Storia e Tempi

non si tratta solo di migranti

Forse ha ragione papa Francesco: quando parliamo di migranti, in realtà non parliamo mai solo di loro, del loro arrivo o della loro condizione di vita.

Quando parliamo di migranti siamo sempre in qualche modo interpellati ed inclusi anche noi che ne parliamo. Parliamo di loro ma in realtà parliamo anche di noi stessi, di chi siamo, di che immagine abbiamo del nostro mondo e della nostra comunità. Non si parla di migranti così come si parla dei buchi neri o di possibili nuove galassie: non è un tema lontano ed astratto, bensì vicino e concreto, che ci riguarda. Insomma: quando parliamo dei migranti siamo tutti inevitabilmente implicati perché, in qualche modo, ciò che di loro diciamo racconta anche chi siamo noi.

“Non si tratta solo di migranti: si tratta anche delle nostre paure”: perché l’arrivo di chi è diverso attiva il sentimento del sospetto, delle diffidenza e minaccia quel senso debole della nostra identità che non regge il confronto con l’altro.

“Non si tratta solo di migranti: si tratta della carità”: perché chi giunge da lontano sfida la serietà del nostro amore, di quello che sappiamo dare con generosità e liberalità. Il lontano, che lo vogliamo o no, misura la nostra capacità di dono e di accoglienza

“Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità”: perché il profugo ci provoca a pensare a che uomini vogliamo essere, che persone volgiamo diventare, che umanità vogliamo custodire e promuovere

“Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessuno”: perché il povero sfida il modello di sviluppo che vogliamo attuare, ci spinge ad interrogarci se la società che sogniamo è quella in cui c’è posto per tutti o se è una società per pochi, per i più bravi e preparati, ricchi e competenti, per chi tiene il passo senza fatica

“Non si tratta solo di migranti: si tratta di mettere gli ultimi al primo posto.”: perché i deboli sollecitano a dichiarare la nostra scala di valori, cosa riteniamo importante e prezioso, cosa consideriamo meritevole della nostra cura e degno della nostra attenzione.

“Non si tratta solo di migranti: si tratta di tutta la persona, di tutte le persone”: perché, che lo si voglia o no, accogliere o rifiutare un disperato racconta che idea di uomo abbiamo in testa, che cosa pensiamo a quando pronunciamo la parola democrazia, diritti universali e dignità di ogni uomo.

“Non si tratta solo di migranti: si tratta di costruire la città di Dio e dell’uomo”: perché l’impegno per la giustizia e la solidarietà parte dagli ultimi, da chi non può rivendicare i propri diritti, da chi è escluso, emarginato, scartato, disprezzato e reietto. Lo stile ed il tenore di qualunque società lo si misura dallo stile verso i piccoli, gli indifesi ed i deboli.

Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista” (Francesco)

Parole di carta

l’espressività del gesto

Provate a pensare alle nostre giornate: esse sono piene, anzi dense, di un’infinità ed una varietà di gesti. Dal momento in cui mettiamo il piede giù dal letto al momento che ci facciamo ritorno, c’è un susseguirsi ininterrotto di azioni, movimenti, atti, atteggiamenti, mosse e cenni. Ogni giorno afferriamo, prendiamo e lasciamo, indichiamo, spostiamo, tocchiamo e sfioriamo, apriamo e chiudiamo, lanciamo e riceviamo, utilizziamo oggetti e li manipoliamo, assumiamo posture e usiamo le mani per gesticolare, muoviamo il capo e le braccia, utilizziamo l’espressività del viso per esprimere sentimenti ed emozioni. Alcuni gesti ci servono per sopravvivere, per provvedere al nostro sostentamento e alla nostra alimentazione. Altri gesti hanno una funzione un po’ più sofisticata giacché non si riferiscono ad una dimensione pratica e concreta. Questi particolari gesti diventano come delle finestre attraverso le quali esprimiamo chi siamo, lasciano trapelare la ricchezza dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti. Questa gestualità acquisisce una funzione rivelativa di chi siamo, esprime il nostro punto di vista sul mondo, racconta la nostra sensibilità e quella singolare emotività con cui abitiamo il mondo.

