Pensieri e Silenzi

venuti al mondo

Molti anni fa, proprio in questo giorno, mia madre mi dava alla luce. Dopo nove mesi di sua compagnia nel caldo del grembo, giunse anche per me il momento di aprirmi al mondo e di iniziare il lento ma inesorabile processo che mi avrebbe reso una persona indipendente ed autonoma. Con la nascita iniziamo un percorso che ci accompagna per tutta la vita: quello che ci rende sempre più “noi stessi”, un processo di individualizzazione, di riconoscimento ed accettazione della nostra identità e del nostro valore.

Eppure tutto ebbe inizio a mia insaputa: non chiesi io di nascere, né fu una mia scelta quella di accogliere la vita. La mia vita mi venne imposta allo stesso modo in cui è imposta ad ogni uomo che nasce su questa terra. Quell’esistenza che è lo spazio in cui abbiamo la possibilità di esprimere la nostra libertà ed la nostra volontà, ebbene quell’esistenza tanto orgogliosamente rivendicata come “personale” nasce da una esperienza patita “contro ogni volontà”, subita e tollerata come una decisione di altri. Certo quegli “altri” erano persone che ci amavano e ci amano più della loro vita ma resta il fatto che, per quanto fatta per amore, quella è stata una decisione in cui non siamo stati interpellati.

La filosofa Maria Zambrano diceva che prima ancora di rimuovere l’idea della nostra morte, noi tutti rimuoviamo l’idea della nostra nascita, giacché, alla faccia del mito dell’uomo che “si fa da sé”, nessuno di noi si è fatto da sé. Anzi, nella cosa più importante della nostra vita, ossia la vita stessa, nessuno di noi ha avuto voce in capitolo. Niente male: saremo pure i signori del cosmo, capaci di scoprire i segreti più reconditi dell’universo, di andare sulla luna ed in fondo agli oceani, di inventare ogni sorta di miracolo, ma riguardo la cosa più fondamentale di noi stessi, restiamo nudi ed impotenti.

Emmanuel Levinas lo chiama “il ya”, quello che c’è, l’esistenza data e riconosciuta come preesistente ad ogni determinazione. Ecco ognuno di noi nasce come consegnato dalla vita a se stesso; ciascuno di noi viene al mondo attraverso un atto di radicale passività che lo dona a se stesso. Il mio corpo, la mia intelligenza, la mia sensibilità e interiorità, tutto quello che sono è il primo dono che la vita mi ha fatto.

La vita emerge e si rivela anzitutto come un donare “noi” a “noi stessi” e ci chiede di decidere di cosa fare di questo dono, assolutamente non richiesto ma esageratamente prezioso.

Pensieri e Silenzi

le tre “i”

Ci sono tre parole che dovrebbero accompagnare la nostra sete di sapere, il nostro bisogno di conoscenza e di cambiamento. Sono le tre “i” che Papa Francesco ha indicato a teologi e scienziati, e che, prima di lui, Charles Dickens aveva menzionato in uno dei suoi libri: sono l’inquietudine, l’incompletezza e l’immaginazione. Forse non c’è vero sapere se manca uno di questi ingredienti. Vale per i teologi ma interessa in realtà ogni persona “comune”.

Ogni nostro bisogno di conoscenza si genera sempre da una inquietudine che ci abita, da un sano travaglio, da una sorta di insoddisfazioni per quello che abbiamo e per quello che siamo. Conosce chi ha un cuore sempre allerta, sempre in movimento, insoddisfatto di quello che ha e del punto in cui è giunto nella vita; conosce chi non sta pacifico sul divano, beato nella propria tranquillità, appagato nella zona di comfort che ha raggiunto. Occorre essere persone inquiete, sempre in ricerca, sempre protese in avanti, sempre in attesa di cieli nuovi e terre nuove.

