Parola e parole

quell’abbraccio…

Commuovente quell’abbraccio inatteso che il Padre rivolge al figlio martoriato dalla vita nel racconto di Luca della liturgia di oggi. Quel figlio che qualche tempo prima aveva decretato la morte simbolica del padre chiedendone l’eredità; quel figlio che ha scelto di fare fortuna altrove, lontano dalla casa paterna che evidentemente soffocava la sua fame di libertà ed indipendenza; quel figlio che si trova alla fine del sua rivincita a magiare ghiande con i porci, solo, povero, in fondo “assoluto”, proprio come desiderava, ossia sciolto (ab-solutus) da ogni legame.

Eppure quell’ “happy-end” è reso possibile da alcuni antefatti che suonano meno dolci e garbati, forse anche meno commuoventi e toccanti. Antefatti che possiedono un tono un po’ più aspro e tagliente, corrosivo e crudele.

Quel padre pronto all’accoglienza è lo stesso che si è visto “sputare in faccia” dal proprio figlio la morte della loro relazione, la loro definitiva separazione, il loro allontanamento irrevocabile ed inappellabile. “Tu per me sei morto!” ha gridato il figlio in faccia al padre. E lui che non può far altro che incassare questo colpo allo stomaco, accettare con strazio paterno questa scellerata scelta e, come sempre ha fatto, rispettare la libertà altrui. Il padre è grande perché accetta di essere crocifisso dal figlio, di guardare con cuore dilaniato, a quel figlio amato che fa le sue valigie e se ne va.

Ma la sofferenza mica finisce lì; non si termina con la separazione fisica né con l’uscita del secondogenito dal campo visivo del genitore. Quella sofferenza prosegue, giorno dopo giorno, in modo nascosto, silenzioso, paziente e tenace. Quel padre, che ogni giorno scruta l’orizzonte per attendere il ritorno del figlio, è un uomo che in ogni istante rivive la lacerazione per quel legame spezzato. È un padre che non si da pace, che spera per il proprio figlio, che da lontano lo custodisce e lo pensa. È un padre che sente la frustrazione dell’impotenza, di quell’atto necessario di affidamento alla libertà dell’altro che non sa se sarà ripagata così come si attende.

È di questa attesa del padre che Luca ci dice poco, come per un gesto di pietoso rispetto e di benevole pietà . Ma chi è padre, non solo biologicamente, sa di cosa si parla. È quel sentimento che ti assale la mattina quando ti alzi e ti accompagna per tutta la giornata fino a quando non ti corichi al letto. È quel desiderio che turba i tuoi sogni, che agita le tue notti. È un anelito, uno slancio che non sai controllare, che sperimenti con ostinazione ed irragionevolezza. È lo sperare contro ogni speranza.

Quel figlio è tuo figlio, che lui lo riconosca o no e tu non puoi sottrarti alla passione per lui, non puoi cessare quello sguardo benigno e confidente che ti tiene in vita e che alimenta l’attesa. Il padre capace di accoglienza e di festa è lo stesso che ha attraversato l’oscurità della notte, che ha superato, un passo al volta, un dolore alla volta, il deserto dell’incertezza, della disperazione, del tradimento e dell’abbandono.

Forse è solo in forza di questa “attraversata insensata” che il padre diviene capace di festa, di giubilo inteso ed incontenibile; forse perché le sua braccia hanno sperimentato l’aridità dell’abbandono che sanno diventare luogo fertile di accoglienza.

Non c’è amore vero che non sia chiamato ad attraversare questa solitaria attesa, questa inquieta apprensione, questa penosa fiducia.  Non c’è amore che non senta nelle proprie viscere una passione travolgente ma non corrisposta, totale ma rifiutata, determinata e coraggiosa ma costretta a sperimentare i tempi amari dell’attesa e della speranza

Storia e Tempi

questione di verità…

Il problema non è la famiglia. La questione è molto più radicale ed profonda.

Tutto il dibattito che si è acceso attorno al tanto discusso convegno di Verona afferisce ad un livello più elementare e basilare. La famiglia è solo un “dettaglio” (se mi è permesso dire così), il pretesto per mettere a confronto due modi differenti di intendere il tema della verità. Che cosa è vero? Che cosa falso? Cosa dobbiamo accettare nella nostra vita e cosa rifiutare? Che direzione dare alle nostre scelte e come valutare quelle di coloro che vivono con noi?