In fondo, se ci pensiamo bene, senza i nostri gesti, anche quelli più feriali e banali, saremmo un po’ meno noi stessi, giacché questi movimenti ci appartengono e afferiscono a quella parte intima di noi che definisce la nostra identità più vera e autentica. La cosa davvero straordinaria è che la nostra gestualità non è una sorta di “apparato scenico” a sostegno della parola, come se fosse un manto che ricopre il vero oggetto di valore. I gesti non sono abbellimenti estetici o solo rafforzativi della comunicazione. Essi in realtà sono assai di più: i gesti possiedono una loro intrinseca capacità comunicativa: essi sono “rivelazione di noi stessi” e non semplice sostegno o abbellimento di tale manifestazione. Ogni gesto “parla”, racconta, rivela, proprio con la stessa intensità e convinzione della parola. A volte addirittura con maggiore energia.

Anche l’esperienza religiosa possiede una propria gestualità, una serie di atti e di comportamenti che la connotano e che si sono strutturati dopo secoli e secoli di stratificazione e di condensazione. Ci sono millenni di vita che hanno codificato comportamenti, azioni e parole che sono giunti fino a noi come frutto di un tramandamento che ha origini lontane e remote. Eppure, in questa loro linea di tradizione storica, questi gesti sanno ancora tradire una prospettiva di senso, un modo di guardare le cose e di abitare il mondo. I gesti della fede custodiscono un patrimonio di sensibilità che è ormai divenuto talmente parte del nostro bagaglio culturale che fatichiamo a riconoscerne il valore e l’innata carica espressiva. È così che ci capita di ripeterli un po’ meccanicamente ed istintivamente, disconoscendo quel potenziale comunicativo che è loro proprio.

I “Gesti della Vita” è un libro che vorrebbe compiere un semplice ma accorato viaggio tra i molti e poliedrici gesti che abitano la nostra umanità e la nostra fede, tutte quelle azioni e quegli atti che accompagnano il nostro vivere ed il nostro credere e che scandiscono la nostra interiorità, come necessaria e imprescindibile manifestazione  corporea e sensibile di un Senso che ci precede e che ci interpella. Questo piccolo scritto vorrebbe essere un piccolo scrigno nel quale possano trovare posto le tante azioni ed atti che appartengono alla nostra vita, proprio in quelle soglie che la aprono ad un senso altro ed ulteriore.

Come scrive Roberto Vignolo nell’intrigante prefazione che fa da introduzione, il libro cerca di mettere a fuoco “alcuni gesti e pratiche elementari, per riscoprirne e gustarne il senso più pregnante e autentico. Spiacerebbe, infatti, che la vita ci passasse sopra la testa inavvertitamente, trovandoci per lo più distratti, troppo abitualmente in fuorigioco”.

Marco Zanoncelli, I GESTI DELLA VITA, edizione EDB, Bologna 2019. ISBN: 88-10-51375-4 – EAN: 9788810513750 – (in uscita ad ottobre)

questo articolo è uscito sul numero di settembre di LodiVecchioMese.

Affetti e Legami

dentro la roccia

L’amore ci scava, proprio come un fiume carsico corrode la roccia e crea anfratti e caverne nel cuore della terra. Anche l’amore ci scava: quando ci raggiunge esso penetra nella nostra carne, dentro la nostra sensibilità, raggiunge il fondo della nostra anima e là si crea spazi, genera labirinti e dirupi, stanze e gallerie.

