Storia e Tempi

Buon anno!

A breve scollineremo un nuovo anno: lo so che si tratta di un fatto “formale” e un po’ rituale… in fondo cambia poco, non c’è alcuna vera soglia da superare, giacché il tempo della nostra vita scorre sereno e continuo e poco si interessa del modo in cui lo misuriamo e tracciamo mesi ed anni sul calendario.

Eppure ogni frontiera, anche solo simbolica ed ideale, innesca inevitabilmente il pensiero di una verifica e la voglia di uno slancio in avanti: qualcosa si chiude e qualcosa si apre. Avverti così il senso di un passaggio, di un attraversamento verso il futuro, l’ardire di abitare un domani che speri sia ricco di pienezza e vita.

In questi giorni è un inseguirsi incalzante di auguri e di auspici, di felicitazioni e di benedizioni: a tutti si auspicano giorni sereni e di pace, giorni in cui l’esistenza possa mostrare il proprio volto più benevolo e accogliente. Sappiamo tutti che non esiste certezza che sarà davvero così; però, in  fondo, non abbiamo altro modo per esorcizzare l’inizio di un tempo nuovo, né altra strategia per affrontare l’ignoto che ci aspetta.

Allora mi piacerebbe concludere questo anno ed iniziare il nuovo che ci attende in compagnia di tre parole che ci possano accompagnare anche per i giorni futuri. Sono tre paroline piccole piccole, che certo non fungono da assicurazioni per nulla: non ci tuteleranno da grane e problemi, né terranno alla larga malattie o sconfitte. Non sono talismani particolarmente efficaci né amuleti potenti da tenere in tasca. Sono però tre termini che sento molto cari e che sanno, quanto meno, scaldare il cuore, il che, di questi tempi, non mi pare cosa da poco. Il mio augurio si declina in tre parole: fiducia, speranza e coraggio.

C’è una fiducia radicale che abita il nostro cuore, quella stessa che ci premette ogni mattina di mettere la gamba giù dal letto e di appoggiare il piede sul pavimento, sapendo che esso sosterrà il nostro peso. Viviamo la nostra vita solo in nome di una fiducia tanto profonda ed essenziale, senza la quale non avremmo l’ardire di fare alcunché. Il mio augurio è quello di saper sempre di più vivere in compagnia di quella fiducia che ci abita, che sta lì, nascosta nel nostro animo, sotto il peso delle preoccupazioni e delle ansie che ci travagliano.

La nostra fiducia ci apre alla speranza per il domani, a quel gesto temerario ed impavido di muovere un passo dopo l’altro, ogni giorno, ogni instante, ogni attimo. La speranza non è l’illusione che tutto andrà bene, né l’ottimismo di chi pensa che le cose andranno necessariamente bene. La speranza è la virtù minima e umile di chi sa riconoscere che le cosa possiedono un senso nella propria vita, anche se talvolta esso non traspare in modo chiaro ed evidente. La speranza si genera quando sappiamo che c’è il senso di un cammino nei mille passi che muoviamo e che non esistono deviazioni o smarrimenti ma solo percorsi “diversamente” lineari. Possiate allora sperimentare la speranza, tanta piccola speranza, minuta, docile, paziente, ma certa ed esigente.

E poi vi sia tanto coraggio, coraggio da vivere e da condividere, da regalare a piene mani a chi non ce la fa, a chi arranca, a chi fatica, a chi resta indietro. E tanto coraggio per se stessi, per i propri cari, per chi amiamo e per chi non sopportiamo, per chi ci vive accanto e per chi si è allontanato. Coraggio per dire la parola giusta, per compiere il gesto che serve, per alzare gli occhi e non perdere la direzione del cammino.

Ecco..tutto qui… vi auguro una fiducia profonda, una speranza viva, un coraggio generoso… buon anno!

Pensieri e Silenzi

oggi no!