Il tema della verità è un tema antico quanto l’uomo. Pare come se l’uomo non possa vivere senza porsi la domanda della verità. Magari oggi la domanda è più sommessa e meno esplicita; va un po’ rintracciata sotto l’onda dell’indifferenza e della superficialità…ma esiste… come delle braci che giacciono silenziose sotto il fuoco che pare spento ma che sono pronte ad riprendere vigore non appena si anima con decisione la fiamma.

Perché la verità ha a che fare con quello che resta, con quanto è stabile e resistente nella nostra vita; si riferisce a ciò che rimane mentre tutto passa e sfugge. Parlare di verità non significa porsi domande assurde o surreali ma affrontare la questione della permanenza, di ciò da consistenza e resistenza alla nostra vita, di ciò che struttura la nostra esistenza, di quanto è durevole, affidabile e promettente.

Ciò che sta andando in scena a Verona è in fondo una rappresentazione quasi plastica di un certo modo di intendere il nostro rapporto con la verità. Qual è la natura della verità? La verità ha le sembianze del dogma, dell’assioma, del principio assoluto ed inderogabile? O la verità ha una natura intrinsecamente dialogica, relazione, dinamica e progressiva?

La verità assume i tratti dell’esclusione, della demarcazione, della logica dentro-fuori, pro-contro, giusto-sbagliato o è qualcosa di inclusivo, di partecipativo, di un percorso da fare insieme, di una ricerca da effettuare a più mani?

La verità è qualcosa da brandire come una clava contro chi a questa legge non si attiene o ha in sé un potere accogliente e comprensivo? La verità serve per alzare muri o per creare ponti?

E poi: la verità la circoscriviamo al perimetro angusto delle nostre povere idee, al limite stretto dei nostri pensieri, come una proprietà gelosa ed esclusiva? Oppure la verità è per sua natura eccedente, esuberante, qualcosa che non sopporta le gabbie dei nostri schemi spesso gretti ed interessati?

Insomma: la verità è qualcosa che possediamo o qualcosa che ci sta sempre davanti, qualcosa da ricercare ed incontrare, da accogliere ed implorare, da scoprire e promuovere? Ci possiamo accontentare delle nostre piccole verità oppure metterci alla sequela della Verità, quella con la V maiuscola.

Possiamo chiuderci dentro la fortezza delle nostre convinzioni oppure scegliere il percorso faticoso ma liberante che ci spinge a andare, ad iniziare un pellegrinaggio che non sappiamo esattamente dove ci porterà.

Possiamo pretendere di possedere la verità oppure lasciarsi sorprendere da essa, come una meraviglia sempre nuova ed imprevista, liberante ed inaspettata.

Possiamo misurare gli altri secondo il metro, assai corto, delle nostre verità, oppure sperimentare la gioia dell’incontro con la verità di cui l’altro è voce, con la verità che egli testimonia nella sua vita. Con la verità che, in fondo, è il mistero della sua persona.

Pensieri e Silenzi

ritirata e resa

A volte per guarire, o anche solo per superare una fatica, una difficoltà, un dolore o un fallimento, abbiamo bisogno di allontanarci, di prendere le distanze, di creare uno spazio, non solo fisico ma anche affettivo, tra noi e la sorgente del nostro disagio.

Certe volte si guarisce stanno “dentro” il problema, imparando a convivere, a sopportarne la presenza e a gestire la sua carica irritante. Altre volte invece l’unica salvezza è andarsene e sentire sulla pelle una lontananza tra noi e lui.

Sì, ci sono volte in cui percepire questo allontanamento è un modo per ridurre il potere distruttivo di quel problema e per attenuare gli effetti negativi sulla nostra vita: quella distanza diviene la nostra difesa e la nostra protezione, perché sappiamo e sentiamo che se quel problema resta lontano allora è inoffensivo.

Non sempre abbiamo la forza necessaria per ingaggiare una lotta corpo a corpo con quel nemico: spesso ci mancano le energie, la determinazione o la lucidità. Così possiamo solo scappare, abbandonare il campo di lotta e attivare una ritirata strategica, prima che sia troppo tardi. Non è detto che ci sia sempre offerta una scelta a riguardo: accade anche che occorra “fare di necessità virtù “e così mettere in atto l’unica soluzione che al momento ci pare percorribile. A volte si tratta della ritirata.

