Parola e parole

una famiglia (im)perfetta

Forse dovremmo imparare a togliere un po’ di quella patina di melassa che ricopre spesso l’immagine della Santa Famiglia, che oggi la liturgia ci inviata a celebrare: ci sono toni un po’ troppo melensi, colori sfumati e tenui, atmosfere eteree che rischiano di tradire la vicenda, a tratti drammatica, di quelle tre persone, che, loro malgrado, si sono trovate protagoniste di una storia che di smielato credo abbia davvero poco.

La forza e la bellezza di questa festa sta nel riconoscere come anche la famiglia di Nazareth abbia attraversato fatiche ed incomprensioni, avversità e problemi, un po’ come tutte le famiglie “normali” che vivono su questo pianeta. Chi è genitore o figlio queste cose le sa bene: vivere in famiglia spesso è qualcosa di assai faticoso, di complicato, che non ti lascia mai sereno e gaudente spettatore.

Intendiamoci: la famiglia è una delle cose più belle che possa capitare ad una persona. Tuttavia dipingerla come una specie di paradiso in terra, beh, basta viverci per un mesetto per accorgersi che non funziona proprio così. Mi viene il sospetto che chi incensa la famiglia in maniera così stereotipata e unidirezionale, forse in famiglia non ci ha mai vissuto.

E le pagine del Vangelo, come accade sempre, ci restituiscono proprio la serietà e la fatica del vivere insieme.

Provando a silenziare un attimo le dolci nenie natalizie, tutte zucchero e neve, tentiamo di guardare alle cose nella loro essenzialità. Giuseppe scopre che la sua promessa sposa è incinta ma non per merito suo: pensate che cosa può essere accaduto nel suo cuore al pensiero che la donna che vuole sposare lo ha tradito con un altro. Sì, certo, poi arriva la rassicurazione dell’angelo in sogno…a voi avrebbe tolto qualunque sospetto? Mah… Poi c’è la storia del censimento: la giovane coppia, in felice attesa del primogenito, deve fare un lungo viaggio per farsi registrare, viaggio compiuto in uno stato di gravidanza avanzata e conclusosi con un bel soggiorno in una grotta, perché per loro spazio in albergo proprio non c’era. Arrivano poi i giorni del parto, vissuto in solitudine e senza la vicinanza di amici e parenti, ma con la visita di qualche pastore della zona…non ci si potrebbe attendere nulla di meglio…

Pensate a quei due poveretti: soli, lontano da casa, con un neonato di cui occuparsi e con i potenti del posto che vogliono farlo fuori…un inizio col botto direi. Ma le cose non finiscono qui: per evitare che il bambino venga ucciso i due se ne devono andare addirittura all’estero, in Egitto, e là attendere che arrivino tempi migliori. Pensate che Maria e Giuseppe abbiano affrontato tutte queste peripezie con il sorriso sulle labbra? Chissà che litigi, conflitti, che ansie e preoccupazioni… due giovani genitori, come lo siamo stati tutti, in preda di eventi incontrollati e incomprensibili…

Insomma, voglio dire che è bello e dolce pensare alla dolce e perfetta famiglia di Nazareth, su cui proiettare i sogni di una paternità riuscita, di una maternità affettuosa, di una comunione che sa tanto di Cielo… va bene… però non dimentichiamoci che se la famiglia di Nazareth può ancora essere un modello per noi, è proprio in virtù delle fatiche che ha patito, delle sofferenze che ha provato, degli incidenti che le sono accaduti e dei drammi che ha dovuto affrontare, come tutte le famiglie che conosciamo.

Quella famiglia è perfetta non perché non ha avuto problemi ma perché, nonostante essi ed attraverso di essi, non ha cessato di volersi bene l’un l’altro.

Storia e Tempi

Camilla, Gaia e Pietro

Sono stato molto colpito dalla drammatica vicenda di Camilla, Gaia e Pietro: le prime due passanti travolte da un auto, i terzo conducente delle medesima, tutte e tre vittime di una tragedia che si stenta a comprendere e a digerire.

