Storia e Tempi

scherzare con il fuoco

Confesso che inizio ad essere seriamente preoccupato per le sorti del nostro paese: dopo gli accadimenti di questi ultimi giorni ed i sondaggi elettorali recenti mi chiedo se abbiamo la consapevolezza che stiamo tutti scherzando con il fuoco e che la situazione economica istituzionale dell’Italia non consente gesti irresponsabili e scelte temerarie.

Non so se è chiara la percezione che è un attimo trovarsi in default, senza soldi per pagare stipendi pubblici e pensioni e con i nostri conti correnti bancari trasformati in soldi per il monopoli. Non è catastrofismo, basta alzare lo sguardo e guardare i nostri colleghi greci.

Abbiamo un debito pubblico spaventoso ed abnorme, il 130% del PIL. Significa che se per un anno destinassimo tutte le ricchezze prodotte dal nostro paese per pagare i nostri debiti, non salderemmo comunque l’ammontare totale. Questo debito pazzesco è finanziato da investitori italiani ed esteri che ci prestano soldi, scommettendo sulla nostra capacità di onorare gli impegni. Se questi investitori decidessero che non siamo più un paese affidabile e scegliessero di dirottare i propri investimenti altrove, beh credo che andremo tutti a “gambe all’aria”. E poi ci scandalizziamo se dobbiamo fare molta attenzione a quello che gli altri (istituzioni e investitori italiani ed esteri) pensano di noi! Per forza! Voglio vedere voi, se il vostro vicino di casa vi dovesse diecimila euro, se non sareste particolarmente attenti ed allarmati se lo vedeste comprare macchine costose, andare spesso in vacanza o, come abbiamo lasciato intendere noi, facesse capire che non è molto intenzionato a ripagarvi. E pensate alla vostra reazione se, parlando con il vostro vicino, questo vi rispondesse “Io sono padrone in casa mia!” “Certo – direste voi – ma non con i miei soldi! Restituisci il debito e poi fai quello che vuoi!”  gli direste ed avreste perfettamente ragione.

Comprendo bene che la situazione sociale è pesante… non stiamo qui a dircelo… e tuttavia attenti perché potremmo ancora peggiorare se non gestiamo con cura e attenzione i nostri conti…

Assomigliamo molto ad un malato di cancro che sta facendo la chemioterapia e che, a causa di intensi effetti collaterali, è tentato di mollare le cure, perché, secondo lui, gli fanno male. Comprendo che l’alternativa alla nausea e ai dolori della terapia possa apparire allettante. Ma siamo certi che nel giro di qualche mese le conseguenze non sarebbero decisamente peggiori?

 

Storia e Tempi

è la democrazia!

Ieri sera abbiamo tutti toccato con mano uno degli aspetti più tipici (e mio avviso più inquietanti) di quel fenomeno che cade sotto il nome di “populismo”, ossia la concezione assoluta (letteralmente ab-solutus, cioè sciolto, senza vincoli né limiti) dell’esercizio del potere. Secondo questa nuova dottrina, che tanto affascina e convince di questi tempi, il consenso ottenuto con il voto abilita ad un esercizio senza limiti del potere, conferisce un’autorità a compiere scelte in modo autonomo ed indipendente, senza controlli, senza contrappesi né vincoli costituzionali.

Diventano così un mantra quelle parole della nostra Costituzione che sanciscono che la “sovranità appartiene al popolo”.  Come ogni eresia che si rispetti, ecco che si pretende di considerare una “verità totale” quello che ne è solo un suo aspetto. È  sempre stato così nella storia: ogni movimento “eretico” (e non do a questo termine un’accezione religiosa) ha sempre preteso di elevare un pezzo di verità (di per se stessa buona e meritevole) a verità “totale”, eliminando e rimuovendo gli altri “pezzi di verità” che hanno uguale diritto di cittadinanza. E così, per tornare al nostro esempio, è vero che “la sovranità appartiene al popolo”, ma la Costituzione asserisce anche che essa viene esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ossia nessuno si può fare interprete unico della volontà popolare; nessuno può ambire a diventarne l’unico avvocato ed esegeta.

La democrazia è tale perché il potere lo si esercita all’interno di un sistema costituzionale che lo limita e lo controlla. Altrimenti che differenza ci sarebbe con la dittatura? Anche lì si vota e chi vince governa…

Nel nostro sistema costituzionale, che piaccia o no (ma direi che piace, visto che la maggioranza delle forze politiche lo hanno strenuamente difeso nell’ultimo referendum costituzionale) la volontà del popolo si esprime in maniera composta, poliedrica, in modo corale si potrebbe dire e nessuno può pretendere per sé il ruolo di solista.