E tuttavia ti accorgi che questa marcia indietro, benché possa apparire una sconfitta, in realtà non lo è. Indietreggiare spesso è solo il modo che abbiamo per leccarci le ferite, per riprendere fiato ed energie e per riacquistare l’equilibrio che avevamo smarrito. Fare un passo indietro è l’occasione per guardare le cose da lontano, per maturare una giusta prospettiva su di esse e sulle situazioni. Non sempre stare “dentro le cose” ci aiuta a comprenderle meglio. Talvolta è solo la distanza che permette questo sguardo più obiettivo e salutare.

E poi c’è una cosa che distingue la ritirata dalla resa. Chi è capace di allontanarsi, di prendere le distanze e di fare un passo indietro, vive in cuor suo una certezza, anche se non sempre questa consapevolezza giunge chiara alla coscienza: ciò che è vitale ritorna. Non può stare lontano dalla nostra esistenza, né essere silenziato per sempre. Ciò che è vitale ritorna. Andarsene, a volte, è solo un modo per propiziare questo ritorno e riaccogliere il suo accadimento nella nostra vita.

Parole di carta

Natsuko, Greta (e Brenton)

Ci sono diversi nomi che in queste ultime settimane sono assurti ai clamori della cronaca. Nomi di persone normali, gente qualunque, che non possiede titoli particolari per guadagnarsi le prime pagine dei giornali e che, tuttavia, hanno catturato, l’attenzione dei media. Sono nomi e volti che rimbalzano qua e là tra le pagine internet, nei commenti degli esperti, nelle discussioni sui social e spesso anche nelle chiacchere al bar.

La prima protagonista che vorrei ricordare è diventata famosa suo malgrado e all’origine della sua fama sta proprio il mistero che ha accompagnato la sua comparsa sulla scena. È successo infatti che a Pesaro alcune telecamere di sorveglianza avevano ripreso una donna che con scopa e paletta in mano puliva alcune strade della città marchigiana. Non era una dipendente comunale né una lavoratrice di una impresa di pulizie ma una normale cittadina che, con assiduità e passione, teneva in ordine quel pezzetto di città in cui si trovava a vivere. Ne era nata una specie di caccia all’uomo: il sindaco di Pesaro aveva fatto appello ai propri concittadini affinché lo aiutassero a identificare questa misteriosa donna, meritevole, secondo il primo cittadino, di un riconoscimento pubblico per il generoso senso civico mostrato. E alla fine la ricerca ha avuto successo: si chiama Natsuko Takase, quarantenne giapponese che abita ormai da vent’anni a Pesaro; è discendente di una famiglia nobile nipponica, è una cantante non professionista e coltiva questa sua passione frequentando il Conservatorio di Rimini.

La seconda protagonista è assai più nota ed assai più giovane della prima: Greta, all’anagrafe Greta Eleonora Thunberg Ernman. È una sedicenne svedese balzata agli onori della cronache per la sua incredibile battaglia ecologica. Greta è affetta dalla sindrome di Asperger (un disturbo della fasi dello sviluppo) ma nonostante questa sua condizione non rinuncia a fare sentire la sua voce in difesa dell’ambiente e contro i cambiamenti climatici. Nell’estate del 2018 Greta lancia lo slogan “Skolstrejk för klimatet” (Sciopero della scuola per il clima): infatti l’adolescente svedese, in vista delle elezioni politiche dell’autunno, decide di non partecipare alle lezioni scolastiche e di trascorrere le potenziali ore di lezione di fronte al parlamento svedese per sensibilizzare i governanti sulle tematiche ambientali. Anche dopo le elezioni, ha continuato a manifestare ogni venerdì, lanciando così il movimento studentesco internazionale “Fridays for Future”. È sull’esempio di Greta che il 15 Marzo scorso un milione di giovani in Italia e diversi milioni in tutto il mondo (da Auckland in Nuova Zelanda a Sidndey, da Tokio a Seul, e poi Nuova Dheli, Milano, Roma, Barcellona, Dusseldorf, Vienna per un totale di 1800 città) sono scesi in piazza per ricordare ai governanti che il pianeta è uno solo e che non esiste alcun piano B per salvare la terra. In forza della sua coraggiosa battaglia, Greta è stata invitata a prendere la parola alla COP24, vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi a Katowice, in Polonia e successivamente al Forum Internazionale di Davos del 2019 ai cui partecipanti ha rivolto parole assai dure e provocatorie.

