18 settembre 1938

Ottant’anni fa,  il 18 settembre 1938, in visita alla città di Trieste, Benito Mussolini annunciava, dal palco posto davanti al municipio in piazza Unità d’Italia, la prossima promulgazione delle leggi razziali.

Si trattava di un insieme di leggi, ordinanze, decreti e circolari che introducevano in Italia una radicale discriminazione su base razziale. Di fatto le leggi razziali resero una parte minoritaria ma consistente del popolo italiano, a partire dagli italiani di religione ebraica, degli “schiavi in patria”, cittadini di serie B, persone private dei più ovvi e naturali diritti di matrimonio, di impresa, di azione e di parola. Una delle pagine più buie e drammatiche della recente storia italiana, un marchio di infamia che a distanza di ottant’anni ancora pesa sulle spalle del nostro popolo.

Il Corriere della Sera annunciava questo abominevoli provvedimento con queste parole “Le leggi per la difesa della razza approvate dal Consiglio dei Ministri”. Un titolo quasi “neutro” che tendeva a depotenziare la carica discriminatoria di cui le leggi erano portatrici e lasciavano quasi alludere ad un gesto di “tutela” e riconoscimento dell’italianità della nostra gente. Il Corriere utilizzava una parola per illuminare e giustificare questa nefasta decisione: la parola “difesa”.

Accade sempre così: le cose peggiori sono sempre giustificate con le migliori intenzioni, con motivazioni nobili e sensate, come la necessaria difesa della razza italiana da “imbastardimenti” che ne avrebbero infiacchito il vigore. Curioso (o drammatico) quanto anche oggi questa parola venga citata per giustificare comportamenti di stampo neo-razzista; anche oggi ci si appella alla ragionevole difesa del popolo, delle sue prerogative, dei suoi diritti; anche oggi si pretende di difendere diritti di alcuni calpestando i diritti di altri, in una competizione che non si riesce a conciliare e governare. Anche a distanza di tanti anni il meccanismo che si tende a replicare è il medesimo: l’altro, il diverso, lo straniero, l’ebreo, l’immigrato è il nemico, e di fronte al nemico occorre potersi legittimamente difendere, mettendo in atto tutti quegli strumenti che ci permettono di non essere sopraffatti.

Il punto è tutto lì: se l’altro è un nemico, è colui che viene a sottrarmi ciò che è mio, che minaccia il mio benessere, che spaventa la mia serenità e la mia tranquillità, allora ogni cosa diviene lecita e quindi possibile. Di fronte alla percezione del pericolo si ha tutto il diritto di dichiarare “prima noi”! Prima gli ariani, prima i puri, prima gli italiani, prima coloro che sono “i nostri”… poi tutti gli altri. E ci si domanda cosa ci sia di sbagliato in tutto questo, dove stia lo scandalo o l’azzardo. In fondo che male c’è a pretendere una precedenza, un primato, una supremazia? Questa è casa nostra e saremo pur liberi di stabilire noi le regole… E si stenta così a cogliere come l’affermazione del proprio diritto a discapito di quello altrui è un principio violento, aggressivo e sovversivo,  e che, come tale, mina le basi di una qualunque convivenza pacifica. Esso diviene il terreno su cui attecchiscono guerre ed oppressioni, discriminazioni e violenze.

Ottant’anni fa il popolo italiano, nella sua maggioranza pigra e remissiva, acconsentì silente a questa tragedia, pensando che, in fondo, colpiva altri, toccava i diritti di una piccola minoranza, pure un poco antipatica per dirla tutta. E non si accorse che quando la diga dei diritti universali si crepa, si generano conseguenze imprevedibili, si evocano effetti che è impossibile controllare.

È così che la maggioranza silente si trasformò da complice distratta in vittima involontaria. Perché quando si accettano discriminazioni, anche piccole, anche minime e circoscritte, non si è mai certi di restarne per sempre immuni.

 

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