Pensieri e Silenzi

quanta invidia, Charlie Brown!

Certi giorni mi piacerebbe vivere nel mondo dei Peanuts, insieme a Charlie Brown, Snoopy e Lucy. In una di quelle simpatiche strisce inventate da Schultz dove, tra un dramma ed un sogno, la vita scorre con una sua serenità ed una spensierata linearità.

Il bello di tutto quello che accade in quei piccoli riquadri colorati è che tutte le cose “storte” trovano un loro posto nella trama del racconto: si tratti di un litigio, un’avventura, una gita al campeggio o una partita di baseball, Charlie Brown & co. si ritrovano sempre in un mondo che segue un proprio ordine, una propria interna consistenza e ragionevolezza. Ogni variazione, ogni sussulto o imprevisto viene come “riassorbito” nel disegno complessivo, integrato nello schema delle cose. Nulla è talmente “strano” o insolito o doloroso da non poter venire ospitato in quei quattro quadrati che raccontano la vicenda. C’è, alla fine, sempre la possibilità di una redenzione, di una salvezza, di una soluzione a quanto appare, a prima vista, tanto intollerabile o incompatibile.

Penso che in fondo Snoopy ed i suoi amici ci affascinano anche per questo: qualunque cosa accada ai protagonisti, vi è sempre l’opportunità di essere raccontata, di essere ospitata in una narrazione che, in un modo o nell’altro, sa dare senso e ragionevolezza all’esperienza.

Nella vita reale ahimè le cose spesso vanno assai diversamente. Talvolta accade che devi digerire fatti che ti stordiscono per la loro violenza o imprevedibilità; devi metabolizzare notizie e accadimenti che ti turbano, ti destabilizzano e ti scombussolano con una tale energia che fatichi ad assegnare a quanto accaduto un lontano senso o una vaga ombra di sensatezza.

Nella vita di tutti i giorni quella “narrabilità” (che è sinonimo di sensatezza) che anima le pagine dei Peanutes pare scomparire per lasciare spazio a ciò che è incomprensibile, confuso, impenetrabile, inafferrabile e spesso doloroso.

È proprio in questi momenti che l’enigmaticità della vita bussa alla nostra porta e chiede di essere accolta come un ospite sgradito e spiacevole.

Affetti e Legami

zona arrivi

Ho già scritto diverse volte della mia passione per gli aeroporti: li trovo posti straordinari dove la gente parte, arriva e si incontra.

Uno dei suoi ambienti più affascinanti è secondo me la zona arrivi, dove tutti i viaggiatori appena atterrati si incontrano con parenti e amici che sono giunti a salutarli. Ne ho avuto conferma anche oggi quando ho atteso per una mezz’ora abbondante l’arrivo di Miriam di ritorno dalla sua vacanza studio: è sempre affascinante, e spesso emozionante, osservare i passeggeri attraversare la porta automatica che si apre al loro arrivo e godere dell’accoglienza che amici e conoscenti riservano loro.

Alcuni si guardano attorno con aria spaesata, dubbiosi sulla direzione dal prendere. Altri, probabilmente habitué del posto, procedono decisi verso l’uscita, incuranti delle persone che li circondano. Altri ancora, e questa è la categoria che trovo più emozionante, sono accolti da abbracci e baci di chi da diversi minuti attende bramosamente che quella benedetta porta si spalanchi e la persona attesa faccia capolino.

Come questo ragazzo, sui vent’anni, jeans portati a vita bassa e maglietta alla moda, che scruta con impazienza l’area al di là della sbarra, quella destinata ai passeggeri in uscita. Il suo viso improvvisamente si illumina non appena una ragazza, su per giù delle stessa età, si presenta ai suoi occhi: corporatura esile ed una pelle abbronzata e lucente. Quando la porta si apre la giovane donna individua immediatamente il fidanzato e si lancia verso di lui quasi di corsa. Il ragazzo, da parte sua, spalanca le braccia ed accoglie l’amata in un fortissimo abbraccio che sembra non finire mai. La scena non passa inosservata e tutto attorno è un mormorio di apprezzamenti e commenti benevoli sulla coppia.

