Pensieri e Silenzi

un mondo “altro”

Esiste un altro mondo all’interno del nostro mondo, un’altra città dentro le case e le strade della nostra città. È quasi un mondo a sé, un po’ dimenticato, un po’ rimosso, dove i ritmi di vita, lo stile ed i valori che valgono “fuori” lì “dentro” perdono di significato e di consistenza. Quando varchi le porta di questa città nella città, quando ne attraversi le mura, ti accorgi che sei entrato in un “altrove” che dà come un senso di straniamento. Ti ritrovi, tuo malgrado, in una terra straniera, in un luogo austero e sobrio, dove i gesti, le parole e gli eventi assumono un coesistenza diversa da come sei abituato. Questi mondi-a-parte sono gli ospedali, luoghi di malattia e di sofferenza, di cura e di guarigione, dove abita un singolare umanità dolorante che viene come strappata bruscamente al procedere “normale” della vita e lì segregata in quella strana bolla esistenziale che cade sotto il nome di “degenza”.

Quando oltrepassi il confine di un ospedale, percepisci come una sensazione di nudità: quelle difese che nel mondo esterno ti riparavano, ti identificavano e definivano la tua identità, immediatamente cadono, si sciolgono come neve al sole. Il tuo lavoro, le tue conoscenze, la tua reputazione, così come la tua ricchezza ed i tuoi beni che “fuori” partecipano alla definizione di chi sei, cosa fai e quanto vali, ebbene tutte queste cose lì “dentro” non servono, sono moneta che non puoi scambiare né trafficare. La valuta che circola in quell’ambiente è ben diversa da quella che tieni nel portafoglio, lì valgono altre regole, altre norme di comportamento, altri stili. È come se le persone che ci dimorano tra quelle mura valutassero il mondo da un punto di vista completamente diverso, secondo una scala di valori che non ti appartiene e che fatichi a capire. I sogni e le aspettative che si vivono “fuori” non hanno diritto di cittadinanza in quel posto, di quelle ambizioni e pretese lì la gente non sa che farsene. I suoi abitanti ambiscono a cose molto più semplici ed elementari, cose talmente basilari e radicali che noi, gente del mondo, ce ne scordiamo facilmente: “dentro” si cerca la salute, una guarigione, un poco di benessere. Ed insieme a queste cose “pesanti” una serie di cose più “leggere”: una parola di conforto, uno sguardo di incoraggiamento, un tocco di vicinanza, un gesto di solidarietà e di comprensione. Tutte queste cose, ampiamente sottovalutate nel “fuori” della vita, lì trovano una loro singolare dimensione, un peso straordinario, una solidità inaudita.

In fondo dentro quella strana città nessuno cerca di avere di più… ai suoi abitanti basta non perdere quello che si ha e che si è. Aspirano solo a quello: a riaversi, a riprendersi tra le mani, a vedersi restituire la propria vita così come l’avevano lasciata prima di varcarne le porte.

Forse è proprio questa la singolare forza e ricchezza di attraversare, anche solo per qualche ora, un ospedale: è la possibilità di sperimentare quella “normalità” della vita nascosta sotto i mille affanni e preoccupazioni che ricoprono come polvere le nostre giornate, è ritornare alle cose tanti semplici da diventare banali e scontate, è riappropriarsi delle consapevolezza di chi siamo al di là e nonostante le mille distrazioni a cui la vita ci abitua.

Parole d'autore

a testa in sù

Esseri che guardano il cielo. Venerdì notte milioni di persone in tutto il mondo hanno alzato gli occhi verso il prodigio naturale: l’arrossamento e l’eclissi della Luna. E le nostre colline, crinali, piazzole, campi, spiagge e luoghi oscuri si sono animati di gente con gli occhi verso l’alto.