La storia del 28enne Brenton Tarrant Harrison è, ahimè, di tutt’altra natura. Sempre il 15 marzo scorso (singolare coincidenza) il giovane neo zelandese armato di tutto punto con fucili automatici fa irruzione in due moschee di Christchurch e ammazza a sangue freddo 49 persone, colpevoli di trovarsi in un luogo di culto islamico in un normalissimo venerdì di preghiera.  Brenton appartiene ad un gruppo di suprematisti bianchi ed è ossessionato dalla presenza di una esigua minoranza islamica nel suo paese. Preoccupato che la sua terra potesse venire invasa da una nuova colonizzazione islamica, il giovane sceglie di compiere questo gesto stragista, in risposta, a suo dire, ai precedenti attacchi di matrice culturale opposta. Due estremismi che si confrontano a colpi di morti innocenti e sanguinose stragi.

Le storie di Natsuko, Greta e Brenton ci testimoniano il fatto che le idee ed i sogni (così come gli incubi) camminano sempre con le gambe delle persone e che le idee, per quanto belle o drammatiche, restano tali se non trovano qualcuno capace di dare loro voce, di  tradurle in una prassi concreta che si sforza di cambiare (o per lo meno ci prova) la vita delle persone. Le ideologie, i grandi sistemi, i valori e le follie della storia diventano concrete e reali perché alcune persone hanno il coraggio e la disponibilità di farsene carico, di assumerle nella propria vita e di declinarle in azioni, comportamenti, scelte, stili di vita, atteggiamenti e sentimenti. Anche il male, per quanto assurdo e folle, diviene concreto e mortifero, nella misura in cui la libertà e la responsabilità dell’uomo scelgono di accoglierlo, di aderire alla sua suggestione, di assecondare il suo paranoico fascino.

Ma forse c’è una seconda considerazione che le vicende di Natsuko, Greta e Brenton possono suggerire. In questo mondo possiamo decidere di vivere da cittadini o da alieni; da persone che sentono la terra che calpestano come la propria patria da custodire e tutelare o come lo spazio per una guerra identitaria di difesa di quell’angusto mondo in cui ci si è barricati. Tutto dipende da noi, dal modo in cui scegliamo liberamente e responsabilmente di abitare questo mondo. Ci possiamo stare da vigili custodi, persone che sentono la responsabilità e la cura verso la gente che vive con noi, verso l’ambiente che ci circonda, verso quella “casa comune” che sola ci ospita e ci consente di vivere; oppure ci possiamo stare da moderni barbari, gente sempre in lotta con un nemico che cambia di giorno in giorno, gente che vive con sospetto e diffidenza verso ogni forma di alterità e diversità; la scelta è tutta nostra: non la possiamo demandare a nessun altro.

Già dal primo istante in cui apriamo gli occhi su questo mondo ci è posta la più radicale e significativa delle domande: “Dove sei?”, ossia “In che luogo ti trovi? In che ambiente vivi? Chi è il tuo vicino?”. È dalla risposta a questa domanda che emerge lo stile della nostra vita: possiamo vivere questo mondo da figli, consapevoli del dono che abbiamo ricevuto e della responsabilità che ci è stata assegnata; oppure possiamo stare su questa terra da ospiti rancorosi ed insofferenti, aggressivi e violenti, cinici ed egoisti. Natsuko, Greta e Brenton hanno fatto la loro scelta: e noi?

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchioMese

Storia e Tempi

venticinque marzo

Il 25 marzo non è per me un giorno normale, uno come tanti nel novero degli anni. In questa giornata infatti il calendario mi invita a celebrare due nascite: la prima è quella di mio figlio Daniel, che quattordici anni or sono veniva al mondo in quel martoriato e straordinario Paese che è l’Etiopia. La seconda è la “nascita al Cielo” del mio amico Marco, che tre anni fa, dopo una improvvisa e veloce malattia, ha terminato il suo pellegrinaggio su questa terra per aprirsi al Definitivo di Dio.

Il 25 marzo per me è un giorno non solo speciale ma anche faticoso: in questa giornata sono come costretto a celebrare la vita e la morte, la gioia ed il dolore, la partenza e l’arrivo, l’incontro ed il commiato, la novità e la conclusione.

È doloroso attraversare questo giorno, solcare le sue ore ed abitare i suoi istanti perché ti senti come diviso, conteso, strattonato a destra e a sinistra. Non puoi fare una scelta né prendere una posizione chiara e netta: sei obbligato a convivere con questa tensione, in questa intima lacerazione che scuote il cuore. Le ore passano con questo impasto di sentimenti, in cui una grande gioia si mescola insieme  ad un mesto ed intimo dolore.

Il 25 marzo è per me una prova, una prova della vita, una sfida dell’esistenza.

Il 25 marzo è il giorno in cui il Mistero della Vita mi educa ad attraversare la pienezza dell’esistenza, a goderne ogni goccia, un sorso alla volta.

In questa soleggiata giornata di inizio primavera, la Vita mi insegna ad abbracciare il mistero delle cose, a sperimentare il passo brioso della gioia e quello più misurato della sofferenza. Non sono due passi così diversi, come si potrebbe pensare: sono solo due movimenti di quell’unica Danza della Vita, che, con somma libertà, solca il terreno del tempo.

Parole di carta

effetto NIMBY

Gli americani lo chiamano “effetto NIMBY”: letteralmente “Not In My Back Yard” ossia “non nel mio giardino”. È una espressione che è stata coniata negli anni 1980, attribuita a W. Rodger dell’American Nuclear Society e legata al politico inglese N. Ridley, che fu segretario di Stato del partito conservatore per l’ambiente. Con questo acronimo si tende a identificare l’opposizione di alcuni membri di una comunità locale ad ospitare sul proprio territorio un’opera di interesse pubblico, sia essa una centrale elettrica, una discarica, una strada ad alta percorrenza, un ospizio o qualunque altra opera che in qualche modo intacchi lo status quo di quell’area geografica o di quella comunità locale.

La cosa sorprendente è che nella maggior parte dei casi si tratta di interventi che gli stessi oppositori reputano importanti se non addirittura indispensabili per la comunità. Chi potrebbe opporsi alla costruzione di una scuola, di un ospedale, di una tangenziale o anche di una necessaria discarica di rifiuti? Sono tutte opere che qualunque persona di buon senso giudicherebbe necessarie per la normale convivenza. Il punto quindi non è tanto la natura dell’opera quanto la loro collocazione. La logica del ragionamento è po’ questa:  so che questa opera è indispensabile ma non voglio che venga costruita vicino a casa mia. Siamo tutti convinti che una tangenziale che devia il traffico dal centro storico sia un’ottima cosa ma quando quella strada passa vicino a casa nostra, beh, le cose cambiano. Le discariche o gli inceneritori? Certo che servono! Dove metteremmo i rifiuti altrimenti…Ma attenti a non farlo sul mio territorio perché in tal caso mi oppongo con tutte le mie forze.

È evidente che questo ragionamento non tiene conto del fatto che ci sarà sempre un “vicino” accanto a cui la strada dovrà passare e qualcuno che sarà confinante ad un inceneritore in costruzione. Se tutti adottassero la spirito NIMBY non si potrebbe costruire nulla da nessuna parte. Qualcuno ha definito questa sindrome estrema “effetto BANANA”: “Build absolutely nothing anywhere near anything”, ossia non costruire assolutamente nulla da nessuna parte, vicino ad alcunché.

Se pensate che l’effetto NIMBY sia una cosa così rara o legata ad alcune grandi opere, vi state sbagliando. L’Osservatorio NIMBY Forum per il 2016 ha censito 359 opposizioni in Italia contro opere di utilità pubblica oppure contro i progetti di nuovi impianti, con un aumento del 5% di contenziosi locali rispetto al 2015. Si tratta principalmente di posizioni avverse a centrali elettriche, inceneritori, gasdotti, ventilatori eolici, cassonetti dell’immondizia, pozzi per la ricerca di giacimenti o impianti di selezione dei rifiuti.

Le stesse ricerche attestano che nella maggior parte dei casi le forti opposizioni a queste opere sono animate da preoccupazioni tutt’altro che velleitarie: spesso si teme per la qualità dell’aria e dell’acqua (che potrebbe subire peggioramenti per via delle nuove opere); altre volte ci si preoccupa per l’impatto paesaggistico e la compatibilità ambientale; altre volte ancora esiste il timore che vengano compromessi fragili equilibri bio-ambientali e faunistici. In tutti i casi è giusto riconoscere che queste opposizioni nascono da un forte senso di appartenenza e di custodia del proprio territorio che non si vuole veder messo a repentaglio da opere che paiono inutili minacce.

E tuttavia sono evidenti i limiti  di questo modo di affrontare le questioni. L’effetto NIMBY fa dimenticare il senso di responsabilità collettiva ed il contributo che ciascuno è chiamato ad offrire per la costruzione del bene comune. Riconoscere la bontà di un’opera non è sufficiente se poi nessuno è disponibile a farsene carico e ci si aspetta che siano sempre gli “altri” (ma chi saranno poi questi altri?) a pagarne l’inevitabile prezzo. Coloro che sposano la filosofia NIMBY paiono come sognare un “altrove” che è solo immaginario: qualcun altro deve farsi carico di accogliere nella propria comunità quest’opera; ci deve essere un altro posto in cui possa essere costruita; quell’intervento deve essere realizzato in un altro modo. È palese che questo altrove non esiste e che assomiglia molto all’isola che non c’è di Peter Pan: un luogo utopico (un non-luogo appunto) dove ci aspettiamo, un po’ ingenuamente, che le cose possano trovare una soluzione.

Già.. sarebbe bello…ma sappiamo tutti che non è così. Talvolta occorre la saggezza e la disponibilità di fare un passo indietro, riconoscendo che c’è un ragionevole prezzo da pagare perché il bene comune venga attuato e che la difesa un po’ campanilistica del proprio piccolo pezzo di terra spesso non aiuta la crescita complessiva del campo.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchioMese

Storia e Tempi

un lento declino…

Al di là di personali simpatie o antipatie, stupisce il repentino ed inatteso collasso del Movimento 5 Stelle. Non mi riferisco solo al recente arresto del presidente del consiglio comunale di Roma (che, comunque, nella retorica grillina resta un fatto gravissimo) ma più in generale della piega che hanno preso gli eventi.

Affermatosi come la speranza di rifondare la politica e di introdurre un nuovo modo di servire il bene comune, il M5S sembra, giorno dopo giorno, sciogliersi come la neve al sole e il calo dei consensi, registrato nei sondaggi, è solo l’epifenomeno di qualcosa di più profondo.

Il movimento paga l’assenza di una credibile classe politica, la mancanza di una visione in politica interna ed internazionale e l’incapacità di passare dalla lotta di piazza (vi ricordate il Vaffa Day???) alla gestione della complessa macchina politico-amministrativa della settima potenza mondiale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: a livello amministrativo Roma giace sotto il peso dei suoi atavici problemi, senza che si intraveda una qualche soluzione. A livello nazionale la TAP, contrariamente a quanto promesso sarà realizzata; l’ILVA seguirà il destino stabilito dai governi precedenti; la TAV si farà, dal momento che serve un voto parlamentare per rivedere l’accordo e la maggioranza per cancellare l’opera non c’è (diciamo che si sta un po’ alla allungando il brodo, per evitare al partner di governo l’ennesima figuraccia prima delle europee…). La gestione del crollo del ponte di Genova è stata dilettantesca (notizie sulla revoca delle concessioni ad autostrade?), il dossier Alitalia resta aperto sul tavolo e moltissime opere pubbliche ferme al palo.

Le scelte che contano sono sotto la tutela del Ministro degli Interni, che ormai si occupa stabilmente di infrastrutture, difesa, politica estera e comunitaria. A tutto questo accompagniamo il fatto che, anche a causa di questa incertezza ed incapacità, siamo in recessione economica (per ora solo tecnica) e che per la prossima legge finanziaria del 2020 occorre trovare tra i 30 e i 40 miliardi di euro. Sarà una manovra lacrime sangue: il Movimento 5 Stelle ne saprà portare il peso? Restano ormai solamente aggrappati al reddito di cittadinanza, notevolmente sgonfiato nei numeri e nell’impianto (ad esempio i famosi navigator sono passati da 6000 a 3000…) sicché tale provvedimento rischia di tradursi nell’ennesimo sussidio, incapace di generare nuova occupazione.

A tutto questo aggiungiamo la regressione sul piano etico, vero punto di forza del Movimento grillino: la negazione dell’autorizzazione a procedere al Ministro degli Interni, checché se ne dica, fa a pugni con la storia ed i valori del movimento e l’arresto di ieri mette una pietra tombale sulla pretesa differenza antropologica dei 5 Stelle. La prossima modifica al codice degli appalti va esattamente nella direzione opposta a quanto predicato quando si stava all’opposizione.

È sorprendete come nel giro di pochi mesi la forza propulsiva ed innovativa del movimento, chiamato a stravolgere il panorama politico italiano, si sia già esaurito ed che sia iniziata una fase (una volta si sarebbe detta “dorotea”) di gestione del potere e del consenso. Resta in me la convinzione che, come era ragionevole aspettarsi, la realtà stia chiedendo il conto (accede sempre così nella vita) e che con la durezza delle cose prima o poi occorre venire a patti.