Eppure questa inquietudine non nasce da un rifiuto dell’oggi, da uno sguardo cinico sulle cose né da un sentimento di negatività o pessimismo. No, essa sorge dal riconoscimento del senso di incompiutezza che ci connota. La fame di sapere nasce dalla percezione di essere incompleti, di mancare di qualcosa, di aver bisogno di altro. Solo chi sa di non bastare a se stesso e che  un futuro di bene lo attende, se solo ha il coraggio di mettersi in viaggio, solo costui avrà l’audacia di muovere il primo passo per intraprendere il cammino.

La cosa affascinante è che questo viaggio segue la buona stella dell’immaginazione e della creatività. Non è mai un ripetere quello che già c’è o mettere i piedi nelle orme di qualcun altro e nemmeno un battere sentieri noti. Ogni vera conoscenza ha sempre il tratto dell’inedito, dell’inatteso, di ciò che rompe gli schemi e abita il tempo ed il luogo del futuro. Serve un’immaginazione per cambiare, molta creatività per aprire nuovi sentieri ed esplorare nuovi luoghi.

Ogni nostro progresso prende il via da una sana inquietudine per l’incompletezza dell’oggi e dal desiderio di immaginare un domani diverso.

Parole di carta

più ricchi e diseguali

Ha fatto scalpore sui giornali la notizia che un istituto scolastico romano, nel dépliant che promuoveva l’offerta didattica, abbia descritto una delle proprie scuole come frequentata dalla buona borghesia capitolina, mentre una seconda come connotata da un’utenza più popolare e variegata, maggiormente articolata nella composizione sociale ed estrazione culturale.

Nessun dubbio che le cose vadano davvero così, anche se vederlo scritto nero su bianco su un documento scolastico fa un certo effetto. Messo in questi termini, infatti, pare che questa divisione sociale sia qualcosa di cui la scuola vada fiera, una specie di “plus” dell’istituto romano, e non una barriera sociale che la scuola pubblica dovrebbe impegnarsi a rimuovere.

Intendiamoci, nulla di cui scandalizzarsi o per cui strapparsi le vesti: che la scuola italiana possieda percorsi didattici differenti e spesso assai distanti gli uni dagli altri in termini di qualità dell’offerta formativa, penso che sia una ovvietà per chiunque abbia figli in età scolare.

Ogni città, compreso il nostro piccolo territorio, gode di istituti dall’altissimo valore formativo e spesso frequentati solo da quella “upper and middle class” che se lo può permettere ed altre scuole che patiscono un’utenza assai più problematica e povera, sia culturalmente che socialmente.

Nasce spontanea una riflessione: proprio nel momento in cui la modernità ci offre infinite possibilità di scelta, promuovendo nuove opportunità per tutti, molteplici occasioni per i giovani, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza, ebbene proprio in questo effervescente contesto sociale si acuisce il divario tra ricchi e poveri, tra istruiti ed analfabeti, tra benestanti ed emarginati, tra chi ha molte possibilità e chi non ne ha nessuna. La società moderna così fluida e democratica finisce per essere settaria ed escludente… strano, no?

Eppure, non sorprenda questo fatto, giacché non si tratta di un effetto imprevisto ed inatteso , bensì di una diretta e naturale conseguenza della società liquida, caratterizzata dal mito delle opportunità. Perché, vedete, in una società chiusa, in cui i movimenti sociali sono limitati e ridotti, il figlio del ricco e il figlio del povero finiscono, quasi per destino, per frequentare la medesima scuola, probabilmente l’unica a disposizione sul territorio. Quando invece le opportunità si moltiplicano, si attiva un processo spontaneo di “aggregazione di chi è affine”: i ricchi, gli istruiti, i benestanti cercheranno altri ricchi con cui condividere interessi, passioni e stile di vita e, quasi naturalmente, tenderanno ad escludere chi ha gusti diversi e talvolta incompatibili. Dall’altra parte perché chi va a 100 km all’ora dovrebbe rallentare per aspettare chi può raggiungere solo i 30? Quando la strada è unica, la convivenza diviene un po’ forzata ed inevitabile; ma se le “strade di opportunità” si moltiplicano, ciascuno tenderà a condurre il viaggio con persone simili.