Possiamo definire gli uomini del nostro tempo in tanti modi: confusi, globalizzati, migranti, meticci, scettici, impauriti. Oppure, come fan sociologi e economisti, dividerli in ricchi, poveri o così così. O come fanno certe religioni in fedeli e infedeli, in devoti e no. Ma forse la descrizione migliore di quel che siamo è quella vista l’altra sera: esseri che guardano il cielo.
Nella stessa postura umana, eretta e con un’incredibile possibilità di movimenti del collo, gli antropologi e gli artisti hanno ravvisato, a differenze di altre specie animali, il segno di una disposizione a osservare il cielo, contemplare. E se giustamente il modello darwiniano può darci alcune risposte sullo sviluppo fisico, su queste tendenze dell’animo a commuoversi per qualcosa di grande gli scienziati possono dire poco. Noi esseri che guardiamo il cielo lo facciamo da sempre. Lo si fa per scrutare le stelle durante un viaggio, sperduti su alture o tra le onde del mare.

Siamo esseri strani, a volte abbiamo guardato in cielo la direzione del volo degli uccelli per interpretare auspici e previsioni su ogni tipo di cose, guerre o fenomeni atmosferici. Oppure abbiamo guardato il cielo (lo faremo ancora tra pochi giorni) per sorprendere il segno di una stella cadente come invito a esprimere i desideri profondi e segreti del cuore.
Abbiamo, per millenni e ancora oggi, guardato il cielo cercando configurazioni astrali che dessero ragione di certe caratteristiche ai nuovi nati, a seconda della posizione al momento della nascita. Abbiamo guardato al cielo prima di tirare un rigore importante, o prima di entrare a sentire il responso di un esame o di un’analisi ospedaliera. Alziamo gli occhi al cielo quando con un figlio non sappiamo più da che parte prenderlo. E come l’antico salmista a volte alziamo gli occhi al cielo con una domanda che spacca il cuore dinanzi alle prove della vita: «Da dove mi verrà l’aiuto?».

Forse tra i milioni di persone che ieri tra telescopi portatili, macchine fotografiche, birre, sbaciucchiamenti, battute e improvvisate lezioni di astronomia, hanno osservato il prodigio a testa in su, non molti pensavano ai versi di Leopardi – «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ silenziosa luna»… – o di altri poeti. Eppure questa strana domanda, apparentemente bizzarra perché chiede una risposta a un essere definendolo silenzioso, segna la nostra mente. Ed è dentro la curiosità che fa alzare gli occhi, per quanto confusamente.

Infatti non è certo una curiosità di natura scientifica che ha mosso ieri le folle. Ma il desiderio di assistere a una grande scena, il cui potere ci sovrasta e ci fa sentire parte di un luogo misterioso, vastissimo, potente. In cui abitare umanamente, cioè con curiosità umile e con domande vive, profonde. Domande che fanno alzare gli occhi al cielo. Come quella espressa dal grande poeta italiano, certe domande sembrano “assurde”, ma sono reali, presenti, e premono nella vita. Forse più che assurde sono inevitabili, radicate nel nostro essere, che risulterebbe infatti incomprensibile se non le considerasse.

Sì, saremmo del tutto incomprensibili se non alzassimo più gli occhi al cielo, come a una patria misteriosa da cui arrivano segni, notizie alla nostra misteriosa vita.” (Davide Rondoni)

Storia e Tempi

tutto dipende da che parte guardi il mondo

Ci sono due modi per leggere il fenomeno degli sbarchi, possiamo gettare due diversi sguardi su quanto accadde. Non dico che siano necessariamente due punti di vista alternativi ma sicuramente diversi: essi esprimono preoccupazioni e valori non esattamente collimanti. Se volessimo semplificare, potremmo dire che il primo conta il numero degli sbarchi, il secondo il numero dei morti.

Il primo assume il punto di vista degli ospitanti e calcola “quale impatto” viene creato a coloro che abitano la terra di destinazione; il secondo assume il punto di vista di chi parte, di chi lascia la propria terra per iniziare un viaggio pericoloso e crudele, sottoponendosi a pene inimmaginabili.