Sì perché l’amore è per sua natura accogliente e generativo. Esso sa creare spazio anche là dove non pensavamo ce ne fosse, sa offrire ospitalità anche in quella remota parte del nostro cuore che pensavamo inabilitale. È proprio questa la singolare natura generativa dell’amore: l’amore non sta mai da solo ma crea spazi per altri amori. Un’amicizia, quando è vera e sincera, crea spazio per un’altra amicizia; un legame, se è profondo e vitale, non esclude mai altri futuri legami. Anzi. Esso propizia la nascita di nuovi rapporti, proprio perché nel suo scendere dentro di noi, quel legame ci ha scavato e ha saputo creare spazio aggiuntivo.

Solo un amore egoistico e narcisistico è talmente vile da ergersi a barriera verso altri amori.

Quando un amico ti “arriva dentro” ecco che hai la chiara consapevolezza che sei capace di altre amicizie, di altri legami significativi. Ebbene è così: l’amore ha l’effetto di dilatare il cuore, di renderlo una casa ampia ed accogliente, luogo di ospitalità per molti.

È la legge, un po’ assurda ed incomprensibile, dell’amore: esso si moltiplica donandolo e si accresce proprio nel momento in cui lo si regala con magnanimità.

 

Affetti e Legami

fattore tempo

È allo stesso tempo incredibile ed irritante, spiazzante ed esigente, l’”effetto tempo” che governa ogni relazione, ogni amicizia ed ogni legame. Ti puoi sforzare finché vuoi, ma il “fattore tempo” è un elemento ineludibile di ogni nostro rapporto.

Serve tempo, tanto o poco dipende dal caso, ma occorre che il tempo passi, tranquillo, quasi sornione, addirittura lasciando dietro di sé quella sensazione urticante di inutilità. I nostri legami nascono così, attraverso il tempo, grazie al suo scorrere, per mezzo di quel fluire continuo ed incessante di ore, minuti e secondi, che così poco tolleriamo.

Aveva ragione Il Piccolo Principe: è la pazienza la virtù che genera legami. E la pazienza è anzitutto l’arte di lasciar scorrere il tempo, di saper attendere, di dare “tempo al tempo” e tempo all’altro, affinché riesca a trovare la strada verso di noi. Forzare è inutile, oltre che dannoso; anticipare è impossibile.

Ogni il legame ha il suo tempo, tempo indisponibile al nostro controllo e al nostro volere. A volte è questione di ore, molto più spesso di giorni e di mesi, talvolta pure di anni, ma la strada che ci conduce all’altro ha sempre una traiettoria misteriosa, imperscrutabile ed incomprensibile.

Ci è chiesta la tenacia del Piccolo Principe: sedere e attendere che la “nostra volpe”, giorno dopo giorno, decida di sedersi sempre un po’ più vicino a noi.

Storia e Tempi

la campagna dall’alto

Ho notato un particolare curioso ieri durante la fase di atterraggio del mio volo di rientro su Malpensa. Mentre scendi di altitudine e ti avvicini alla terra inizi a scorgere le case sotto di te: è davvero uno spettacolo affascinante! Intravedi dapprima dei puntini colorati di marrone dentro una macchia uniforme di verde o color pastello. Poi, man mano, individui i tetti e le costruzioni sotto, i cortili, le strade, le piazze, i campanili e le rotonde. È davvero un punto di vista suggestivo ed assai inusuale guardare le cose “dall’alto”. È solo così che comprendi la disposizione spaziale degli edifici, la loro collocazione all’interno dell’ambiente naturale, accanto a fiumi, a laghi o a via di comunicazione. È come se apparisse sotto i tuoi occhi una carta geografica vivente, talmente reale che riesci ad intravedere movimenti e spostamenti.

Ebbene, c’è un particolare che colpisce in questa singolare vista della pianura lombarda: la presenza diffusa di cascine, corti, casolari e fattorie. Quando ti sposti sulle strade fatichi a comprenderne la numerosità a la diffusione. C’è davvero una sorta di “presidio” del territorio esercitato da queste costruzioni: ogni casolare, seppur isolato, è circondato da campi e culture che a lui afferiscono ed è idealmente connesso a quello di fianco, lontano poche centinaia di metri. È come se scorgessi un reticolato di cascine che sorvegliano le nostre terra e che, come miti custodi, ne tutelano il patrimonio.