I due paiono non sciogliere più quell’avvinghiarsi di braccia, come se il tempo si fosse improvvisamente fermato, come se fossero rimasti solo loro due in quell’ampio ed affollato spazio della zona arrivi. Accade che quel contatto pelle a pelle si allenta ma solo per concedersi un intenso bacio, denso di passione, calore, brama ed ardore. Pare una scena da film in bianco e nero, uno spettacolo degno di una pellicola da oscar. È una scena tenerissima ed emozionante, di una normalità straordinaria ed stupefacente, un piccolo capolavoro dei legami e degli affetti.

Chissà come si sono mancati l’un l’altro i due giovani, quanta nostalgia della pelle dell’altro avranno provato e patito. E chissà quale gioia avranno provato in questo rinnovato incontro, in questo ritrovarsi tanto atteso e desiderato.

I due si separano, lui le afferra la valigia per muoversi verso l’uscita, ma ogni passo è interrotto da un nuovo bacio che scocca inatteso sulle labbra della ragazza.

È davvero affascinante ammirare questo amore che non tollera separazione, che necessita della presenza fisica e carnale dell’altro, delle sue braccia e della sua labbra, come quel luogo senza il quale non si riesce a vivere. È come una fame insaziabile, un bisogno vitale d’aria, un desiderio esistenziale ed inappagabile di pienezza e comunione.

Quanta Vita ci scorre accanto, quanta Vita si insinua nelle nostre giornate. Quanti legami ci animano di una desiderio che ci toglie il fiato. Un po’ ovunque… anche alla zona arrivi di un aeroporto…

Pensieri e Silenzi

la tortora ed il suo nido

Stamattina ho fatto colazione in compagnia di una simpatica tortora: seduto sulla terrazza davanti alla mia tazza di latte, osservavo il simpatico uccello che era appollaiato ad un metro da me, sul muretto del balcone. Teneva in bocca un lungo e sottile filo d’erba. Dopo pochi istanti la tortora ha preso il volo atterrando dentro la magnolia, poco più distante, dove l’uccello stava evidentemente costruendo il proprio nido.

È incredibile pensare che quell’oggetto così solido e compatto, capace di ospitare diversi volatili ed i loro piccoli, nasca dall’intreccio di fili così esili e minuscoli, da quell’arte “ingegneristica” del piccolo uccello che sa costruire la propria casa a partire da materiale così povero ed elementare.

La cosa ancora più sorprendente è che ogni nido, di qualunque natura e fattura, sia esso ornitologico o umano, prende forma, potremmo dire, un filo alla volta. Nessun nido nasce già fatto né si realizza nel corso di brevi istanti: serve tempo, pazienza e arte. La stessa pazienza ed arte che la piccola tortora ci stava mettendo stamattina quando ha sostato per qualche secondo sul mio terrazzo. Chissà quanti altri viaggi avrà dovuto fare in giornata per completare la sua costruzione, quanti altri fili avrà cercato e trasportato affinché il suo nido diventasse sicuro ed accogliente.

Non ci sono ricette magiche, nessuna scorciatoia, nessuna via preferenziale: la costruzione del nido, di qualunque nido, richiede questa cura meticolosa e diligente, scrupolosa e minuziosa.

È solo grazie a quel movimento ripetitivo e feriale, fatto un po’ con entusiasmo ed un po’ con noia, talvolta con passione e altre volte con stanchezza, che il nido della nostra vita vede la luce, che si struttura ed evolve e diviene sufficientemente solido ed affidabile da sopportare anche i temporali più intensi.

Affetti e Legami

benedetto affido!

Mi domando, dopo aver letto alcune dichiarazioni dei nostri politici, se questi abbiano mai avuto l’occasione di incontrare una famiglia affidataria, di entrare in una comunità familiare o di fare la conoscenza di uno dei mille enti che si occupano di accoglienza per minori.

Lo dico perché le loro parole descrivono un mondo assai distante dalla realtà delle cose. Non so se è una meschina strategia elettorale o se è proprio una loro incapacità a comprendere ed interpretare questo complesso mondo: magari abituati come sono a leggere la realtà in termini di potere ed influenza, sono quasi “strutturalmente” inadatti a capire questa realtà, che segue logiche completamente diverse.

L’istituto dell’affido familiare è una delle forme più straordinarie ed impegnative di solidarietà sociale che io abbia conosciuto. Per una famiglia “normale” scegliere di accompagnare temporaneamente una famiglia in difficoltà, occupandosi dei loro figli, è un gesto incredibile di donazione e di responsabilità. I bambini in affido provengono spesso da situazioni familiari complicate e segnate da sofferenze e disagio. Scegliere di accogliere un bambino nella propria rete familiare significa rendersi disponibili ad affrontare e gestire una lunga serie di problemi, difficoltà e tensioni. Credetemi: difficilmente quei quattro soldi che vengono dati possono anche solo lontanamente compensare lo sforzo.

