi”, ossia dei semi del Verbo, sparsi tra le zolle della nostra vita e solo occhi attenti e sguardi curiosi e sensibili li sapranno individuare.

Ecco allora che la visita alla collezione Paolo VI può diventare una straordinaria ed affascinante esperienza di “educazione allo sguardo”, lo stimolo per osservare le cose con occhi nuovi, capaci di lasciarsi interrogare ed interpellare, capaci di curiosità ed interesse, capaci di simpatia e compassione.

In fondo non era questo lo sguardo che il Figlio aveva sulla realtà, sul mondo e sulle persone? Quello sguardo capace di riconoscere, in un semplice giglio di campo, una bellezza ben superiore a quella delle sontuose vesti del grande Re Salomone.

Pensieri e Silenzi

uno spartiacque

La sofferenza genera una sorta di effetto spartiacque: crea un “prima” ed un “dopo”. C’è stato un tempo che precede il dolore e la fatica ed uno che le segue. È chiaro questo processo di “rottura”, come se il tempo della tua esistenza sia stato radicalmente segnato da quell’evento e quello che sei diventato “dopo” che la malattia ti ha segnato, non sia la semplice prosecuzione di come eri prima che il dolore ti affliggesse.

È normale quindi che tra questo tempo “prima” e quello “dopo” nasca un naturale confronto. Spesso questo assume i tratti del rimpianto, per quanto abbiamo irrimediabilmente perduto e smarrito. Si genera così un sentimento di malinconia ed il desiderio che quanto perduto possa essere prima o poi in qualche modo recuperato. Resta il fatto che questo sguardo retrospettivo è sempre fonte di ulteriore dolore e rammarico, che acuisce la fatica che uno già sta attraversando. Il passato sta lì davanti ai nostri occhi quasi come un accusa della maledizione che ci ha raggiunti. Esso ci condanna, ci espone ad una penosa punizione, come una rappresaglia o un castigo per quanto è successo.

Anche il salmista (vedi ad esempio lo straordinario salmo 76) è costretto a passare attraverso questa “porta stretta” della sofferenza e della conseguente perdita di ciò che era prima. Egli, ammirando i tempi passati, si interroga sul beneficio di cui ha sempre goduto e sulla sua dolorosa assenza nel tempo presente. Il cruccio non è solo per la sofferenza di oggi ma per il timore che il bene di un tempo non verrà più rinnovato:

“Forse Dio ci respingerà per sempre,
non sarà più benevolo con noi?
È forse cessato per sempre il suo amore,
è finita la sua promessa per sempre?
Può Dio aver dimenticato la misericordia,
aver chiuso nell’ira il suo cuore?”

Ecco quindi che nel dolore il passato sta lì, immobile davanti ai nostri occhi, come l’attestazione della nostra disperazione.

L’uomo di Dio però giunge ad una conclusione differente: egli testimonia che al passato è possibile guarda con occhi diversi. Egli infatti mira alle gesta di un tempo come una promessa per il domani, come un appiglio per la propria speranza. È proprio osservando alla “felicità che fu” che egli sa riconoscere l’attendibilità della Vita e la sua affidabilità anche per i giorni che verranno. Il passato di gioia è per lui una pietra: non quella di paragone, che lo porterebbe a condannare l’oggi, ma la pietra su cui fondare la propria speranza e la promessa di una vita buona.

Durante i tempi di sofferenza, il passato stà lì davanti ai nostri occhi con la sua carica di enigma e di provocazione: esso può essere la condanna per l’oggi o il fondamento della promessa per il domani.

Ho l’impressione che la parola speranza, talvolta, abbia più a che fare con lo sguardo con cui guardiamo ed interpretiamo il passato che con il ciglio con cui miriamo al futuro.

Parole d'autore

la vita ed i libri

“Andare a scuola significa incontrare l’universo dei libri. L’inizio di ogni anno scolastico è segnato, non a caso, dal loro acquisto. Ancora oggi, come un tempo, i nostri figli vanno a scuola con lo zaino pesante, ricolmo di libri. Ma l’esperienza, come alcuni dicono, non vale forse sempre più di ogni libro?
Non dovremmo pensare che sia la vita la vera Scuola e la Scuola solo una pallida ombra della vita?