Non sempre la gentilezza, la disponibilità e la cortesia sono sinonimi di sincerità e testimoniano un cuore aperto e accogliente. Talvolta, infatti, rischiano di essere come “contaminati” da un’affezione un po’ troppo ricercata, un po’ appariscente ed ostentata e, alla fine dei conti, un po’ falsa. In certe occasioni una sana “ruvidità” o una naturale antipatia suonano come più salutari e benvenute.

Dubito di coloro che ti sorridono sempre, che ti accolgono di continuo a braccia aperte o che ci sono sempre in qualunque istante e per ogni necessità. Provo un irriflesso sospetto per chi non ti sa mai dire dei no, per chi non sa mai negarsi o per chi non sa declinare un invito o una proposta. Queste disponibilità “estreme” ed incondizionate suonano un po’ come delle forzature, come obblighi, come qualcosa di artefatto e di innaturale. Pare che certe persone facciano fatica a sopportare i no che sono costretti a dire e tollerano assai poco quella ferita alla propria immagine, che nasce dal dover dichiarare la propria indisponibilità. Esse coltivano quella malsana convinzione che se in certi istanti non ci sei, allora non ci sarai mai più. Come se la misura della disponibilità verso gli altri fosse una reperibilità 24 ore su 24, 7 giorni a settimana, 365 giorni l’anno. Per costoro la presenza o è costante ed assidua o non è. In fondo, secondo loro, ammettere la propria assenza una volta significa confessare la propria inaffidabilità.

Mi piacciono coloro che, anche con un certo fastidio, ti dicono “adesso non posso”, “lo faccio dopo” o “in questo momento sono stanco”, e te lo dichiarano con semplicità e naturalezza, senza preoccuparsi troppo di quello che l’altro potrebbe pensare o dire.

Mi piacciono quelli che, con ruvida sincerità, ammettono che, per amare o prendersi cura di qualcuno, non serve ignorare i propri bisogni o le proprie necessità. Dire di no non è un tradimento o un atto di ostilità, ma il semplice riconoscimento che non ci è chiesto di essere “perfetti” per essere persone affidabili.

Forse quelli che sanno dire dei no sono proprio coloro che, onorando i propri bisogni, sono più pronti a servire anche i bisogni ed i tempi degli altri.

Storia e Tempi

Londra ed io…

Non è strano come certi posti abbiano il potere di rigenerarci! Ci fanno sentire nuovamente in pace con noi stessi e con gli altri. Non so se vi è mai capitato: a me succede sempre quando sono a Londra. Non saprei dire esattamente il motivo ma nella capitale britannica mi sento a casa, rappacificato e di buon umore.  Quando sbarco dall’aereo non ho quella sensazione di estraneità che ti prende quando giungi in un posto nuovo; ho invece la percezione di aver lasciato Londra il giorno prima, quasi se me ne fossi andato da poco tempo.

A Londra provi quello strano sentimento di essere al centro del mondo, nel punto in cui tutte le culture, le lingue, le tradizioni e le etnie convergono tutti insieme.  Londra è un crogiolo di popoli, in cui a stento distingui l’indigeno dall’oriundo.  E la cosa straordinaria è che tutto questo “melting pot” di razze e di idiomi vive pacificamente insieme e che la parola diverso difficilmente la si potrebbe applicare a qualcuno. Tutto questa serena convivenza è stimolata da un clima accogliente ed educato, rispettoso e cordiale, in cui ti rendi conto che c’è posto per tutti, senza condizioni o pregiudizi.

Forse Londra sarebbe un buon antidoto per gli intolleranti di casa nostra che mal sopportano la vista di chi ha un colore della pelle o la forma degli occhi un po’ diversa dalla propria. Andrebbe bene anche a coloro che pensano che la diversità significhi immediatamente tensione o scontro, o che la varietà sia necessariamente un limite da superare. Londra pare invece testimoniare tutti i giorni che i diversi possono convivere insieme, nella misura in cui ciascuno fa lo sforzo di lasciare spazio e di rispettare gli altri.