Certo, in un mondo ideale tutti auspicheremmo che questi due indicatori diminuissero insieme. Ma, ahimè, dato che il mondo ideale è spesso solo un sogno, talvolta la realtà ci chiede di scegliere le nostra priorità, decidere a quale indicatore dobbiamo dare la precedenza, quale dei due costituisce un imperativo etico ineludibile. Badate: dalla scelta del punto di vista che scegliamo di assumere deriva, volenti o nolenti, un diverso senso di civiltà, un differente il valore di cultura ed il peso che attribuiamo alla nostra convivenza. È una linea sottile quella che separa questi due orizzonti, un confine labile che però segna, in modo profondo, quale umanità vogliamo abitare, che uomini vogliamo essere e che persone sognamo di diventare.

Ebbene, c’è un dato che si impone alla nostra attenzione, anche se poco pubblicizzato dei media. Se è vero che il numero degli sbarchi è drasticamente calato nel 2018, è altrettanto vero che il numero dei morti in mare è in decisa crescita, sia in termini assoluti che relativi. Il numero di coloro che sono partiti sulla rotta mediterranea è passato da 105 mila a 30 mila nel primo semestre 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017. Coloro che poi sono effettivamente sbarcati da 95 mila a 18 mila. Tuttavia i morti durante la traversata sono passati dal 2,1 al 3,4% nei due periodi di riferimento. Anche in termini assoluti il valore è in crescita: a giugno 2017 erano morte 529 persone contro le 561 dello stesso mese del 2018. A luglio il dato parziale è 68 del 2017 contro 153 nel 2018. Insomma, parte meno gente ma ne muore molta di più. I dati della ACNUR spiegano che nel 2017 moriva, durante l’attraversata, 1 persona su 39, quest’anno a giugno 1 su 7.

Dunque, il punto è: la situazione è migliorata o peggiorata? Come sempre dipende dal punto di vista da cui scegliamo di leggere il mondo. Se siamo interessati prima di tutto alla sicurezza e alla tranquillità del paese ospitante, questi dati non possono che essere incoraggianti. Se abbiamo a cuore il valore della vita umana, è evidente che la situazione sta diventando drammatica.

Temo che in fondo il problema sia tutto qui, nella sua cruda semplicità: si tratta di decidere da che parte stare, con chi schierarsi. Se ci interessano quanto diminuiscono gli arrivi o quanto si riduce il numero dei morti.

Nessuno di noi potrà dire che non sapeva o che era all’oscuro di quanto sta accadendo. Ormai i giornali, la TV ed internet ci informano su tutto e l’ignoranza, voluta e subita, è un fatto colpevole.

Sicché non è più possibile nascondere la testa sotto terra o voltare dall’altra parte lo sguardo. Occorre scegliere: se essere complici o dissidenti, se assecondare quanto sta accadendo o denunciare lo scandalo di un crisi di umanità.
A noi la scelta.

Pensieri e Silenzi

nonni perditempo…

Che perditempo i nonni! Sempre a bighellonare insieme ai nipoti, perdendo il senso del tempo e delle cose da fare.

Arrivo questa mattina in stazione per prendere il treno e mi accolgono due bambine (avranno avuto 7 o 8 anni) insieme al nonno. Sono venute in stazione per vedere i treni passare. Entrambe stanno mano nella mano con il nonno che non le lascia nemmeno per un secondo, tutti a debita distanza dalla riga gialla di sicurezza. Scrutano da lontano i binari in attesa di un treno di passaggio.

Il nonno è un uomo grassottello, calzoncini corti ed un sorriso bonario e simpatico. Le due bimbe, vestitino leggero estivo, gli stanno accanto con uno sguardo adorante e pendendo letteralmente dalle sua labbra. Ogni tanto il vecchio dà loro qualche istruzione o spiegazione e le ammonisce a fare attenzione per evitare spiacevoli incidenti. Si siedono poi sulla panchina del binario: l’anziano si mette in braccio la più piccola mentre la grandicella si siede accanto a lui, il tutto in mezzo ad uno sciame di pendolari in attesa del treno per andare al lavoro.