Si arriva così ad un effetto apparentemente (ma solo apparentemente) contraddittorio: la società delle opportunità genera divisione sociali, tanto impreviste quanto strutturali. In altri termini (e detto in maniera un po’ rozza) è proprio la cresciuta libertà, di cui ciascuno di noi gode, che rischia di creare una stratificazione ed una divisione sociale che proprio questa ritrovata libertà sperava di rimuovere o quanto meno limitare.

È questo un destino ineludibile e fatale dal quale non possiamo scappare? Certo che no! Una cosa però dobbiamo considerare attentamente: se un tempo la struttura sociale e culturale delle nostre comunità permetteva (ed in qualche maniera “forzava”) un naturale incontro tra ceti e classi sociali diverse, tra persone che possedevano un bagaglio culturale eterogeneo, differenti risorse e ricchezze diseguali, nella società moderna questo incontro e questa condivisione è lasciata alla libera scelta di singoli e gruppi. La solidarietà, nei suoi molteplici aspetti, non è più “imposta” dal modello sociale (pensate alla straordinaria esperienza delle corti contadine dei nostri nonni) ma è consegnata alla libertà e alla responsabilità delle nostre scelte. Se da una parte la modernità ci offre straordinarie opportunità e impensabili libertà, queste divengono ineludibili appelli alla nostra responsabilità e a quel senso di giustizia e di equità che dovrebbe ispirare il nostro stare insieme. Detto diversamente: la giustizia e la solidarietà divengono affascinanti possibilità affidate alla nostra accresciuta autonomia; non sono un dovere inevitabile, ma una preziosa ed umile occasione offerta alla nostra libertà.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio di LodivecchioMese

Parole d'autore

si è rotto l’uomo

Ho letto con attenzione l’intervista rilasciata da Vittorino Andreoli ad Huffingtonpost (QUI). L’ho trovata lucida e estremamente perspicace, come molte delle riflessioni dello psichiatra e scrittore. Ne riporto di seguito un ampio stralcio, ma vi invito a leggerlo per intero. Buona Lettura.

***

Negli ultimi anni, la cosa che più mi colpisce è che le persone manifestano una grande insicurezza: un sentimento che c’è sempre stato, ma occupandomi degli uomini e in particolare dell’uomo che soffre, del ‘folle”, dell’uomo rotto, mi accorgo che è diventato un tema dominante. È un’insicurezza paralizzante che ci investe dentro di noi e fuori di noi. Il risultato è un uomo che finisce per vivere malissimo e per non fare nulla, che non ha nemmeno più il coraggio di agire.

Il coraggio è una parola importante che si lega alla paura: bisogna avere paura per aver coraggio, ma se la paura è in eccesso e diventa panico, non ci si muove più. Io vedo questo uomo che è lì che aspetta e non si sa cosa aspetti. Il mio compito in quando psichiatra è tentare di far capire che bisogna fare qualcosa in una società in cui persino quello che dovrebbe dare sicurezza genera oggi insicurezza.

Da una parte c’è l’insicurezza dentro di me, dall’altra c’è l’insicurezza che provo ma che vive fuori di me. Il grande tema su cui interrogarsi è il fuori di me. La domanda che più di consueto mi rivolgono i miei pazienti è ‘cosa accadrà?’. È l’incertezza del futuro ad impaurirli. Viene fuori una società della paura in un mondo che vive costantemente in guerra, reale e figurata.

C’è ancora vento di guerra nel mondo, le persone lo avvertono. Non c’è un momento di pace neanche in quella che Platone chiamava la Res Publica. La politica non ha più interesse alla cosa pubblica perché questa viene gestita spaventando i cittadini che ogni giorno si alzano e si chiedono cosa ne sarà del Governo, cosa ne sarà della “guerra” scatenata dalla politica.

