Parole d'autore

il grande gesto di Rashid

“Scendendo al mare, o risalendo verso casa, incontriamo sempre il banchetto di Rashid, il ragazzo che viene dal Bangladesh. Tutti i giorni compone e scompone, ricompone e riscompone i suoi “prodotti per cellulare”. Lo fa con gusto, precisione, metodica attenzione. E con una calma profonda, solenne, ispirata. Quest’anno ci sono state giornate di vento forte, e serate fredde, che mettevano a rischio la possibilità stessa di esporre i prodotti.

Mi sono fermato per salutarlo e per sentire che cosa pensava di questo vento e di questo freddo. E’ rimasto fermo per una frazione di secondo, poi, alzando le mani aperte verso il cielo, ha detto “lui sa”. Il gesto era appena accennato, con garbo, con pudore, e accompagnato dal movimento degli occhi verso il cielo insieme ad un piccolo sorriso. Semplicemente un gesto e una parola sussurrata, con il più mite degli sguardi. Impavidum ferient ruinae.

E’ stata una delle più grandi manifestazioni di forza che io abbia mai visto, senza rassegnazione, senza presunzione.”

Andrea Grillo sulla sua pagina Facebook

Pensieri e Silenzi

in compagnia di fratel Guglielmo…

Ho trascorso questi giorni di vacanza in compagnia di fratel Guglielmo da Baskerville, celeberrimo protagonista del romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”. Parlo di compagnia, perché un romanzo non è mai solo qualcosa da leggere ma è un amico fedele che accompagna lo scorrere del tempo e che è capace di dare sapore a ore che rischiano di essere insipide e sciocche

Avevo già letto tempo fa questo “corpulento” romanzo di Eco, conservandone un ricordo incuriosito che mi ha riacceso la voglia di una nuova visita alle sue pagine. Confesso che la forma dell’audiolibro si è rivelata particolarmente azzeccata: la voce e l’interpretazione di Moni Ovadia rendono la narrazione non solo ricca ed intrigante, ma a tratti addirittura poetica. Gli intermezzi musicali dell’edizione curata da RadioRai punteggiano con intelligenza e sensibilità il flusso del racconto, donando ritmo e brio, in una successione curata di parole e note.

Il racconto di Eco introduce il lettore non solo in una avvincente spy-story medievale, ma nel humus culturale di quel periodo storico, con le sue diatribe dottrinali, il sapere dell’epoca, i rapporti sociali e le dinamiche religiose. È quello che oggi chiameremo la weltanschauung, ossia la concezione del mondo, dell’uomo e delle cose.

Dalle parole dei protagonisti del romanzo si evince quel singolare ed originale punto di vista sulla storia, il mondo, le vicende umane e l’orizzonte di senso della vita, così come percepiti dall’uomo medievale. Le divagazioni sui dibattiti teologici del tempo sono come una finestra aperta su un mondo in cui la cultura classica è stata, in qualche modo, risignificata alla luce della fede Cristiana. I diversi fili della narrazione (i delitti dell’Abbazia, l’incontro diplomatico tra francescani e curiali, il processo inquisitore, etc.) si intrecciano con maestria e sapienza con garbo e perizia.

È stato davvero un bel viaggio, denso ed istruttivo, curioso ed affascinante, nel quale la verità della vicenda si snoda, pagina dopo pagina, in un sapiente crescendo ed in cui la rivelazione del senso della cose affiora con incontenibile forza da dettagli tanto minuscoli quanto determinanti.

Pensieri e Silenzi

lasciar andare

Serve molto coraggio per lasciare andare, per non trattenere e per non imprigionare. La nostra voglia di controllo, di possesso e, talvolta, di dominio ci impediscono di sperimentare un senso sano e rasserenato della separazione.

Chissà perché ogni nostra lasciata ha sempre il gusto amaro del tradimento, della rinuncia, della perdita e della sconfitta; come se valesse solo ciò che tratteniamo, ciò che controlliamo, sorvegliamo e governiamo.

Succede con le esperienze: a quante “cose passate” restiamo dolorosamente legati, quasi ingabbiati, come sequestrati da eventi di ieri a cui continuiamo a dare ascolto e credito.

Succede pure con le persone, per le quali non giunge mai il tempo della partenza e dell’indipendenza. Sappiamo bene che la crescita prevede, in modo ineludibile, questo momento di rinascita; eppure fatichiamo sempre a portarne il peso, troppo greve per le nostre esili spalle e troppo urticante per la nostra sensibilità.

Succede con le nostre convinzioni ed i nostri pensieri, a cui ci aggrappiamo con insana rigidità, indisponibili a cambiare idea, posizione e sguardo.

Succede addirittura con le cose che conserviamo come inefficaci talismani o impossibili feticci.

Sia che si tratti di persone, di cose o esperienze, di pensieri o giudizi, l’atto del lasciar andare è qualcosa che compiamo con scarsa naturalezza e convinzione.

L’habitus della libertà esige questo nomadismo esistenziale, quale condizione per diventare uomini sempre più veri: non si cresce restando sempre nello stesso luogo, con le stesse persone e con le stesse idee in testa. In fondo ciò che è lasciato non è perduto, ma custodito dalla vita, conservato e difeso affinché ci sia restituito, rinnovato, a tempo debito.

Pensieri e Silenzi

come un gorgo

La cosa che adoro di questo posto è il silenzio. Certo c’è anche molta bellezza, pace, svago e tranquillità. Ma quando la sera il ritmo della vita lentamente rallenta ed il vento soffia fresco dal mare, ciò che resta, ciò che si impone come un tratto affascinante ed intrigante è il silenzio della campagna toscana. Ascolti un vuoto riempito solo dal canto dei grilli e da lontani echi di auto di passaggio. È proprio il silenzio il regalo che ti fa questo angolo di mondo, lontano dalla frenesia della città.

Il silenzio è un regalo strano in questo periodo, spesso evitato e scansato come una compagnia fastidiosa ed inopportuna; eppure è un dono raro e promettente, non facilmente ritrovabile nel caos delle nostre esistenze Una volta superato il disorientamento dei primi minuti e quel senso di stranezza che accompagna la sua iniziale presenza, accogli quell’assenza di suoni e rumori come una benedizione per il tuo tempo.

Ci sono momenti della vita in cui ci può salvare solo il silenzio, solo quella pace che sgorga da un tempo di attesa e vuoto.

Scrive Erri De Luca: “Il silenzio non è uno stato di quiete, ma una tensione, quella di un gorgo in cui i suoni si avvitano attratti verso il fondo”.

Il silenzio funziona davvero così: dentro il suo apparente vuoto si cela un movimento calmo ed incessante, che come un gorgo, ti spinge verso il fondo, verso quanto è profondo, essenziale e vitale.

Il silenzio è quello spazio in cui la forza di gravità può esercitare il suo potere attrattivo, facendo sedimentare le cose, i pensieri e le situazioni, e spingendo ogni impulso vitale verso ciò che è fondamentale.

Affetti e Legami

“ti penso”…

Sarà l’età che avanza o la crescente percezione del proprio limite, fatto sta che mi ritrovo sempre più frequentemente a dover riconoscere che le persone spesso le puoi accompagnare solo con il pensiero.

Non è pigrizia o poca convinzione, ma la constatazione che talvolta la vicinanza ed il sostegno che possiamo esprimere faticano ad oltrepassare quella che chiamerei la “custodia del cuore”.

Ci sono occasioni nella vita in cui ti offerta la possibilità di giocare un “ruolo in prima linea”: puoi cambiare le cose (o almeno provarci), influenzare le situazioni, insomma fare la differenza

Con il passare del tempo questi “sprazzi di potere” diventano sempre più rari. Al contrario, sei chiamato a convivere con una dimensione più modesta e povera della tua capacità di cura: la tua tanto vantata efficienza si deve accontentare di qualcosa di assai piccolo e debole.

C’è un’espressione che sempre più spesso esce dalla mia labbra e che tradisce questa nuova consapevolezza: “ti penso”, “ti ricordo” e “sei nei miei pensieri”.

C’è molto in queste semplici parole, le quali raccontano assai di più di quello che pare. Come dicevo, c’è anzitutto l’ammissione di un senso di impotenza, la constatazione di non poter fare di più, la confessione di un raggio di influenza assai ristretto.

Ma in quella dichiarazione di limite c’è anche la forza di un legame, la testimonianza di un vincolo, la proclamazione di un affetto

“Ti penso” è la promessa di una vicinanza, l’impegno di una cura, la benedizione di una presenza calda anche se distante. “Ti penso” è, da una parte, l’ammissione di uno iato, di una distanza e di una presenza negata; dall’altra, è l’appello ad una connessione profonda, capace di raccontare una presenza pur nell’assenza, di esprimere affetto pur nella lontananza, di garantire cura, anche quando non sembra.

C’è, allo stesso tempo, “tanto” e “poco” in quella frase; è uno strano connubio di povertà e ricchezza, di testa e di cuore, di voglia di esserci e l’impossibilità a farlo.

Pensieri e Silenzi

buon vino

Ieri ho ripreso tra le mani una lettera che una cara amica mi scrisse un paio di anni fa. È stato non solo piacevole ma anche assai interessante rileggere le parole che mi dedicò anni fa e che da diverso tempo non rileggevo.

È strana e molto curiosa questa cosa: le parole non invecchiano, non subiscono il peso del tempo che passa, non sono esposte al tarlo dell’età e dell’invecchiamento. Certo non accade a tutte le parole… generalmente questa particolare caratteristica è appartiene a quelle parole che sanno oltrepassare i confini della banalità e dell’ovvietà, per addentrarsi nella terra della sincerità e delle profondità. Esattamente come quelle contenute nella lettera della mia amica.

Anziché impoverirle o renderle obsolete, pare che il tempo sia in grado di arricchire le parole, donando loro nuovo vigore e profondità. Il tempo è capace di ampliare il significato ed il senso di ciò che ha preso forma scritta, come se il fluire dei minuti sia in grado di far crescere quel “piccolo” seme che era stato deposto sulla pagine bianca quasi fosse un pianta radicata in un fertile terreno.

È proprio così che un testo cresce, evolve, genera cose nuove, apre spazi inesplorati e dispiega davanti a sé orizzonti inediti. La parola è capace di tutto questo: proprio come un corpo vivente, lo scorrere del tempo non la lascia indifferente ma incide profondamente sulla sua semplice esistenza. Forse è per questo che ancora oggi leggiamo parole scritte secoli e secoli fa e con stupore ci accorgiamo che esse sono capaci di interrogarci e sorprenderci

In fondo la parola è un po’ come il vino: se il vino è di cattiva qualità il tempo lo rende aceto; se invece le uve di cui è fatto sono buone, ecco che con il tempo esso diviene qualcosa di pregiato, di unico e di prezioso.

Affetti e Legami

un baule di abbracci

Questo prolungato distanziamento sociale mi ha creato un grosso residuo di abbracci che avrei voluto dare – e che in tempi normali avrei dato – ma che in questo periodo di cornavirus non è opportuno scambiarsi. Ci sono situazioni in cui un abbraccio dice più di tante parole che ti possono passare per la mente; un abbraccio è sincero, diretto, arriva dritto all’altro senza troppe curve o simulazioni. Capite allora come l’assenza dell’abbraccio sia stato – ed è tuttora – un grosso limite alla mia (e alla nostra) possibilità di comunicare affetto e vicinanza.

Mi sono così ritrovato, dicevo, un baule pieni di abbracci non dati, di gesti non espressi, di tocchi mai giunti a destinazione.

Mi è rimasto un abbraccio non dato a quell’amico che ha attraversato un periodo nero con la sua famiglia, segnata da sofferenza, disagio e impotenza. Mi sarebbe piaciuto darglielo, per ricordargli quanto gli sono legato e quanto lo sto pensando in questo momento.

C’è poi un altro grosso abbraccio destinato a un caro parente che sta attraversando una malattia bastarda e feroce e penso che un abbraccio lo avrebbe fatto sentire meno solo ed escluso.

Ho un abbraccio per un collega, perché ci terrei molto a fargli sapere quanto sono felice dei progressi che ha fatto, di come è maturato umanamente e professionalmente. Certi traguardi meritano un forte abbraccio che dica in modo chiaro e cristallino “sono fiero di te!”.

C’è un abbraccio che era offerto ad un caro amico, che è sempre presente, che si preoccupa di me, che cerca, talvolta in modo un po’ buffo ed impacciato, di esprimere quanto tiene a me. Ecco, l’abbraccio sarebbe stato il gesto giusto per dire: apprezzo le tue intenzioni anche se a volte sono espresse con un po’ di comica goffaggine.

Ho un abbraccio per quel giovane che sta facendo scelte importanti per la sua vita: non c’è nulla come un abbraccio per infondere coraggio, determinazione e dire con convinzione “Forza! Sono con te!”

C’è poi quella amica, gemelli separati alla nascita, per la quale un abbraccio è un abbraccio e non serve dire altro: è tutti lì, tutto in quella stretta, in quel tocco.

Quanti abbracci avrei voluto dare e come mi pesa non averlo fatto. La loro assenza è come andare al Louvre senza vedere la Gioconda, guardare la Juve senza Ronaldo o visitare Roma senza passare da San Pietro: certo, ci si può accontentare, ma non è la stessa cosa. È come se mancasse la ciliegina sulla torta, l’acuto finale del tenore, la pennellata del maestro.

Ogni abbraccio per me è un sigillo posto su un legame, che ricorda a me e testimonia all’altro, che, in fondo, ci apparteniamo reciprocamente, anche se spesso lo dimentichiamo.

Pensieri e Silenzi

team working

Torno a casa stasera con quella chiara sensazione sulla pelle che oggi sia stata una bella giornata lavorativa. Sono quelle percezioni che senti in maniera un po’ istintiva ed irriflessa, senza una apparente ragione o una spiegazione. Certo: non significa che quanto provi sia qualcosa di irreale o irrazionale ma semplicemente che la “pelle” è giunta là dove il cuore deve ancora arrivare.

Non è raro che questo accada: talvolta il “sentire” arriva prima del “capire”, il quale giunge – quando giunge – solo in un secondo tempo e dopo una lunga di riflessione. Certe volte occorre affidarsi e fidarsi delle impressioni che la pelle ti ritorna, sapendo che poi, forse, ne capirai anche la ragione.

Mi viene spontaneo chiedermi da dove nasca questa impressione,  da cosa origini, quale sia stato il fattore scatenante. La risposta non è semplice giacché il ponte che unisce il sentimento al pensiero è spesso assai traballante e pericolante… occorre procedere lentamente e tastando bene dove mettere il piede.

Oggi è stata giornata di verifica e programmazione per il team, tempo di “sprint plan” per chi mastica un po’ di agile. È l’occasione in cui il team ferma la corsa quotidiana e fa il punto della situazione: verifica se gli obiettivi che si era dato sono stati raggiunti, valuta lo stile lavorativo e programma il prossimo pezzo di strada. Nulla di straordinario, intendiamoci: è   quanto avviene con frequenza regolare. Eppure quanto accaduto oggi è stato particolarmente denso, intenso e gratificante. La ragione di questa “straordinarietà” non sta in qualcosa di particolare, in ciò che è stato detto o che è accaduto, ma nel clima complessivo del lavoro, in quell’atmosfera che è sempre difficile da restituire e raccontare.

È stato bello constatare come le persone, se adeguatamente motivate e se le condizioni “esterne” lo permettono, possono attivare una dinamica di collaborazione, di reciproco aiuto e di cooperazione. E che questo può avvenire non come qualcosa di indotto o forzato ma con naturalezza e con quella piacevolezza che accompagna sempre le cose che si fanno con convinzione.

Ecco: oggi è stata una bella giornata perché nell’affanno costante delle cose da fare, almeno per un giorno, sono emerse le persone, il loro impegno e dedizione, la loro capacità di lavorare insieme, superando invidie e grette rivalità.

Parole di carta

quest’estate? ecco un consiglio!

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Giugno di LodiVecchioMese.

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Mi piaceva chiudere la rubrica, prima della pausa estiva, con una piccola consegna, una raccomandazione o un consiglio. Una cosa semplice, giù alla buona, che suonasse come un arrivederci a settembre. Il punto è che non è per niente facile suggerire qualcosa alla fine di questo periodo di pandemia (o forse solo del suo picco), dove tutti siamo stati fortemente segnati dalla solitudine, dalla sofferenza e dall’isolamento. Affrontiamo questi mesi estivi con le ossa rotte ed ancora doloranti, in uno stato di convalescenza dopo  la “malattia” che ci ha provati ed infiacchiti. L’estate che ci si prospetta poi non sarà all’altezza delle nostre aspettative: tutti investiamo moltissime attese nelle tanto agognate vacanze, raggiunte dopo un anno di intenso lavoro. Eppure sappiamo benissimo che questa estate sarà necessariamente un po’ sottotono, dal momento che la libertà di movimento non è stata ancora pienamente guadagnata. Quale può essere allora il consiglio meno inadatto per queste prime settimane di estate, quello che può risuonare il meno inopportuno possibile?

In questi giorni, grazie ad un amico, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio testo di Umberto Eco, dal suggestivo titolo “Apocalittici ed Integrati”. È un testo la cui prima edizione risale al 1964 e che ha rappresentato una pietra miliare nella scienza della comunicazione e nella filosofia dei nuovi media. Certo il testo risente delle cinquanta primavere che sono passate dalla sua pubblicazione ma, credetemi, conserva ancora una freschezza di analisi che lo colloca naturalmente tra i classici della cultura contemporanea.

Eco conia questi due termini – poi entrati nella storia – per descrivere due opposti atteggiamenti verso la (allora) nuova cultura dei media: gli apocalittici sono coloro che vedono nell’affermazione della cultura di massa la fine della cultura in quanto tale, un imbarbarimento del sapere, una mercificazione delle conoscenze; gli integrati sono invece coloro che si sono sentiti facilmente “a casa” nel nuovo clima culturale, di cui apprezzano ed enfatizzano la diffusione  e la democraticizzazione della cultura, non più considerata un privilegio di una élite.

Nell’analisi delle due diverse “fazioni”, Eco evidenzia una serie di argomenti che possono essere utilizzati per criticare la cultura di massa e che, dobbiamo ammettere, non perdono il loro valore anche dopo molti anni. Tra questi vorrei qui citarne tre, che mi paiono particolarmente utili al nostro discorso. Anzitutto Eco riconosce che la cultura di massa estremizza la dimensione della “sensazionalità”: i prodotti di tale cultura tendono a cercare effetti emotivi immediati, provocando emozioni «brute», non elaborate. Invece di rappresentare le emozioni, i media le «consegnano già confezionate», sollecitando un’emotività puramente «istintiva». In seconda battuta la cultura dei media intorpidisce la coscienza storica: moltiplicando ossessivamente le informazioni sul presente, i mass media appiattiscono la coscienza storica, concentrando tutta l’attenzione del pubblico sulla cronaca dell’attualità presente e «intorpidendo» il senso del passato. Infine, secondo il noto studioso, la cultura attuale è segnata da una pericolosa “superficialità”: i prodotti della cultura di massa sono fatti per il tempo libero e per l’intrattenimento e di conseguenza sono pensati per catturare l’attenzione del pubblico in modo superficiale. In questo modo il fruitore viene educato a un atteggiamento ricettivo caratterizzato dalla superficialità, atteggiamento che poi ripropone anche di fronte a questioni più serie ed importanti.

Ho l’impressione che il recente periodo di lockdown abbia fatto riemergere, nella coscienza collettiva, questi tre limiti della cultura di massa, delineati da Umberto Eco anni or sono. Nel bel mezzo della pandemia ci siamo trovati vittime (o complici) di un’informazione animata dalla sensazionalità, spesso assai superficiale e non raramente priva di una solida prospettiva storica che permettesse di comprendere i fenomeni in un lasso temporale che andasse oltre la settimana.

È rileggendo questo stimolante – seppur datato – testo di Eco che mi è nata l’idea di un buon suggerimento per l’estate: quello di tornare a leggere romanzi. Certo non cambieremo il mondo leggendo libri ma sicuramente inizieremo il cambiamento più difficile e più importante che possiamo attuare: quello del nostro animo. Leggere storie, non solo dona i benefici che derivano da qualunque lettura (in termini di arricchimento del linguaggio e di affinamento del pensiero) ma educa la mente ed il cuore a guardare la vita da una prospettiva diversa.

La cultura attuale ci costringe in un eterno presente, in cui le cose e gli eventi si susseguono senza una logica precisa ed un senso complessivo. I media (vecchi e nuovi) ci abituano a vivere una temporalità senza tempo, dove nulla accade veramente perché nulla lascia davvero il segno. Questo “temposenzatempo” porta, secondo Eco, ad una inevitabile conseguenza: l’uomo contemporaneo manca di progettualità, di voglia di cambiare le cose, di essere protagonista di una “storia” nella quale situazioni cambiano e crescono. Abitare una dimensione senza tempo (cosa comune per vive solo la realtà virtuale) provoca  all’irresponsabilità, alla rinuncia, alla mediocrità. Nonostante nella rete tutto sia possibile, rischiamo di attraversare la vita da gente passiva e demotivata.

Quanto Eco critica è esattamente quanto avviene invece nei romanzi, di qualunque genere e sorta: ogni storia raccontata e letta ci educa al senso del tempo, delle cose che cambiano, ci abilitano a maturare una prospettiva storica non banalmente schiacciata sull’oggi. Nei romanzi i personaggi sono impegnati in uno sviluppo esistenziale e spirituale che obbliga il lettore ad una lettura attenta, partecipata, profonda. Ogni buon romanzo ci allena ad un approccio non solamente emotivo e sensazionale all’esistenza; esso ci coinvolge in una trama in cui cuore, testa, passioni e pensieri, riflessioni e sentimenti si mescolano in una vicenda, che proprio nella sua complessità, risulta essere non solo pienamente umana ma anche riccamente umanizzante. Leggere romanzi ci colloca in una prospettiva storica che stimola la responsabilità, il protagonismo e la progettualità.

Mi paiono, quelle di Eco, delle buone argomentazioni per suggerire a tutti la lettura di un buon romanzo questa estate, sia che la passiate sotto un ombrellone che all’ombra di qualche bosco o tranquillamente a casa. Buona lettura allora, con la speranza e l’auspicio, che la compagnia discreta e mite di un romanzo ci renda tutti persone migliori.

Affetti e Legami

offrire rifugio

Talvolta amare significa offrire rifugio, un posto ed un tempo in cui riprendere fiato ed energie, un occasione in cui mollare la presa, rilassare i muscoli e semplicemente “essere” senza pressioni, richieste o prestazioni.

Talvolta amare è una cosa semplice e apparentemente “inutile”: non si possono risolvere i problemi, cambiare le cose, influire su situazioni storte, creare cambiamento o crescita. Talvolta occorre accontentarsi di offrire ospitalità, un po’ di calda accoglienza e ascolto. Credo che sia proprio questo ultimo a fare la differenza: a volte amare è tutta questione di ascolto, di una accettazione totale ed incondizionata, di una apertura della mente e del cuore alle parole che sgorgano dall’anima dell’altro.

L’amore spesso assume questa forma di radicale passività: nessuna azione da fare, nessuna parola da dire, nessun “potere” da esercitare, ma solo una disponibilità senza riserve, senza giudizio e senza pretese.

Mi accorgo sempre più spesso che amare, in alcuni momenti, significa solo “esserci”, restare, tenere il punto, mantenere la posizione. L’amore talvolta è solo l’incontro del tuo “esserci” con l’”esserci” dell’altro: un mistero di presenze, un ritrovo di cuori, uno scambio di anime.

Ci stupisce sempre questo fatto, assuefatti come siamo da una cultura che fa dell’efficienza l’unica chiave per leggere le cose. In amore invece, così come nell’amicizia, accogliere vale più del fare e l’ascolto, talvolta, conta più di mille parole.