Affetti e Legami

ai tempi supplementari

Più passano gli anni e più mi convinco che l’amore significa dare tempo alle persone. Lo dico dalla cattedra dei miei infiniti errori, delle innumerevoli cadute, dei molti fallimenti. È una regola non scritta ma assai esigente che con l’età impari a rispettare ed onorare. Dare tempo… quanto è difficile…

I nostri legami sono sempre affollati di attese, di aspettative, persino di pretese e di ricatti: ciascuno di noi ha i propri legittimi sogni e le proprie giuste aspettative. E sono tutti desideri di bene, di crescita, di compimento, di gioia.

Eppure queste, per quanto nobili, speranze raramente combaciano con la durezza delle cose, con i tempi della vita, con i ritmi della crescita delle altre persone. Siamo bravissimi a programmare, a scandire i tempi, a pianificare la vita degli altri, a prevedere snodi e fatiche, successi e traguardi… peccato che raramente la realtà soddisfa le nostre illusioni.

Quante volte come marito, come padre, come fratello, come amico o educatore, allenatore o collega, responsabile o consigliere ho sbattuto la faccia contro il muro delle mie fantasie, dei miei miraggi, di quanto la mia mente attendeva o, meglio, pretendeva.

Sono le ferite che porto ancora sul volto che mi ricordano che amare è dare tempo, è concedere l’ennesima possibilità, è andare sempre ai supplementari nella speranza che il risultato possa essere ribaltato all’ultimo momento utile. Amare è dire “ancora una volta”, “ci proviamo di nuovo”, “magari questa è la volta buona”.

Amare è onorare l’esistenza dell’altro come qualcosa di indisponibile alla nostra comprensione, libera dalle nostre mire, lontana dalle nostre rivendicazioni.

Chi ci ha provato lo sa benissimo quanto sia difficile: te lo riprometti ma poi ci ricaschi all’occasione successiva.

La radicale “alterità dell’altro” ci ferisce, castra le nostre pie attese, mortifica i sogni un po’ narcisistici che facciamo. L’altro è lì a rammentarci che ogni percorso, ogni crescita e ogni viaggio seguono traiettorie imprevedibili e che l’unica possibilità che ci è data di amare è quella di concedere il tempo perché ciascuno tagli il proprio traguardo.

Parola e parole

l’attesa

Chi attendiamo? Cosa attendiamo? bella domanda eh…

Ci sono molte attese che albergano nel nostro cuore: c’è chi attende l’amore, una passione che sia una direzione all’esistenza; c’è chi aspetta amici, qualcuno con cui condividere una pezzo di strada ed un peso da portare; qualcuno attende un ritorno: il ritorno della salute, di un amore allontanatosi, di un affetto perduto, di una compagnia trascurata. Attendiamo un avanzamento nella carriera, un riconoscimento al nostro impegno, la realizzazione di un vecchio sogno o di fare quel viaggio che da tanti anni giace triste nel nostro cassetto.

C’è molta attesa nella nostra anima: la nostra, in fondo, è un anima che attende. L’attendere appartiene alla nostra anima proprio come il respiro ai nostri polmoni. L’attendere ci tiene vivi, ci da un motivo per alzarci la mattina, ci fornisce uno stimolo ed un senso alle giornate. Attendere è invocare un domani ricco di promessa e di pienezza; è pregustare il sapore di un compimento che non sappiamo ancora bene quando giungerà.

In fondo in fondo, l’attesa stessa precede ogni bene atteso; il movimento del desiderare anticipa l’oggetto stesso del desiderio, perché ne costituisce come una premessa, un condizione di possibilità.

Forse l’avvento che iniziamo oggi è la palestra dell’attesa, il tirocinio dell’aspettativa, la consapevolezza della dimensione “attendente” del nostro spirito.

Vivere l’avvento è ritrovare e ravvivare il fuoco dell’attesa che giace ancora caldo sotto le braci dei nostri fallimenti, delle nostre disillusioni e dei nostri disinganni. È riaccendere la fiamma quando l’oscurità sembra avvolgere e divorare tutto. È rischiare di fare un passo avanti, anche se questo comporta la perdita dell’equilibrio che avevamo guadagnato da tempo. Buona attesa!