Certi posti hanno davvero questo potere accogliente: forse perché esprimono “fuori” ciò che senti “dentro”,  perché ti raccontano e dicono qualcosa di te stesso o perché entrano in sintonia con il tuo mondo interiore. Già…forse Londra un po’ mi assomiglia, o, meglio, assomiglia a chi vorrei essere: aperto, plurale, dinamico ed accogliente, poliedrico, rispettoso ed elegante, sobrio e ricco perché diverso.

Storia e Tempi

“Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”

Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare’, chiosa il Manzoni, mettendola sulle labbra di don Abbondio al capitolo XXV de I promessi sposi, quasi giustificando il curato, al termine del colloquio con il Cardinale Borromeo. Lo stesso vale per lo stile e il tatto: se uno non ce l’ha non se lo può di certo dare.

Pensavo questa cosa leggendo su internet del quotidiano selfie (stavolta con pane e nutella) del nostro ministro dell’interno. Peccato che stanotte un congiunto di un collaboratore di giustizia è stato assassinato dalla ‘ndrangheta, nonostante fosse sotto stretta protezione in una località segreta; e peccato che un forte terremoto avesse scosso il catanese creando feriti e danni e tanta paura tra la popolazione.

Come dicevo, se uno è talmente preso dal proprio ego narcisistico ed esibizionista a tutti sti dettagli fatica a stare attento e stenta a capire che, mentre tu ti gusti la tua golosa colazione, ci sono tuoi concittadini, gente che tu dovresti servire, che stanno attraversando momenti di angoscia e preoccupazione. Direte: ma è un post innocente, non significa che il ministro non stia  facendo il suo lavoro seguendo le indagini e le operazioni di soccorso.. vero! E tuttavia c’è sempre una misura nelle cose, un senso dell’opportunità, un garbo che, anche se non necessario, sarebbe bene rispettare, per non prestare il fianco a facili polemiche e per confermare che sei lì a fare il ministro, ossia il servitore di tutti, e non l’influencer a caccia di followers. Insomma non sei una Ferragni qualunque ma il ministro dell’interno che è il primo responsabile della sicurezza di tutti.

Capisco che tutta sta popolarità possa prendere un po’ la testa e far perder il senso della misura, ma ci sarà qualcuno dello staff della comunicazione del ministro che possa insegnare un po’ di bon-ton istituzionale alla neo-star di Facebook e Instagram!

È vero che il coraggio uno non se lo può dare ma un minimo di sensibilità umana la si può anche apprendere… potrebbe essere un bel impregno per il nuovo anno.. non trova, sig. Ministro?

Pensieri e Silenzi

Natale: la felicità “ora”!

Pensavo che la felicità fosse qualcosa che potesse solo essere declinata al futuro: si è felici per qualcosa che accadrà, per un evento che ci aspetta, per un incontro che succederà, per un progetto che realizzeremo o per un’esperienza che presto vivremo. Pensavo che la felicità avesse sempre bisogno di questa prospettiva “a venire”, di questo slancio verso ciò che non è ancora; che la felicità, come ci insegna Leopardi, avesse sempre a che fare con il presentimento di cose future e che si potesse sperimentare solo se collegata a qualcosa che si attende e  che si spera. In altre parole ritenevo che la felicità raramente avesse una dimensione “presenziale” o attuale, ma  che si originasse dal sentimento della speranza e dell’attesa per quanto il futuro ci può riservare.

E poi giunge un momento in cui ti accorgi che il futuro diviene meno certo e sicuro, qualcosa su cui puoi sempre meno contare, come una promessa che non sai mai se potrà essere onorata o un voto che non è detto che possa essere rispettato.  È solo così che impari che la felicità può anche essere gustata qui e ora, che non è necessario posticiparla al domani o affidarla ad un avvenire che rischia di essere sempre incerto. La felicità può essere un piatto da gustare caldo, da assaporare mentre vivi, come un bicchiere di buon vino che non può attendere di essere gustato. La felicità talvolta è qualcosa che puoi addentare mentre cammini, senza grandi formalità o improbabili ritualità: è qualcosa di molto più piano e semplice, che può essere afferrata così come viene, senza troppe cerimonie.