L’aspetto davvero eroico di questa accoglienza è la natura intrinsecamente provvisoria dell’ospitalità: ti è chiesto di accogliere un bimbo, accompagnare la sua famiglia, supportarlo nel suo percorso di crescita, aiutarlo ad affrontare le sue fragilità, anche correndo il “rischio” di creare legami affettivi profondi e ricchi. Ma ti pure chiesto di vivere la consapevolezza che tutto questo sarà a tempo, per un periodo, si spera, limitato, solo per un tratto, più o meno lungo, di strada. Poi dovrai lasciare andare, vivere la separazione ed lutto dell’addio. In fondo l’affido sarà riuscito nella misura in cui saprà esaurirsi in un tempo limitato, giusto quello che serve all’altra famiglia per riprendere un po’ di stabilità affettiva, economica e relazionale.

Qualcuno riesce ad immaginare qualcosa di più generoso e disinteressato? Io onestamente faccio fatica… Eppure la rappresentazione che se ne sta dando allude a soldi, interessi personali, violenze, prepotenze ed affari…Insomma, parla di un mondo che è “altro” e che riguarda qualche esigua situazione degenerata e non certo la normalità di questa esperienza.

Queste straordinarie famiglie vivono un senso di cura e di responsabilità sociale che è un bene incommensurabile per la nostra comunità. Mi ricordano molto la figura del “servo inutile” di evangelica memoria: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»”.

Ci vuole davvero molta forza e determinazione per vivere questo dono totale e disinteressato verso qualcuno che, fino a prova contraria, resta un perfetto sconosciuto. È, in fondo, un piccolo anticipo di paradiso…

Storia e Tempi

orco cattivo

Ci sono due cose che trovo onestamente indigeribili nel caso di Bibbiano, dove alcuni bambini sono sospettati di essere stati strappati ingiustamente alle loro famiglie naturali.

La prima è lo sfruttamento mediatico di quello che è accaduto: strumentalizzare questa tragedia per ottenere consensi ed applausi o per vendere qualche copia in più lo trovo qualcosa di vomitevole.

È tale la tragedia che si è consumata che occorre avere quantomeno rispetto e, se possibile, silenzio. Certo c’è un legittimo dovere di cronaca che la stampa è tenuta ad assolvere, ma c’è pure il dolore e la sofferenza di tante famiglie e di tanti bambini coinvolti in episodi che è bene che la magistratura possa giudicare con serenità e rigore. Senza tifoseria in campo né curve ultras che inneggiano per questa o quella parte. Almeno stavolta è possibile auspicare un clima sereno e responsabile, in cui chi è deputato a fare luce sull’accaduto possa agire con la necessaria serenità e in esclusivo interesse dei minori? Speriamo… anche se i soliti avvoltoi già stanno sorvolando sulla carcassa…

Ma c’è poi una seconda cosa che trovo inaccettabile e, forse, addirittura più grave della prima, quantomeno negli effetti che essa produce. Mi riferisco al coro di delegittimazione che è già iniziato verso tutta la rete di servizi sociali e di tutela dell’infanzia. Con il solo scopo di solleticare gli umori più aggressivi e polemici dell’opinione pubblica, si sta cavalcando una campagna che tende a screditare, se non addirittura colpevolizzare, la rete di tutela dei bambini. Come sempre non c’è un attacco frontale e diretto, ma sono battute, insinuazioni, dichiarazioni ed allusioni che lasciano intendere che i servizi sociali siano nemici da cui occorre difendersi e di cui dubitare e diffidare.

Sfruttando lo sdegno per un caso specifico (che, se confermato, sarebbe davvero qualcosa di inaudito) si mette alla gogna un intero sistema, già sottodimensionato e con drammatiche carenze organizzative e di organico. Non so se è chiaro a tutti: nella quasi totalità dei casi nessun operatore trova piacevole allontanare un minore dalla propria famiglia naturale. Se lo fa, è solo al fine di tutelare e proteggere quel bambino da un contesto familiare e sociale dannoso e pericoloso. Se qualcuno sbaglia, è giusto punirlo, anche duramente, ma creare strumentalmente discredito su questa rete di protezione non fa bene a nessuno. È un po’ come generare sospetti sulla classe medica solo perché alcuni dottori hanno sbagliato un operazione chirurgica.