Pensi alle lotte nei condomini, nelle scuole, dove i genitori picchiano gli insegnanti. C’è un mondo fuori di noi in cui non c’è nulla che ci rassicuri. Ditemi un posto dove poter star tranquilli. Neanche i templi di Dio. Ho un grande rispetto per le religioni, perché conosco il bisogno dell’uomo di compensare le difficoltà della vita con modi che siano un po’ più giusti, ma le Chiese sono diventate un pericolo anch’esse oppure ci sono Chiese dove non si respira più il Trascendente. Sono chiuse.

Oggi consumiamo i sentimenti come un tempo si consumavano le scarpe. Si buttano via rapporti di anni: con questo non voglio dire che le relazioni debbano essere perenni, ma ci se ne libera con troppa facilità. Mi sembra si sia perso il senso dei legami: uno dice ‘non mi trovo più con quello o quella e chiudo’. Ma è la tua storia, è il tuo passato, dico io. Nemmeno le relazioni che sono un bisogno interiore di essere legato a qualcun altro per poter essere difeso funzionano più, perché tutto ciò che era legame adesso diventa rottura. Non intravedo alcun elemento né interno che esterno che possa essere un appiglio capace di donare sicurezza. La famiglia, si dirà. Ma è il luogo dove c’è maggiore violenza.

Non abbiamo più alcun principio e viviamo in una società che pare si “diverta” a spaventarci. La politica vive della paura degli uomini: i politici devono rompere per poter comandare, quando mai la politica è ancora “costruzione”, mi dica chi in questo momento dei nostri politici sta “tessendo” invece di distruggere? Ci sono politici che devono difendere se stessi in Italia come all’estero e la prima cosa che fanno è spaventare, per allontanare il pensiero della gente dalle loro rogne.

C’è bisogno della cosa pubblica e il primo dovere è dare sicurezza, la gente non deve vivere nell’incertezza di cosa accadrà domani, nella rassegnazione. La gente deve avere una speranza che è un concetto fondamentale: oggi non mi sento granché bene, ma domani! Questo non l’ha inventato nessuna religione, l’ha ripreso Freud il quale diceva che noi abbiamo un “Io attuale” e un “Io ideale”: come sono e come vorrei essere. Oggi non c’è più un “Io ideale”, perché non c’è più speranza e non c’è più idea di futuro.

Dobbiamo ritrovare un’economia del fare del bene. La soddisfazione, la gratificazione di per-donare, nel senso di dare qualcosa di sé. Ritrovare il senso dell’altro, non avere la cultura del nemico. Bisogna fare questa rivoluzione pacifica dentro di noi. Questa è la richiesta che mi viene fatta più spesso: ‘professore, come devo fare per vivere un po’ meglio? Senza paura? Senza il pericolo di qualche cosa?‘. Bisogna ritrovare il senso che l’uomo ha bisogno dell’altro uomo e partire da qui. Si può fare tanto, perché in questo paese ci sono tante persone perbene, ma non contano nulla. Se c’è una speranza è nei NESSUNO, lo scriva in maiuscolo. Io voglio essere un NESSUNO.

Vittorino Andreoli

Pensieri e Silenzi

Laura

Ho letto con attenzione, partecipazione e compassione (nel senso originario del termine di patire-con) le parole scritte da Laura sulla sua pagine facebook e rilanciate dalla stampa locale. Dopo anni di impegno civile, sociale, amministrativo e politico, Laura ha scelto di mollare tutto per “fare i conti con se stessa”, per usare le sue parole, per ricercare “qual è il senso della propria vita” e per comprendere se “non si sta sbagliando a percorrere ancora la stessa strada”. È un gesto forte, duro, radicale e sofferto, un gesto disperatamente coraggioso e coraggiosamente disperato che forse in pochi sapranno comprendere fino in fondo.

Eppure nella drammatica dell’esistenza, esso è un gesto umano, troppo umano direbbe Nietzsche, che accede e dimora al cuore stesso della vita, in quell’angolo solitario ed isolato in cui ciascuno è in compagnia di se stesso, dei proprio sogni e delle proprie delusioni, delle proprie speranze ed angosce, con insopportabile verità e crudele sincerità.

Che cosa c’è infatti di più umano che riconoscere drammaticamente il senso del proprio limite e della propria fragilità? Chi è l’uomo non se non colui che ha l’ardire e la pazzia di guardarsi alla specchio della propria anima e farsi le domande più dure, quelle più difficili e dolorose? Vivere non è forse sperimentare la nostalgia di un “perché”, il desiderio di un senso, la fame di una direzione, il bisogno radicale di un fondamento capace di creare un kosmos nel kaos del tempo? La differenza tra vivere e sopravvivere non sta forse nella possibilità che ci è data di ascoltare una parola, un logos direbbero gli antichi, che sa essere significato, ragione, senso e legame?

Forse solo chi si è anche solo lontanamente accostato alle profondità del proprio animo, solo chi ha sperimentato le vertigini nell’avvicinarsi all’abisso delle propria anima, chi ha provato “timore e tremore”, per dirla con Kierkegaard, di fronte al mistero insondabile della propria vita può debolmente intuire il travaglio che questo “lasciare e partire” può comportare…

Diventare uomini è un compito dure e faticoso, che patisce l’onerosità della ricerca, la delusione del fallimento, l’estasi dell’incontro e lo strazio dell’abbandono. Diventare uomini non è un compito da anime pie e pure, innocenti e devote; esso è una chiamata per gente rocciosa, audace e temeraria, sprezzante ed orgogliosa, risoluta e sognatrice. Buon cammino, Laura!

Storia e Tempi

“scusi ma lei è uno spacciatore?”

Scusi ma lei è una spacciatore?” State attenti alla prossima volta che vi suonano al citofono perché potrebbe essere qualcuno che, per riabilitare il vostro buon nome, potrebbe chiedervi di discolparvi dalle più schifose nefandezze. Che ne so: “Scusi ma lei è un pedofilo? O un ladro? O uno stupratore? Sa, glielo chiedo in modo tale che possa difendere il suo buon nome, dato che alcuni cittadini (!!!????) dicono di lei questo…

Ma capite a che punto siamo arrivati per guadagnare qualche voto? Un senatore della repubblica suona al campanello di un normale cittadino (e se anche fosse irregolare la cosa non cambierebbe di una virgola) per gettargli addosso, ovviamente sotto le luci di una decina di telecamere, delle accuse, che fino a prova contraria, sono delle diffamazioni belle e buone. Perché in uno stato di diritto non è che contano le dicerie della gente sul tuo conto per finire in galera: servirebbe una denuncia alle forze dell’ordine e dei fatti che provano l’accaduto.

E poi diciamola tutta: che quel ragazzo (oltretutto poi risultato minorenne) sia davvero uno spacciatore o no, non sposta di un millimetro la questione!

C’è davvero molta barbaria dietro quella domanda scanzonata e scherzosa, fatta a favore delle telecamere: ci abbiamo messo secoli di cultura e di diritto per comprendere che nessuna “caccia alle streghe” può essere lecita o legittimata e che non è possibile accusare alcuno sul semplice sentito dire o su voci di paese.. ma poi la presunzione di innocenza, il rispetto della dignità della persona, la tutela del suo buon nome, il diritto alla difesa… tutte cose buttate a mare…

Nulla si sottrae all’onda sovranista, tanto meno un ragazzo marocchino dal dubbio passato: additato nella piazza virtuale dei social a “pubblico spacciatore”, senza possibilità di replica; condannato senza appello ad una colpa che sta all’accusato ora dover dimostrare essere ingiusta…

Ma è questa la nuova società sovranista, dove basta una telecamera ed un po’ di spregiudicatezza morale per finire condannato? Ridateci Cesare Beccaria…

 

Storia e Tempi

profeti di sventura

C’è da non crederci! Se queste parole fossero state pronunciate dal barista sotto casa, forse avremmo potuto anche farci una grassa risata. Ma quando le senti pronunciare dall’uomo più potente al mondo la cosa lascia davvero stupefatti.

D’accordo: sul tema dei cambiamenti climatici, ci sono diverse linee di pensiero e diverse sensibilità, ma sbeffeggiare così la questione irridendo, non solo il problema, ma anche gli effetti (spesso drammatici) che esso ha creato mi pare davvero troppo

Questo non è il momento del pessimismo sul clima, ma di una grande gioia, ottimismo e azione (…) la paura e il dubbio non sono buoni consiglieri”. E poi: “Per abbracciare e accogliere le possibilità di domani dobbiamo respingere questa apocalisse che ci era stata prospettata. Dobbiamo dimenticare quelli che ieri ci prospettavano un futuro buio e cupo”. “Noi non lasceremo succeda”. Parola di Donald Trump.

Ora: va bene la propaganda ma l’ottimismo non è una cosa così ingenua e, mi si permetta, stupida. Pensare che tutto vada bene solo perché ci si sente positivi per il domani, non solo fa ridere, ma anche seriamente preoccupare.

Si può essere scettici di fronte a certe previsioni negative (o addirittura apocalittiche) ma è bene non perdere un minimo di buon senso e razionalità così come sarebbe meglio evitare di negare evidenze scientifiche che oggi sono decisamente inconfutabili.  Che ci sia un oggettivo problema di riscaldamento globale, mi pare davvero una ovvietà; e che questi cambiamenti abbiano una possibile origine antropica è cosa assai probabile.

Ha quindi un gusto cinico ed irresponsabile etichettare come “profeti di sventura” coloro che esprimono preoccupazioni per il futuro del pianeta; così come dichiarare solennemente che tutto va bene solo perché l’economia americana ha ripreso a crescere e gli americani a fare più soldi.

Sapete cosa? Mi ricordano molto quel gaudenti danzatori sul ponte del Titanic che, mentre il transatlantico era diretto a tutta velocità contro un iceberg, celebravano spensieratamente l’ottimismo della vita.

Pensieri e Silenzi

come un mazzo di carte

Avevo un bel mazzo di carte da gioco: nulla di prezioso o di raffinato ma delle ordinarie carte sul cui retro c’era la pubblicità di un prodotto,  evidente testimonianza dell’origine dell’oggetto.

Ci giocavamo in famiglia una volta ogni tanto, principalmente in occasione di viaggi o vacanze. Stava li da anni nell’armadio, al suo solito posto, in modo discreto ed nascosto. Alla partenza di qualche viaggio qualcuno si ricordava della sua presenza sicché il mazzo finiva in qualche borsa, pronto per essere utilizzato in una delle successive serate.

Accadde poi una cosa: che uno dei miei figli si accorse di quel mazzo e da quel momento le cose cambiarono radicalmente. Quelle carte, utilizzate fino ad allora una volta all’anno e in occasioni particolari, iniziarono a girare per casa: le trovavi un po’ ovunque, sulla mia scrivania, sui mobili, sparse un po’ dappertutto. Come potete immaginare da quel momento il mazzo di carte divenne praticamente inutilizzabile, giacché, col tempo iniziarono scomparirne alcune. Qualunque mazzo è utile solo nella misura in cui ogni carta sta insieme alle altre: qualora qualcuna inizi ad avere “vita indipendente” ecco che il mazzo finisce per diventare inutilizzabile.