È fastidioso tutto questo? Può essere… Si può migliorare? Senza dubbio… ma non con forzature e conflitti ma attraverso quel processo di riforma prevista dalla carta stessa.

Mi spiace per coloro che hanno vissuto tutto questo come un vulnus ai propri diritti, ma non è la prima volta che il Presidente della Repubblica “mette il becco” nella nomina dei ministri, nell’esercizio delle prerogative che la carta gli riconosce. È che prima questo conflitto avveniva all’interno di una dialettica aspra ma sana e funzionale tra i diversi poteri, in modo anche duro ma rispettoso.

È ovvio però che se si vive il successo elettorale ricevuto come un’unzione divina ricevuta dal popolo che anticipa l’avvento di una nuova Era Messianica… Beh allora è normale che si viva ogni limite e vincolo come un tradimento dei volere del popolo che si palesa misticamente nei propri progetti.

Ma non penso proprio che di tradimento si tratti… è solo la democrazia, piaccia oppure no.

Parola e parole

la danza della vita

La festa liturgica di oggi ha un sapore antico, quasi medievale, qualcosa che appartiene ad un linguaggio che oggi non ha più diritto di dimora, né tantomeno di asilo. Che significa per l’uomo moderno celebrare il mistero della Trinità? Sembrano parole talmente alte o vetuste che forse starebbero meglio in un qualche museo, non sulla bocca e nel cuore dei credenti del Terzo Millennio. E poi che cosa a che fare con noi questo mistero? Che importa alla nostra vita se Dio è Uno, Bino o Trino? Se è persona o energia, sostanza o Karma o silenzio, Essere o Nulla?

Eppure penso che se sapessimo andare un poco oltre la scorza polverosa che il tempo ha riposto sulle parole, potremmo intravedere un mistero che ancora ci interpella e ci riguarda, che è ancora capace di intercettare il nostro cuore, la nostra sensibilità e la nostra testa.

Cosa c’è all’origine di tutto, di tutto quanto esiste, delle nostre persone, dei nostri affetti, delle cose che ci circondano e del mondo che abitiamo? So bene che non sono domande semplici né interrogativi che siamo abituati a porci. E tuttavia queste sono le domande che hanno accompagnato la filosofia ai suoi albori, non appena l’uomo ha iniziato a porsi domande ed interrogativi su di sé, sul mondo e sulla vita. Perché c’è qualcosa invece che nulla? Perché le cose esistono invece che ad “esistere” sia solo il niente? Perché in fondo c’è l’essere? E qual è l’origine di tutto questo essere che vediamo, che percepiamo e che siamo?

Un grande teologo ha scritto: “C’è chi dice che il fondo dell’essere è la materia, chi lo spirito, chi l’uno. Hanno tutti torto! Il fondo dell’essere è la comunione” (J. Danielou). Forse ha ragione lui… la festa di oggi ci ricorda che la sorgente di questo essere è una comunione, una relazione interpersonale, una comunità. All’origine di tutto non c’è un arcano principio, un’entità solitaria e chiusa in sé stessa, ma una comunione divina che è dono reciproco, interscambio, che è offerta ed accoglienza, movimento di ex-stasi e di ricezione. Tutto il cosmo è come intessuto di questa dinamica originaria, le nostre vite sono partecipazione a questo movimento, le nostre singole esistenze sono innestate e radicate in questo mistero di comunione.

Allora forse, celebrare anche nel 2018 questa “strana” festa è fare memoria del mistero che abita la nostra vita, che costituisce l’infrastruttura del Reale, il fondamento della realtà, la matrice più vera ed autentica di quanto esiste. La nostra vita, anche quella più banale ed ordinaria, riverbera e danza al ritmo di quella relazione originaria ed originante. Il mistero dell’Essere non è un mistero di solitudine ma di gioiosa e radicale comunione. Il mistero della Trinità ci rammenta che la Vita è dono, movimento radicale che ci porta verso l’Altro, per sperimentare l’incontro in una ineffabile Comunione.

Parole di carta

mamme e papà

Riprendo quanto accennavo in fatti di affetti, fatti di carne in questo articolo pubblicato sul numero di Maggio di LodiVecchioMese.