C’è una complessa rete di tutela fatta di servizi sociali locali e territoriali, associazioni, enti, cooperative, consorzi, giudici e avvocati minorili, che chi ha responsabilità istituzionale dovrebbe impegnarsi a rafforzare e non a demolire.

Anche perché quando avremo guadagnato un po’ di consenso e qualche like in più in Facebook screditando questa rete, che cosa ne avremo ottenuto? Secondo me solo un’infanzia ancora più debole e indifesa, esposta alle prepotenze e alle violenze di un mondo adulto, che talvolta si comporta più da orco cattivo che da genitore affettuoso e responsabile.

Parola e parole

la logica del dono

C’è sempre una dinamica di scambio dentro ogni gesto di accoglienza. Nessuno mai solo dona, nessuno mai solo riceve. Anche dietro un apparente gesto di estrema disponibilità si cela sempre, se lo si sa scorgere, un mutuo scambio.

Forse è quello che testimonia il racconto narrato al capitolo 18 del libro della Genesi: il patriarca Abramo, ormai vecchio e senza figli, accogliere di buon grado tre viandanti che passano vicino alla sua tenda. Li invita a fermarsi e si adopera perché venga a loro servito del buon cibo, affinché possono sostare qualche attimo e poi riprendere il cammino. Non ha alcun obbligo verso di loro, se non quello stabilito dalla legge dell’ospitalità e della condivisione.

Eppure anche da questi tre uomini, a cui il vecchio pare donare tutto, Abramo riceve, un po’ con sorpresa, un piccolo ma preziosissimo dono: la promessa della futura paternità.

Se è vero che l’uomo di Dio condivide pane ed acqua con gli stranieri, questi restituiscono l’accoglienza con il dono di una promessa tanto semplice e piccola, quanto assai desiderata ed attesa dall’uomo, ormai rassegnato a restare senza eredi. Sono solo parole, suoni usciti dalla loro bocca, nulla di realmente tangibile e concreto; eppure in quel l’augurio si condensa il senso di un complimento, di una promessa che alberga nel cuore di Abramo. Quel figlio promesso non è il capriccio di un uomo anziano e senza prole, ma la concreta realizzazione della promessa che Dio fece al patriarca anni anni prima. Quel figlio è il dono di una discendenza, la garanzia del futuro e l’attestazione dell’affidabilità di Colui nel cui nome Abramo aveva lasciato la propria terra.

Allora, a bene vedere, pare quasi sproporzionata tale restituzione: in cambio di un po’ di cibo, questi tre uomini dispensano con eccedente generosità e magnanimità, donando ad Abramo quel complimento così tanto sperato.

Ogni nostro dono custodisce sempre questo misterioso meccanismo: si dà e si riceve, in un movimento in cui le due polarità si mescolano e si intrecciano, tanto da non poter più riconoscere chi sia la parte donante e quella ricevente. Non c’è dono vero e sincero senza la reciprocità dello scambio, la circolarità della condivisione e la gioia del contraccambio.

È quando scopriamo che la Vita ci rende più di quanto abbiamo preteso di donare che il Mistero della Cose ci sorprende con disorientante meraviglia.

Pensieri e Silenzi

assicurazioni

Penso capiti frequentemente anche a voi di ricevere, nella vostra casella di posta, centinaia di mail “spamming”. Sono messaggi pubblicitari di vario genere: dai viaggi ai vestiti, da pastiglie di dubbia natura a lasciti favolosi di cui siete stati nominati eredi.. insomma: tanto “trash”… generalmente finisce tutto nel cestino quasi in automatico.

Eppure ieri una di queste mail ha catturato la mia attenzione. Proveniva dalla una compagnia di assicurazioni ed il titolo del messaggio suonava più o meno così: “fai l’inventario delle cose a cui tieni di più su MyApp” (e qui c’era il nome dell’app dell’assicurazione). L’invito era chiaro ed esplicito: prima delle vacanze estive, assicura le cose a cui tieni, così che le tu possa proteggere da possibili furti o smarrimenti. Tutto chiaro, non fa una grinza.