Pensieri e Silenzi

Nostalgie…

Custodisci, o Dio, la nostalgia dei nostri legami, quel senso di assenza che proviamo sulla pelle, quella fame di amicizie che ci stringe lo stomaco.

Custodisci, o Dio, la nostalgia delle persone che amiamo, il desiderio dei nostri amici che non incontriamo, la sete di contatti e di abbracci.

Custodisci, o Dio, quel brivido di freddo che ci sfiora la pelle, quella percezione di solitudine che intristisce l’anima.

Custodisci, o Dio, il senso di questa mancanza, il rammarico per questa assenza e trasformala in un grembo generativo di intensi legami e affetti vitali.

Non diventi, questa solitudine, luogo di prigionia, spazio di cattività o occasione di tristezza. Non divenga un deserto nel quale rimbombano le nostre ansie più profonde, le nostre angosce ancestrali, le nostre paure ed insicurezze.

Quel vuoto che ci rode dentro sia il trampolino di nuove alleanze, l’invito a nuove comunioni, presagio di rinnovate intimità.

Custodisci, o Dio, le nostre solitudini e donaci una compagnia capace di superare distanze, di valicare abissi e di sperimentare vicinanze inattese. Amen.

Parole di carta

quanta fame!

Il dizionario della Treccani definisce “vorace” l’attributo di colui che mangia molto. “È riferito ad animali, per indicare il bisogno naturale e istintivo di una grande quantità di cibo per saziarsi; e per estensione a persone che, per ingordigia, eccedono abitualmente nel mangiare, o che mangiano con grande avidità”. Lo stesso vocabolario però individua pure un senso figurato per quest’aggettivo, che va al di là del mero aspetto nutrizionale: “di persona, che consuma avidamente o di cosa, che ingoia e distrugge con grande rapidità”.

Sembrerà strano, ma è proprio in questo tempo di sosta forzosa che ti rendi conto di cosa significhi davvero la parola “vorace”: in questo periodo di reclusione ti accorgi come la nostra vita sia una esistenza animata da appetiti intensi, spesso eccessivi. Pare una contraddizione: è proprio quando siamo costretti a rallentare i ritmi della nostra vita che comprendiamo come la voracità sia uno dei tratti più distintivi del nostro “way of life”.

Certo, alcuni vivono una voracità “fisica”, legata ad una quantità eccessiva di cibo da ingurgitare, ma la maggior parte di noi sperimenta un appetito più sottile e subdolo, meno visibile ma non meno pericoloso. Esiste un modo più sofisticato e, in un certo senso “sublimato”, di essere avidi. Mi chiedo se, in fondo, la voracità non abbia a che fare con quella pulsione ad avere sempre “la bocca piena”, i denti in movimento, la digestione attiva. Forse è vorace colui che non tollera la fame, che non controlla l’impulso di gettarsi su  un piatto fumante davanti a sé, che non sa rinunciare ad uno stomaco sempre sazio ed appagato.

Ebbene, in questa nostra società in cui il cibo (almeno nel nostro ricco occidente) non è più un problema, la voracità si declina e si maschera in mille modi diversi, talvolta velati o addirittura occulti.

È ingordigia quel nostro bisogno di essere sempre in movimento, sempre indaffarati, perennemente occupati e preoccupati. È fame di cose da fare, di impegni da affrontare, di ore da riempire e giornate da ingolfare. È un bisogno compulsivo di attività, di frenesia e di agitazione. Pensateci: ci lamentiamo frequentemente per i troppi impegni ma mal sopportiamo qualche giorno di inattesa sosta come quella che stiamo vivendo. Diventiamo inquieti, irascibili, infastiditi per le cose da fare che ci mancano e di cui ci lagnavamo.

È voracità pure la nostra fame di legami sempre disponibili e pronti, quell’istinto alla socialità che non ci consente mai di stare qualche minuto da soli, in compagnia della nostra sola interiorità. È fame di relazioni, di amicizie ed affetti sempre a “portata di mano”, nella quali l’assenza non è tollerata, la distanza negata, il silenzio maledetto. C’è una bramosia di relazioni calde e gratificanti, di amicizie “take-away”, di appagamenti emotivi a basso prezzo, come pannicelli caldi da metter sull’anima. 