Lo osservavo stamattina mentre uscivo di corsa da casa, lasciato su una mensola in taverna: stava lì un po’ scompaginato e scombinato, decisamente anarchico e scomposto.

Lo guardavo e pensavo che in fondo quel mazzo di carte mi assomigliava molto, ma non nel mondo in cui potrebbe sembrare. Quel mazzo ed io abbiamo, in fondo, subìto la stessa sorte e siamo stati vittime del medesimo destino. O meglio: i miei figli hanno avuto lo stesso effetto su di lui così come su di me.

Due cose mi “legano” a quel mazzo di carte: entrambi stiamo stati “tirati fuori” dall’angolo buio in cui eravamo stati risposti ed entrambi siamo stati inaspettatamente scompaginati. I figli hanno un po’ questo effetto: ti tirano fuori da quell’area di comfort in cui ti eri ritirato e nascosto; essi ti provocano, ti pungolano, ti spingono a metterti in gioco e ad uscire dal buio della tua triste comodità.

La cosa bella è che in questo movimento di “messa in gioco” i figli ti scuotono, ti scompaginano le carte, mescolano quell’ordine che ti eri costruito a fatica. Passi una vita ad alimentare sogni e a fare progetti e poi arrivano loro scombussolare il mazzo e a cambiare priorità e obiettivi.

Sapete la cosa divertente? Che non è poi così male sentirsi un po’ rimescolati, sentirsi cambiati da qualcuno che ti mette in discussione e che porta un po’ di aria fresca nelle tua vita.

Osservavo stamattina quel mazzo di carte un po’ mescolato e rimestato e ho sorriso al pensiero di quanto ci assomigliavamo!

Storia e Tempi

la notte dei licei

Oggi lascio volentieri la parola a Federico, giovane universitario ed ex-liceale classico. Di ritorno dalla notte dei licei, ha condiviso sulla sua pagina facebook questo pezzo che trovo particolarmente ispirato. Buona lettura!

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Odisseo, Enea, Didone, Socrate, Alcesti, Giasone, Seneca, Antigone, Ettore e Andromaca sono solo alcuni dei personaggi del mondo greco-latino antico riportati, per così dire, in vita dagli alunni del Liceo Classico Verri questa sera. Molti di questi uomini e donne appartengono ad una realtà e ad un impianto culturale lontano decine di secoli dalla contemporaneità ma, ciononostante, essi parlano ancora, anzi, gridano.

Essi trasmettono un intero bagaglio valoriale in cui noi tutti possiamo ritrovarci: l’ospitalità, l’amore, la paura, il coraggio, il rapporto tra le generazioni, il tempo, il viaggio, la guerra sono sentimenti e realtà estremamente attuali per l’uomo del 2020.

Quando si affrontano i testi antichi si insiste spesso sulla loro “straordinaria modernità”, sul fatto che essi riescano anche dopo 2000 anni a veicolare un messaggio in cui è possibile riconoscersi. E se fosse l’opposto? Se non fossero i grandi classici ad essere moderni anche a distanza di secoli ma fossimo noi, uomini e donne del terzo millennio che parliamo, agiamo e pensiamo come i greci ed i latini, ad essere incredibilmente antichi? Se il fatto che parole scritte in un momento lontanissimo nel tempo e nello spazio possano essere utilizzate anche da noi fosse un indizio del nostro indissolubile legame con l’antico?

L’universalità dei concetti e dei valori espressi nel passato, come hanno superbamente dimostrato i ragazzi durante i vari momenti della serata, è evidente ancora oggi: le guerre antiche e quelle moderne sono allo stesso modo deprecabili, hanno causato e causano tuttora terribili conseguenze; il coraggio degli eroi del mito e il coraggio di persone che oggi affrontano di tutto per ottenere una condizione di vita migliore è lo stesso; la riflessione sulla fugacità del tempo interessava Seneca come interessa l’uomo contemporaneo.