Un po’ per gioco, un po’ per scherzo ho pensato alle cose che avrei potuto far assicurare io, quei beni preziosi che meriterebbero una qualche forma di cura e di protezione. E mi sono reso conto di una cosa: che il mio inventario sarebbe un foglio bianco. Lo confesso: non ho nulla da assicurare, non solo perché onestamente non c’è nulla di valore in casa mia, ma soprattutto perché “le cose a cui tengo di più” (come dice la mail) sono beni che non si possono assicurare.

Quella strana mail, già finita nella “posta indesiderata”, mi ha fatto pensare che (come ho letto non ricordo dove) le “cose belle della vita non sono cose”: sono persone, affetti, legami, relazioni e sentimenti, passioni e volti, tocchi e contatti, occhi e mani.

Mi sento ricco, molto ricco, ma di una ricchezza che nessuna assicurazione sarebbe disposta a garantire, che nessuna cassaforte potrebbe custodire né alcun cavò conservare.

La nostra ricchezza più vera è qualcosa che nessuna mano può contenere, se non quella affidabile e competente della Vita. Solo la Vita sa custodire le cose a cui teniamo di più e sa salvaguardare i beni a cui leghiamo il nostro cuore. Solo la Vita sa vegliare sui nostri tesori più preziosi e può assicurarci che nulla andrà perduto, niente andrà smarrito, nemmeno un capello del nostro capo.

Solo la Vita può nutrire la nostra speranza e garantirci un domani che, libero dai nostri capricci e voglie, sarà attendibile come una Promessa.

Pensieri e Silenzi

benedetto silenzio

Adoro il silenzio. Amo quei brevi e fugaci attimi pieni di nulla: nessuna parola, nessun suono, nessun rumore… solo il battito regolare del cuore ed il ritmo cadenzato e tranquillo del respiro. Null’altro.

Amo questi momenti fatti di niente, abitati da nessun pensiero, come fossero brevi ma eterni secondi di sospensione e di fuga. Amo quella sensazione di spaesamento che questi meravigliosi silenzi ti sanno regalare: assuefatti alla cacofonia dei suoni che ci circondano, questi minuti ti giungono come una sorpresa, talvolta dolce, talvolta violenta, ma che comunque sa zittire ansie e preoccupazioni, appelli ed urgenze, frette ed incombenze.

Il silenzio, quello buono e benedetto, ci obbliga a non fare nulla, a lasciare andare, a lasciare scorrere le cose, a far sì che esse semplicemente accadano, succedano, avvengano. Fuori e dentro di noi.

Il bello di certi silenzi è che puoi solo ascoltarli, ne puoi solo godere senza pretese e aspettative. Non li puoi afferrare, non li puoi trattenere, non ne possiedi il corso, né l’inizio, né la fine. Essi semplicemente sono, accadono, come oasi insperate dell’esistenza, fatte per essere gustate nella fugacità del loro apparire.

Se sei capace di reggere lo stordimento che essi generano all’inizio, questi silenzi sono come balsamo per lo spirito, dolci carezze per l’anima. Essi sono luoghi che ti è chiesto di attraversare con fiducia e affidamento: nulla da fare, nulla da dire, nulla da attendere o da cui fuggire. Nulla.

Certi silenzi sono fatti proprio di nulla. Un nulla da ascoltare, accogliere e da vivere.

Affetti e Legami

stella polare cercasi…

Ci sono eventi piccoli, minuscoli, quasi impercettibili, che però possiedono un potente valore simbolico, una carica di significato che eccede la loro apparente insignificanza. Essi hanno la capacità di  segnare una soglia, un punto di passaggio, un traguardo di crescita ed una frontiera da oltrepassare nel cammino di ciascuno.

Questi eventi non scintillano nel cielo come una luce luminosa, non accecano né richiamano attenzione ed ammirazione; sono piuttosto cose che scivolano inosservate, che si celano dietro le cose ordinarie o altre ben più importanti. Eppure sono momenti che lasciano il segno, che determinano la percezione di un “prima” e di un “poi”, come piccole conquiste che, una volta guadagnate, non lasceranno più le cose come prima.

Uno di questi “piccoli eventi” è stato per me vedere Miriam attraversare da sola la barriera di controllo dall’aeroporto, con il suo valigione stracarico di cose, pronta per iniziare la sua vacanza studio all’estero tutta sola. Questo evento è coinciso con quello sguardo luminoso e sereno che ho intravisto sul suo viso mentre procedeva baldanzosa insieme al suo amico, quasi incurante dei nostri sguardi che la seguivano, preoccupati ed ammirati, mentre scompariva dietro la coda del controllo bagagli. Quell’evento è stato accompagnato dal suo spirito allegro e leggero, dalla sua eccitazione per quello che la attendeva, da quella leggera ansia che ho imparato a riconoscere nei suoi gesti e che tradiscono sempre la gioia e l’attesa per quanto di bello e sconosciuto si paleserà sul suo cammino.