Che invidia per quell’uomo! Sta li seduto a non fare nulla, accudendo i propri nipoti, senza lasciarsi trasportare dalla frenesia che anima la stazione di prima mattina. Quell’uomo, insieme alle due bambine, perde il senso del tempo, lascia che fluisca senza alcuna ossessione di controllo e di misura. Sta lì, seduto insieme alle sua nipotine ad aspettare che un treno passi e gli scompigli i pochi capelli bianchi rimasti in testa e agiti il vestitino colorato delle bimbe.

Già che essere nonno ti porta forse a vivere il tempo in modo diverso, soprattutto se le ore sono riempite dalla presenza dei nipoti. I nonni hanno passato una vita a correre da una parte all’altra, tra lavoro, famiglia, figli, impegni e scadenze ed ora si concedono il lusso di “perdere” così generosamente il proprio tempo. Forse il procedere nella vecchiaia avrebbe suggerito un uso più utile e produttivo del proprio tempo, giacché se ne ha a disposizione sempre meno. Ed invece no.

Forse le lunghe corse alle spalle hanno loro insegnato che tutto questo correre non li porta da nessuna parte. Forse arriva un momento che occorre fermarsi e vivere, godersi il passare del tempo, assaporare la presenza delle persone, stando lì, senza obblighi o impegni, non facendo nulla.

Forse diventare nonno ti porta in dono un gusto molto particolare: quello di lasciare che il mondo ti corra attorno con frenesia e ansia, sapendolo osservare con sereno distacco ed intima pace. In fondo ti basta poco: una panchina, l’affetto di due nipotine ed un treno che ti passa veloce davanti, portando via quello che resta di amare delusioni giovanili.

Storia e Tempi

l’onore dei sopravvissuti è sopravvivere

C’è un vecchio adagio che recita che alla fine nasciamo tutti belli e moriamo tutti santi.. anche Marchionne non fa eccezione a questa ferrea regola e sui giornali è già iniziato un elogio, spesso a metà strada tra lo stucchevole ed il retorico. Le qualità dell’uomo, indipendentemente dal giudizio che possiamo dare sul suo operato come imprenditore, sono indubbie, così come i risultati industriali raggiunti (anche qui, senza voler esprimere un giudizio di valore). L’impatto che il suo operato ha avuto non solo sul gruppo industriale che ha guidato, ma, per riflesso, su sistema Paese e sulle relazioni industriali è davvero stupefacente. Chi ha un po’ di memoria, si ricorda che quando divenne AD di FIAT, la casa automobilistica torinese era data sulla soglia del fallimento, un “ferro vecchio” del Novecento non più competitivo nel nuovo contesto globalizzato; insomma un pezzo da museo, bello per farci qualche ricostruzione storica ma assolutamente inadeguato a fare business nel terzo millennio. Checché se ne dica, Marchionne è riuscito a rilanciare il gruppo, offrendogli non solo un futuro a cui guardare, ma pure un’apprezzabile collocazione di mercato. Ma non era di questo che volevo scrivere: lascio ad altri più preparati la valutazione delle scelte economiche compiute.

C’è invece un aspetto che trovo interessante e sul quale vale la pena spendere due parole. Mi ha sempre affascinato lo sguardo di Marchionne sul futuro: badate, è una cosa rara e denota una forte capacità di visione e progettualità.

Il futuro ci può spaventare o stimolare, essere una minaccia o una opportunità, un rischio o una sfida. Tutto dipende dallo sguardo che maturiamo sul domani, sul tempo che deve venire e sulle sfide che esso inevitabilmente porta con sé. I tempi attuali poi rendono questo sguardo qualcosa di problematico e faticoso: la complessità e la indecifrabilità dei tempi che viviamo spingono i più (basta leggere due pagine di giornale) ad assumere un giudizio scettico e depresso sul futuro, un atteggiamento remissivo e sempre più rivolto al passato, quando “si stava meglio”, quando le cose erano (forse) più semplici e comprensibili. La tentazione a rinchiudersi in schemi vecchi, benché consolidati, è fortissima, così come la nostalgia per rimpiangere ciò che non è più. Fateci caso: molti dei politici e dei leader attuali vivono con gli occhi al passato, usando ricette vecchie e superate. Lo sanno anche loro che certe cose non funzionano più ma faticano ad individuarne delle alternative sicché ci si accontenta con quello che si ha.

Una cosa che ho apprezzato invece di Marchionne è stata la sua capacità di pensare “fuori dagli schemi”, di rompere l’ovvio, quello che si è sempre fatto, ed immaginare quello che potrebbe accadere di nuovo. L’alleanza internazionale con Chrysler e la scelta di giocare in un mondo globalizzato era forse quanto di più distante c’era per la cultura industriale di FIAT, cresciuta nel contesto protetto del Bel Paese, tra sovvenzioni pubbliche e rottamazioni di stato. Guardate che servono grandi uomini per pensare cose nuove: la maggior parte di noi ripete a pappagallo parole altrui; solo pochi sanno dire parole nuove, generare pensieri innovativi, spezzare le catene dell’ovvio che ci tengono imprigionati nell’oggi.

Quanto il nostro Paese avrebbe bisogno di uomini così, pronti a sfidare il futuro, a cavalcare l’onda del domani, senza paure, senza chiusure, avendo il coraggio e l’ardore di navigare in mare aperto e di lasciare il piccolo cabotaggio vicino alla riva! Giusto per fare qualche esempio: pensate a quanto il dossier Alitalia ed Ilva avrebbero bisogno di persone che sanno sfidare il futuro con visioni innovative ed inedite!

Ma anche nella nostra piccola storia personale: quante volte ci accontentiamo di parafrasare quanto altri hanno già detto, di mimare quanto altri hanno già fatto, per paura o pigrizia, per conservazione o rinuncia? Quanto ci rassicura giocare la partita che abbiamo sempre giocato, di cui conosciamo a memoria le regole, i trucchi ed i rischi.. quanto ci destabilizza adeguarci a contesti nuovi, inediti per noi e per gli altri, che ci forzano ad adottare stili innovativi, pensieri alternativi, atteggiamenti inconsueti…Che ci piaccia o no, viviamo tutti un momento di transizione, un epoca di passaggio, tempi di cambiamento… possiamo fuggire o restare, vivere o sopravvivere… per usare le parole stesse di Marchionne “Non possiamo mai dire: le cose vanno bene. Semmai: le cose non vanno male. Dobbiamo essere paranoici. Il percorso è difficilissimo. Siamo dei sopravvissuti e l’onore dei sopravvissuti è sopravvivere.

Storia e Tempi

le cose cambiano…

Avete notato come il codice morale della politica sia gradualmente ma radicalmente cambiato? Ciò che prima era “scandaloso” ora diviene “normale”, quanto prima era “eversivo” ora è diventato “ordinaria prassi istituzionale”… miracoli della nuova era politica…

Prima sì saliva sui tetti del parlamento se i presidenti delle camere venivano eletti a maggioranza; ora la stessa dinamica la si finisce “dialogo istituzionale”. Prima gli accordi fatti dopo le lezioni erano “inciuci”; ora sono diventati “contratti di governo”. Prima un presidente del consiglio non eletto (immagino in Parlamento giacche da noi la Costituzione non prevede l’elezione diretta del premier) era un vulnus alla democrazia; ora no, è semplice rispetto di una prerogativa parlamentare.

Ricordate le urla e gli strilli di fronte ad un ministro indagato o semplicemente citato in qualche fascicolo di indagine? Ora tutto questo senso profondo della giustizia non è più necessario e di fronte a qualche ministro finito nei radar dei pm si può serenamente chiudere gli occhi.

E che dire delle dirette streaming per le trattative di governo? Quell’ “apriremo il Parlamento come una scatola di tonno?” Anche qui nulla, tutto superato, tutto archiviato come una prassi non più necessaria… E i tanto diffamati condoni fiscali? Anche questi passati di moda: ora si chiamano “pace fiscale” e godono di uno status morale assai diverso…

E chi dimentica i famosissimi voucher-lavoro, fonte di tutti i mali, causa della precarietà delle giovani generazioni, male assoluto da combattere senza se e senza ma? Ora verranno reintrodotti per alcuni settori (agricoltura, turismo e pubblica amministrazione) e poco importa dei giudizi espressi appena pochi mesi fa…

E pensa cosa sarebbe successo se un ministro avesse assunto una sua conoscente al ministero? Apriti cielo! Fortunatamente questa rigidità è stata superata e la cosa oggi appare assai meno scandalosa… O quale rivolta di popolo sarebbe successa se un partito fosse stato condannato, per uso illecito di soldi pubblici, a restituire 50 milioni di euro? Come minimo ci si sarebbe incatenati in piazza Montecitorio per protesta… Ora i tempi sono cambiati e anche le sentenze hanno un peso decisamente diverso…

E volendo si potrebbe continuare… ma era solo per dire con i tempi cambiano, i valori pure e anche la giustizia e la morale risentono di questa nuova aria che tira… d’’altra parte, amici miei,  qui ogni giorno si fa la storia e non c’è più tempo per stare dietro a questi piccoli dettagli di bassa lega…

Affetti e Legami

uno nella folla

Viviamo insieme a tantissime persone, una nuvola di gente ci circonda in ogni momento della giornata: per strada, in ufficio, sui mezzi pubblici, nei locali, ovunque. Anche in vacanza la cosa non va diversamente: in spiaggia o nei luoghi di villeggiatura, sui sentieri di montagna o nella città di cultura… quanta gente! Eppure molto spesso questi contatti sono talmente fugaci e superficiali che non lasciano il minimo segno. Sono legami epidermici, spesso funzionali a quello che stiamo facendo… diciamo “interessati”, senza voler dare una accezione necessariamente negativa a questo termine. Ma quante delle persone che incontriamo tutti i giorni possiamo dire di conoscere veramente? E da quante ci facciamo conoscere in profondità? Penso davvero poche, forse le possiamo contare, se va bene, sulle dita di una mano.

Sarà forse per questa “ordinarietà” di contatti effimeri che provo sempre una grande meraviglia per quei rari casi in cui con quella particolare persona le cose vanno, stranamente, in modo diverso. Succede.. raramente ma succede… sono quelle persone che “entrano” nella tua vita un po’ in tutti i sensi: non solo fisicamente ma anche emotivamente, sentimentalmente, direi quasi spiritualmente. Sono coloro verso cui provi delle singolari assonanze, delle risonanze esistenziali che non ti saresti aspettato e proprio per questo sorprendenti.

Per quanto la parola, offerta e scambiata, sia un ottimo veicolo per uscire dalla solitudine esistenziale, penso che non sia il parlarsi il segreto di questa intima comunione. Voglio dire che non sono le mille parole che vi siete dette che rendono qualcuno una persona talmente vicina da diventare intima…no, secondo me non funziona così. C’è qualcosa di più, di più profondo, anche di più misterioso ed ineffabile.. sì perché talvolta con queste “strane” persone non servono neanche le parole, sono oggetti superflui e ridondanti, come se si attivasse una sorta di connessione celebrale ed empatica che scavalca la mediazione razionale dei pensieri. Vi capite, non sapete come né perché… comprendete l’interiorità dell’altro, quello che prova, quanto sta vivendo, senza il bisogno di una condivisione attiva…

Trovo straordinario tutto questo, perché gli sforzi che fai per dire qualcosa del tuo mondo interiore con molti amici, pare che con questi particolari individui siano sforzi sprecati. Non perché inefficaci per esattamente per il motivo opposto: non serve impegno né sacrificio.. la sintonia si crea con naturalezza e spontaneità.