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Tutto ciò che accadde di nuovo, tutte le innovazioni ed i progressi, soprattutto se radicali e repentini come quelli di questi anni, ci obbligano a guardare con occhi inediti a tutte quelle cose che fino ad ieri avevamo dato per scontate e che ora così scontate non paiono più. Tutte queste novità è come se ci spronassero a riappropriarci e a riscoprire il nostro essere uomini e donne. Ciò che fino a ieri era evidente e scontato,  oggi non lo è più ed esige uno sforzo di ricomprensione, discernimento e valutazione.

Tra le cose che oggi non sono più così tanto ovvie c’è sicuramente l’essere mamma e papà: i canoni che hanno identificato e accompagnato la maternità e la paternità per secoli oggi hanno improvvisamente perso di valore e di consistenza, sono diventati obsoleti, frutto di una tradizione che ha perduto il suo valore e la sua significatività. Fino a qualche decennio fa l’essere padre e madre era un fatto esclusivamente “naturale” e biologico: eri padre in quanto avevi passato i tuoi geni a tuo figlio e restavi padre anche se di quel figlio ti dimenticavi o lo trascuravi. Il tuo essere padre era una cosa talmente “solida” che restavi tale anche se eri responsabile di violenze o incurie verso tuo figlio, di disinteresse o indifferenza. Padre diventavi e padre saresti rimasto “a prescindere”.

Oggigiorno, vivaddio, abbiamo compreso che la paternità e la maternità non sono solo dai dati biologici ma anche sociali, culturali, affettivi, etici e spirituali. La maternità e la paternità sono dati umani “a tutto tondo”, afferiscono alla nostra carne, alla nostra identità di uomini e di donne appartenenti alla specie umana. In fondo abbiamo capito che generare è diverso dal procreare,  è un’esperienza più ricca, più complessa e più radicale.  Alda Merini, in una sua poesia, ricordava che si genera infinite volte,  si genera ogni giorno che si vive insieme al proprio figlio. Generare  non è un evento ma un processo, non è qualcosa che si esaurisce nello spazio di un orgasmo, ma è un cammino che avviene nel tempo, con una gestazione infinita che inizia nel giorno della nascita e si protrae negli anni.

Come spesso accade, il rischio è di passare da un estremo all’altro, negando ciò che di buono e di vero  esisteva in quella visione tradizionale che oggi riteniamo superata. Sono notizie fresche di cronaca quelle che riportano come numerosi uffici di stato civile, in varie città italiane, abbiano riconosciuto la genitorialità giuridica a due uomini o due donne, sicché oggi in Italia ci sono bambini che, anche per la legge, hanno due mamme o due papà.

Sono evidenti alcune delle ragioni che hanno mosso gli amministratori a procedere in tale direzione: la presenza di due adulti capaci di esercitare la patria potestà è certamente un fattore di maggiore tutela per il minore. E tuttavia ho come l’impressione che le cose non siano così semplici come possono apparire a prima vista, né così neutre ed innocue.

Da genitore adottivo so che essere papà e mamma non è un fatto necessariamente legato ai geni: ci sono casi in cui questa genitorialità biologica, per diverse ragioni,  viene affiancata o addirittura sostituita da una genitorialità adottiva, affettiva e spirituale.  Questa genitorialità “surrogata” non è un genitorialità di serie B: sei padre e madre di quel figlio fino in fondo e patisci, sulla tua carne, le gioie ed i dolori dell’essere mamma e papà.  Allo stesso tempo, so benissimo che quel dato biologico non è qualcosa che posso ignorare o trascurare: i cromosomi ceduti nel momento della fecondazione restano come un dato con cui  ogni figlio e ogni genitore dovranno sempre convivere e con i quali fare i conti. Sia che si tratti di figli nati dalla pancia che di figli nati dal cuore. Possedere certi tratti somatici, certe caratteristiche fisiche, avere i capelli rossi della nonna e le orecchie a sventola del nonno, il naso aquilino della zia o i le lentiggini della mamma non sono qualcosa che può essere semplicemente dimenticato o rimosso. Non sono dettagli superficiali o banali: noi siamo il nostro corpo e questo nostro corpo è segnato da quella qualità che i geni sanno imprimere.

Ho l’impressione che oggi si tenda a sottovalutare questo debito originario che abbiamo verso la carne, a sminuire l’idea che la nostra corporeità ci identifica, ci connota, appartiene non solo al modo in cui appariamo ma, molto di più, alla nostra identità profonda, alla maniera in cui ci percepiamo e al senso profondo della nostra personalità.  Nutro il sospetto che un certificato di stato civile non sia in grado di dare ragione di questo nostro legame atavico con il corpo che ci ha generato, con la carne che ci ha messo al mondo, con la tradizione familiare nella quale abbiamo visto la luce. Ciascuno di noi vive un debito radicale verso l’Origine che ci ha generato, la cui presenza accompagna i nostri giorni dal momento in cui iniziamo ad abitare questa terra fino all’attimo in cui la abbandoneremo.  E forse oltre.