Affetti e Legami

auguri papà!

Chi è il padre se non colui che vive l’ostinazione della speranza? Colui che resta talmente fedele al suo posto, radicato nella rete dei suoi affetti, da diventare non solo una garanzia per l’oggi ma anche una speranza per il domani?

L’ho imparato da mio padre questa lezione, dal suo esempio dolce e tenace.

Nello scorrere impazzito del tempo, nel succedersi imprevedibile degli eventi, tutti sentiamo il bisogno di un padre, di colui che resta lì, fermo, affidabile, ad alimentare il fuoco dell’amore e della speranza. E questo suo stare assume i tratti della ferma caparbietà, della determinazione e della cocciuta presenza.

Tutti sperimentiamo fin troppo frequentemente presenze volatili ed incostanti nella nostra vita: gente che si palesa e poi scompare; gente che c’è e poi non si sa, che è impalpabile come la nebbia fitta di una fredda notte di inverno.

Sentiamo così tutti il desiderio un padre, di un punto fisso dell’esistenza, di qualcuno che, con la sua muta presenza, testimoni la bontà della vita, la possibilità del domani, la fiducia verso l’avvenire, la promessa che è insita nei giorni. In questo mondo così smarrito e fragile, quale dono prezioso sono i padri!

In un mondo in cui tutto è fluido, volatile, mutevole, che tesoro inestimabile è per ciascuno di noi la presenza di un padre, resistente, roccioso, solido ed affidabile!

In un mondo che è così rassegnato, rinunciatario, arrendevole e remissivo, è una fortuna impagabile sentire accanto qualcuno che coltiva l’antica arte della speranza, dell’attesa, dello slancio generoso e fiducioso. Non ci servono parole o incoraggiamenti, nessuna predica o lezione: ci serve una mite presenza, un dolce accompagnamento, la paziente presenza di un padre che, radicato nell’oggi, sa aprire al futuro.

Auguri papà!

 

Affetti e Legami

Cara Lucia…

Cara Lucia

So che la vita ti sta facendo attraversare un periodo di solitudine: proprio tu che ami il calore dell’amicizia e ti senti confortata dalla presenza di qualcuno di speciale che possa accompagnare i tuoi giorni, ebbene proprio tu ora senti quel sentimento di solitudine che raffredda il cuore e toglie colore alle giornate. Affrontare la vita da soli, soprattutto quando si è molto giovani, è sempre doloroso: è come andare avanti ed indietro sui trapezi, lanciandosi in ardui capogiri e strabilianti piroette, e sapere di non avere una rete di sicurezza stesa con solidità sotto di te.

Alla tua giovane età l’amicizia è anche questo, o forse prima di tutto questo: un’ancora di salvezza, un rete di protezione, la percezione di qualcuno che è pronto ad afferrarti quando stai per cadere. Qualcuno sulla cui spalla piangere quando le cose non vanno o qualcuno da telefonare quando si ha una grande gioia da raccontare. Posso solo immaginare, cara Lucia, il vuoto che ti abita dentro e quella sensazione di disorientamento che produce il camminare da solo in una terra sconosciuta.

Eppure più volte abbiamo insieme parlato di come spesso le tue amicizie ed i tuoi amori nascevano da un bisogno talvolta eccessivo di riconoscimento, di presenza, di affetto, quasi che gli spazi in cui vivere una sana solitudine ti apparissero insopportabili ed inaccessibili. Quel bisogno dell’altro altre volte originava da una necessità irriflessa di vivere la dimensione della cura: come una giovane donna cresciuta un po’ troppo in fretta, le tue amicizie ed i tuoi amori erano quei luoghi in cui prenderti cura, sempre e comunque, degli altri. Ci siamo detti più e più volte che l’amicizia, come l’amore, ha bisogno di reciprocità, di sperimentare la gioia del donare come quella del ricevere. Gli amori a senso unico spesso hanno poco futuro perché suppliscono ad una nostra carenza ma non ci consentono di vivere un incontro reale con l’altro.

Cara Lucia, magari questo tempo di solitudine non è giunto invano: so che è più facile da dirsi per chi vede le cose da fuori ma magari è così. Non è detto che sperimentare la compagnia di se stessi (compagnia che in questo periodo non ti sei scelta ma ti è stata imposta), sia necessariamente una regressione nel tuo cammino di crescita. Vedi, Lucia, talvolta per vivere con maturità e pienezza di una cosa abbiamo bisogno di sperimentarne la mancanza, l’assenza ed il bisogno. Mi chiedo quindi se imparare a tollerare la tua solitudine non sia l’occasione che la vita ti stia offrendo per sperimentare relazioni nuove e più autentiche in futuro.