Ho imparato a riconoscere queste assonanze elettive dall’uso delle parole: comprendi che si è attivato un “canale preferenziale” quando l’amico usa quella termine che “ti” fa vibrare e “lo” fa vibrare.. inspiegabilmente all’unisono. Proprio quella parola che avresti usato anche tu, quella sfumatura che senti come tua, come se appartenesse intimamente alla tua vita, anche se espressa dall’altra persona.

Ecco, forse accade proprio questo: con la maggior parte delle persone la parola “crea” l’incontro; con poche altre l’incontro è già avvenuto prima e la parola non può fare altro che testimoniare e celebrare qualcosa che l’ha preceduta e trasfigurata.

Parole d'autore

la felicità accade…

“Grace non aveva mezzi termini, cosa che, secondo Isabel, dipendeva dal fatto che era cresciuta in un piccolo appartamento oltre Cowgate, dove non c’era altro da fare che lavorare e la gente diceva pane al pane.

Isabel era ben consapevole di come fossero diverse le esperienze di Grace delle sue. Lei aveva goduto di ogni privilegio, con molteplici possibilità distruzione, mentre Grace si era dovuta accontentare di quel che passava una scuola sovraffollata e anonima. A volte le pareva che la sua formazione le avesse portato solo dubbi e incertezze, mentre Grace era rimasta salda ai valori della vecchia Edimburgo. Lì non c’era spazio per dubbi. E allora, si chiedeva Isabel, chi è più felice: chi è consapevole e ha dei dubbi o chi è sicuro delle sue certezze e non le mette mai in discussione?

La risposta che si era data era che la felicità non c’entrava niente. La felicità era qualcosa che, come la pioggia o il sole, capitava, a seconda del carattere di ciascuno.” (Alexander McCall Smith, IL CLUB DEI FILOSOFI DILETTANTI)

Affetti e Legami

quanti volti ha l’amore?

Ma quante facce ha l’amore? Dieci, cento, mille, forse infinite, tante quante sono i volti di coloro che si lasciano sedurre dal suo invito, che si lasciano trafiggere dalla sua voce e ammagliare dal suo seducente fascino.

Anche in spiaggia ne puoi scorgere i tratti e riconosce la presenza, nei corpi nudi ed abbronzati di quanti si fanno accarezzare dal sole e coccolare dal mare. Tipo la giovane coppia alla mia sinistra: lui corpo imponente, testa pelata e barba curata ed un sorriso bonario; lei grandi occhiali da sole e capelli raccolti un po’, alla bene meglio, sopra la nuca; ed infine lui, piccolo frutto del loro amore, occhietti vispi e corpicino paffutello, come solo un neonato può essere. È affascinante seguire i loro gesti di cura e di amore vicendevole. C’è una premura costante nei loro movimenti, un agitarsi dolce e pacato: una veloce poppata, poi il cambio del pannolino, un bagnetto nella piscina gonfiabile, un panno per asciugare il sudore ed un tovagliolo per togliere quel piccolo filo di saliva che scendeva dalla bocca. Chissà che vacanze tranquille avranno fatto i due fino all’anno scorso, magari sdraiati sotto qualche sole esotico. Ed ora qui, sempre affaccendati, senza un attimo di tregua, in un sistemare, curare ed accudire come solo una giovane mamma e papà possono fare.