Come spesso accade in disastri del genere, vittime e carnefici si mescolano e si confondono a tal punto che fatichi a capire verso chi tu possa esprimere maggiore solidarietà e vicinanza. Intendiamoci: non voglio mettere sullo stesso piano chi ha ucciso e chi è stato ucciso, né attenuare le responsabilità personale che la magistratura dovrà accertare. Chi ha sbagliato è giusto che risponda di fronte alla collettività ed espii il proprio male.

Eppure, se guardo alla cosa da padre non posso che provare un dolore infinito per tutti colori che sono stati coinvolti, con ruoli differenti, in questo tragico spettacolo: penso alle due giovani ragazze, strappate alla vita così repentinamente; alle loro famiglie devastate da un dolore insensato ed incomprensibile; penso alla famiglia di Pietro, che, dalla sera alla mattina, è stata precipitata in un baratro di disperazione, di sensi di colpa, di vergogna ed angoscia; penso pure a Pietro che porterà il peso di quanto accaduto per tutta la vita, logorato dal peso dell’errore e dalla drammatica impossibilità a tornare indietro.

Non so che vita conduca Pietro, se faccia uso di alcolici o sostanze stupefacenti, se sia un “figlio di papà” viziato e snob ed onestamente, a questo punto della vicenda, credo che abbia poca importanza. So che nessun uomo dovrebbe portare il peso che d’ora in poi, dovrà sostenere sulle spalle e che nessuna persona dovrebbe fare i conti con un dramma talmente abissale da restarne umiliato ed annichilito.

Forse le tragedie sono tali proprio per questo motivo,  perché dietro di loro non lasciano superstiti: che tu sopravviva o soccomba, il buio della disperazione ti assale comunque.

Affetti e Legami

Cosa mi ha regalato il Natale

Che cosa mi ha portato questo Natale? Che cosa ho ricevuto in dono? Che cosa ho imparato da questo lungo tempo di attesa che precede la festa più bella dell’anno? O forse sarebbe meglio dire: cosa mi ha insegnato la vita? giacche spesso ciò che la vita insegna eccede il nostro desiderio di apprendere…

Forse mi ha regalato una consapevolezza, quella che emerge da questa singolare frase estratta dall’epistolario di Lorenzo Milani. Lorenzo si sa, è uomo solido e caustico, cristiano radicale, prete per passione e vocazione, educatore spassionato e temerario. Ebbene c’è una frase di una sua lettera inviata a Nadia Neri che mi ha sempre un po’ destabilizzato ed inquietato, a motivo della durezza e della franchezza (non insolita per Lorenzo) che cogli nelle sue parole:

Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più.

Sentite la spigolosità e l’irriverenza del prete fiorentino? Di fronte alla retorica del “vogliamoci tutti bene”, egli non ha paura di dichiarare l’impossibilità ad amare tutti, restringendo la lista dei destinatari del suo amore a poche decine di persone o poco più.  “Di fatto si può amare solo un numero limitato di persone“….ingenuamente ho sempre posto l’attenzione sull’avverbio “solo” che mi pareva fuori luogo sulle labbra di un cristiano, tanto più di un prete. In realtà il tesoro di quella frase non sta nella avverbio, ma nel verbo che Lorenzo usa: amare.

Per Lorenzo l’amore non ha nulla di retorico e sdolcinato, di sentimentale o affettato. Lorenzo ama i suoi ragazzi perché sceglie di consegnare a loro la sua vita, le sue forze, le sue energie e la sua intelligenza. Il verbo amare possiede per Lorenzo il tratto dell’oblazione, del dono irreversibile e radicale, della compagnia austera ed esigente, totale e definitiva. È solo alla luce di quella misura di amore che tale sentimento diviene qualcosa per pochi, che non puoi spargere in giro come fossero caramelle o fiorellini di campo. Se amare è dare la vita ebbene questo è un sentimento che puoi sperimentare verso poche persone. Certo a tanti altri vuoi bene, provi affetto e stima, simpatia, amicizia e compassione… ma l’amore, o meglio l’Amore, è qualcosa per pochi, per una manciata di persone, come confessa Lorenzo.

Ecco, il mio regalo di Natale è questa ritrovata consapevolezza e rinnovato stupore dell’amore che provo per le persone; il dono include la vulnerabilità che questo amore comporta ed il dolore a cui questo ti espone. E nello stesso pacco regalo ho trovato pure l’istantanea di molti volti, molti sorrisi e molti sguardi di tutti coloro che abitano in maniera radicale la mia vita: sono coloro che mi appartengono e a cui appartengo ed ai quali spero un giorno di poter ripetere le medesime parole di Lorenzo: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto” Buon Natale!