Ma vi è una dettaglio ulteriore e forse ancor più decisivo: questi piccoli presidi di “umanità” nella terra lombarda, hanno sempre la forma di una comunità, di una corte, di una raggruppamento collettivo e sociale. Questa cura del territorio non avviene per iniziativa di singoli ma di comunità umane, di gruppi familiari e sociali che, prendendosi cura l’uno dell’altro, estendono questa cura alla campagna che vive attorno a loro. Ed è palese questo aspetto: tutte le costruzioni “antiche” conservano un forma in qualche modo “circolare”: ci sono case costruite attorno ad un cortile comune, ad un aia, ad una piazza o ad una chiesa. Le case più moderne le riconosci per la loro disposizione “a schiera”, come abitazioni isolate e poco interconnesse.

È affascinante ed istruttivo guardare la terra dall’alto: la lontananza e la singolarità del punto di vista ti permettono di riconoscere cose che ci sono talmente vicine da non attirare più la nostra attenzione.

Pensieri e Silenzi

back home

C’è un momento magico in ogni trasferta che faccio, un momento che mi godo sempre con intensità e piacere: è quello in cui, alla fine di una settimana di lavoro, prendo il taxi per dirigermi in aeroporto e prendere il volo che mi riporterà a casa. È un momento davvero particolare, carico di soddisfazione e di attesa.

C’è soddisfazione e compiacimento per l’intensa settimana di lavoro appena passata, accompagnata da una buona dose di sollievo per tutta la fatica passata. Ma c’è pure un forte senso di attesa e di gioia per il viaggio che ti riporterà a casa, dalla tua famiglia, da tua moglie e dai tuoi figli, dalle tue cose e dai tuoi affetti, insieme a tutta la banale ferialità che caratterizza la tua vita. Sì, perché dopo una settimana di cose “straordinarie” (nel senso di fuori dall’ordinario) senti la voglia di un ritorno alla normalità, alle cose di sempre, proprio quelle da cui sei, in qualche modo, fuggito quando sei salito sull’aereo all’andata.

Quel viaggio in taxi dal centro città verso l’aeroporto è un po’ il mio “sabato del villaggio”, l’attimo in cui gusto la promessa della casa, la gioia e la speranza del domani, in cui già anticipo nell’attesa la felicità che spero di poter sperimentare. Ne facciamo tutti esperienza: attendere qualcosa è già gustarne anticipatamente la presenza, come pregustarne il suo accadimento già nell’attimo presente. Vale per un incontro, un appuntamento, una scadenza, un viaggio o un impegno. C’è molta pienezza e godimento nelle nostre attese, in quei momenti in cui l’oggi si apre al domani, l’attimo presente al futuro, in cui ciò che accadrà viene come preceduto e prefigurato nel sentimento che di lui proviamo nell’oggi.

Ogni attesa è invocazione di futuro, è, in qualche modo, una sua anticipazione, un modo gentile e mite per affrettarne l’avveramento.

Affetti e Legami

la parola “mio”

L’aggettivo “mio” possiede un gusto del tutto particolare. Un bravo filosofo sostiene che il nostro processo di individualizzazione da piccoli sia iniziato nel momento in cui abbiamo pronunciato la parola “mio”. So chi sono nel momento in cui riesco a riconoscere che qualcosa mi appartiene e ad eleggere qualcosa che è “del mondo” come capace di diventare “mio”. Da piccoli questo movimento di consapevolezza personale passa attraverso le cose che definiscono il mio mondo, grazie ad oggetti che da “cose qualunque” divengono “cose mie”, distinte da tutto quanto le circonda.