Basta voltarsi di poco e la scena cambia ma non la musica né tantomeno la melodia. Due giovani fidanzati, romani direi dell’accento. Lui corporatura asciutta e occhi azzurrissimi, capelli un po’ arruffati ed una barba un poco incolta; lei fisico esile, una carnagione chiara segnata da macchie di tatuaggi di diversa forma e colore. Deve essere una passione reciproca poiché anche il ragazzo ne ha di diversi sul corpo: sono frasi, immagini e simboli, ad essere sinceri, dalla fattura un po’ pacchiana. Ma anche qui vedi la stessa delicatezza, la stessa premura e attenzione. Lo noti dal modo gentile con cui lui le spalma la crema sulla schiena, da quell’insetto allontanato con cura dal corpo dell’amata, da quello sguardo tenero che i due si scambiano e quegli occhi azzurri che ammirano estasiati la sorgente della propria gioia.

Quante facce ha l’amore? Quanti volti sai illuminare, quanti sguardi sa trasfigurare? Forse dieci, forse cento, forse mille… Forse siamo tutti piccole stelle inchiodate sulla volta celeste: ciascuno di noi ha la propria storia,  una propria posizione nel cielo stellato, un nome ed una galassia di appartenenza… ma brilliamo tutti di una sola Luce, deboli riflessi di luminescenze ancestrali.

Pensieri e Silenzi

davvero fortunato!

Oggi la giornata non è granché: grossi nuvoloni coprono la terra ed il mare sicché la spiaggia è pressoché deserta. Possiamo scegliere il posto che più ci aggrada e sistemare le nostre cose in libertà, senza dover spartire lo spazio con altri né negoziare un metro di sabbia in più.

Questa “solitudine” porta con sé un inevitabile silenzio: ci sono momenti in cui senti solo il frangersi dolce delle onde sulla riva ed il gracchio ritmico e costante delle cicale nella pineta alle nostre spalle. Nient’altro. Confesso che ero tentato di accendere la radio per rompere questo silenzio “assordante” ma il buon senso ha fortunatamente prevalso e l’assenza di suoni ha avuto la meglio.

È proprio in questo “strano” ed inusuale silenzio che mi passa sotto gli occhi la frase del Salmo 83 “Beato chi abita la tua casa!” Se leggete con attenzione ed un poco tra le righe, il salmo gioca un po’ con questo “equivoco” di fondo: di quale casa sta parlando il salmista? Quale casa egli sta ammirando? La casa del santuario di Gerusalemme o la casa della creazione, dove “anche il passero trova la casa, la rondine il nido” ? O forse parla di entrambi, giacché l’uno rimanda all’altro e viceversa? Chi è dunque beato? Colui che abita il tempio di Sion o colui che abita la terra, il cosmo e tutto il creato?

Forse lo spettacolo della natura che mi circonda, il sussurro del vento, lo sciabordio delle acque, il profumo delle erbe, quella brezza fresca a leggera che mi accarezza la pelle, forse tutto questo sono i ministri della Liturgia del Cosmo, i cantori della Gloria della Casa di Dio, i suoi munifici sacerdoti… Forse il mare vasto ed azzurro è il Suo altare, il cielo sconfinato il Suo tabernacolo, la terra feconda l’atrio delle Sue stanze..

Forse allora io sono colui che è “beato”, perché posso dimorare nella casa di Dio, perché posso abitare un “dove” con fiducia e speranza, luogo affidabile e propizio, terra ordinata e feconda. Forse allora ogni uomo è “fortunato” nella misura in cui sa riconoscere che l’habitat che egli vive è anzitutto Casa, luogo solido e stabile, terra vivibile, non ostile o minacciosa, ma fidata e quindi affidabile.

C’è una forza salda e permanente che abita le cose, che le sostiene nell’essere, che impedisce loro di diventare cose effimere e volatili. È quella forza che garantisce la permanenza dell’essere, che consente al tutto di “stare” nonostante il fluire del tempo.

È quella forza che il salmista ammira nelle possenti mura del tempio, nella sua struttura maestosa e possente. È quella stessa forza che occhi sensibili ed innamorati sanno intravedere in quella straordinaria Liturgia che risuona nelle cose di questo mondo, nella bellezza del creato, nella magnificenza dell’essere.