È da annoverare sotto il medesimo termine pure quella pulsione a voler sempre in rete, sempre connessi, sempre aggiornati ed informati; è vorace quell’istinto che ci spinge a controllare il cellulare ogni due minuti, a verificare la posta con ossessiva frequenza, spaventati, anzi terrorizzati, dal solo pensiero di “perdere una notizia”, un messaggio, una informazione. Questo ha a che fare, per esempio, con quel fastidio che proviamo non appena scendiamo dall’aereo e che ci obbliga a controllare il cellulare per vedere cosa sia successo in quelle due ore di volo. È una cupidigia di connessione, forse legata al bisogno di ricevere continuamente stimoli, sollecitazioni, input. C’è fame di eccitazione, di effervescenza dei sensi, come se la vita meritasse di essere vissuta solo con tanta ossitocina in circolo.

Vi è – come dimenticarlo – una voracità relativa al denaro: esso non è mai abbastanza, non basta mai e questa “fame” ci spinge ad accumularne in maggior misura, inappagati di quello che si possiede e si gode.

La voracità è una malattia dell’anima che si esprime in mille forme e circostanze. Eppure c’è una cosa che lega queste mille manifestazioni: l’incapacità di godere di quello che si è e che si ha. Si è sempre alla ricerca di “cibo” giacché quello che si ha di fronte non lo si ritiene sufficiente a placare la fame. Vale per il cibo, ma anche per le amicizie, le conoscenze, i soldi, i sensi, le gratificazioni, gli applausi, i complimenti e le soddisfazioni. È una pulsione all’insegna del “di più”, “ancora”, “non basta”.

Forse, come dicevo, è proprio quando ci fermiamo, che ci rendiamo maggiormente consapevoli di quegli appetiti che ci muovevano e delle voglie che ci animavano.

Gli antichi avevano trovato un nome al rimedio contro la voracità: la chiamavano “temperanza”. Essa non è tanto la scelta di non mangiare quanto la volontà di non soccombere alla voracità. È la virtù di sa gestire i propri appetiti senza lasciarsi sopraffare. È la capacità di riconoscere i propri istinti, bisogni e desideri ma scegliendo liberamente il modo ed il tempo per onorarli.

Forse in questo tempo di “assenza” (di contatti, di relazioni, di progetti, di spostamenti, etc.) siamo tutti messi di fronte alla dolorosa sperimentazione del vuoto che abita, inevitabilmente, la nostra vita e alla impossibilità, per lo meno temporanea, di riempire questi vuoti con surrogati e facili compensazioni. “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia?” scriveva otto secoli prima di Cristo il profeta Isaia. Forse che, “grazie” alla pandemia, quelle parole non tornino a risuonare anche oggi nelle nostre orecchie?

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Novembre di LodivecchioMese

Parole di carta

un paese pluricentrico

I nostri padri costituenti, quando hanno pensato l’Italia, l’hanno sognata come una nazione “pluricentrica”, nella quale il potere e la rappresentanza venissero articolati su più livelli territoriali. È in nome di questo principio che nel tempo, e non senza qualche intoppo, si sono costituite strutture di governo intermedio, quali comuni, città metropolitane, province e regioni. L’idea che è rappresentata nella nostra carta costituzionale non è quella di una costruzione statale monolitica e dirigistica, compatta e rigida, bensì di un corpo unitario e duttile, vicino alle comunità e ai corpi intermedi.

Questo articolato edificio istituzionale si fonda, oltre che su un forte senso nazionale, sui principi di solidarietà e sussidiarietà: da una parte a tutti è chiesto di collaborare fattivamente per la costruzione del bene comune e dall’altra i livelli istituzionali superiori sono tenuti a promuovere e sostenere quello che ciascuna comunità “inferiore” è in grado di fare da sé. È così che una realtà pluricentrica, composita ed articolata, riesce a custodire l’unità della comunità nazionale, nel rispetto delle peculiarità locali.

Questo modello, non semplice né lineare, si fonda su un principio di leale cooperazione tra i soggetti, affinché la pluralità non diventi caos e la differenza non si trasformi in conflitto. Indipendentemente da una necessaria definizione di competenze e ruoli, costituzionalmente stabiliti, è solo quando i vari soggetti detentori di potere cooperano e dialogano tra loro che il corpo statale funziona al meglio. Il senso etico del servizio istituzionale e la collaborazione chiara e trasparente devono innervare profondamente i vari protagonisti politici, pena l’inceppamento del sistema ed il ritardo di decisioni e scelte.

Temo sia un po’ quello che stia accadendo con la gestione della pandemia del COVID-19: le decisioni e le ordinanze spesso si sovrappongono e confliggono, creando una cacofonia onestamente fastidiosa per il cittadino comune.

Il punto è che il nostro ordinamento non prevede una gestione emergenziale (come quella, di fatto, in atto in questi mesi) sicché il tutto è lasciato all’amministrazione “ordinaria” e alla normale dialettica istituzionale. È sotto gli occhi di tutti, tuttavia, i limiti, direi “strutturali”, di tale approccio: si ha l’impressione di un continuo ritardo nelle decisioni, giacché una lunga ed estenuante negoziazione si rendere preventivamente necessaria tra tutte le parti; si fatica a prendere decisioni “scomode” poiché nessuno pare disponibile a portare il peso dell’impopolarità; c’è una continua ed inopportuna polemica su ogni singola decisione, o perché è eccessiva o perché non è sufficientemente radicale. Confessiamolo: c’è pure tanto opportunismo, tanta voglia di pubblicità e di protagonismo, tanta fatica ad assumere responsabilità e decisioni non gradite.

Ebbene: il periodo emergenziale ci sta chiaramente evidenziando che questa complessa articolazione del potere richiede oggi una seria verifica ed una coraggiosa ridefinizione. Il lacerante conflitto istituzionale risulta oggi non solo fastidioso, ma, ahimè, anche assai dannoso per le definizione della strategia di uscita dalla crisi. Questo assestamento dei poteri non potrà che percorrere due strade, obbligate dal mio punto di vista: occorrerà anzitutto delimitare meglio competenze ed attribuzione dei poteri, soprattutto quando un emergenza (sanitaria in questo caso) non consente artifici, furbizie e rinvii. Se ci illudiamo, però, di poter risolvere questo conflitto con un ulteriore atto formale, credo che resteremo tristemente delusi. Serve una seconda opzione da mettere in campo: quella che passa da un recupero dell’etica civile e politica, dal senso di servizio ad una medesima comunità nazionale e dalla ripresa di “principio di leale collaborazione” richiamato al numero 120 della nostra costituzione

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 18 novembre 2020.

Parola e parole

come doglie di una donna incinta…

Pare tratto da un quotidiano la pagina di Paolo di oggi: “E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire.”

Sembra un pezzo di cronaca di questo tempo di COVID e non una pagina scritta nel primo secolo d.C. Questo pezzo dell’anno liturgico che volge alla fine è ricco di queste riflessioni sulle “cose ultime”, sulle cose che verranno, sul futuro che ci attenderà. La rovina di cui parla Paolo sono le sventure che hanno accompagnato ogni epoca della storia dell’umanità. Quello a cui oggi assistiamo è, come dire, una esperienza umana fondamentale, che ha caratterizzato generazioni e generazioni di persone prima noi. Anzi i nostri antenati erano assai più “assuefatti” alle avversità dell’esistenza, giacché le possibilità e le “armi” per combattere le sciagure erano decisamente meno potenti ed efficaci.

Ciononostante si resta come basiti e senza parole davanti a questa ammonizione: nessuno potrà sfuggire dalle burrasche che colpiranno le vite di tutti noi. Si percepisce la dimensione drammatica della vita, la sua cifra dolorosa e incontrollabile.

Ma le parole di Paolo vanno lette bene, perché insieme alla premonizione della rovina, esse contengono anche le “lenti” attraverso cui leggere tutto questo. Da bravo maestro Paolo descrive quanto accadrà e immediatamente ne propone una chiave di lettura, certa ed affidabile.

Questa rovine sarà come “come le doglie una donna incinta”: non è casuale il paragone! Paolo avrebbe potuto dire “come un carro che cade in un burrone” o “come una tempesta che colpisce la città”. Invece no. Paolo sa benissimo che il dolore del mondo è la pena che anticipa e accompagna ogni nascita. Il tempo presente, per quanto faticoso e rovinoso, non è preludio alla morte ma alla vita. È una nascita quella che ci attende non la disperazione eterna.

Ecco la speranza: abitare la fatica come un soglia verso il futuro, un passaggio verso la vita, il cammino verso la pienezza. Paolo oggi ci sprona a non perdere di vista il senso nascosto ma prezioso che dimora in ogni fatica, in ogni sofferenza, in ogni caduta. C’è un vagito di vita che ci aspetta alla fine di questo tunnel.

Pensieri e Silenzi

“Teniamo alte le nostre teste rasate”

Mi ha colpito leggere su un quotidiano la recente scoperta di un libro di poesie che risale al 1943. Venne scritto da alcune detenute nel campo di sterminio di Auschwitz ma è stato rinvenuto solo alcuni giorni fa nell’armadio di una ex-deportata. Il quaderno inizialmente serviva per conservare il nome delle compagne morte ma, in seguito, divenne una specie di “diario segreto” dove le detenute scrivevano poesie e pensieri. Se lo passavano segretamente di mano in mano, per timore di essere scoperte dalle guardie.

Mi ha colpito il fatto che in luogo di dolore, in cui i bisogni primari venivano calpestati, dove mancava cibo e acqua, dove le percosse erano all’ordine del giorno e la vita a rischio in ogni instante, ebbene in un luogo così terribilmente e drammaticamente disumano, qualcuno potesse sentire il bisogno di scrivere poesie. La brutalità e la durezza della vita in un campo di concentramento contrastano con la bellezza e la passione, apparentemente aristocratica e altezzosa, dei versi.

Come si possono scrivere poesie in un luogo di morte? “Come cantare i canti del Signore in terra straniera?” pare di ascoltare dal salmo 136? Come scrivere – o solo pensare – versi in quell’esilio babilonese che è un campo di sterminio?

Forse la risposta arriva da un piccolo verso che è stato reso noto sulla stampa: «Teniamo alte le nostre teste rasate».

Per quelle donne la poesia è stata una forma di resistenza, una forza di difesa, una sorgente di tenacia e lotta. Si scrivono versi per restare uomini, per non perdere quel minimo di umanità che riverbera debolmente dietro una palizzata in filo spianto. Non scrivi poesia per un effimero senso estetico o per una boriosa forma di superiorità. Si scrivono parole per custodire il senso dell’umano, per tracciare con la voce quella linea che separa l’uomo dalla bestia.

Si scrivono versi perché la poesia è quello scranno che ci permette di tenere alta la testa, nonostante tutto, nonostante il dolore folle ed innocente, nonostante la crudeltà disumana, nonostante la rasatura umiliante dei crani.

Pensieri e Silenzi

come un’oasi…

Facciamo che questa pausa forzata della nostra vita diventi un momento di ristoro e di rigenerazione.

Facciamo che questo momento di sosta non sia una parentesi inutile, una sospensione vana, una specie di intervallo futile ed insensato.

Facciamo che il rallentamento della corsa della nostra vita sia una buona occasione per ragionare sulla direzione del nostro viaggio e sulla meta del nostro pellegrinare.

Facciamo che i giorni lenti che trascorreremo siano la possibilità per riprendere fiato, per curare le ferite, per sanare vecchi rancori e prenderci cura del nostro cuore.

Facciamo che le giornate che verranno siano piene di parole buone, consolanti, incoraggianti, parole di speranza e di senso.

Facciamo però che ci sia anche tanto silenzio, uno spazio vuoto per ascoltare e ascoltarsi, un po’ di sano deserto per rivedere priorità e valori, aspettative e sogni.

Facciamo che questo tempo sia un luogo propizio per guardarsi indietro, per custodire quello che è stato; per accogliere il presente, anche nella sua urticante durezza; per guardare al domani con determinazione, fortezza e fiducia.

Facciamo che la lontananza delle persone diventi vicinanza degli affetti, custodia del cuore, cura della relazioni, anche se remote e digitali.

Facciamo che questo tempo, che non abbiamo scelto, si trasformi un una opportunità, un’occasione, una sfida.

Facciamo che ciascuno di noi sappia trasformare questa sosta nel deserto in un piccola oasi, dove ristorarsi e rigenerarsi e dove chiunque possa abbeverarsi con serenità e pace al pozzo del nostro cuore.

