Parola e parole

le doglie del parto

Non so se ci avete fatto caso ma la liturgia di oggi era segnata da una ricca presenza di donne incinta, donne gravide, in attesa di poter partorire il proprio figlio.  Ne parla il libro dell’Apocalisse con quella visione suggestiva e grandiosa in cui la donna vestita di sole lotta contro un enorme drago rosso che cerca di divorarle il figlio; ne parla il racconto di Luca, in cui le donne incinta sono addirittura due: Elisabetta e la cugina Maria, una anziana e in là negli anni, l’altra giovane adolescente palestinese, entrambe ritrovatesi madri per una benedizione celeste.

Questo dettaglio della gravidanza ritorna continuamente, come una sorta di filo rosso che accompagna l’intera celebrazione. La cosa strana ed assai singolare è che la festa liturgica odierna vorrebbe in qualche modo raccontare di ciò che è il destino di ogni uomo. Nella donna assunta in Cielo, la chiesa primitiva e moderna ha sempre visto come la promessa e l’anticipazione del destino di ogni figlio di Adamo, quella della partecipazione piena alla vita di Dio. È quindi strano questo connubio: destino e gravidanza, compimento del tempo e generazione di una nuova vita. Pare quasi che la liturgia abbini questi due termini, li tenga volutamente insieme, pur nella loro apparente lontananza ed irrilevanza.

O forse no? O forse che questo accostamento superficialmente così irrituale non dica qualcosa di più denso e profondo e che dietro questa “lontananza” si celi una familiarità più intima e sostanziale? Mi viene il sospetto che forse i testi biblici di oggi ci vogliano lasciar intendere che la nostra vita, come quella di ogni uomo, è in fondo un lento e incessante processo di gestazione, un venire alla luce giorno dopo giorno. E che in fondo il destino finale di ogni essere che vive su questa terra è uno straordinario evento di nascita, una nuova generazione, un affascinante germogliare di vita nuova. Se così fosse, il dolore che la vita porta con sé, la sofferenza, la fatica, la disperazione ed il pianto non sono segni di morte, di caducità e annichilamento, ma dolori che accompagnano il parto, grida e lamenti che testimoniano che questa nuova nascita sta lentamente ma inesorabilmente accadendo.

Mi viene un dubbio: non è che alla fine la linea sottile che separa la Speranza dalla Disperazione non stia tutta qui? In quel labile ma significativo confine che distingue il grido della nascita da quello della morte, la sofferenza per ciò che finisce dall’angoscia per ciò che comincia?

Affetti e Legami

come Elia nel deserto

La vita, soprattutto nei momenti di fatica, ti mette accanto persone preziose, che sbocciano come un germoglio inaspettato nelle giornate cupe dell’esistenza e nel deserto arido che ti circonda. Entrano nella tua vita in punta di piedi, con delicatezza e premura, preoccupate di non dare disturbo e di non arrecare fastidio o intralcio. Sono spesso persone a cui non avresti mai pensato, talvolta conosciute da lontano o persino perfette sconosciute, sicché ti meravigli di come questo incontro possa essere accaduto. La loro presenza infatti ha i tratti della sorpresa e talvolta addirittura del miracolo, giacché sarebbe stato impensabile un vostro incontro in circostanze normale e consuete, mentre proprio le circostanze avverse hanno saputo propiziare il ritrovo. Stupiscono la discrezione ed il tatto che accompagnano i loro gesti e le loro parole, quel fare prudente e premuroso che anima ogni loro pensiero ed azione.

Ricordate la vicenda del profeta Elia? Egli è in fuga nel deserto da calamità e persecuzioni e si rifugia disperato sotto una ginestra, auspicando per sé una morte imminente. È allora che un angelo lo sveglia dal tuo torpore mortifero per invitarlo alla resistenza: “Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò”. L’inviato di Dio non lenisce la fatica, non toglie la sofferenza, non rimuove il dolore ma offre quel poco d’acqua e quel pezzo di pane sufficienti per restare in vita. In fondo non accadono miracoli, non succedono fatti eclatanti o stupefacenti: solo una focaccia cotta ed un orcio d’acqua…nulla di più… eppure quel poco cibo è quanto permette di restare in vita, di non rinunciare alla lotta, di non interrompere il cammino.