Eppure c’è una grossa differenza tra la felicità che si attende e quella che accade, tra quella di  domani e quella dell’oggi: quest’ultima possiede una tratto di concretezza che lascia sorpresi chi, come me, ci è poco avvezzo. Quando declini la felicità al futuro, essa può mantenere quell’aurea di sogno, perfezione, di pienezza e di appagamento. La felicità dell’oggi è più “rude” e “realistica”, non hai molto tempo per fantasticarci sopra, perché essa accade e non puoi farci niente.  Devi solo aprire gli occhi ed il cuore e gustartela tutta, qui, subito, senza farci troppi pensieri o elucubrazioni; te la devi prendere così come accade, silenziando le tue attese e le tue preoccupazioni.

Un po’ spaventa pensare che la felicità è “adesso” e che non ne avrai un’altra dose, che non ci saranno felicità di “recupero”. È un prendere o lasciare,  una scommessa che puoi fare solo oggi, senza pensarci troppo. Impari così che la felicità, insieme alla vita, è qualcosa che capita e che puoi solo accogliere come un dono buono per l’oggi. Capisci che talvolta non ci sono concesse dilazioni o antipasti di cosa future: in certe occasioni la vita è tutta qui, tutta ora, tutta adesso: spetta a noi “tuffarci dentro” senza troppe esitazioni o tentennamenti.  Mi pare una buona lezione per questo Natale… Auguri!

Parole di carta

idee per un regalo di Natale

Avete già pensato ai regali da fare per questo Natale? O siete ancora nel rush pre-natalizio, assaliti dall’angoscia di non fare in tempo a completare la lista dei doni?

Vi serve qualche idea? Pensavo che forse, quest’anno, la cosa più bella che possiamo regalare in realtà non è una “cosa”. Nel senso che non è un oggetto, che ne so un libro, un telefono, un anello o un viaggio. So bene che la pubblicità ci sta “martellando” con insistenza da molte settimane con un’ampia offerta di prodotti che potrebbero fare la felicità dei nostri cari: da televisori a nuovi contratti di telefonia, da giocattoli a creme, profumi, vestiti, cibi, dolci, automobili, e mille altre cose.

Ma forse la cosa più bella che possiamo regalare per questo Natale è qualcosa di meno “palpabile”, meno concreto e materiale, ma non per questo meno prezioso e vitale. Anzi, di questi tempi, essa è cosa assai rara e ricercata, difficile da ottenere anche se sei disponibile a sborsare un bel po’ di denaro.

Forse quest’anno, sotto l’albero di Natale delle persone a cui vogliamo bene, potremmo lasciare un pacco, bell’infiocchettato, con dentro una buona dose di “ascolto”. Sì, mi riferisco proprio quel dono povero e senza prezzo, che consiste nel regalare un poco del nostro tempo per accogliere le parole dell’altro, per condividere il racconto della sua vita, delle sue preoccupazioni o delle sue gioie e per entrare in sintonia, almeno per qualche minuto, con il suo mondo interiore e con tutto quello che agita la sua anima. Potremmo fare proprio così: regalare dei “buoni-ascolto”, da utilizzare nei prossimi mesi, come un credito da esigere ed una promessa da mantenere.