Storia e Tempi

l’avvocato del popolo

Ieri sera ascoltavo incuriosito le prima dichiarazioni del presidente del consiglio incaricato, il Prof. Conte. Spiegava con tono pacato e accademico i suoi intendimenti, le aspettative che nutre verso il governo che vorrebbe guidare, i vincoli al suo operare, che ha individuato sia in rifermento al contesto internazionale che al programma del governo. Il tutto era accompagnato da un clima, forse non di vera euforia, ma di entusiasmo per quello che stava accadendo, per la novità a cui tutti stavamo assistendo, per “il governo del cambiamento” (come l’ha definito il presidente incaricato stesso) che stava per nascere.

Non so… ma in quel clima di eccitamento, corroborato anche dalle dichiarazioni che hanno seguito tale pronunciamento, mi è rimasta una sensazione di spaesamento e di leggera ansietà. Al di là dei proclami, delle dichiarazioni di circostanza, delle tifo dei reciproci supporters, non sono riuscito a farmi coinvolgere da questo annuncio di brillanti prospettive che ci attendono come paese.

Guardando quel composto professore in giacca a cravatta mi è venuto spontaneo chiedermi a chi stessimo affidando la guida di questo paese. Chi è il prof Conte, cosa conosciamo di lui? Che visione ha dei problemi del nostro paese? Come si pone in politica internazionale? E sui temi etici cosa ne pensa? Che idea ha della convivenza civile, delle parti sociali, dei corpi intermedi, degli attori politici e sociali di questo paese? Come è possibile che dopo una lunga ed estenuante campagna elettorale ci troviamo ora un presiedente del consiglio di cui non sappiamo nulla, a parte un lungo CV su cui già molti dubbi sono stati sollevati? È possibile che dopo la polemica verso i premier tecnici (quanto meno con un corsus honorum chiaro e conosciuto) ci troviamo ora un nuovo premier tecnico (checché se ne dica..) ma perfettamente sconosciuto? O pensiamo davvero che colui che è chiamato per legge a indirizzare le attività di governo del nostro paese sia un fattore secondario rispetto al programma che è stato siglato tra i partiti contraenti l’accordo?

Insomma, per farla breve: che garanzie abbiamo che il prof Conte, persona degnissima intendiamo, sia all’altezza del proprio compito? E in che direzione porterà questo paese? Non so.. spero di sbagliarmi ma ieri sera assistendo a queste prime dichiarazioni, ho avuto l’impressione di aver, mio malgrado, acquistato un biglietto per un film di cui non conosco il titolo, gli attori, la trama, il casting e nemmeno il genere… speriamo non si tratti di una tragedia…

 

Pensieri e Silenzi

tutta questione di sguardi

Talvolta è il nostro sguardo a fare la differenza, è il modo in cui guardiamo il mondo a determinare ciò che sta in fronte a noi.

Ogni situazione ci si presenta nella sua irripetibile ed irriducibile diversità, come qualcosa che mai afferreremo o comprenderemo a pieno. È il nostro sguardo a trasformare quella situazione, quella persona quell’evento in un problema o in una risorsa, in un tesoro da cui estrarre beni preziosi o una discarica in cui vediamo ammassati povertà e scarti.

Il nostro sguardo ha il potere di essere distaccato, giudicante, cinico, crudo e svalutante. I nostri occhi sanno vedere limiti e fragilità, mancanze ed insufficienze, con spietato realismo e con soddisfatto cinismo. Ci può essere quasi un intimo compiacimento nell’accorgersi che le cose non sono perfette, che la realtà è manchevole, quasi fosse la conferma della nostra disincantata impudenza. Questo sguardo ama creare distanze, istituire lontananze, reciproche indifferenze; si delizia nel costruire muri che definiscono un “noi” ed un “loro”, prediligendo confini, limiti e frontiere.