La cosa straordinaria è che, con il tempo, questo aggettivo possessivo estende il proprio valore semantico e pian piano scivola dalla connotazione delle cose a quella delle persone. Anche le persone diventano “mie”: i miei genitori, i miei amici, mio fratello, i miei compagni, etc. “Mio” è sempre ciò che contraddistingue le cose che incontriamo nella nostra vita: se non diventano “nostre” non entrano realmente nella nostra esistenza.

Qualcuno, continua ad utilizzare l’aggettivo “mio” con il medesimo significato possessivo. Altri, forse non molti per la verità, imparano che “mio” può significare altro: le persone diventano “mie” nel senso che sono coloro con le quali ho creato dei legami, ho stabilito dei rapporti e ho acceso delle amicizie.

Allora un amico è “mio” perché l’ho scelto tra la folla e gli ho permesso di entrare nello spazio dei miei affetti. Così accade per i genitori, i compagni e persino con la compagna della vita.

Mi affascina questa “evoluzione” che la parola “mio” può avere: è “mio” ciò con cui ho attivato una relazione significativa. È “mio” ciò che mi appartiene e ciò a cui appartengo, al punto tale che questa reciproca appartenenza mi definisce e mi denota.

Alla fine dire “mio” significa riconoscere che “io sono” nella misura in cui so “di chi sono”. La parola “mio” è quanto denota il mio mondo, quanto definisce il mio spazio, ed , inevitabilmente, la mia identità.

Pensieri e Silenzi

i bravi insegnanti

La ripresa della scuola e l’euforia che si vive in questi giorni tra nuovi inizi e vecchie ripartenze, mi fanno involontariamente volare con la memoria al tempo in cui eravamo studenti e in cui vivevamo questo periodo di ripresa con un misto di eccitazione, nostalgia e tristezza. E mi riportano alla mente i volti dei miei professori, di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, hanno segnato la mia crescita e formazione. Di alcuni di loro fatico a ricordare il nome ed il volto, mentre di altri porto ancora tatuato sul braccio il frutto del loro insegnamento, come un segno che resterà indelebile nella mia vita.

Penso che a volte sottovalutiamo il peso ed il ruolo che queste persone hanno avuto nella nostra esistenza e stentiamo a riconoscere la carica di crescita, sviluppo e maturazione di cui essi sono stati fautori.

Certi insegnanti sono proprio coloro che ci hanno introdotto alla bellezza della vita, della conoscenza e del sapere. Sono quei speciali esseri umani che hanno spalancato le finestre della nostra casa facendoci scoprire e conoscere un mondo straordinario e complesso. La preziosità di certi insegnanti non sta solo in quello che ci hanno trasmesso ma soprattutto in come ci hanno plasmato. Hanno saputo attivare in noi curiosità ed interesse, educare disciplina e metodo, solleticare una sana apertura al nuovo, a quanto ci sta davanti con sorprendente meraviglia.

I bravi insegnati, quelli di cui ancora conserviamo un caldo ricordo, ci hanno fatto dono della parola, del pensiero, di un modo consapevole di abitare il mondo. Sono le parole che ci hanno donato il cemento principale con il quale abbiamo costruito la nostra vita; è grazie alle idee su cui ci siamo confrontati, ai concetti che abbiamo condiviso, alla loro visione lucida e critica dei problemi che ci siamo strutturati come esseri umani liberi e responsabili.

Certi insegnanti sono stati dei dono impagabili per la nostra giovinezza, traghettatori esperti verso una maturità che ardeva come un’aspirazione dentro il cuore. Certi insegnanti sono stati dei mentori, delle guide, dei saggi compagni di viaggio, affidabili battipista nel cammino della crescita.

Di certi insegnanti non conserviamo solo il nome ed il volto. Di essi custodiamo anzitutto quelle parole e quei gesti che, giorno dopo giorno, ci hanno reso quello che siamo.