Parole di carta

il presepe sovranista

In questa irresistibile ondata di sovranismo che ci sta sommergendo, anche il presepe rischia di essere travolto dal “mood” contemporaneo, tanto che forse oggi sta nascendo una forma inedita di questa rappresentazione sacra: il presepio sovranista.

Mi riferisco a quella comprensione un po’ distorta e capovolta del presepe che ne fa una specie di simbolo dell’identità cristiana da opporre alle altre fedi e religioni. Quel piccolo bambinello nella mangiatoia, accudito da mamma e papà e attorniato da un bue e un asinello, diviene come la “bandiera” di una civiltà, l’emblema di una cultura, il simbolo di valori che possono essere utilizzati come “arma” verso coloro che provengono da mondi altri e che, magari, in quei medesimi valori non si riconoscono. Insomma il presepe diviene una specie di “spilla da attaccare alla giacca” come segno di riconoscimento e di identificazione.

È vero che ogni simbolo religioso, nel corso della storia, ha naturalmente assunto il ruolo di elemento identitario, nel quale una comunità civile e religiosa ha riconosciuto il valore del proprio passato e la ricchezza della propria storia. È un fenomeno che appartiene alla “normalità delle cose” e che la sociologia della religione ha da tempo studiato ed analizzato.

Tuttavia occorre fare attenzione che la stratificazione storica che si è creata su quel simbolo originario non porti ad un tradimento ed una negazione del valore e del significato che esso aveva. Un po’ come quelle fotografie che dimentichiamo in cantina: talvolta la polvere, che con il passare del tempo si è deposta sull’immagine, non ci permetta più di scorgere i tratti del volto della persona ritratta.

È forse bene allora, proprio nell’avvicinarsi delle festività natalizie, lasciare che le testimonianze di chi allora c’era risuonino un po’ nelle nostre orecchie e nei nostri cuori e ci ricordino quell’evento originario ed unico di cui ogni piccolo presepe che conserviamo in casa è un debole ricordo.

Giuseppe e Maria non erano proprio quello che si dice “una coppia regolare”: lei portava in grembo un Figlio di cui Giuseppe non poteva certo vantare la paternità biologica. Non so se questo faceva di loro una “coppia irregolare”; di certo, tuttavia, quanto era loro accaduto eccedeva le abitudine e le tradizioni, i riti e le buone usanze. (Non accenno qui alla straordinaria e meravigliosa paternità adottiva di Giuseppe che resta un modello ed un esempio per tutti noi padri adottivi).

L’evangelista Luca ci ricorda poi un secondo dettaglio essenziale: la scelta della coppia di rifugiarsi in una grotta per la notte. Tale decisione non fu dettata da un senso poetico o sentimentale, ma semplice conseguenza del fatto che per loro non c’era spazio negli alberghi. Giuseppe e Maria (ed il bimbo che portava in grembo) sono stati due esclusi, gente rifiutata, persone per le quali non c’era manco un angolo in una stanza al caldo. La nascita del bambino non è avvenuta nella sicurezza di un soggiorno “all-inclusive” ma nella precarietà della solitudine e del rifiuto della società.

C’è un ulteriore particolare del racconto lucano che “la dice lunga” su quella strana vicenda: la gloria del Figlio di Dio si rivela a dei pastori “irregolari” e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione che abita il testo (come ci ricorda il teologo Andrea Grillo) “è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscere la gloria di Dio solo attraverso la profezia della irregolarità dei pastori”. I pastori erano gente semplice (e forse pure sempliciotta), poco istruita ed irrilevante: è proprio a loro che viene rivolto per la prima volta l’annuncio gioioso del Natale!

Nella versione di Matteo la dose è rincarata dalla stranissima vicenda di quei tre studiosi arrivati da lontano e guidati dalla stella, che si scontrano con la sonnolente indifferenza ed ostilità delle autorità politiche e religiose del tempo. Tre uomini venuti da lontano (e certamente non ebrei) sono alla ricerca del Bambinello che deve nascere; i potenti (religiosi e politici) del tempo non solo paiono disinteressati a questo straordinario evento, ma persino ostili a quella Novità che stava vedendo la luce.