Osservi tua figlia in fila davanti al metal detector e si rendi conto, tutto d’un tratto, che “qualcosa” è accaduto, che un’altra soglia è stata superata e che un nuovo tratto di viaggio sta per iniziare.

Inutile chiedersi se ne eri pronto, se lo avevi preparato ed anticipato almeno nei tuoi pensieri… tutto questo ora serve a poco… Capisci solo che, forse a tua insaputa, hai appena oltrepassato un tornante della sua e della tua vita, e che occorre velocemente individuare nuovi punti di riferimento per procedere. È come trovarsi, tutto d’un tratto, catapultato ad una diversa latitudine: le stelle sulla volta celeste, che eri abituato ad osservare per il viaggio, non ci sono più e devi, in fretta e furia, individuarne delle nuove, altrettanto attendibili e sicure.

Fare il padre è anche un po’ questo: orientarsi ogni giorno osservando una volta celeste sempre diversa, sempre in trasformazione, sapendo che quella stella polare che hai da tempo fissato, prima o poi, cesserà di orientarti.

Storia e Tempi

chi stiamo diventano? ripresa…

Ho apprezzato questo intervento di Enzo Bianchi (QUI trovate il testo integrale) perché penso abbia colto un punto essenziale e centrale di questa apparenze “mutazione antropologica” in corso.

Mi spiego: mi pare normale, e addirittura fisiologico, che ci riguardo il tema delle immigrazioni ci possano essere sensibilità e prospettive differenti. È chiaro che di fronte ad un fenomeno così complesso e strutturale non ci siano ricette preconfezionate e certe e che ciascuno attinga al proprio bagaglio valoriale per mettere in campo strategie e soluzioni differenti. Così ci sarà chi opta per una solidarietà più aperta ed inclusiva ed altri che riterranno più opportuno una accoglienza più attenta e selettiva, altri ancora che invece rifiuteranno una qualunque forma di integrazione.

Non dico che siano tutte posizioni eticamente accettabili, ma solo che posso comprendere che ciascuno abbia ricette differenti, più o meno condivisibili.

E tuttavia quello a cui abbiamo assistito è qualcosa di assai diverso e di più inquietante. Se posso comprendere che “sulla carta” ci siano opzioni diverse, mi lascia invece turbato l’indifferenza, per non dire la violenza, di fronte al volto concreto di un uomo in difficoltà. Durante i recenti episodi di cronaca non si trattava di partecipare ad un simposio sul tema delle immigrazioni ma di decidere la sorte di uomini in carne ed ossa, corpi concreti e provati, di essere umani che avevano fatto un lungo e faticosissimo viaggio. È un po’ come imbattersi in uno che è andato fuori strada: può essere che sia ubriaco, o sotto effetto di droghe, che sia stato sbadato o imprudente (insomma che sia andata a cercarsela), ma, di fronte ad una persona in difficoltà, prima prevale l’istinto alla compassione e solo poi quello al giudizio.

Mi sconcerta il fatto che di fronte a quelle persone (mi permetto di dire “fratelli”, perché figli della medesima Vita) si riesca a mostrarsi non solo indifferenti, ma addirittura ostili ed aggressivi. Che cosa impedisce quell’istinto naturale alla solidarietà umana, quella compassione che scatta spontanea di fronte ad un simile in difficoltà, quella involontaria empatia dei sentimenti che si origina dal fatto che possediamo tutti il medesimo DNA?

Ecco quindi che la domanda “Chi stiamo diventando?” mi sembra assai azzeccata. Non chi diventeremo se ci lasceremo “invadere” da queste genti, ma chi stiamo già diventando, come ci stiamo trasformando, in cosa stiamo mutando. Questa è la domanda su cui dovremmo tentare di dare una risposta, perché non riguarda la gestione di un fenomeno “esterno”, quanto i tratti essenziali della nostra identità, i valori che ci animano, lo stile del nostro stare al mondo, il modo concreto con cui rispondiamo alla domanda “chi sono io? E chi sei tu?”