Ma il nostro sguardo sa essere anche coinvolto e partecipe. Ha il potere di abbracciare ciò che osserva, sentendolo, a suo modo, familiare, vicino, prossimo. Questo sguardo sa creare simpatia ed empatia per ciò che cade sotto i propri occhi; è capace di compromissione e di coinvolgimento. Percepisce un “noi” nelle cose, sente il mondo come qualcosa che mi interpella, e mi riguarda, come un progetto che mi vede protagonista, talvolta come attore principale, altre volte con un ruolo di co-primario, altre volte ancora come una comparsa. Ma mai spettatore indifferente e distratto.

Talvolta la differenza la fa proprio il punto di vista che scegliamo di assumere, la prospettiva che adottiamo nell’osservare le cose, gli occhiali che decidiamo di indossare nel rimirare quanto ci sta attorno. La differenza sta tutta in quella impercettibile distanza che esiste tra l’essere dentro o di fronte alla situazioni, in quel sottilissimo confine che separa il “noi” dal “loro”.

Parole d'autore

una pace quotidiana

«Parliamo quasi sempre di festa della pace, di marce della pace, di veglie della pace, di tavole rotonde sulla pace. Forse è arrivato il momento di capire che, oltre che di festa, dovremmo poter parlare di ferialità della pace. Invece che coniugarla sempre con le marce, dovremmo appaiarla un po’ con i percorsi quotidiani che, in linea ordinaria, sono scanditi su ritmi scarsamente eroici.

Al di là delle veglie, cariche di vibrazioni emotive e risonanti utopie, dovremmo prendere atto che la pace si costruisce anche nei sonnolenti meandri della storia e cresce anche nelle pieghe sotterranee dell’esistenza. E non è blasfemo affermare che, al di là dei velluti delle tavole rotonde, la pace si costruisce sul ruvido tavolo del falegname come sul desco del contadino. Sulla cattedra dell’insegnante come sulla scrivania dell’impiegato. Sullo scanno dello scolaro come sulla mensola della casalinga. Sullimpalcatura del metalmeccanico come su ogni banco impoetico dove si consumano le più oscure fatiche giornaliere.

E non è neanche fuori posto concludere che il vento della pace, più che i vertici occupati dai potenti, scuote le fertili bassure, abitate dagli anonimi valligiani.» (Tonino Bello)

Pensieri e Silenzi

giornate dolenti

Certe giornate scorrono lente, trascinate dallo scorrere del tempo, con inerzia e disimpegno. Non hanno uno scopo, non hanno un ardore che le muove, uno stimolo che le anima, non c’è slancio ed entusiasmo, ma solo un dolente succedersi di minuti ed ore, come una mesta processione del tempo.

Sono giornate in cui ci si lascia vivere, si accondiscende al procedere dei minuti, come ad una doverosa necessità, come un destino a cui non è possibile sottrarsi. Certe giornate sono così, chiuse in sé stesse, raggomitolate, come sterili conchiglie che non si aprono, che non lasciano dischiudere il loro prezioso contenuto.

Ad osservarle bene paiono giornate senza senso, tristi, mutilate del futuro, sfiorite prima ancora di sbocciare, frutti rinsecchiti dell’esistenza, nati acerbi e presto marciti. Certe giornate paiono come delle incomprensibili anomalie della tua vita: non si legano con quanto le precede e sembrano incapaci di generare un dopo. Sono sospensioni apatiche della vita, tempo in cui i tuoi desideri sono messi in pausa, nell’attesa di qualcosa che non sai bene cosa sia.

Ti chiedi il senso del loro esserci, del loro accadere nella tua vita; ti domandi il significato di questa loro insignificanza, come un ninnolo di bigiotteria da quattro soldi custodito tra preziosi gioielli. Per quanto ti possa sforzare un senso non lo trovi, un motivo nemmeno, tantomeno una giustificazione.

Certe giornate sono così, giornate da lasciarsi vivere, giornate da assecondare, giornate da accettare come un seme dell’esistenza che, forse, mai sboccerà, ma che resterà nella tua vita come un incompreso mistero.

Pensieri e Silenzi

bacio sulla fronte

Paul è un ragazzo arrivato in Italia non si sa come, non si sa perché; forse il perché è noto: in fuga da guerre, carestie e violenze. Ora, come molti altri, vive al residence che ospita tutti coloro che sono in attesa della protezione internazionale.

Ha uno sguardo vispo e due occhi brillanti che sorridono con naturale empatia. Vive una certa ritrosia e timidezza verso le persone, che guarda sempre con timore e riverenza. C’è una cosa che mi ha sempre incuriosito di Paul: gira con una collana del rosario attorno al collo. Nulla di ostentato, né tanto meno di appariscente o prezioso: una dozzinale collana di plastica bianca, i cui grani sono inanellati con una semplice corda. È singolare questa sua abitudine, quasi un vezzo che esibisce con serena normalità.