Magari è questa la sfida che hai davanti, in questo periodo in cui vivi una compagnia forzosa con te stessa: passare dal bisogno dell’altro al desiderio dell’altro. Benché simili i due termini non sono del tutto equivalenti: il bisogno nasce dal senso di un “vuoto”, il desiderio dalla volontà di condividere un “pieno” che uno ha scoperto dentro di sé. Desidero l’altro non perché mi sento solo ma perché sperimento un ricchezza in me stesso che non posso fare a meno di partecipare. Magari è proprio questo che la vita ti sta chiedendo di vivere: forse è proprio questo il passaggio ed il salto in avanti che sei chiamata a fare.

Sono certo che, per quanto dura e arida, questa tua solitudine non sarà infeconda ma capace di generare relazioni ricche e fruttuose in futuro.

Ti penso e ti abbraccio, Marco.

Pensieri e Silenzi

la prima lettera…

Ieri sera ho casualmente rivisto alcune scene di quello straordinario film che è “A spasso con Daisy”. Siamo ad Atlanta nel 1948 e l’anziana Miss Daisy Werthan è la vedova di un ricco produttore di tessuti e maestra elementare ormai in pensione. A causa dal procedere degli anni il figlio Boolie decide di assegnare alla madre un autista a tempo pieno: si tratta del settantenne Hoke Colburn, autista delle consegne del latte analfabeta e anch’egli in pensione. Dopo un inizio assai complicato a causa del rifiuto dell’anziana dell’aiutante di colore, tra i due nasce una singolare amicizia e intesa che accompagnerà entrambi nell’ultima fase della loro vita.

Ho già visto questo film un milione di volte ma il fatto positivo di rivedere cose già conosciute è che hai la possibilità di notare dettagli e particolari che prima ti erano sfuggiti.

C’è una scena in cui Daisy è con Hoke al cimitero per mettere fiori sulle tombe. Alla richiesta della donna di deporre un mazzo di fiori sulla tomba del Signor Bauer, Daisy si accorge che l’amico non sa leggere e quindi fatica a riconoscere il nome del defunto tra i molti presenti nel quel cimitero.

Suggestivo il dialogo che ne segue. Daisy, maestra di lungo corso, rimprovera Hoke di non riuscire a legare insieme la lettere dell’alfabeto, benché ne conosca il significato. Il vecchio, evidentemente impacciato, abbozza qualche scusa che non convincono la vecchia insegnante. Sicché Miss Daisy inizia la sua singolare lezione. “Bauer, B,B,B..: che suono senti all’inizio?” “La B” risponde subito il vecchio Hoke. “Uer, R,R,RRRR, Che suono senti? Che lettera è la RRRR?” Hoke ci pensa e replica meravigliato “La Erre!” “Bene!”, riprende Daisy, ”Cerca un nome che comincia con la B finisce con la R”. “E tutto quello che c’è nel mezzo non ci interessa?” domanda perplesso Hoke. “No”, dice la vecchia signora “Per ora non ci interessa”.

Che meraviglia! Non è proprio così che funziona l’educazione? Non serve dire tutto subito! Non è necessario trasmettere la completezza del sapere e della saggezza: basta la lettera iniziale e quella finale. Quello che ci sta in mezzo verrà poi, a tempo debito.

Educare ha davvero a che fare con insegnare la prima e l’ultima lettera di ogni parola, sapendo attivare un percorso di apprendimento che lascia molte cose ancora da scoprire e da capire. Il tutto al momento giusto. Educare è dare avvio ad un cammino, indicare il punto iniziale e quello finale, lasciando che ciascuno possa scoprire quello che ci sta in mezzo, secondo la propria libertà e responsabilità. Promuovere la crescita è riconoscere il “quanto basta per oggi”, placando quell’istinto che ci spinge a dire troppo. Anche un piatto buono e gustoso crea disgusto quando se ne mangia troppo.

Quanta umana saggezza in quelle parole “per il momento basta così!”. Miss Daisy, dall’alto della sua esperienza, ci insegna che crescere è un percorso e che ci è concessa solo la possibilità di suggerire la prima lettera.