Contro questa demagogia viscerale bisognerebbe sempre essere allertati. Dovremmo insistere nel rovesciare la sua facile retorica. Dovremmo insistere nel ricordare che la lettura dei libri rende innanzitutto possibile la lettura stessa della nostra esperienza del mondo. In questo senso Ludwig Wittgenstein ricordava giustamente che i confini del mio linguaggio determinano i confini del mio mondo. Il che significa che tanto più si arricchisce il mio linguaggio, tanto più aumenta la mia possibilità di fare esperienza del mondo.

È dunque una fantasia triviale pensare che il libro sia in opposizione alla vita. Sartre ne Le parole confessa che, come il suo Flaubert, scrivere ha significato per lui, almeno sino ad un certo momento della sua vita, appropriarsi delle cose, trasfigurare la molteplicità illimitata del mondo in un piccolo e sterile “erbario”. In questo caso il libro non trasmette più il valore di un’esperienza, ma pretende di sostituire l’esperienza. È quello di cui spesso si lamentano i nostri figli. E come dare loro torto? Non è forse meglio vivere che leggere? Non è forse meglio la vita della Scuola? Ma non è proprio qui che si gioca una delle funzioni capitali della Scuola? Presidiare il nesso che lega il libro alla vita; mostrare che la lettura del libro non chiude, ma apre la vita.

L’acquisto di un libro implica sempre un guadagno smisurato. Con nessuna altra merce il rapporto tra il dare e l’avere appare così sbilanciato. Quanto può valere la lettura dell’Odissea di Omero, del Sergente nella neve di Rigoni Stern o dell’Interpretazione dei sogni di Freud? Questo supplemento di valore appartiene ad ogni libro degno di questo nome. Può forse essere paragonato solo a quello che i nostri figli ricevono quando fanno l’incontro con un insegnante che risulta determinante nella loro formazione. Un libro e un maestro; quanto possono valere?

Andare verso la Scuola è come andare verso un libro che può rivelarsi come un’avventura capace di interrompere il nostro rapporto conformistico con il mondo, capace di mostrarci un’altra faccia – prima invisibile – del mondo. I libri che si incontrano a Scuola spalancano la vita al di là della Scuola. È un movimento delicato, a doppio scatto, di cui gli insegnanti sono responsabili. Le formule matematiche, i principi della fisica, le combinazioni della chimica, la conformazione dei territori o delle lingue, le immagini dell’arte o le vicende dei popoli sono saperi che devono servire alla vita e non asservirla. Non tutti i libri, ovviamente, provocano lo stesso entusiasmo. Ma l’incontro con un libro è tale solo quando il libro diventa un oggetto capace di causare nel suo lettore un nuovo desiderio di sapere.

Quando accade? Quando ci si sente presi dal libro, quando il libro ci consente di fare esperienza di una parte profonda di noi stessi, quando risveglia in noi una eco lontana, quando ci parla. La forza misteriosa del libro coincide con la forza misteriosa del desiderio. Per questo alcuni libri restano nel loro scaffale o nel loro zaino come pesi morti, mentre altri invece, come Lazzaro, si alzano e camminano. Ogni libro è fatto di parole, ma le parole sono anche la materia prima di cui noi siamo fatti. Per questo la letteratura, più di ogni altra pratica, rende l’incontro con un libro indimenticabile.

La verità che ci concerne, come insegna forse per primo Agostino nelle Confessioni, non può mai essere accostata se non da un movimento di ripiegamento su noi stessi. Non c’è esperienza possibile della verità se non a partire dal suo darsi in un incontro, in un evento che ci tocca intimamente. Per questo la Scuola non è solo il luogo dove si leggono e si studiano dei libri, ma dove il libro assume il valore di un incontro, di un oggetto che può causare il desiderio. Essa è buona Scuola solo quando è anti-scolastica. Il sapere che diventa scolastico è infatti un sapere morto, privo di desiderio, chiuso all’incontro. Il compito degli insegnanti è quello di tutelare la forza formatrice del libro. Per questo in tutti i regimi dittatoriali la Scuola viene impostata sul modello dell’Esercito. Ogni forma di dittatura è, infatti, nemica dell’apertura sovversiva del libro. La Scuola dovrebbe essere un antidoto laico nei confronti di ogni scolastica, il che significa non fare mai del libro la foglia morta di un erbario impolverato, ma insistere sulla somiglianza profonda che lega il libro al mondo.”

Massimo Recalcati su Repubblica del 10 settembre 2018.