Ecco, queste persone sono proprio così, gente semplice ed ordinaria, che offre solo pane ed acqua ma è proprio quel nutrimento che ti serve per continuare il viaggio. Resto convinto che questi “angeli” misteriosi siano una carezza gentile che la Vita, con la sua parca munificenza, ti dona; sono riverberi della sua parsimoniosa ma sicura Provvidenza.  Queste persone sono coloro che invitano ad alzarti, a non mollare il colpo, a non cadere nella disperazione, che sanno mantenere vivo un sussulto, un anelito di vita, quando tutto attorno a te è tinto di disperazione.

Queste benedette persone non fanno grandi discorsi, non scodellano sofisticati ragionamenti ma ti raggiungono con un invito che suona molto come un ordine: “alzati!”. È  la Vita che attraverso loro tocca il tuo cuore e ti regala un poco di consolazione. Proprio come Elia nel deserto.

Storia e Tempi

per chi crede nelle favole…

Spero che prima o poi (onestamente meglio prima che poi) ci renderemo conto di quanto la convinzione “uno vale uno” sia una stupidata galattica, degna di un cultura ignorante ed arrogante. E dei danni che questa bestialità madornale può creare nella nostra società e al bene dei suoi singoli individui.

Perché se c’è una cosa che non è per nulla democratica, questo è proprio il sapere: l’ignorante ed il colto non stanno sulle stesso piano, checché ne pensino i nuovi guru della comunicazione. La scienza, e più in generale la conoscenza, sono ciò che di più aristocratico esistano: se vuoi parlare, se pretendi che la tua opinione venga presa in considerazione, devi studiare, spendere tempo e fatica sui libri, accettare che altri che sanno accertino e valutino il tuo livello di conoscenza e solo allora puoi “parlare alla pari”. È come se pretendessi, senza alcuna nozione di ingegneria, di parlare alla pari con un ingegnere che costruisce ponti, su come debbano esser costruiti, sulla larghezza dei piloni portanti o la lunghezza delle arcate o sul materiale da utilizzare. O come se ambissi a discutere su come debbano essere fatte le ali di un aereo con un ingegnere aeronautico, senza aver mai letto un libro di fisica e fluidodinamica.

Non basta che abbia letto due o tre articoli su internet (magari di dubbia  credibilità scientifica) per sentirmi autorizzato ad esprimere il mio parere su tutto… è bello che uno voglia poter decidere su come fare un ponte o costruire un aereo ma, ahimè, c’è un solo modo per soddisfare questa aspirazione: studiare, studiare e studiare e poi mettere alla prova con metodo scientifico le tue idee… tutto il resto sono chiacchiere da parrucchiera.

E se nessuno di noi si immaginerebbe mai di progettare un ponte senza competenza, non capisco perché alcuni si arroghino il diritto di decidere (in base a cosa???) che una certa vaccinazione sia utile o pericolosa. E non dite che qui è in gioco la salute personale perché vi sfido a passare con la vostra famiglia sopra un ponte progettato dal vostro imbianchino e vediamo se è meno rischioso che farsi una iniezione…

Non so…mi pare che viviamo in un mondo sottosopra.. dobbiamo tornare a difendere ed affermare le cose ovvie, e cioè che serve una laurea in medicina per decidere della salute degli altri (perché anche se fossero i tuoi figli, non sono tua proprietà e vale per loro il medesimo diritto di cura), che serve una laurea in ingegneria per costruire ponti ed una in lettere per insegnare italiano…

Speriamo di non dover giustificare anche il fatto che il sole salga da est, che la terra non è piatta, che gli antibiotico hanno salvato milioni di vite e che Babbo Natale, tenetevi forte, ahimè non esiste.

Pensieri e Silenzi

vivere da adulti

Cosa vuol dire vivere questo tempo da adulti? Come è possibile calpestare questa terra da persone adulte, soprattutto in un tratto storico segnato dalla precarietà, dalla volatilità e dalla fugacità delle cose? Bella domanda… talvolta me lo chiedo e confesso che faccio sempre fatica a darmi una risposta… e dire che ormai ho un’età che, in base a qualunque manuale di psicologia dello sviluppo, dovrebbe essere caratterizzata da questo tratto di “adultità”… fatto sta che oggi è sempre più difficile individuare una chiara identità dell’adulto, in un contesto in cui anche una persona di 40 anni ama considerarsi “giovane” e in cui l’adolescenza, dicono gli esperti, si protrae ben oltre i trent’anni.