Credetemi: nonostante l’apparenza non è un regalo da poco e di certo non rischiate di fare brutta figura! Magari all’inizio il destinatario del vostro singolare regalo si stupirà e vi guarderà con fare interrogativo e meravigliato. Ma sono certo che quando lui inizierà a scartare il pacco, a sperimentare il dono appena ricevuto, a godere del vostro ascolto, apprezzerà sinceramente quell’offerta. Infatti sentirà sulla sua pelle che c’è qualcuno che si sta interessando a lui, che lo sta accogliendo per quello che è, senza giudizi o precondizioni. L’ascolto infatti ha questo straordinario potere: quello di far sentire l’altro riconosciuto, valorizzato, accolto e capito. In tempi di egoismo spinto non è una cosa da poco, sapete…

E tuttavia non affannatevi a mettere in quella scatola regalo una “forma speciale” di ascolto! Non credo che serva… accontentatevi di metterci un ascolto semplice, feriale, un ascolto facile e modesto, di quella ordinaria fattura di cui siete capaci. Non serve un ascolto “sapiente” o dotto, ricco di parole o di insegnamenti. Questo ascolto più “nobile” e sofisticato lasciatelo ai professionisti dell’ascolto.

A voi basti donare un ascolto “ordinario”, piano, che nasca da un cuore che sappia tacere per fare spazio all’altro. Non serve saper dare risposte o elargire raccomandazioni, né dotte citazioni o preziose illuminazioni. Limitatevi ad un ascolto che sia sincero, onesto, pulito. Un ascolto che dica “Ecco, sono qui per te! Ho voglia di accogliere la tua parola, perché per me sei prezioso. Non mi interessa giudicarti né rimproverarti, non ti voglio convincere di nulla né insegnare come vivere. Mi basta regalarti un pezzo del mio tempo, che poi, a ben vedere, è la cosa più preziosa che ho.”

Sospendete per un attimo l’ansia del fare, la preoccupazione di rendervi utili, la paranoia di fare qualcosa di buono e godetevi un tempo “vuoto”, “inutile”, “sprecato”; e lasciate che l’altro possa riempire questo tempo a suo piacimento, con parole o lacrime, risa o lamentazioni, mugugni o racconti; lasciate che l’altro capisca che siete lì per lui, che tutta la vostra persona (la vostra mente, il vostro cuore e la vostra volontà) è lì per lui, in un movimento di accoglienza incondizionata.

Credetemi: sarà una sorpresa per entrambi! E poi che cosa accadrà a quel punto? Beh, è impossibile immaginare o preventivare la meraviglia che ogni dono suscita: quella la si può scoprire solo a tempo debito. Una cosa però è certa: quando un dono è sincero e autentico, questo porta gioia a chi lo riceve ma soprattutto chi lo fa.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Dicembre di LodivecchioMese

Affetti e Legami

“Il vostro amico è il vostro desiderio saziato”

Il vostro amico è il vostro desiderio saziato” scrive Gibran in quel straordinario testo che è “Il profeta”. C’è un’intuizione profonda in questa frase, che è capace di cogliere un aspetto centrale dell’amicizia ed uno snodo esistenzialmente ricco e fecondo.

L’amico è colui che sazia un desiderio, che sfama un appetito radicale di legami e di appartenenza: non è solo un bisogno di socialità, né la necessità di non restare solo, di avere compagnia o di non patire la solitudine. Nell’amicizia c’è molto di più!  L’amicizia nasce da dentro, come uno dei desideri allo stesso tempo più elementari ma anche più sofisticati che sperimentiamo. Se è vero che l’amico risponde ad una necessità, quasi biologica, di complicità e di compagnia, è altrettanto vero che la sua presenza calma una sete più basilare e vitale, quella di essere riconosciuti, di essere accolti e di essere capiti. L’amicizia sgorga da un cuore intrepido ed in attesa, che ha fame di alterità, quasi come l’aria da respirare.

Succede che talvolta questo desiderio resti nascosto, relegato in un angolo o spesso disconosciuto. È la presenza dell’ amico che risveglia in noi questa consapevolezza e che ci mette in contatto con il senso della nostra solitudine e della nostra insufficienza. L’amico è colui che sazia il desiderio proprio nell’istante in cui lo accentua e lo rende percepibile.

Può sembrare un gioco di parole ma non è così: è solo nella misura in cui, alla presenza dell’amico, sentiamo sulla nostra pelle quella benedetta fame di legami, ebbene, è solo allora che l’amicizia giunge a noi come un balsamo per l’anima e una benedizione per la vita.