Se è vero che un’opera può essere considerata “un classico” quando valica i limiti temporali entro cui possiede e trasmette significato e si apre all’universalità educando, coinvolgendo e muovendo anche animi distanti secoli, allora possiamo dire che lo studio dei classici serva, in fin dei conti, a qualcosa.

Federico

Pensieri e Silenzi

Eruv

Si chiama Eruv quel sottilissimo filo, quasi trasparente, che si snoda sopra i pali dell’elettricità per oltre 33 km, attraversando l’intera isola di Manhattan, a New York. Per chi non ne conosce l’origine, quel cavo ha un aspetto strano e magari pure inquietante: cosa ci fa quel cavo appeso a mezz’aria, teso lungo il perimetro del quartiere di Manhattan? È una installazione per la sicurezza? O il rilevatore di qualche strana onda elettromagnetica? O lo scherzo di qualche burlone?

In realtà la cosa è assai più seria e meno minacciosa di quello che si può pensare: si tratta di una recinzione rituale creata dagli ebrei ortodossi newyorkesi.

Come forse sapete, durante lo Shabbat, il riposo ebraico del sabato, agli ebrei non è concesso alcun tipo di lavoro: l’unica attività consentita è la preghiera. In particolare la legge mosaica proibisce di trasportare alcun oggetto al di fuori della propria abitazione. Potete ben immaginare il disagio per chi ad esempio ha bambini dentro un passeggino o malati in carrozzina. Ecco quindi che Eruv viene in aiuto di questi ebrei osservanti, semplificando un poco la loro vita. Dentro tale perimetro, delimitato dal filo, è come se si istituisse una grande “abitazione” all’interno della quale essi possono muoversi come a casa propria, “eludendo” (mi si consenta il termine) in questo modo la ferrea legge rituale.

È proprio per garantire questa libera circolazione durante il Shabbat che, ogni giovedì sera, il rabbino Moshe Tauber ha il compito di percorrere l’intera lunghezza del perimetro per assicurarsi che il recinto rituale non sia stato danneggiato. Sono diverse ore di tragitto che ogni settimana ha l’incarico di compiere, per assicurarsi che le intemperie, eventuali lavori stradali e modifiche agli edifici non abbiano interrotto il filo. In caso di guasto, una squadra di tecnici è pronta ad intervenire per sistemare il tutto. È solo alla fine di questa periodica ispezione che il rabbino può dare il suo “via libera” alla comunità ebraica, affinché  possa muoversi in tutta sicurezza tranquillità.

Al di là dell’apparente stranezza della cosa, espressione di una ritualità così antica nel cuore ricco e moderno di New York, c’è una cosa che ci dà da pensare: in fondo il nostro abitare il mondo è sempre caratterizzato dal bisogno di creare spazi, di identificare luoghi, di eleggere dei territori come ambienti “speciali” in cui possiamo vivere. Per l’uomo “abitare” significa definire, delimitare, circoscrivere uno spazio che viene demarcato come “casa”, ossia luogo in cui è possibile muoversi con serenità e tranquillità.  Dalla caverna dei primi uomini, alle capanne, alle costruzioni in legno fino ai modernissimi edifici fatti con i più innovativi materiali, c’è un filo rosso che lega l’evoluzione: il bisogno di abitare come esperienza di un “di qui e di un di là”, come l’esigenza di un riparo, di un confine, di una separazione. Tutto questo non ha solo una funzione “pratica”, materiale, concerta: essa è animata da un forza simbolica assai esigente, dal bisogno di organizzare simbolicamente lo spazio per farlo diventare un luogo.

Forse il lungo filo dell’Eruv ci strapperà un sorriso sul viso per la sua originale stranezza, ma, al di là della forma, ci rammenta che ogni demarcazione dello spazio è la modalità abituale con cui, ciascuno di noi, riesce a vivere un luogo che sente familiare ed affidabile. In una parola riesce ad abitare.