Non ne faccio un problema sociologico, non mi interessano letture complesse ed articolate. La faccio più semplice: lo chiedo per me stesso, è una domanda rivolta principalmente alla mia vita e alla mia identità.

Forse c’è una parola che in modo sintetico connota chi è, secondo me, l’adulto, come io lo intendo ed, in fondo, in chi mi identifico. E questa è la parola “fedeltà”. Forse, ma dico forse, la maturità umana, che dovrebbe accompagnare la fase adulta della vita, consiste proprio in questa capacità di restare fedeli. Non è solo una questione sentimentale o affettiva ma, più in generale, esistenziale. Rimanere fedeli: ecco, forse essere adulti è proprio questo.

È anzitutto una fedeltà a se stessi, alla proprie convinzioni e ai propri valori, al proprio sguardo sul mondo e al senso che affidiamo alla nostra vita. È sapersi tenere in mano, custodirsi e fare in modo che le vicende belle e brutte della vita non ci sradichino da dove siamo e da chi siamo.

È una fedeltà verso i nostri legami, verso la serietà delle nostre relazioni, al loro spessore e alla loro capacità di definirci.  È saper offrire e garantire una presa alle persone che ci vivono accanto, un punto di appoggio, un appiglio perché ciascuno di noi sappia su chi può contare, a chi dare e chiedere sostegno.

È una fedeltà alla situazioni, alle circostanze, alle dinamiche in cui siamo pienamente inseriti. È la fedeltà al proprio “posto nella vita”, qualunque cosa questo “posto” voglia dire. Qualcuno, molto più saggio di me, disse che essere fedeli è vivere un’obbedienza “alla propria storia e alla propria geografia”, meravigliosa espressione per dire una fedeltà allo spazio  ed al tempo nel quale ci è accaduto di vivere.

Forse a noi adulti è chiesta proprio questa capacità, quella dell’essere fedeli. Lo sapete anche voi: in un mondo che tende a fuggire, che si rimangia parole ed impegni, che è talmente liquido da rendere tutto vaporoso, in cui ogni “stare” è visto come una prigione della libertà, ebbene in questo mondo Dio solo sa quanto c’è bisogno di gente che scelga di “dimorare” un luogo ed un tempo, di essergli fedele e di accogliere il dono della fedeltà come il solo modo in cui è possibile dare compimento alla libertà di cui siamo dotati

Pensieri e Silenzi

approntarsi

Nella vita si viaggia… non è una scelta, né un invito, né un’opzione. Nella vita si viaggia, punto. Si mette un piede dopo l’altro, si procede sulla strada, non è concesso fermarsi o indietreggiare ma solo muovere un passo e poi un altro ancora e poi ancora.

Talvolta hai la fortuna di attraversare una valle fiorita ed ammirare meravigliosi panorami, godere di viste mozzafiato e cibarti di quanto di buono incontri sulla via. Altre volte si procede in una landa desolata, buia ed inospitale, dove non trovi alcun sostegno né bellezza attorno a te ed il viaggio diviene quasi un fatto meccanico, ripetitivo, noioso e spesso pure assai doloroso.  Tuttavia le condizioni ambientali non intaccano la regola ferrea che governa la vita: che il cammino sia piacevole o doloroso occorre procedere, a denti stretti o con un sorriso in volto poco importa.

Il fatto è che non sempre sei pronto per il tratto di strada che ti si presenta davanti: magari indossi comode infradito su un sentiero aspro e di montagna o, viceversa, sei attrezzato di tutto punto per una cammino che costeggia dolcemente la costa e che suggerirebbe un abbigliamento più leggero. Insomma non sempre hai la corretta preparazione per quanto sta per accadere. Anche questo, ahimè poco importa nell’economia complessiva delle cose. Pronto o non pronto non hai altra scelta che procedere, andare avanti e continuare.

Scopri così che c’è una regola d’oro nella tua vita: occorre imparare ad “approntarsi”, a preparare se stessi per il futuro, con poco o nessun preavviso, addestrandosi a recuperare velocemente le cose che ti servono per il prossimo tratto di strada, senza troppa indolenza o attesa.  Non siamo pronti per quello che ci accade, possiamo solo “approntarci”, accettare la sfida, buttare velocemente dentro qualcosa nello zaino mentre già muoviamo il primo passo,  e sperare che, un passo dopo l’altro, diventiamo capaci di affrontare il viaggio.

Pensieri e Silenzi

nessun luogo è lontano

Osservo il mondo da qualche migliaio di metri d’altezza, in volo per lavoro come talvolta mi capita. Guardo il mondo lì sotto che appare lontano e piccolo, puntini illuminati nell’oscurità del cielo.

Accanto a me un bel ragazzo russo che legge un romanzo scritto in cirillico sul suo tablet. Dall’altra parte un ragazzone finlandese con il quale divido il bracciolo del sedile e che fa curiosi disegni sul block-notes: volti, sagome di aerei e disegni astratti, di difficile interpretazione. La linea dell’orizzonte è segnata da una debole luminosità che tinge il cielo di diverse gradazioni di azzurro.

Quanto è distante il mondo sotto di me! Nell’atmosfera un po’ ovattata dell’aereo percepisci come una sospensione, un essere da un’altra parte, lontano, via, altrove. Ti ritrovi catapultato in una dimensione artefatta e singolare. Davvero la tua vita, con il suo carico di preoccupazioni e gioie, sembra essere da qualche parte lì sotto, confusa dentro lo scorrere delle cose da cui sembri fuggito.

Ma quando sposti lo sguardo dal “fuori” al “dentro”, dalle immagini che si stagliano oltre il finestrino a quelle che emergono dal tuo cuore, allora comprendi che sei tu, sei sempre tu, che la tua vita resta lì, dentro di te. La porti appresso come fa la lumaca quando si muove.  È  tutto lì, è tutto dentro il tuo cuore: i tuoi affetti, i tuoi legami, i sentimenti che provi, i tuoi affanni e le tue consolazioni, i mormorii e le lamentazioni.

Non c’è distanza che tenga, né altezza che ti possa separare dal luogo da cui vieni. Non c’è fuga, nessuna parentesi, nessuna interruzione a quanto senti e a quanto pensi.

Non ci allontaniamo mai dal luogo da cui proveniamo, da quella comunità di affetti che ci ha messo al mondo. “Nessun luogo è lontano” scriveva un giorno Richard Bach… forse è vero… Non c’è modo per tagliare il cordone ombelicale che ci lega indissolubilmente alla nostra origine.

Parola e parole

verso la terra promessa…

Come si fa ad attraversare un deserto? Come è possibile lasciare una terra di schiavitù e di sottomissione, per incamminarsi verso una Terra Promessa, terra di libertà e di liberazione, terra di abbondanza e di pace, terra di pienezza e di  pacificazione? Come è possibile sopportare questa lunga attraversata, battendo un percorso impegnativo e duro, abbandonando tutte quelle sicurezze che, nonostante la prigionia, erano garantite dalla cattività?

Forse serve anzitutto una Promessa appunto, l’indicazione di una meta, che è allo stesso tempo auspicio ed impegno. Serve l’individuazione di una destinazione,  l’annuncio di una liberazione possibile, un traguardo per il quale vale la pena lasciare tutto e mettersi in viaggio. Nessuno parte forzato dalla costrizione di un obbligo, mentre ciascuno di noi è sensibile al fascino della promessa, alla seduzione della meta possibile da raggiungere, alla premonizione di una vita felice e ricca.

Ecco: ogni viaggio di liberazione origina sempre da un terra promessa e da un progetto da realizzare.

Ma forse questo non basta. Quando il cammino inizia a far sentire il proprio peso e la malinconia per “le cipolle della terra d’Egitto” riaffiora con suadente nostalgia, forse la promessa non basta più. Serve allora qualcosa che ti spinga ad andare avanti giorno dopo giorno; serve una speranza piccola piccola, ma capace di sostenere il passo quotidiano, la tappa da percorrere dalla mattina alla sera. Non servono cose grandi ma speranze piccole, che sappiano animare il cammino e sostenere il procedere, un passo dopo l’altro.  Quando la fatica prende il sopravvento non basta più la grande promessa ma ci servono piccole speranze quotidiane.

Non è forse questo che Dio dona al popolo d’Israele attraverso la manna, durante l’attraversata del deserto, in fuga dall’Egitto e in cammino verso la Terra? Non una speranza solida come la pietra o potente come l’oro, ma una speranza fragile, leggera, che ha la consistenza di una rugiada tenue che all’aurora copre la terra; non una speranza arrogante, per ipotecare il futuro, ma una piccola speranza buona sola per l’oggi, una cosa talmente effimera che il giorno successivo dovrà nuovamente essere implorata e donata.

Ma in fondo ogni relazione fiduciale, ogni patto coniugale e amicale, il nostro stesso stare al mondo, non si struttura attorno a queste due parole? Promessa e speranza: una promessa che indica la meta, la direzione, il senso del cammino, e tante piccole speranze quotidiane, pane da consumarsi nel giro di poco tempo, nutrimento che garantisce di arrivare fino a sera.

Quella manna il giorno successivo andrà nuovamente raccolta, per il nutrimento del nuovo giorno, riconoscendo così quel debito originario che abita la nostra esistenza e che struttura il nostro aprirsi al futuro.

Pensieri e Silenzi

“sposerai un perito!”

Una promessa è una promessa.

Potrebbe essere questa la sintesi della storia di sig. Giorgio, classe 1945 e residente a Spilimbergo, che, dopo una lunga carriera come direttore dei lavori e project manager per importanti cantieri in Asia, Medio Oriente, Africa, Sudamerica, alla fine ha mantenuto fede alla sua promessa: prendere il diploma di perito. Lo aveva promesso alla moglie quando si erano conosciuti e finalmente ora, alla riguardevole età di 72 anni, ha la possibilità di onorare l’impegno. “Sposerai un perito”, era stata l’assicurazione. Ed ecco che il debito è saldato!

Ha ragione il signor Giorgio: non è mai troppo tardi per raggiungere i propri sogni, per inseguirli e cercare di raggiungerli. Non è detto che ci si riesca, ma perché non tentare, perché non buttare il cuore oltre l’ostacolo, perché non ambire a cose alte e belle e non accontentarsi della piatta normalità dell’esistenza?

Anche perché poi accadono momenti nella vita che ti fanno rendere conto che non è né saggio né furbo rimandare le cose, procrastinarle ad un domani che non sappiamo e non conosciamo. E che questo nostro contare sul futuro assomiglia più ad una pia illusione che alla ruvida realtà della vita.

Dietro questi sogni rimandati di continuo si cela la nostra pericolosa convinzione di poter godere del tempo in modo infinito e controllato. Come se i giorni a venire fossero nella nostra piena disponibilità, come se fossero merce che commerciamo con assoluta padronanza. Non è così, lo sappiamo tutti bene, anche se ci risulta doloroso ammetterlo. Godiamo di attimi e di sogni… attimi e sogni… questo è quanto la vita ci concede di assaporare… l’oggi e la speranza, l’ora presente e lo slancio verso il futuro. Nient’altro.

E forse la nostra felicità consiste nel saper dar gambe nell’oggi ai sogni che ci muovono il cuore, nel saper dare un volto concreto al futuro che aspettiamo. Forse la felicità sta in questa capacità di anticipazione, di affrettare nell’attimo che passa il progetto che smuove le nostre ambizioni e anima le nostre attese.

Storia e Tempi

Overshoot Day

Spero che abbiate la pancia piena ed i polmoni ben ossigenati, non solo per oggi ma anche per il resto dell’anno, perché da oggi in poi stiamo tutti consumando risorse del pianeta a debito. Ieri infatti si celebrava (si fa per dire) l’ Earth Overshoot Day, ossia il giorno teorico nel quale l’umanità consuma interamente le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno. In altre parole: quanto consumato fino a ieri apparteneva a quella quota di risorse (cibo, energia, terra, aria, etc.) che il pianeta Terra è in grado di rigenerare in un anno; quanto consumato da oggi fino alla fine dell’anno va ad erodere le riserve della natura, quasi a spremere quanto la terra è in grado di darci.

La cosa preoccupante è che questa data, che in un mondo ecocompatibile dovrebbe essere il 31 dicembre, ogni anno accade sempre prima: l’8 agosto nel 2016, il 2 agosto del 2017, il 1° agosto nel 2018. Tutto fa presagire che l’anno prossimo sarà a fine luglio. Anche perché, nonostante i vari accordi internazionali (Parigi 2015) per  ridurre le emissioni di anidride carbonica, l’Agenzia internazionale per l’energia ha certificato che nel 2017 le emissioni sono aumentate del 1,4% come conseguenza dell’aumento di consumo di combustibili fossili: petrolio, gas, carbone.

Il punto è che in base agli standard di consumi attuali, la quantità di terra fertile di cui abbiamo bisogno vale più o meno i 20 miliardi di ettari, che suddivisi per tutti i giorni dell’anno danno un consumo di 54 milioni di ettari al giorno. Sfortunatamente la terra fertile disponibile sul pianeta non va oltre i 12 miliardi di ettari e arrivati al 1° di agosto ci accorgiamo di averla esaurita tutta.

Lo stesso vale per l’aria: il sistema vegetale è capace ogni anno di assorbire, attraverso il meccanismo della fotosintesi clorofilliana, circa 20 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Peccato che ne produciamo attorno a 36, per cui abbiamo tutti gli anni un eccesso di 16 miliardi che si accumula in atmosfera provocando effetto serra e cambiamenti climatici.

Anche noi italiani facciamo la nostra parte. Per sostenere i nostri consumi abbiamo bisogno di 4,3 ettari di terra a testa, che è due volte e mezza la quota a cui avremmo diritto. Quindi anche il Bel Paese, come tutto il mondo sviluppato, brucia più di quanto il nostro pianeta è in grado di rigenerare.

Certo non è semplice invertire questa tendenza, orientata da processi macro-economici su cui è difficile incidere. Tuttavia, come fa osservare Francesco Gesualdi, la modifica dei nostri stili di vita potrebbe contribuire a mitigare il danno. Ad esempio ci vogliono 7 calorie vegetali per ottenere una caloria animale. Per un etto di fagioli ci vogliono 3,7 metri quadri di terra, per un etto di carne 16,8: quindi passando da una dieta prevalentemente carnea a una dieta più marcatamente vegetariana potremmo ridurre il consumo di terra fertile a fini alimentari almeno di un quarto. Insomma qualche modo per incidere su questa tendenza ci potrebbe anche essere, se solo fossi disposti a cambiare qualcosa dei nostri comportamenti quotidiani, oltre che a sostenere quelle politiche che vanno nella direzione di ridurre emissioni e consumi sregolati.

In fondo, a ben vedere, per arrivare alla fine dell’anno ci mancano 152 giorni. Sono giorni che andiamo a erodere dalle risorse del pianeta, risorse che andiamo a sottrarre non solo simbolicamente, ai nostri figli e nipoti.

Storie dall'Arsenale

storia di un leoncino coraggioso

Ecco il secondo racconto della rubrica “Storie dall’Arsenale”, pubblicato anche sul sito dell’Arsenale dell’Accoglienza (QUI). Buona lettura!

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Il libro dell’Esodo mette sulla bocca di Dio queste parole: “Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi”. Non ne capiamo bene le ragioni ma talvolta nella vita accade proprio così: ci ritroviamo a pagare debiti che non abbiamo contratto, ci viene chiesto di restituire qualcosa che altri prima di noi hanno acquistato e sperperato.

Quanto le parole dell’Esodo interpretano e raccontano la breve vita di Paolo! Anche lui, appena nato si ritrova sulle spalle il peso di una lunga vicenda di sofferenze, disagi, abusi che nascono lontano nel tempo e nelle generazioni, che originano ben prima della sua nascita ma per le quali egli si trova ora costretto a pagare un conto assai salato ed oneroso.

Paolo nasce 5 anni fa già in crisi di astinenza: la mamma, durante la gravidanza, abusa di alcool e sostanze, sicché il bambino si ritrova nei primissimi giorni di vita sotto metadone, costretto in un percorso di disintossicazione che segna da subito la sua venuta al mondo. Il padre di Paolo è in prigione e il piccolo non lo conoscerà mai durante la sua crescita. La mamma è una persona fragile e segnata dalla droga e dall’alcool, vittima lei stessa di abusi vissuti in famiglia, molestata da coloro che avrebbero dovuto prendersi cura di lei e presto abbandonata ed espulsa dalla rete familiare. È in questo contesto di degrado umano e relazionale che Paolo vive i primi anni della sua vita, in un ambiente che è incapace di prendersi cura di lui, di contenerlo, di mostrargli affetto ed attenzione. Paolo vive “non visto”, esposto ad una quantità di stimoli ingestibili per un bimbo della sua età, in un situazione segnata da promiscuità, assenza di figure di riferimento e relazioni affettive stabili. È così che Paolo sviluppa comportamenti intolleranti ed incapaci di sopportare la pur minima frustrazione: cade spesso vittima di crisi di pianto, urla, atti di autolesionismo, di violenza estrema su di sé e sugli altri. È proprio assistendo ad una di queste crisi che i servizi sociali decidono un intervento di sostegno per rinfrancare le fragili capacità educative della mamma. Viene proposto un percorso diurno “ad alta valenza” presso la casa famiglia dell’Arsenale. L’idea è quella di “alleggerire” l’impegno di cura della mamma, e permettere a Paolo di sperimentare un ambiente caldo ed accogliente nel quale poter ritrovare un proprio equilibrio. Ma la breve permanenza presso l’Arsenale testimonia come la situazione fosse ben più grave di quello che si sarebbe potuto pensare. Paolo mostra crisi frequenti e violente, rivelando quanto il mondo interiore del piccolo sia abitato da ansie, paure, angosce profonde che egli è incapace di gestire e di cui è innocente vittima. La strategia di intervento allora cambia: il percorso diurno si trasforma in un affidamento alla comunità, nella speranza che essa possa “riparare ai guasti” che Paolo si porta dentro.  E’ Giuditta a raccontare i primi tre mesi di presenza di Paolo in comunità, è lei che diviene la sua figura prevalente di riferimento.  Le prime settimane vedono Giuditta impegnata in un processo faticosissimo di contenimento: Paolo va protetto da se stesso, va gestito nelle sue frequenti crisi, gli va impedito di far male a se stesso e agli altri. Il percorso è difficile ed estenuante, ventiquattro ore notte e giorno,  in una “lotta” continua ed una cura incessante, tra rabbia, pianti, urla che durano anche ore, mostri che agitano l’anima di Paolo come fantasmi che si muovono liberi nella sua mente. Dopo i primi tre mesi di calvario le crisi iniziano ad attenuarsi, e Paolo comincia a mostrare piccoli e deboli segnali di relazione ed attaccamento. Tuttavia questo legame (esclusivamente con Giuditta, giacché Paolo rifiuta ogni altro contatto) è ancora fragile ed insicuro, e il piccolo vive un sentimento ambivalente verso la “vice-mamma” (come lei stessa si definisce). Il rapporto con lei attraversa fasi di attaccamento ossessivo e momenti di violenza ed aggressività, di dolcezza e di incontenibile rabbia. Per il primo anno i due vivono una faticosa simbiosi: Giuditta c’è e deve esserci sempre, di giorno, quando si gioca, si mangia, si esce; ma anche di notte, nelle lunghe ore in cui il sonno è turbato da incubi e angosce. Fortunatamente accanto a Giuditta c’è Andrea, che veste i panni di vice-papà e con costanza e pazienza aiuta Paolo a percepire l’esistenza di un limite, fisico e simbolico, che non deve mai essere superato per poter vivere legami positivi. Per Andrea avvicinarsi a Paolo è stata un conquista pagata a caro prezzo: dapprima rifiutato ed allontanato, poi solo tollerato fino a diventare, pian piano il suo compagno di giochi e la persona che Paolo cerca per ricevere quello che solitamente la mamma gli nega. Racconta Giuditta: “Andrea ha dato nuova vita all’immagine di uomo e papà agli occhi di Paolo. Egli è colui che segna i confini, che rende evidenti le regole ma gioca con la forza che le vice-mamme non hanno”.

Lentamente e gradualmente Paolo si “scioglie”, si affida, si lascia andare sicché diviene possibile inserire un secondo educatore che si possa prendere cura di lui. Viene tentato un inserimento all’asilo, qualche ora al giorno, dapprima con Giuditta presente, poi qualche tempo da solo, finché il piccolo riesce a gestire la separazione e a riconoscere le nuove figure di riferimento.

Il legame tra Paolo e la mamma resta assai complicato. Gli incontri periodici che i servizi sociali avevano previsto si mostrano presto fonte di un’ansia che turba profondamente la vita del piccolo, e difficili per lui da “digerire”.  Anche i rapporti con la sorella maggiore non si rivelano un aggancio valido per Paolo con la sua rete familiare ed il suo passato. A Paolo resta solo la zia, con la quale, non senza fatica, si tenta un percorso di riavvicinamento. In fondo la zia e la sorella costituiscono per il piccolo quel nucleo di affetti familiari che gli sono rimasti, quel debole legame con la propria storia e con la propria famiglia di appartenenza.

Intanto Paolo continua a fare progressi: la presenza all’asilo, anche se talvolta problematica, aiuta il piccolo a socializzare con i compagni e a trovare un legame con altre figure adulte. Anche lo sport si mostra uno strumento efficace per la guarigione: Paolo è un bravo atleta, e questa abilità è di rinforzo alla sua autostima. Paolo insomma è un bambino sveglio ed intelligente, con eccellenti capacità motorie e qualche ritardo nel linguaggio che sta cercando di superare con interventi specializzati e continui.

Giuditta mi confida il suo sogno su Paolo, che poi diviene anche il suo obiettivo educativo e genitoriale: Paolo deve sperimentare il meglio di sé fuori dalla comunità, deve poter vivere esperienze che lo mettano in contatto con le mille risorse che il bambino comunque si porta dentro.  Ma per vivere questo “fuori”  attendibile, Paolo deve poter contare su un “dentro” capace di reggere le sue ansie e le sue paure: una comunità famigliare che sia in grado di sostenerlo nel suo percorso, di contenerlo nelle sue crisi e di rialzarlo quando cade.  È in questo delicato rapporto tra “dentro” e “fuori” che si gioca il futuro del piccolo, la sua possibilità di aprirsi alla vita e di accettare la sfida della crescita.

Paolo conosce la propria storia, ovviamente come può conoscerla un bimbo di cinque anni. Ma gli assistenti sociali e Giuditta ritengono giusto che gli vengano spiegati gli eventi che lo riguardano: il passato segnato dalla tossicodipendenza dei genitori, il carcere, l’arrivo nella casa famiglia, la presenza della zia e l’inserimento a scuola. E come per ogni bambino, anche per Paolo le fiabe si rivelano un prezioso strumento di comunicazione, capaci di comunicare cose belle e tragiche con la leggerezza e la profondità dei simboli. Ecco quindi che Paolo è il leoncino coraggioso che è stato allontanato dal suo branco, in quanto il papà leone ha trovato e mangiato delle bacche velenose che gli impediscono di trovare la strada verso casa. Anche la mamma è finita in una recinto  con alte mura dalla quale ella non può fuggire. Succede così che la pantera e l’elefante (simboli del giudice e dei servizi) affidano il leoncino alle cure di una strana coppia di lupi, i quali ospitano nella propria nidiata orsetti, antilopi e un sacco di altri animali che, come il piccolo leoncino, hanno bisogno di una famiglia. E così che attorno a questa favola gli eventi trovano forma e parola, l’indicibile diviene comunicabile, la tragedia diviene condivisibile, e prende forma un libro capace di custodire tutte le pagine della vita di Paolo: le pagine in cui si piange, in cui ci si dispera ed in cui si urla; ma anche le pagine in cui si è accolti, custoditi ed abbracciati, amati e rispettati; e pure tutte le pagine che raccontano di sfide e di cadute, di vittorie e di regressioni, di successi e di fallimenti. Quel libro di favole contiene anche un’infinità di pagine bianche, pagine ancora da scrivere, pagine che Paolo e Giuditta riempiranno, una frase alla volta, con lo scorrere del tempo.