Forse la bellezza dell’amicizia è proprio questa: quella di essere allo stesso tempo fame e cibo, acqua e sete, desiderio e compimento, lotta e vittoria, aspirazione e realizzazione. L’amico è così: è colui che ci fa mettere in viaggio proprio nell’istante in cui ci fa sentire a casa.

Affetti e Legami

speleologi dell’anima

È che a volta basta davvero poco per lasciar trapelare la bellezza che ci portiamo dentro, per lasciarla intravedere almeno a coloro che ci stanno più vicini.

A volte è per paura, altre volte per timidezza, altre volte ancora per pudore; il più delle volte credo sia il fatto che stimiamo poco le cose che ci portiamo dentro; fatto sta che i tesori della nostra interiorità restano spesso sepolti sotto il silenzio delle parole o sotto la discrezione dei sentimenti, come oggetti dozzinali, di poco valore, meritevoli di poco riguardo e attenzione.

E così non ci accorgiamo che in fondo al nostro animo si trovano giacimenti sconfinati di bellezza, di candore, di passione e rispetto, di dolcezza e sensibilità; vi sono depositi di grazia, di affetti puri ed incontaminati, che attendono solo di venire alla luce. Serve solo qualcuno che mostri un po’ di pazienza nello scavo, che sia disponibile a spostare quelle croste ruvide e polverose che abbiamo lasciato formare, nel corso degli anni, alla porta del nostro cuore.

Sì, ci serve avere a fianco saggi esploratori, con l’occhio vigile e l’olfatto fino, che abbiano l’istinto per la bellezza che giace nel cuore della gente che li circonda. Quanto oggi abbiamo tutti bisogno, un radicale bisogno, di questi “speleologi dell’anima”, viaggiatori dello spirito, cacciatori di quel fascino, di quella grazia e di quella meraviglia che dimora, ancora inesplorata, nell’animo dei più!

Non è diminuita la bellezza del mondo, non è venuta meno. È solo che, nel trambusto dei tempi moderni, è solo un po’ più celata, più nascosta nei corpi dall’aspetto affascinante e piacevole; c’è ancora ma è come rinchiusa dentro le parole superficiali, i pensieri banali, gli affetti passeggeri, i sogni mai inseguiti, il cinismo dei giudizi e le pretese volgari. Ecco, tutta la bellezza del mondo sta ancora lì, dove non avevamo mai cercato, dietro quella pianta che non abbiamo mai spostato, in quel cassetto che mai abbiamo aperto. Sta ancora lì, in quei volti trascurati, in quelle parole biascicate che non sono mai giunte alle nostre orecchie.

La bellezza del mondo non è scomparsa: servono solo uomini di buona volontà, disponibili a scavare il deserto perché magari, sotto la sabbia rovente, potrebbe celarsi un po’ d’acqua, capace di far rifiorire la steppa.

Parola e parole

che cosa devo fare?

“Che cosa devo fare?” È questa la domanda che ricorre con insistenza nel brano del vangelo di Luca di oggi. “Che cosa devo fare?” chiedono persone di diversa estrazione e professioni al Battista, che annuncia la venuta del Messia.

“Che cosa devo fare?” è una bella domanda, una domanda centrale, essenziale e radicale. Essa esprime un interrogativo per nulla banale né retorico. È una domande impegnativa, perché impegna non solo quello che penso o quello che sento, ma, primariamente, il mio agire, le azioni che compio ed il mio comportamento.

“Che cosa devo fare?” è una domanda che testimonia la serietà di una scelta, l’importanza di una decisione che, se vera ed autentica, non può restare solo parola, pensiero o sentimento, ma deve tradursi in un “fare”,  in un “agire”,  in azioni concrete.

