Pensieri e Silenzi

una candela accesa

C’è un gesto che le persone soprattutto un po’ in là con gli anni amano fare,  specialmente in momenti difficili della vita: accendere una candela, davanti ad una statua di un santo, ad un’icona, un’immagine o un altare.

È un gesto che chi di noi non è più giovanissimo ha visto compiere dei propri nonni e che magari è stato invitato a ripetere. È  un gesto che un certo razionalismo un po’ ingenuo e superficiale ha liquidato come frutto di una devozione sorpassata, legata a tempi pre-moderni, quasi un atto scaramantico o superstizioso. Insomma, qualcosa da abbandonare quando si raggiunge la “maggiore età della ragione” e quando una certa visione infantile del mondo deve essere necessariamente abbandonata.

Eppure, se avessimo la cura di leggere sotto la superficie, quel gesto semplice custodisce qualcosa di non banale, qualcosa di profondo e di prezioso.

Accendere un cero è un gesto delle mani, un’azione del corpo, nel quale si articola un atto di presa, di manipolazione e di consegna.

C’è un corpo che si muove verso una direzione, che elegge un posto come propizio ed adeguato, giacché non accendiamo ceri in qualunque luogo ed occasione. Occorre la decisione della mente e della volontà per raggiungere quel luogo che, solo, saprà “dare spazio” a quel gesto.

Vi è poi una mano che afferra e che prende un “oggetto del mondo”, una piccola candela o un cero, e lo riconosce non come “una cosa tra le cose”, ma come qualcosa che è in grado di custodire un valore simbolico ed un significato speciale. Quella candela viene sottoposta ad un’operazione che è destinata a cambiare la sua natura: il gesto dell’accensione dello stoppino. La nostra presa non lascia le cose come stanno, ma le trasforma, forse sarebbe meglio dire le trasfigura. Da un pezzo di cera inerte ad un pezzo di cera ardente, destinato a consumarsi e quindi a finire. Ecco quindi che quella “cosa”, divenuta ora un “simbolo”,  è pronta per essere consegnata, riposta davanti ad un “oggetto” che evidentemente è richiamo ad altro, o forse è meglio ad Altro.

Ma è solo in quel momento che avviene il vero “atto di culto”:  solo dopo aver afferrato, trasformato e consegnato quella candela, ciascuno di noi può vivere una sorta di “identificazione” verso quel cero ardente, dando così completo complimento a quel gesto di simbolizzazione. Quel cero sono io, mi rappresenta, sta qui davanti all’altare in mia vece, parlando di me e riferendosi a me.

Nonostante le molte candele accese tra cui la ripongo, la mia candela è unica, perché è frutto di una presa, di una trasformazione, di una consegna e di una identificazione assolutamente personali ed originali. È proprio attraverso questo rito, compiuto in obbedienza ad una successione precisa di atti, che la preghiera diviene atto pienamente umano: non solo pensiero, intenzione o intima convinzione. Quel gesto, forse banale, forse superato, condensa molto di più: c’è la mente, la volontà, ci sono il corpo e le mani, c’è una presenza voluta e ricercata, c’è l’elezione di uno spazio e di un tempo propizio, c’è un’esperienza di simbolizzazione e di identificazione, c’è un atto di affidamento personale e sincero, c’è un modo di guardare al mondo capace di trasfigurare la materialità delle cose.

Forse è così che la fede diviene vita, è grazie al “gesto” (e a questo gesto) che la fiducia nella Vita si rende presente: quella cera che arde dice molto, anzi dice “di più”. Essa sussurra dolcemente, come solo le vere preghiere sanno fare, “io sono qua, sono davanti a te, e ci sarò anche quando me ne andrò, perché quella fiammella che arde ti ricorderà sempre la mia presenza”.

Storia e Tempi

un bambino è un bambino

Ieri sera mi è capitata sotto gli occhi questa notizia che ha davvero dell’incredibile: “Si toglie la vita a 9 anni perché vittima di bullismo: aveva confessato ai compagni di essere gay”.

Leggo su corriere.it: “Si è tolto la vita dopo quattro giorni di atti di bullismo e omofobia subiti nella scuola che frequentava a Denver, in Colorado. Protagonista un bambino di 9 anni, J. M., e a raccontare la storia è stata la madre, Leia Pierce, in un’intervista all’emittente televisiva KDVR-TV. La donna ha raccontato che il figlio le aveva rivelato di essere gay durante l’estate e ha spiegato che era intenzione del piccolo spiegarlo anche ai compagni di classe al ritorno a scuola, perché si diceva «orgoglioso del proprio orientamento sessuale». J. era tornato sui banchi lunedì 20 agosto alla scuola elementare Joe Shoemaker di Denver, dove frequentava il quarto anno. (…) La madre ricorda che J. le era sembrato spaventato quando le aveva confessato la propria omosessualità, ma anche confortato dal fatto che la madre gli avesse assicurato di volergli bene come sempre.”

L’articolo giustamente racconta il dramma della madre e dei compagni di scuola all’apprendere la notizia, il dolore di cui è stata partecipe l’intera comunità, condannando il bullismo ed i pregiudizi che hanno portato una persona fragile come un bimbo al sudicio, deplorando quei sentimenti omofobici che attraversano ancora le nostre società. Non si può che provare compassione per questa tragedia e concordare con il giudizio duro del giornalista.

Ma, ad essere sincero, a me ha sconvolto un’altra cosa: il fatto che sia stato accettato come “normale” che un bimbo di 9 anni dichiarasse la propria omosessualità e facesse outing con i compagni di classe. Non mi interessa qui affrontare il discorso se l’omosessualità debba essere accettata o curata, se sia un fatto biologico o legato alle esperienze vissute o una combinazione delle due motivazioni.

Quello che trovo inquietante è che un bambino di nove anni debba affrontare una tale situazione, che possa esprimere una qualche consapevolezza circa propria identità sessuale, in una età (oltretutto definita di “latenza”) in cui nessun bimbo, omossessuale o eterosessuale, ha la percezione di chi è né di che indirizzo sessuale vive.

Un bambino di nove anni è solo un bambino, senza alcun altro aggettivo, senza altra specificazione, senza altra determinazione né indirizzo. Un bambino che è chiamato a vivere la propria vita con la maturità che la sua vita gli concede, con la spontaneità e l’immediatezza che la giovane età gli regala.

Come possiamo permettere ai nostri figli di scalare montagne con le poche forze in loro possesso? In che società viviamo se non siamo nemmeno capaci di proteggere i nostri piccoli, di preservarli dagli angosciosi problemi che viviamo come adulti, permettendo a loro di essere semplicemente bambini? Come è possibile che un bimbo di nove anni debba affrontare il problema della propria identità sessuale in relazione ad una società che genera pressioni, condizionamenti, esclusioni o rifiuti?

Non mi permetto di esprimere giudizi verso coloro che sono tristi protagonisti di questa vicenda; la mamma poi, da parte sua, dovrà, già portare un fardello troppo pensate.

Però occorre che ci diciamo chiaramente che i bambini vanno protetti. Protetti non solo dalla violenza, dalla volgarità, dalla brutalità e da tutte le minacce di questo mondo. Vanno anche protetti da questa pericolosa tendenza che tende a negare il confine tra il loro mondo e quello adulto, che incita a pericolosi scivolamenti verso un infantilismo adulto o un adultismo infantile. Non possiamo, in nome di una discutibile idea della loro libertà, buttare sulle spalle dei nostri figli responsabilità e pesi che sta a noi portare. Essere genitori significa anche consentire ai propri figli di affrontare le fasi della propria crescita e tempo debito, senza forzare pericolose anticipazioni o provocare altrettanto pericolosi ritardi.

Storia e Tempi

“la libertà personale è inviolabile”

La libertà personale è sacra ed inviolabile. Appartiene all’individuo non come una gentile concessione dell’autorità statale ma come sua prerogativa propria, come elemento connaturale alla sua dignità umana, al suo essere persona. Lo stato si riserva il diritto di limitare questa libertà come forma di protezione e tutela della serena convivenza civile, ma tale restrizione, proprio per la delicatezza dell’ “oggetto” in questione, è sottoposta a speciali vincoli e controlli, per evitare abusi e soprusi.

In fondo questa è una delle principali conquiste dell’uomo, in quel lungo cammino che lo ha portato al riconoscimento dei suoi diritti universali. La libertà non è una benevola concessione del signore di turno ma afferisce all’identità umana. È anche quanto recepisce la nostra costituzione e le leggi del nostro stato, che dichiarano solennemente che “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge” (articolo 13).

È proprio alla luce di questi valori, che sono prima di tutto un fatto culturale prima che giuridico, che resto basito di fronte a quanto successo sulla nave Diciotto a Catania. Alcuni uomini, non mi interessa se africani, europei o asiatici, gialli, neri o bianchi, sono stati privati della libertà, senza che ci sia stata un’autorità giudiziaria a convalidare la cosa, come previsto dalla legge.

L’esercizio della legittima azione politica da parte di chi detiene il potere non è assoluta, né può essere arbitraria o svincolata dalle regole e dalla leggi. Il consenso ottenuto mica autorizza a comportarsi fuori dalle norme, come se gli altri fossero indifesi vassalli del tuo feudo… emerge davvero una concezione padronale e prepotente del potere, utilizzato per punire chi non la pensa come te (ricordate le minacce di togliere la scorta agli avversari politici?) o usato come strumento per raggiungere i propri obiettivi, al di fuori del terreno della legalità.

E di questa cosa dovremmo preoccuparci tutti, non solo quel centinaio di disgraziati finiti dentro un conflitto più grande di loro. Se non è più necessario un ordine scritto che posso impugnare di fronte alle autorità di garanzia, chi ci assicura che un domani, in uno dei tanti tweet con cui ormai si “governa” il paese, non venga deciso che anche le nostre libertà siano momentaneamente limitate, perché così deciso dal prepotente di turno?

La tutela dei diritti di ciascuno è la migliore garanzia per il rispetto dei diritti di tutti, noi compresi.

Ricordate la famosa frase? “«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare» Martin Niemöller (1892-1984)

Pensieri e Silenzi

un tempo per sempre

Ci sono due modi per sperimentare l’eternità del tempo, quello che nasce dalla durata e quello legato all’intensità. Il tempo può essere eterno perché non termina mai, perché la sua durata non ha limiti e perché non è contemplata la parola fine nel suo vocabolario; oppure il tempo può divenire eterno perché è straordinariamente intenso, perché è capace di accedere a quel nucleo sorgivo della nostra identità da imprimere per sempre la sua ormai, il suo effetto e il suo passaggio.

Forse potremmo dire che esiste un’eternità orizzontale ed una verticale, una che attraversa gli istanti ed una che li fissa per sempre.

Penso che i nostri legami, i nostri affetti e le relazioni importanti della nostra vita appartengano alla seconda categoria. Essi sono eterni non perché segnati da infinite durate, ma perché permangono, ti si imprimono dentro per sempre, perché sono presenti anche quando terminano, perché sanno conservare il loro valore a dispetto dello scorrere dei giorni.

A ben vedere la nostra dimensione creaturale ed il nostro essere uomini “circoscritti in uno spazio e un tempo” ci offrono la profondità del tempo come la sola occasione per fuggire la fugacità delle cose. Le persone che amiamo sono “per sempre” non perché segnate dall’immortalità, ma perché sono divenute parte di noi, perché il nostro essere è intimamente legato a loro; perché, in fondo, senza di loro non saremmo quello che siamo.

È l’esperienza del nostro limite e della nostra finitudine che ci consente di accedere a questa singolare forma di eternità e di scoprire come essa davvero ci offra la possibilità di vivere un tempo “denso”, che sa rimanere mentre tutto fugge.

Questi momenti di “profondità temporale” non sono solo “oasi di permanenza” dentro un “oceano di evanescenza”; essi sono anche delle fessure che lasciano intravedere quel “Tempo Altro”, l’Eschaton, quel punto di attrazione verso cui tutta la storia tende come il suo naturale, seppur eccedente, Compimento.

Pensieri e Silenzi

intrappolati dalla rete

Una volta la politica era la scienza del possibile, l’arte della decisione, dell’iniziativa, degli atti pensati e compiuti per il bene comune. Ora è divenuta una sorte di arte propagandistica per animare i social media.

Fateci caso: se prima era la polis (o la piazza se preferite) il luogo in cui la politica trovava il suo naturale ambiente, ora sono i social l’ambito in cui il messaggio politico viene costruito e veicolato, in cui si consolida il sostegno a questo o quel partito, dove si formano opinioni e posizioni. Pare come se la politica si sia trasferita dalla concretezza delle cose, del mondo e dei problemi alla virtualità della rete, dei contatti, dei like e dei blog.

Una grande pensatrice come Hannah Arendt sosteneva che l’azione umana si articola in tre forme: il produrre, l’operare e l’agire. Il primo è l’agire legato alla sopravvivenza dell’uomo: si produce per nutrirsi e per stare al mondo. Il secondo, l’operare, definisce quelle azioni che sono legate alla nostra capacità di plasmare l’ambiente che ci circonda, creando un mondo artificiale ed umanizzato. Ma solo l’agire in quanto tale mette in rapporto diretto gli uomini, senza mediazioni di oggetti. È il senso della politica, dell’azione guidata dalla parola e dal pensiero, unica vero agire che connota l’uomo e che esprime la sua dignità ed il suo valore.

La politica diviene così espressione propria della condizione umana nella misura in cui diviene “azione sul mondo”, manifestazione della forza della parola umana capace di modificare l’ambiente e le cose.

Mi pare invece che oggi la politica sia diventata prigioniera di annunci e di proclami, come rinchiusa, anzi asserragliata nella virtualità dei social media ed incapace di intercettare la concretezza delle vite. Se fate attenzione, nel mondo reale succede molto meno di quanto viene annunciato: pochissime cose vedono la luce, nessun provvedimento, nessuna legge, nessuna decisione che abbia un qualche impatto vero e solido. Tutto è così effimero e “virtuale” che ormai si pensa si governare un paese con annunci su facebook, in una diretta video continua che dà l’impressione di presenza ma che in realtà manifesta un vuoto ed una assenza drammatica.

Assenza di politica, sì. Di quell’arte nobile che consiste nel fare le cose, nel silenzio, nella quotidianità, un pezzo alla volta, un problema dopo l’altro, un sfida dopo l’altra perché solo così, come sostiene la Arendt, si passa dall’arte del sopravvivere a quella del vivere da uomini.

Storia e Tempi

furbizia e furto

Sarà anche divertente ma a me onestamente non fa molto ridere. È un video che gira in questi giorni su internet: mostra una fermata della metropolitana di Napoli. Davanti ai tornelli si accalcano numerose persone, una folla che via via diviene sempre più fitta. Tutti in attesa di entrare in metropolitana. Ad un certo punto giunge un passeggero che attraversa le barriere timbrando il biglietto. Ed ecco che si crea una lunghissima coda, tutti dietro quel l’unico passeggero pagante, per entrare in metropolitana senza pagare il biglietto. E non parlo di due o tre portoghesi (come si chiamano in gergo).  No, la coda è lunghissima, saranno almeno una cinquantina di passeggeri, tutti abusivi, tutti senza biglietto, tutti i viaggiatori a carico della comunità.

È vero che la scena ha un non so che di buffo ma presto il sorriso si tramuta in un ghigno triste ed amaro. Queste scene fanno ridere se le vedi su Paperissima ma quando raccontano la quotidianità del nostro Paese resta ben poco di cui sorridere. È solo un biglietto si dirà, uno o due euro…Già, ammetto che qui si rischia di fare la figura del moralista e del bigotto. Eppure se ci penso mi convinco che non è solo il biglietto, non è questione di pochi euro. Qui la posta in gioco è molto più alta.

E mi vengono in mente i diligenti passeggeri londinesi che improvvisano delle improbabili file in attesa dell’autobus, attenti a non rubare il posto al proprio vicino. E penso agli educati automobilisti di Helsinki che, quando ti avvicini alle strisce pedonali, si fermano per lasciarti passare, e tu, che non sei abituato a questa reazione, li guardi un po’ stupito ed un po’ sospettoso. Mi ricordo pure i viaggiatori di Utrecht che, seduti nella carrozza del treno riservata al silenzio, ti guardano storto si accenni una parola al tuo vicino.

Saranno tutti dei marziani? Può essere… ma resto convinto che lo stile di una persona così come di una comunità la si vede dai piccoli dettagli, da qui particolari  innocui e minimali che sanno però raccontare più di mille parole. Si dice che il diavolo si nasconde nei dettagli… è vero: tutti sono capaci di grandi discorsi e azioni ma sono le cose minime ed irrilevanti che manifestano l’indole di una persona o di una comunità.

E così il vedere una scena del genere, con una mandria di “portoghesi” pronti a fregare il prossimo mi fa pensare che davvero il nostro livello di civiltà e di rispetto reciproco è assai basso. Perché di quello si tratta: del riconoscere che quanto sottraiamo alla comunità non cade sotto la definizione “furbata”  ma la si trova alla voce “furto”,  fatto al vicino di casa, al collega di lavoro e a tutti colori che vivono insieme a noi in questo Paese.

Siamo tutti molto attenti a reclamare i nostri diritti, quello che ci spetta e che ci deve essere riconosciuto.  Sarebbe bello se la stessa attenzione e foga la dedicassimo anche a rivendicare i nostri doveri, quanto siamo chiamati a dare agli altri in nome della comune convivenza. Mica cose grosse ed impegnative eh…  cose piccole come pagare un biglietto del tram.

Storia e Tempi

quello che c’è in gioco

Mi spaventa il male ma mi spavento molto di più quando le coscienze non lo sanno riconoscere, né additare, né condannare. Il male esiste su questa terra come un drammatico destino, come un evenienza che accade nella nostra vita con tragica fatalità. Ma il male va riconosciuto, va ravvisato tra le cose della vita, senza titubanze, senza compromessi, senza reticenze o tentennamenti. Quando il male è dichiarato e pubblico allora lo si può combattere, si possono prendere le contromisure, si può tentare di contenerlo ed isolarlo. Ma quando esso si infiltra tra le pieghe della coscienza e vi si annida come una morbosa presenza, allora non sai più dove ti può portare, quali limiti puoi oltrepassare, quali drammatiche conseguenze si potranno generare.

La storia l’ha già ampiamente dimostrato: quando le coscienze si sono assopite, per ignavia o per indifferenza, per comodità o quieto vivere, allora ne sono scaturite le cose più orribili… badate… non tutte insieme, non come una frana repentina…no: un poco alla vota, un pietruzza dopo l’altra, sicché il lento ma inesorabile declino non viene percepito nella sua gravità, ma come un piccola concessione, una deroga tutto sommato accettabile al diritto e alla coscienza.

Così quando osservo preoccupato quei 177 uomini fermi su una nave da giorni nel porto di Catania, con una ventina di minori a bordo (per i quali scatta in automatico la protezione internazionale) mi chiedo a che punto del declino siamo arrivati. Mi chiedo perché le coscienze non abbiano un sussulto di rivolta di fronte a uomini usati come merce per un negoziato internazionale. Perché se è pur vero che il disinteresse dell’Europa è vomitevole, questo non giustifica in alcun modo il trattare degli esseri umani come “strumento di persuasione”. L’uomo non è mai “mezzo” ma è sempre “fine”, ce lo insegna da qualche secolo Kant, senza voler disturbare sapienze ed insegnamenti più antichi.

Se la protesta verso gli stati europei è legittima e doverosa, il trattenere esseri umani come ostaggi, in evidente collisione con i diritti fondamentali dell’uomo, i trattati internazionali firmati ed il più semplice buon senso umano è qualcosa che resta come un vulnus della nostra cultura, di chi siamo ed in quale società vogliamo vivere.

Stiamo davvero attraversando tempi cattivi, tempi in cui le urla e l’incattivimento collettivo rischiano di sopire le coscienze, di renderle inette e lasche, insensibili alla sofferenza e al dolore, in balia di risentimenti e rabbie. Sono tempi in cui occorre resistere, mantenere vigile la propria interiorità, custodire il senso delle cose e dei valori.

È tempo di una resistenza pacifica ma ferma, in cui il male va chiamato con il proprio nome, senza farisaiche parafrasi, senza condiscendenti compromessi, senza codardi silenzi.

In gioco non c’è la vita di quei 177 disgraziati; in gioco c’è la nostra dignità umana.

 

Parole d'autore

non abbiate paura di fallire!

“Ora, non starò qui a dirvi che il fallimento è divertente. Quel periodo della mia vita fu brutto, e non avevo idea che la stampa lo avrebbe da allora rappresentato come una sorta di fiabesca determinazione. Non avevo idea quanto lungo fosse quel tunnel, e per molto tempo, ogni luce alla fine di esso era una speranza piuttosto che la realtà.

Allora perché parlare dei benefici del fallimento? Semplicemente perché fallire ha voluto dire spogliarsi dell’inessenziale. Ho smesso di fingere di essere qualcos’altro se non me stessa e ho iniziato a indirizzare tutte le mie energie verso la conclusione dell’unico lavoro che per me aveva importanza. Non mi occupavo davvero di nient’altro, se non trovare la determinazione nel riuscire in un campo a cui credevo di appartenere veramente. Ero finalmente libera perché la mia più grande paura si era davvero avverata, ed ero ancora viva, e avevo già una figlia che ho adorato, e avevo una vecchia macchina da scrivere e una grande idea. E così concrete basi divennero solide fondamenta su cui ricostruire la mia vita.

Non potreste mai fallire su tutta la linea come feci io, una certa dose di fallimento nella vita è inevitabile. È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non viviate in modo così prudente da non vivere del tutto – in quel caso, avrete fallito in partenza.

Fallire mi ha dato una sicurezza interiore che mai avevo raggiunto superando gli esami. Fallendo ho imparato cose su me stessa che non avrei mai imparato in un altro modo. Ho scoperto che ho una volontà forte, e più disciplina di quanto avessi pensato; ho anche scoperto che avevo amici veramente inestimabili.

Il sapere che vi rialzate più saggi e più forti dalle cadute significa che sarete, da allora in poi, sicuri nella vostra capacità di sopravvivere. Non conoscerete mai voi stessi, e la forza dei vostri legami, fino a quando entrambi non saranno provati dalle avversità. Una tale conoscenza è un vero dono, per tutto ciò che avrete vinto nella sofferenza, e per me ha più valore di ogni altra qualifica abbia mai guadagnato.

Avendo una macchina del tempo o un Giratempo, direi alla me stessa di 21 anni che la felicità personale si trova nel sapere che la vita non è una lista di cose da raggiungere o in cui avere successo. Le vostre qualifiche, il vostro CV, non sono la vostra vita, sebbene possiate incontrare molte persone della mia età e oltre che confondono le due cose. La vita è difficile, è complicata, è oltre la possibilità di essere totalmente sotto controllo, è l’umiltà di sapere che sarete capaci di sopravvivere alle sue sfide.”

K. Rowling. autrice della saga di Harry Potter, nel suo discorso ai neolaureati di Harvard durante la cerimonia di consegna dei diplomi del 2008.

Storia e Tempi

il buco e la pezza

Che i responsabili debbano pagare mi pare il minimo sindacale per uno stato civile, anche se sappiamo bene come la giustizia in Italia arrivi spesso con una tale lentezza da renderla di fatto “ingiusta”. Che questo valga a maggior ragione per la drammatica tragedia di Genova è altrettanto vero, perché se non ci possiamo più nemmeno fidare della tenuta di un ponte allora mi chiedo che fine faremo.

Ma che bisogno c’era a sole 24 ore dall’accaduto, quando nemmeno tutti i feriti erano stati soccorsi ed i contorni della faccenda ancora assai fumosi, di fare un dichiarazione circa la revoca della concessione alla Società Autostrade? Senza prima capire l’accaduto, valutare i danni, individuare le cause, …così a pelle, di botto, senza nemmeno riflettere o ragionare… ma certo che la rabbia è tanta, che la voglia di vendetta ti prende le budella ma, cavolo, mica siamo al bar sport, dove ciascuno può sparare la propria battuta senza colpo ferire! Anche perché, così facendo, dopo solo altre 24 ore dalla dichiarazione, ti trovi costretto a rettificare la tua posizione, a fare dei distinguo, a dire dei “vedremo”, perché comprendi che un conto è rincorrere una manciata di like in più su facebook, un conto è gestire il sistema delle infrastrutture pubbliche delle settima potenza mondiale.. non sono proprio la stessa cosa…

Ci mancava poi il nostro presiedente del consiglio che metteva il carico da novanta sull’accaduto dichiarando: “Per questo disporremo la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia: non possiamo attendere i tempi della giustizia penale, abbiamo l’obbligo di far viaggiare in sicurezza”.  Leggete con attenzione la frase, al di là dell’impeto d’ira e di rabbia… cosa vuol dire “non possiamo attendere i tempi della giustizia”? E quindi? Cosa facciamo caro presidente, per capire cose è accaduto? Non so, facciamo un sondaggio sui social? Contiamo i “mi piace” su facebook? Estraiamo a sorte il colpevole, un po’ come per i sanatori? Come può uno stato di diritto accertare i fatti se non seguendo le procedure previste dalla legge? Se i tempi con cui la giustizia riesce ad accertare la verità dei fatti sono troppo lunghi, li si accorci, con provvedimenti amministrativi e legislativi ma dire “ non possiamo aspettare i tempi della giustizia”, magari, in prima battuta, dà l’impressione di efficienza e di decisionismo,  di un uomo forte al comando che non si fa imbrigliare la lacci e laccioli. Ma terminato l’effetto mediatico della frase, ci accorgiamo che stiamo demolendo i pilastri dello stato diritto, che insieme ai piloni del Morandi, vengono giù anche le basi della nostra convivenza civile?

Magari pretendo troppo ma mi piacerebbe, che, come aveva promesso, il nostro presidente del consiglio ed i suoi ministri si comportassero un po’ come dei buoni padri di famiglia: quante volte ti prudono le mani e vorresti mandare tutti a quel paese ..ma poi.. come ogni padre sa, viene il momento di riflettere e di soppesare le cose, perché, come diceva mia nonna, il rammendo non sia peggio del buco.

Pensieri e Silenzi

piccoli gingilli

Tempo fa, durante un viaggio in Israele, comprai un piccolo crocifisso in oro, nulla di particolare pregio, solo un piccolo ciondolo a ricordo del viaggio. È un piccolo crocifisso un po’ particolare noto come “croce universale“ o “croce di Gerusalemme”: la sua singolarità consiste nel fatto che i due bracci della croce hanno la medesima lunghezza, a differenza di quelli tradizionali il cui braccio verticale è più lungo di quello orizzontatale.  L’ho inserito nella catenina d’oro che porto al collo, accanto ad una piccola medaglia con un angioletto regalatomi da mia nonna per il giorno del mio battesimo. Come dicevo la piccola croce non ha un grande valore economico e temo che anche il metallo non sia particolarmente prezioso. Ciò che lo rende degno di cura era il ricordo del bel viaggio ed il fatto che lo avevo acquistato insieme al mio amico Marco, con cui avevo condiviso quella meravigliosa vacanza.

Mi sono accorto che da quando Marco se n’è andato, questo povero monile ha aumentato ai miei occhi il suo valore, in quanto rappresenta un caro ricordo non solo della sua persona ma anche del tempo che abbiamo trascorso insieme.  È così che un piccolo pezzo di oro povero, anno dopo anno, diviene prezioso e caro, acquisendo un valore che eccede il suo prezzo economico.

Non succede così anche con molte altre cose della nostra vita? Ci sono relazioni, amicizie, ricordi,  affetti, legami e sentimenti, pensieri e scritti che “acquistiamo” a poco prezzo, considerandoli cose di poco valore, oggetti di poco conto che tratteniamo forse per abitudine o scaramanzia.  È solo con il passare del tempo che questo articolo di poco pregio acquisisce valore ed importanza, presenza e peso. Quante amicizie sono nate un po’ così, quasi sottotono, come legami ordinari e un poco banali? E solo il tempo ci ha istruito ad apprezzare l’altra persona, fino a farla diventare un familiare di cui non sapremmo più fare a meno…

Talvolta la vita ci insegna che le cose non hanno un valore definito e preciso, un “peso” predeterminato e sicuro. Accade che esso subisca forte oscillazioni sul mercato dei nostri sentimenti e che la scarsità dell’ “offerta” renda quel bene di un valore straordinario.

In fondo il tempo fa un po’ così: arrugginisce cose che ritenevamo preziose e sa impreziosire piccoli ninnoli a cui non avremmo dato due lire.