Lo osservo stamattina in treno, mentre scende alla sua stazione con la sua solita corona bianca in bella vista. All’inizio attribuivo questa particolare abitudine ai tratti della sua sensibilità religiosa e alle usanze della sua terra: gli africani hanno una particolare cura per gli oggetti che in qualche misura appellano il divino; la loro percezione del mistero della Vita è talmente “reale” e carnale da “inglobare” in tale mistero anche le “cose del mondo” che di esso sono riflesso o rimando. Tuttavia, ammirandolo stamattina sul treno, ho colto che c’era qualcosa di più, qualcosa che mi era sfuggito ad un primo e superficiale sguardo. C’è un senso di protezione che accompagna quella corona, l’invocazione e, allo stesso tempo, la consapevolezza di una Mano che protegge la sua vita e guida i suoi passi.

Per uno come Paul, giunto dall’altra parte del mondo senza alcuna tutela e garanzia, penso che quella corona da pochi centesimi dica molto e racconti qualcosa di essenziale. Essa mostra, in maniera discreta, semplice ma profonda, la fiducia nella Vita che è capace di custodire i suoi figli; tradisce la consapevolezza di un radicamento, di uno Sguardo Celeste che è costantemente rivolto alla sua vita, nonostante le traversie del cammino. Mi piace perché quella piccola collana attorno al collo esprime fiducia, invocazione, certezza e auspicio; dice la fede in una Mano che, in un modo misterioso ed imperscrutabile, sa custodire, proteggere, conservare e difendere.

Assomiglia tanto al bacio dato sulla fronte, che ogni madre dona al proprio figlio prima di uscire di casa al mattino: è la promessa di una presenza, l’augurio di cose buone, la certezza che esiste una casa a cui fare ritorno.

 

Storia e Tempi

pesi e misure

Non sopporto l’idea che la vita umana abbia pesi e misure diverse in base all’appartenenza etnica, alla fede religiosa o alla provenienza geografica. Né tanto meno trovo sopportabile il pensiero che se i morti sono nemici dei nostri amici allora il loro dramma è meno “drammatico”, come se passasse come un evento tra i tanti, un’amenità tra le numerose della vita.

Ieri in uno scontro drammatico ai confini dei territori palestinesi è avvenuta une vera e propria mattanza, nella quale hanno perso la vita più di sessanta persone con più di 2.700 feriti. Non mi interessa il colore della loro pelle né la nazionalità riportata sul loro passaporto: l’esercito di uno stato democratico ha sparato su gente che tirava sassi e che protestava per una assurdità diplomatica come lo spostamento di una capitale da una città all’altra senza un necessario negoziato.

Non voglio entrare nel merito della questione, non è questo né il tempo né il punto. Dico solo che se, in maniera simmetrica, ed altrettanto agghiacciante, un cittadino dello stato di Israele fosse stato oggetto di un attentato terroristico avremmo visto tutte i principali canali televisivi sospendere le trasmissioni, avremmo assistito ad un moto di indignazione planetaria, con interventi diplomatici ai più alti livelli un po’ da tutte le parti. E sarebbe stato giusto che tutto ciò succedesse perché questa è una guerra che sta facendo troppi morti da tutte le parti.

Mi sconvolge che di fronte ad una brutalità così immane abbiamo assistito ad una timida denuncia da parte della comunità internazionale, quasi fosse un atto dovuto a cui con poca convinzione occorre obbedire. Come a lasciare intendere che l’uccisione innocente di un israeliano sia qualcosa che merita il nostro sdegno mentre la morte di decine di palestinesi sia un fatto che appartiene alla triste normalità delle cose, come qualcosa a cui abbiamo fatto il callo, un po’ come l’afa d’estate e le nevicate d’inverno. È davvero drammatica questa disparità dei sentimenti, questo indegno elitarismo della sofferenza, in base alla quale il dolore ha prezzi e pesi diversi a secondo dalla carne che lo patisce.

Non mi arrendo all’idea che i nostri sentimenti siano sequestrati da questi pregiudizi emotivi che ci spingono a provare delle ingiustizie sentimentali talmente palesi. Occorre recuperare una sana ortopatia, ossia una corretta capacità di sentire. È tempo di rieducare, oltre alla testa, anche il nostro cuore: occorre saper vigilare su quello che prova, su quanto lo agita e lo com-muove affinché riesca a muovere le nostre azioni verso una mite giustizia.