Ogni cambiamento autentico della nostra esistenza o diviene una prassi, un’abitudine, un ethos, o resta qualcosa di talmente superficiale da venire spazzato via alla prima folata di vento. Ogni cambiamento o si radica e si struttura in un agire o mantiene una dimensione epidermica e marginale e, alla prova della vita, irrilevante ed ininfluente.

Le nostre azioni sono sempre cariche di un orientamento di fondo, del senso che abbiamo dato alla nostra vita. Il nostro agire trabocca del significato che abbiamo scelto per la nostra esistenza: sono come quei frutti da cui possiamo riconoscere la bontà dell’albero.

C’è una teoria nella nostra prassi; c’è un senso che abita i nostri gesti e le nostre azioni. Verrebbe da dire che non esiste una “ortodossia” (un pensare corretto)  ed una “ortopatia” (un sentire corretto) che non diventi inevitabilmente anche una “ortoprassi” (un agire correttamente). È attraverso le cose che facciamo che diciamo in maniera fedele a trasparente chi siamo, da dove veniamo e il destino verso cui siamo incamminati.

Storia e Tempi

dolcezza da padre

Chi pensa che la dolcezza sia una caratteristica tipicamente femminile dovrebbe osservare con attenzione il giovane papà che viaggia in aereo nel sedile di fronte a me, insieme alla sua figlioletta di tre o quattro anni.

Capelli arruffati e barba un po’ incolta, ha due occhi azzurri ed un sorriso mite e piacevole; ha  modi garbati, calmi, rassicuranti e gesti delicati e premurosi. Indossa una simpatica polo rosa a mezze maniche, un po’ stropicciata, ed una sciarpa grigia attorno al collo. Su una manica ha fissato una molletta per capelli della figlia, dal colore rosso intenso, quasi fosse il distintivo portato con orgoglio del suo ruolo di padre.

Viaggia da solo insieme alla vivace figlia dai tratti tipicamente nordici: capelli biondissimi ed una vocina acuta e simpatica, che alterna risate, richieste, gridolini e lamentazioni, con vivace animosità. Comprendo in realtà solo metà della loro conversazione: infatti il padre si rivolge alla figlia in un buon italiano, con un accento però particolare, tipico di chi ha vissuto per tanto tempo all’estero; la piccola risponde invece in finlandese, con quella intonazione che riconosci in tutti i bambini, di qualunque latitudine.

Ora il papà è alle prese con una bambola spettinata, che sta sottoponendo, per il divertimento della figlia, ad un “trattamento di bellezza” muovendola sotto il flusso d’aria che esce dalla bocchetta sopra il suo sedile.

Colpisce la dolcezza dei modi, delle parole e dei gesti: mostra alla figlia il cielo fuori dal finestrino, indica le ali che sostengono l’aereo ed i motori che ci fanno volare. Sorride alle sue domande, è disponibile alle sue richieste, la sistema sul sedile e la convince con garbo a mantenere la cintura allacciata, mostrando che il segnale luminoso è ancora acceso.

È rassicurante la sua presenza, come dovrebbe essere quella di ogni padre. Lo sguardo infonde fiducia, il tono della voce esprime pacatezza, i gesti dicono cura e custodia ed il suo giovane corpo, pronto a muoversi con misurata reattività, comunica affetto e passione. È davvero bello osservarli entrambi, anche se, onestamente, hai come l’impressione di invadere la loro dolce intimità e la loro profonda intesa. È come se stessi ammirando uno spettacolo a cui ti è concesso di assistere solo da lontano.

Resto sempre affascinato da queste paternità “morbide”, accoglienti e premurose. Nella cura paterna intravedi sempre una sofisticata miscela di autorevolezza e candore, di garbo e fermezza, di tenera austerità e di sobria cura.

Ora la piccola sta prendendo sonno: ha appoggiato la testa al braccio del padre, il quale, mentre sfoglia un libro, le accarezza lentamente i capelli. Credetemi: nella sua apparente normalità, la scena possiede una forza espressiva che pare uscita da un quadro di Rembrandt.