Facciamo che, seppur tra tante fatiche e scoraggiamenti, la vita continui.

Affetti e Legami

un mondo piccolo piccolo

E così alla fine rientriamo in lock-down: da domani tutto chiuso, tutti in casa.

Sembra tanto un déjà-vu, un salto indietro di qualche mese quando, improvvisamente, ci trovammo chiusi in casa senza neanche accorgercene. Stavolta è stato un po’ diverso: dopo la sospensione estiva in cui abbiamo assaporato un po’ di normalità, è stata un discesa veloce ed inesorabile. Sapevamo bene quale potesse essere l’esito finale ed ahimè i peggiori pronostici si sono avverati.

È che adesso affrontare questo deserto sarà più duro di prima: manca l’adrenalina della prima volta, l’entusiasmo che accompagna ogni nuova impresa, l’euforia che, anche nella tragedia, sostiene la prova. Ora è un po’ come assaggiare la minestra scaldata: sai bene cosa ti attende, il sapore è sempre quello e non è dei più stuzzicanti. Entriamo poi una stagione fredda e buia, anche questo non è un fattore da sottovalutare. Il freddo, il buio già tendono a ridurre i contatti sociali; la pandemia penserà a fare il resto.

Entro in queste prima settimana di lock-down con la percezione che il mio mondo si stia ulteriormente restringendo: i contatti diminuiscono, gli incontri si fanno rari, i ritrovi un miraggio, le vicinanze un sogno. Tutte quella bella rete di relazioni, amicizie, conoscenze è come se venissero congelate in attesa di tempi migliori. Il tuo mondo diventa piccolo piccolo, ristretto al minimo essenziale, popolato solo dagli affetti più stretti e da quelle amicizie a cui ti aggrappi con i denti. Che peccato: di quante persone perderai le tracce, quante altre spariranno dal tuo orizzonte. Tanti fili che di spezzano, tanti legami che di affievoliscono, tanti contati che si indeboliscono…

Mi chiedo: chissà come sarà il mio mondo una volta che tutto questo sarà finito; chi ancora ritroverò dentro il recinto dei miei affetti, chi ne farà ancora parte?

Pensieri e Silenzi

amare è scoprirsi fragili

Forse la misura dell’amore che proviamo per qualcuno è il grado di “esposizione” che sperimentiamo verso di lui, quanto ci sentiamo vulnerabili e fragili, attaccabili ed indifesi.

Eleviamo spesso barriere verso le persone che ci circondano, come un istintivo gesto di difesa: siamo sospettosi e diffidenti, un po’ in difesa per quello che gli altri potrebbero dire o fare. Non permettiamo frequentemente di invadere il nostro spazio vitale, quello che riteniamo essenziale per il senso del nostro valore e per la nostra autostima. Siamo davvero bravi a tenere a “distanza di sicurezza” le persone, affinché evitino di ferirci o di mettere in discussione chi siamo.

Con le persone a cui vogliamo bene le cose cambiano radicalmente: se con gli altri non ci affossa manco un cannonata presa in petto, con i nostri amici è sufficiente un battito di ciglia fuori posto per crearci qualche ansi, una parola non detta per metterci in allarme, una telefonata non fatta per attivare strani pensieri. A loro concediamo un potere che non cederemmo a nessuno, una vulnerabilità che è a metà tra il cinico ed il sadico.

Forse perché a chi amiamo mostriamo sempre le nostre ferite, riveliamo le nostre debolezze, confessiamo le nostre fragilità. E questa “epifania” di noi stessi non è mai qualcosa pacifico o spontaneo; è frutto di una fiducia maturata nel tempo e di una confidenza del cuore costruita con fatica e pazienza. Rivelare noi stessi a coloro a cui vogliamo bene ci rende indifesi nei loro confronti ed incrina quel guscio di invulnerabilità dietro cui ci nascondiamo.

Ho capito una cosa: possiamo reggere a questa “esposizione” minacciosa solo nutrendo una fiducia radicale, capace di silenziare dubbi o incertezze. Serve una fiducia che sappia vincere quel tarlo del sospetto che ci portiamo tutti dentro. Intendiamoci: non è nulla di facile. Significa vivere una consegna di se stessi che richiede molto coraggio, molto tempo e molta volontà.