Se tutto ciò non bastasse, non dobbiamo dimenticare ciò che da lì a poco sarebbe capitato a quei tre malcapitati: sempre secondo l’evangelista Matteo, Maria con Giuseppe e il Bambino dovettero rifugiarsi in Egitto per un certo periodo, per fuggire alla brama di potere e alla violenza di Erode. Il piccolo Gesù, che vediamo paffutello e tenero nella mangiatoia, imparò ben presto cosa significa essere profugo, cacciato dalla propria casa, strappato dal proprio ambiente, rifugiato in un paese alla ricerca di sicurezza e protezione.

Chiosa ancora Andrea Grillo “Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari sanno riconoscere Gesù, mentre Governatori, residenti regolari e uomini per bene cercano di ucciderlo. Esattamente come accade nel cammino verso la Pasqua, quando a riconoscere Gesù saranno una donna dai molti mariti, un handicappato grave come il cieco nato e un morto come Lazzaro. Queste sono le categorie privilegiate dal Vangelo”.

Fare il presepe forse significa, in qualche misura, ricordare questa strana e straordinaria vicenda, di un Dio che entra nella Storia dalla porta di servizio, che predilige gli ultimi, gli esclusi, i bistrattai, gli stranieri ed i lontani; a cui non ripugnano i miseri, i disgraziati e gli infelici, i miserabili ed i bisognosi, gli sterili ed i malati. Fare il presepe significa riconoscere che la nostra umanità, povera, limitata e contraddittoria, così come l’umanità dei nostri fratelli più bisognosi ed irregolari, è il luogo in cui si manifesta un Senso Eccedente e Trascendente.

Fare il presepe come una difesa dalla diversità è una bestemmia: è misconoscere il senso di ciò che è avvenuto duemila anni fa e chiudere gli occhi alla “Novità sempre Nuova” che irrompe, ogni anno ed ogni giorno, nella nostra vita.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Dicembre di Lodi Vecchio Mese

Pensieri e Silenzi

un regalo di Natale, piccolo piccolo

Volete farvi un piccolo regalo di Natale? Un dono piccolo piccolo ma assai prezioso e fecondo?

Provate a leggere alcune delle storie di coloro che lo scorso 20 dicembre sono stati premiati dal presidente Mattarella con varie onorificenze al merito della Repubblica Italiana. Credetemi: ne resterete edificati e consolati! Vi trovereste le vite “banali” e nascoste di 32 eroi del nostro tempo, gente che non finisce sulle prime pagine dei giornali, il cui nome non compare tra gli uomini più influenti del pianeta, ma che conduce la propria vita in modo semplice ed anonimo. Avrei detto “gente comune” se non si rischiasse di dare a questa parola una accezione negativa. Sì, perché questa gente “normale” di comune ha assai poco: non nel senso che hanno fatto imprese eccezionali (a ben vedere qualcuno anche sì) ma perché sanno vivere la loro vita con straordinaria normalità.

Che cosa hanno in comune questi strani eroi moderni? Forse una cosa semplice e ormai caduta di moda: la costruzione del bene comune. È gente che, chi in un modo e chi nell’altro, ha smesso di contemplarsi l’ombelico e ha deciso di mettere al propria esistenza e le proprie capacità a servizio degli altri. Senza troppa enfasi, senza strombettarlo ai quattro venti, ma in modo discreto, deciso, fedele.

Questa lettura che vi invito a fare (sui quotidiani online trovate facilmente le loro storie) ha, come dire, una sorta di dimensione “terapeutica” e curativa. Vedete: se nel mondo cercate violenza, troverete violenza; se cercate l’inganno, beh lo troverete; se ricercate la menzogna, il male, la falsità, la cattiveria, l’odio, la discriminazione, vi scoverete anche tutto questo. Ma se avrete occhi attenti al bene, alla bellezza, alla delicatezza, al rispetto, alla solidarietà, alla compassione, ve lo assicuro: scoprirete che la realtà che vi circonda ne è ricca in modo sconsiderato.

Il vostro sguardo non è indifferente a quello che vedete: sono i vostri occhi che decidono di gettare luce su una cosa, di farla emergere dal magma del reale, di assumerla come una provocazione per la coscienza.  Qualcuno una volta disse “cercate e troverete!” Ebbene sì! Cercate il bene e troverete il bene! Scovatelo nelle vostre giornate piane e banali e, ve lo assicuro, ne troverete molto!

Non siamo spettatori neutrali ed indifferenti delle cose: il vostro sguardo è seriamente implicato in quello che vedete!

I vostri occhi hanno il potere di far nascere un mondo bello e nuovo.

Pensieri e Silenzi

cose da poco

Sono giunto all’età in cui le parole scritte piccole piccole diventano una sfida quotidiana; in cui devi alzare gli occhiali quando guardi i messaggi sullo smartphone ed in cui mettere a fuoco i dettagli è ogni giorno sempre più faticoso ed impegnativo.

Eppure, non so se per una strana coincidenza o per una sorta di compensazione delle abilità sottrattemi, la vita mi ha concesso una particolare sensibilità alle piccole cose, a quei dettagli minimi che fino a poco tempo fa mi sarebbero sfuggiti o a cui avrei dedicato poca attenzione. Sto attraversando un particolare periodo della mia vita in cui le cose da poco, particolari apparentemente innocui e marginali, rimbombano con particolare vigore nel mio animo.

Accade così che la stretta di una mano, l’intensità di un abbraccio, l’accenno di un sorriso, il movimento gentile delle mani, una parola garbata, un passo ceduto, o mille altre piccole minuzie diventano qualcosa che rapiscono la mia attenzione e che giungono direttamente al cuore.

Forse è a motivo di questa naturale e progressiva riduzione del campo visivo, o per via della lentezza che accompagna il peso degli anni, o forse ancora per la fisiologica ipersensibilità che ogni pelle “matura” subisce da parte dell’ambiente circostante…fatto sta che tutto ciò che accade intorno a me, in quella zona di prossimità che circonda la mia persona, diviene qualcosa di importante e prezioso, qualcosa che merita attenzione e custodia.

È come se si togliesse il velo da una dimensione della mia vita che fino ad ora era caduta sotto silenzio, ignorata dalle frenesie della vita. Succede come quando, a tarda serata, si silenziano i rumori dell’ambiente circostanze ed inizi ad accorgerti dei deboli suoni che ti erano fino ad allora sfuggiti: il ticchettio della sveglia, il frusciare del vento, il canto del grillo, il cigolio della persiana, il rumore che fa la penna sul foglio o i rintocchi da lontano della torre campanaria. È solo quando il tutto si placa e si seda che i suoni tenui trovano modo di farsi ascoltare.

La stessa cosa vale, più o meno, per i piccoli dettagli della vita: è solo quando riduci il ritmo, rallenti il passo ed abbassi lo sguardo che tutti questi piccoli particolari emergono nella loro ricca varietà.

È solo quando smetti di essere “altrove” che il “dove” diviene palcoscenico di affascinanti gesti.

Pensieri e Silenzi

lo sguardo di Marta sulle cose

Leggo e rileggo il post di Marta (QUI) come ipnotizzato dalla sue parole. Confesso che quello che mi colpisce non sono tanto le parole o la narrazione (che, tra parentesi, sono davvero ricche ed intriganti, a testimonianza di una bella tecnica espressiva) ma ciò che trovo sorprendente e, per un certo verso spaesante, è lo sguardo di Marta sulle cose.

Per me il cuore della fascinazione, che questo breve racconto trasuda, è tutta qui: negli “occhi ricchi di sguardi” che Marta sa buttare sulle cose e sulle persone che la circondano.

Vi sono tanti modi per stare al mondo, tanti stili con cui è possibile calpestare questa martoriata terra: c’è chi predilige un’algida indifferenza, chi un asciutto egoismo, chi una sprezzante aggressività, chi un risentito cinismo, chi ancora una insolente superiorità. E chi invece scegliere di correre il rischio della compassione.

Sì, Marta ha uno sguardo ricco di compassione, quella strana sensibilità del cuore che è difficile da spiegare a chi è abituato ad osservare il mondo con le lenti dell’utile, del profitto, dell’interesse e del tornaconto.

La compassione è un’arte delicata ed esigente, difficile ed impegnativa, che nasce sempre da un animo pronto a “lasciare se stesso” per vivere un impercettibile ma irrevocabile sbilanciamento verso l’altro. Questo “altro” non è sempre l’amico ricercato o la persona cara, ma talvolta ha il volto dello sconosciuto, dello straniero, di colui che la Vita ti mette sul cammino, in modo inaspettato e provocatorio e che spesso ti scuote del tuo stato di indifferente autismo.

Credetemi, è davvero esigente questo minuscolo gesto di compassione: chiede, anzi esige, la forza di dimenticare per un attimo se stessi, i propri problemi, le preoccupazioni ed afflizioni per essere “lì”, con l’altro, sentendo nella propria carne tutta la passione che nasce dal condividere la medesima umanità. Questa benedetta compassione non nasce da superbia o altezzosità, ma dall’umile riconoscimento di essere simili, animati da medesimi sentimenti e abitati da una identica fragilità.

Le parole di Marta con la sconosciuta incontrata sul tram 19 non hanno nulla di scontato o retorico, di ricercato o affettato. Sono l’incontro, banalissimo e allo stesso tempo straordinario, di due vite, di due sofferenze, di due carni. La magia, credetemi, sta tutta qui.

Parole d'autore

in tram

Sto per scrivere il post di oggi quando un’amica mi condivide un piccolo racconto scritto su Facebook da Marta. Marta sta attraversando un periodo davvero duro, uno di quelli che ti domandi cosa ci fai al mondo, tanto per intenderci. Ebbene, il fatto che Marta scriva certe cose è per me di enorme consolazione: le sue parole giungono come una piccola ma preziosa speranza, il segno di una luce che, anche se a fatica, non rinuncia a brillare nella più oscura delle notti. Grazie Marta!

“Sono sul tram, sguardo un po’ stanco e assorto dopo una giornata di lavoro, si ferma davanti a me una signora e comincia a parlarmi in mezzo alla calca di persone piene di pacchetti dopo una normalissima domenica milanese, di shopping sfrenato, in vista dell’imminente Natale. Devo ammettere che non avevo molta voglia di conversare, ma basta uno sguardo e capisco che lei ne ha proprio bisogno.

Cominciamo a chiacchierare o meglio lei si sfoga come un fiume in piena sul periodo vita difficile che sta attraversando: sul ciclo di chemioterapia che ha iniziato, sui capelli ricci e neri persi, che magari ricresceranno anche, ma che in primavera al nuovo ciclo di chemio saranno da rimpiangere di nuovo, dell’ex compagno malato di cui si è presa cura, della perdita del padre. Mi regala e consegna una storia di dolore puro e io all’inizio ascolto soltanto.

Poi, quasi come se non fossi io, dico ad alta voce “Sa, sarà un Natale diverso e doloroso anche per me, ho perso mio padre da poco”. Non so perché lo sto dicendo, a questa signora sconosciuta, che non vuole sedersi nonostante le offra il posto, perché tanto “scendo alla prossima”, dentro il tram 9, di una domenica pomeriggio, a Milano. Ma lo dico e mi sento un pelo più leggera, anche se improvvisamente voglio piangere. Ancora una fermata e sarà Porta Venezia, il tempo per parlare rimane poco, ho scoperto che la signora è nonna, ha dei nipoti, la saluto e le dico:
“Festeggi con loro e per loro e si faccia questo regalo: si regali un po’ di tempo per sé stessa”, Sorride, un sorriso stanco e debole, ma un sorriso, “sì, hai ragione, un po’ di tempo per me stessa…grazie cara auguri!”
“Auguri a lei, in bocca al lupo per tutto!”
“E facciamolo anche schiattare questo c***o di lupo!”

Il tempo di una mezza risata condivisa, lei è il suo accento del sud se ne vanno, la sua testa pelata senza nemmeno un capello sparisce di nuovo sotto la cuffia pronta per affrontare il freddo e la vita. Ci siamo fatte un regalo grande senza volerlo io e questa signora sconosciuta e penso a quanto grandi siano questi regali e quanta poca importanza ne abbiano tanti altri.

Il dolore riscrive sempre la scaletta della priorità, lo sto imparando ogni giorno, da due anni ormai…per cui, senza voler salire sulla cattedra e senza voler assumere la veste di professorina pronta a impartire lezioni di vita, il consiglio spassionato che mi sento di rivolgere a tutti coloro che abbiano ricevuto la fatidica domanda “Cosa vuoi per Natale?” è : chiedete un pomeriggio di the e chiacchiere alla vostra migliore amica, chiedete ai vostri nonni un racconto del loro passato, chiedete ai vostri genitori una giornata diversa da trascorrere insieme, chiedete ai vostri fratelli e sorelle un giro in macchina, senza una meta precisa, in cui cantare a squarciagola le vostre canzoni preferite selezionate su un’apposita playlist, chiedete al vostro ragazzo o ragazza un tramonto da guardare, senza dirsi tanto, ma baciandosi molto.

Chiedete e regalate momenti, perché saranno sempre troppo pochi e perché varranno più di qualsiasi regalo materiale. E date, regalate, che regalare è il miglior modo per ricevere. Così, davvero, sarà un “Buon Natale!”.”

Parole d'autore

un po’ di luce

“L’uomo si avvicina allo sportello della società privata che gestisce le utenze: «Da stamattina in casa non ho più né luce né gas». L’impiegato digita i dati al computer con imbarazzo: «Signore, lei non paga le bollette da mesi». «Ho quattro bambini e non riesco a liquidare l’intera cifra. Posso darvela a rate?». «Lei è insolvente da tempo e in questi casi la normativa ci impedisce di rateizzare, mi spiace». L’uomo scoppia a piangere e si allontana con la testa tra le mani. Il cliente in coda dietro di lui si accosta allo sportello e, abbassando la voce, chiede all’impiegato a quanto ammonti il debito: «A poco meno di seicento euro». «Lo saldo io, ma a una condizione. Voglio restare senza nome per tutti. Anche per lui».

È successo a Conselve, in provincia di Padova. Ho dato uno sguardo alle reazioni sul web. Qualcuno ha messo in dubbio il distacco della luce («al massimo avranno abbassato la corrente»). Altri se la sono presa con il comportamento implacabile della società creditrice. Altri ancora si sono chiesti: «E la prossima bolletta chi la salderà?». Quanto è difficile misurarsi con la bontà gratuita e anonima di un gesto. Davanti a una tastiera siamo tutti caustici e causidici. Ma appena ci piomba addosso la vita vera, si sospende il dibattito e ci si rivela: talvolta persino a sé stessi. Mi piace pensare che il benefattore si sia detto: «Se il destino ha voluto che questa scena accadesse sotto i miei occhi, significa che non posso chiuderli». Un milite ignoto dell’umanità.”

Massimo Gramellini sul Corriere del 13 dicembre 2019

Pensieri e Silenzi

che cos’è una parola?

Una parola… che cos’è una parola? una piccola minuscola parola, fragile e debole, modesta ed umile, povera ed impotente, indifesa ed esposta, flebile e precaria.. Che cos’è una parola? Un piccolo segno su un foglio bianco, un suono che scompare nel nulla, una nota delicata emessa dalle labbra, aria che rimbomba, evanescenza dell’anima.

Eppure, nella sua apparente nullità, la parola è tutto, essa è la struttura che sostiene la vita, è il luogo di accesso al senso delle cose, è il sacro altare su cui avviene la manifestazioni di sé.

Come agli albori della Storia, la parola sa creare, sa ordinare, sa far emergere un cosmo dal caos; sa dividere, classificare, separare ed organizzare.

Come su un moderno monte Sinai, la parola sa creare alleanze, istituire legami, governare relazioni; essa sa porre confini, limiti, soglie; sa definire una norma, una regola ed un divieto.

Come rinchiusa in un moderno pretorio, essa sa pure uccidere, ferire, umiliare, mortificare e disconoscere, rifiutare ed escludere, reprimere ed avvilire, soffocare e confondere.

Tuttavia, inchiodata su un sempiterno Golgota, quella parola sa pure guarire, riconciliare, perdonare ed includere, restaurare e risuscitare, rigenerare e dare nuove opportunità.

La parola sa ricreare, sa aprire nuovi orizzonti, sa dischiudere opportunità ed indicare nuove vie di felicità.