Pensieri e Silenzi

felicemente imperfetti

Chissà chi ci ha messo in testa quella strana idea che occorre essere perfetti, impeccabili, gente tutta d’un pezzo, irreprensibili…Chissà perché nasciamo con la malsana pretesa di una perfezione che non è di questo mondo…Per quale imperscrutabile motivo ci convinciamo di essere “chiamati” a non cadere mai, a diventare persone solide e stabili, quasi dei supereroi in miniatura?

Eppure, se solo avessimo la pazienza di guardarci indietro, ci accorgeremo subito che siamo cresciuti grazie ad una serie infinita di sbagli, errori, cadute, regressioni, ostacoli ed inciampi, fallimenti ed insuccessi. Checché se ne dica, il nostro processo di umanizzazione è passato (e passa tuttora) attraverso la porta stretta della fatica e dell’errore. Non c’è progresso che non nasca, anche solo indirettamente, da un insuccesso, da ciò che non ha funzionato o da quanto abbiamo fallito.

La vita non è una retta a coefficiente angolare positivo, proprio no! La vita è una curva, dalla forma molto strana, difficile da esprimere con una equazione: ci sono salite e discese, picchi e valli, intervalli di linearità e ripentine impennate.

La vita assomiglia ad una danza: ti lanci in pista, ascolti il ritmo e cominci a muovere i primi passi, in modo un po’ tentennante e sgraziato; talvolta pesti i piedi al tuo partner e talvolta è lui a pestarli a te. È solo col tempo che prendi dimestichezza con il movimento ed acquisti una certa eleganza. Accade poi che l’orchestra decida di cambiare andamento, e così occorre rimparare di nuovo il passo.

Affetti e Legami

come una scatola di cioccolatini

Non so se capita anche a voi, ma più frequento le persone e più mi rendo conto di quanto siano misteriosi i nostri rapporti, di quanto siano imperscrutabili ed imprevedibili quei legami che si creano tra esseri umani.

Non c’è nulla di scontato, nulla di ovvio che tu possa pianificare a tavolino. I legami tra persone sono sempre una terra sconosciuta e non battuta; ti inoltri in essa sempre come fossi il primo esploratore a metterci piede. Ogni legame conserva il tratto di irrepetibilità e di unicità: per quanto tu sia “esperto di umanità”, non troverai mai un’amicizia uguale all’altra; per quanto tu possa vantare una vasta esperienza in rapporti umani, ti avvicinerai ad ogni nuovo legame sempre come tu fossi un principiante, come uno di quelli che procedono a tastoni e con estrema cautela.

Ci sono legami che fioriscono velocemente, che sbocciano dalla sera alla mattina. Sono legami che vivono di una empatia immediata e di una intesa istantanea. Con questi legami non servono strategie o astuzie: essi sbocciano al primo raggio di sole con straordinaria semplicità.

E poi ci sono legami che si mostrano più refrattari al contatto e alla conoscenza. Sono come quei fiori che sbocciano a fatica, un poco alla volta, con movimenti lenti e pacati. Li osservi giorno dopo giorno ed appaiono sempre uguali a se stessi, come se i loro petali disdegnassero di mostrare la loro intimità e preferissero mantenere un certo distacco dal mondo.

La cosa stupefacente è che non sai mai con che “fiore” avrai a che fare né che tipo ti rapporto stai iniziando. Nutri attese ed aspettative ma imparerai presto che esse devono obbedire alla suprema legge della libertà dell’altro.

Vorresti un contatto caldo e consolante e magari ti toccano lunghe ore di “sala di attesa”, aspettando che l’amico impari a sperimentare un certa dose di fiducia nei tuoi confronti. Oppure, viceversa, quando meno te lo aspetti, incontri persone che arrivano dirette al cuore, senza troppe formalità o cerimonie.

È questo il bello delle amicizie… citando Forrest Gump: “Mamma diceva sempre: la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita.