Parole di carta

mamme e papà sotto le bombe

È una notte tranquilla nel mio piccolo paese, stranamente quieto e calmo, senza macchine che sfrecciano lungo la strada o giovani che strillano la loro intensa vitalità. C’è silenzio attorno, quasi una pace irreale ma decisamente propizia e benigna. Mia moglie dorme accanto a me e so i miei figli al sicuro nelle loro stanze, stanchi anch’essi dopo una lunga giornata di impegni e di studio.

La televisione che è rimasta accesa, anch’essa muta, rilancia immagini che arrivano dall’Ucraina per l’ennesima notte di guerra e di terrore. Quanto stride la notte silenziosa nella mia casa con quella che altri uomini dovranno trascorrere a poche centinaia di chilometri dal mio paese! La loro notte, come accade da un mese a questa parte, sarà interrotta dal suono delle sirene anti-aereo, dal boato delle bombe, dal pianto dei bambini spaventati, dal botto degli edifici che cadono vicino a loro. Ma forse il “rumore” che davvero inquieterà la loro veglia sarà l’angoscia che nasce da un cuore affranto e provato, dall’apprensione per la vita loro e dei loro figli, lo strazio di non sapere che ne sarà di loro, delle loro cose, della casa, del lavoro, dell’incolumità di tutti coloro che vivono in quella terra martoriata. 

Penso ci sia un dolore lancinante che trafigge il cuore di ogni padre che non sa come proteggere i propri figli; c’è un terrore muto nello sguardo di ogni madre che vede la vita dei propri ragazzi continuamente esposta alla morte. Mettiamo la mondo i nostri figli e vogliamo per loro il bene, sudiamo e fatichiamo per dare loro un futuro quanto meno sereno e promettente. È il senso profondo che abita il cuore di ogni genitore su questo pianeta: fare sì che la vita diventi una promessa buona per coloro a cui abbiamo donato l’esistenza. Nessun figlio chiede di nascere, né di abitare questo mondo. A ben vedere vi è una scelta radicale e persino “violenta” all’origine della loro vita: quella di un padre e di una madre che “hanno imposto” l’esistenza, proprio in nome del fatto che essa è stata buona e affidabile prima di tutto per loro genitori. Poniamo i nostri figli nella vita, senza il loro consenso, perché essa è il dono più grande che possiamo fare loro, un regalo talmente affidabile per noi che merita di essere condiviso.

Ebbene: a quale bene, a quale promessa, a quale futuro può aprire un padre ed una madre di Mariupol quando le bombe cadono minacciose sopra lo loro testa, quando l’acqua è una merce indisponibile, il cibo un lusso per pochi e la vita un bene a tempo?

Vi sono città in Ucraina dove l’umanità appare un miraggio impossibile, dove le regole elementari dell’esistenza vengono sovvertire da una crudeltà immonda e dove essere padri e madri è una sfida che sfiora il confine dell’eroicità e del martirio.  Vi sono padri e madri in Ucraina che non sanno come assolvere il loro basilare compito, incapaci di introdurre i figli, che essi hanno generato, alla fiducia e alla speranza, che sono l’abc di ogni esistenza. È drammatico questo pensiero, è straziante solo l’idea che, vicino a noi come in molte aree remote del pianeta, vi sono padri e madri che provano una tale pena per i loro figli.

C’è silenzio in questa notte di inizio primavera; c’è pace nella mia casa, sicurezza tra le mie mura. Che in questo nostro silenzio trovi eco il grido di tanti padri e madri la cui voce resta colpevolmente inascoltata.

da Il Cittadino del 31 marzo 2022

Affetti e Legami

briciole di vita

L’amico è colui con cui scambi pensieri, sentimenti, racconti di vita, emozioni e pezzetti di esistenza. Talvolta lo si pensa come un confidente ma temo che la parola non renda esattamente la verità delle cose.

Vi è un dono nell’amicizia che è lo scambio delle esperienze quotidiane, talvolta banali e piatte, altre volte complesse ed importanti. Amico è la persona a cui ti viene spontaneo raccontare un piccolo successo o un grande dolore, un traguardo raggiunto con fatica o una delusione cocente. Non vi è nulla di ricercato o di affettato, nulla di forzato o dovuto: l’amico, quando è vero, è lì per quello, per raccogliere quei pezzetti di vita che spargi ogni giorno lungo la strada senza neanche pensarci troppo.

Vivere l’amicizia è sperimentare questa comunanza di sentimenti per cui una gioia non è mai tale se non viene condivisa, un dolore è meno intenso se lo si spartisce, la vita è bella solo se condivisa. Questa modesta ferialità dell’amicizia è la cosa che mi intriga di più e che sa scaldare il cuore. Cammini, talvolta inciampi, talvolta corri, accade pure che ti fermi o arretri, ma l’amico è colui che sa tenere il ritmo, sincronizzare il tuo passo con il suo, aprire le orecchie ed il cuore per cose talmente piccole che solo lui ne coglie il valore e la bellezza.

Ti accorgi di tutto questo quando, sfortunatamente, sperimenti l’abbandono o la lontananza. È come se ti mancasse un pezzo di vita per essere davvero felice: hai una gioia ma non sai a chi parteciparla; hai un dolore ma non sai su che spalle appoggiarlo. È come se tutto fosse incompleto, imperfetto, parziale.  

L’amicizia è davvero il dono che sa rendere perfette le cose. L’amico è colui che dà pienezza al tutto proprio nello stesso instante in cui sa condividere. Strana verità degli affetti! La felicità è tale solo se condivida. La parola gioia esiste solo alla prima persona plurale.

Pensieri e Silenzi

benvenuta new gen

Talvolta per incontrare il guizzo dell’ingegno non devi cercare tra i nomi famosi dell’arte, tra i capolavori della creazione artistica, ma è sufficiente visitare, molto più modestamente, una di quelle mostre che trovi “sotto casa”. Capita così che, nell’autore esordiente, ti imbatti in qualcosa capace di catturare la tua curiosità.

Mi è capitato qualcosa di simile con questa opera di Luca Fiorani, esposta alla mostra “Vizi e Virtù” organizzata dall’associazione “I Ricci”. L’autore esprime il vizio dell’accidia con questa singolare opera su vetro, raffigurante un giovane di oggi, ridotto ad uno scheletro sulla propria poltrona, circondata da una vasta gamma di mezzi di comunicazione e di divertimento. Il titolo dell’opera è “Benvenuta Next Gen” (anche se l’artista si diverte a scriverlo con caratteri un po’ particolari).

Ci spiega la Treccani che l’accidia è una forma di “inerzia, indifferenza e disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa”. Chiosa Umberto Galimberti: l’accidia è “la condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo”.

Luca Fiorani trova un modo suggestivo per rendere tutto questo, dimostrando di cogliere un nodo centrale di questo sentimento triste e deprimente: l’utilizzo del vetro. L’indifferenza, la noia, l’apatia è proprio quel sentimento che rende il mondo “trasparente”, invisibile, evanescente. Gli occhi dell’ozioso sono incapaci di osservare le cose attorno a lui, sono insensibili al bello ed al brutto che lo circonda. Il suo sguardo è come se “attraversasse” la realtà senza saper cogliere nulla e nessuno. Chiunque abbia sperimentato in prima persona questo triste moto dell’animo, o abbia incontrato qualcuno che ne sia stato afflitto, riconosce qui un punto essenziale: l’accidia – oggi la chiameremmo una leggera depressione – rende tutto inutile, vuoto, scarno, inespressivo ed insensibile, proprio come una lastra di vetro.

E se da un lato l’accidia trasforma la realtà in un pezzo di mondo trasparente allo sguardo, dall’altra essa toglie al soggetto che ne soffre tutta la sua sensibilità. Chi è colpito dalla noia, perde la propria sensibilità, la capacità di farsi toccare e coinvolgere dalle cose, dalle parole, dagli accadimenti e dalle persone. Egli diviene, appunto, uno scheletro seduto su una poltrona, un uomo a cui è stata sottratta la pelle e la carne, ossia quelle parti di noi che ci rendono essere sensibili e ricettivi.

Ecco quindi che, nel linguaggio dell’arte, quello scheletro dipinto sul vetro, diviene il racconto di una condizione oggi sempre più diffusa e pericolosa, non solo per la “new gen” ma per ogni essere umano che vive su questa terra.

In fondo, se ben ci pensate, l’arte serve proprio a questo: a tenere accesi i sensi, ad educare le nostre percezioni delle cose, ad attivare quei pori della nostra pelle che rischierebbero di chiudersi irrimediabilmente sul mondo.

Pensieri e Silenzi

riannodare i fili…

E poi, talvolta, la vita riannoda i fili dei cuori, riallaccia legami che si erano sciolti o allenatati e fa incrociare strade che parevano destinate a separarsi irrimediabilmente.

È strano come tutto questo accada, seguendo logiche e tempi inattesi ed imprevedibili. È strano assistere ad incontri che risuscitano vecchie amicizie e che sanno ridare vigore a connessioni talmente flebili che pensavi ormai esaurite o esauste.  

Confesso che amo straordinariamente questa qualità della vita, questa sua imprevedibilità e la sorpresa che è ancora in grado di portare nel fluire sempre identico dei giorni; amo quella singolare capacità rigenerativa che essa possiede, quel suo saper ricongiungere ciò che sembrava perduto, smarrito e disorientato. Amo tutto questo perché mi rassicura sulla competenza della vita di custodire i nostri legami, anche quelli che ci paino perduti, anche quelli da cui ci siamo allontanati di corsa, anche quelli che abbiamo sepolto sotto una spessa coltre di risentimento e rancore.

La vita, fortunatamente, non bada a questi moti umorali, e talvolta impulsivi, del nostro spirito e sa alimentare le braci dell’affetto anche sotto la cenere fredda dell’indifferenza. Mi rincuora tutto questo perché mi dona la speranza che, per quanto minima, esiste una possibilità per ogni legame infranto, per ogni affetto raffreddato, per ogni sentimento che sta attraversando un freddo inverno.

Parole di carta

vizi e virtù

Come usciremo da questi tempi faticosi e bui? Dopo una pandemia mondiale anche una guerra inattesa e feroce viene a minare la nostra speranza verso il futuro. All’iniziale ottimismo che confidava che da questo tempo di prova ne saremmo di certi usciti migliori, ecco soggiungere una percezione più moderata e realistica che il bene non è un dato scontato, il miglioramento non ha nulla di automatico e naturale e che la ripresa non rappresenterà necessariamente un passo avanti per la nostra vita. Nasce da questo interrogativo e da questo dubbio esistenziale la mostra “Vizi e Virtù” allestita presso il Conventino dall’associazione culturale “I Ricci”.

È singolare questo fatto: incertezza per il futuro ci spinge a rispolverare parole antiche e un po’ desuete, che pensavamo appartenessero ad un bagaglio ormai dimenticato in soffitta e coperto da tre dita di polvere. I vizi e le virtù sono parole che appartengono ad un’altra epoca, ad una riflessione morale che intendeva indagare il cuore dell’uomo per scoprire quanto vi fosse di buono e di malvagio dentro di sé. Forse la provocazione dei Ricci intercetta questi antichi vocaboli riscoprendone una vitale rilevanza anche per l’oggi: non saranno le prove a renderci automaticamente migliori, se ad esse non sapremo rispondere con comportamenti ed atteggiamenti virtuosi. Tommaso ci ricorda che le virtù sono delle disposizioni naturali dell’animo a compiere il bene, degli “habitus”, delle abitudini, secondo il pensiero dell’aquinate. La domanda allora non è: “saremo migliori?” ma: “sapremo essere virtuosi?”, vincendo quei vizi che mortificano la nostra umanità pienamente liberà e feconda?

Il percorso, suggestivamente ospitato dalle brulle mura in mattone a vista del Conventino, si articola in diverse sezioni a piano terra e al piano superiore. Il piano terra offerte approfondimenti monografici a loro modo sofisticati e suggestivi: artisti di chiara fama offrono un loro personale contributo alla narrazione con pezzi e oggetti di varia fattura e grazie ai quali la proposta artistica segue tangenti ricche e stimolanti. Dioniso Urban per il vizio della lussuria, Regina Queen, De Liguoro e It’s Milly per il vizio dell’invidia, Valerio Brambilla, Claudia Reccagni e De Liguoro per la superbia

La bella esposizione al piano superiore invece segue un percorso più “tradizionale” ed, in certo qual modo, convenzionale, in cui ai ragazzi della 3A della Don Gnocchi è affidato il racconto delle virtù della prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza mentre nel salone centrale un variegata raccolta di oggetti artistici indaga il complesso mondo dei vizi.

Non è difficile per il visitatore lasciarsi interpellare dalle intuizioni che animano le opere esposte nel salone principale: certo c’è la mano abile dell’artista, capace di cogliere quell’elemento, di intercettare un vissuto, di catturare una sensazione o un concetto sulla tela; ma forse, prima di tutto, c’è la forza immediata di quelle debolezze che ci parlano con naturale espressività. Se di fronte alle virtù ci sentiamo tutti un poco impacciati ed in difetto, l’esperienza dei vizi è qualcosa di assai più vicino e tangibile nella nostra vita. In fondo, chi di noi non ha sperimentato, nelle proprie giornate, il piglio  della superbia, la tentazione dell’avarizia, la lusinga della lussuria, il capriccio dell’invidia, il richiamo della gola, la forza dell’ira o la passione triste dell’accidia?

La vitalità dell’arte consiste proprio nella capacità che ogni espressione artistica possiede di raccontare quello che ci si muove dentro, di restituirci un intuizione che getta nuova luce su quello che viviamo talvolta in modo anonimo ed irriflesso. Così come fa, uno sui tanti di cui si potrebbe parlare, Linda Gerlini attraverso una sua suggestiva foto dal titolo “gola”: una meringa a forma di fungo posta nel terreno su sfondo scuro allude alla seduzione del cibo, oggetto del piacere e alimento potenzialmente velenoso, bramato da tre dite che lo sovrastano e che grondano desiderio. Ecco dunque che il cibo è nutrimento e veleno, vita e morte, in questa dialettica irrisolta che l’artista volutamente non scioglie nella sua opera.

Se la precedente mostra de “I Ricci” ci offriva un viaggio nelle vicende della vecchia Laus, ora il percorso si fa più personale, quasi intimo direi, alla scoperta non dei fatti storici accaduti secoli fa ma di quei moti interiori che animano tuttora il nostro spirito, di quelle passioni, sane o distruttive, che muovo l’uomo di oggi, come quello di sempre.

In fondo è lo specchio appeso in fondo alla sala e che il visitatore incontra alla fine del percorso della mostra, la chiave di volta del viaggio che l’arte ci invita qui a fare. È l’invito a guardarsi dentro, ad indagare la propria interiorità, a sondare il proprio spirito, mossi dalla domanda “Tu di che vizio sei?

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchio Mese

Storia e Tempi

colpa di chi?

Certe discussioni sulle colpe dell’occidente, della NATO, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti circa una loro possibile responsabilità sulla crisi ucraina mi ricordano tanto le disquisizioni di taluni che, di fronte allo stupro di una ragazza, cercano argomentazioni di scusa per giustificare o, come dicono loro, “comprendere” l’accaduto: la ragazza aveva una minigonna troppo corta, aveva un trucco pesante, un atteggiamento equivoco o sguardi maliziosi.

È così che, lentamente e senza neanche accorgersene, si fa di una vittima un colpevole e si ribalta il piano della realtà grazie ad un vergognoso cambio di ruoli.

Non dico che non ci siamo stati errori nell’estensione così rapida della NATO verso est ma creare un rapporto di causa-effetto tra questa scelta e la brutale invasione di un paese non solo non è corretto ma è pure vergognoso. Vergognoso perché non riconosce il gap incolmabile ed ingiustificabile che esiste tra stipulare alleanze e sparare bombe sui civili, tra il gioco geopolitico e l’uccisione di innocenti. Proseguire su questa linea del ragionamento significa, implicitamente, ammettere una qualche forma di continuità e di progressione, l’esistenza di un filo comune che permette di transitare dalla strategia politico-militare alla guerra verso una popolazione inerme.

È in fondo alludere al fatto che l’occidente se l’è cercata la guerra, proprio come la ragazza che esce con vestiti scollati ha una qualche – seppur piccola – parte di responsabilità.

Se non accetteremo il fatto che alla violenza e alla guerra non c’è giustificazione alcuna e che ogni aggressione, personale o militare, è da rifiutare senza se e senza ma, non ne usciremo vivi.

Esiste uno iato, una frattura incolmabile, un burrone profondissimo che separa l’umanità dalla guerra e dalla violenza. Prima lo riconosciamo, prima possiamo sperare di salvarci.  

Storia e Tempi

fino a quando?

Comprendo le ragioni di opportunità che ci spingono a non farci coinvolgere nel conflitto in Ucraina, ad esempio imponendo una no-fly zone per impedire bombardamenti sulla popolazione civile. Capisco che ci sono motivi di precauzione e, a ben vedere, anche di protezione della stessa popolazione ucraina: una escalation nucleare, Dio ce ne scampi, sarebbe una sciagura per lo stesso popolo ucraino, possibile prima vittima di una rappresaglia russa.

Eppure, benché la ragione cerchi di comprendere la situazione, confesso che il cuore fatica a darsi ragione della nostra immobilità di fronte all’ingiustizia che si sta celebrando sotto i nostri occhi.  Guardi la popolazione civile bersaglio di bombe russe, civili uccisi, ospedali colpiti, scuole distrutte e ti chiedi fino a quando ci sarà concesso di non fare niente in nome di un bene superiore. Pensi a quelle famiglie rimaste senza casa, allontanate dalla loro abitazioni, costrette a vivere come profughi a migliaia di chilometri di distanza e ti domandi fino a quando potremo stare a guardare senza muovere un dito.

Sì, lo so, la diplomazia è all’opera, la macchina dei soccorsi lavora a pieno regime e l’accoglienza dei profughi è attiva da tempo. Eppure mi pare di assistere a quelle scene che succedevano in classe alle medie quando il prepotente di turno si accaniva su qualche compagno più debole, minacciando chiunque avesse pensato di schierarsi a fianco della vittima. Certo, c’è il buon senso che ti suggerisce che talvolta è meglio non agire per evitare danni ben peggiori, ma non è che questa cosa aiuti molto a placare la coscienza dal senso di colpa e da quel sentimento di frustrazione che ti assale il cuore.

Un male resta male anche quando è più “saggio” non reagire; una vittima rimane vittima anche se la sua difesa mette a rischio molte più vite di quelle che si vuole salvare.

Eppure il dolore innocente non ci dà pace, turba i nostri pensieri lucidi e freddi e disturba le nostre certezze razionali. Che lo si voglia o no siamo tutti testimoni oculari di quello che sta accadendo ed è onestamente difficile dire che non sappiamo. Sappiamo bene quello che accade, quasi in presa diretta, ma scegliamo di non agire.

È tutto terribilmente complicato ma mi chiedo spesso fino a quando potremo sopportare tutto questo senza perdere l’anima. Fino a quando sarà lecito assistere inermi all’ingiusta aggressione, alla violenza arrogante, alla brutalità disumana e alla ferocia di un delitto che pretende di restare impunito.

Fino a quando?

Affetti e Legami

brotherhood

Vivere da fratelli e sorelle può rappresentare un potente anticorpo rispetto ad una paternità che rischia di essere autoritaria e prepotente. Meritano molta attenzione le parole dell’intervista rilasciata da Jean-Paul Vesco, neovescovo di Algeri, alla testata francese La Vie. Esse interpellano certamente la vita delle comunità cristiane ma, in maniera neanche troppo indiretta, tutti coloro che esercitano una qualche forma di autorità in ambito sociale, civile e politico. Accade, secondo la riflessione di Vesco, che un certo modo di intendere la paternità e l’autorità scivoli verso un atteggiamento di presunta autosufficienza, giacché ci si ritiene all’origine del rapporto che si instaura con l’altro. Vi è una paternità che, esasperando la dimensione asimmetrica che struttura il rapporto, rischia di arrivare a disconoscere la presenza dell’altro, la sua radicale alterità, il suo essere unico e irripetibile.  Vi sono padri, in un senso estensivo, che si sentono talmente al centro e all’origine della relazione (spirituale, educativa, politica, sociale, comunitaria, etc.) che giungono ad essere incapaci di onorare la presenza dell’altro nella sua irriducibile differenza.

Solo il patriarca conserva piena autorità anche sul letto di morte, non il padre. C’è sempre il rischio che la paternità (spirituale), bella di per sé, si trasformi in una paternità patriarcale molto più confinante.”. Ricorda Vesco come la paternità, nel corso della vita di un legame padre-figlio, subisce sostanziali cambiamenti: “nei primi mesi i genitori sono destabilizzati dall’intrusione del neonato (…); poi arriva il periodo educativo in cui i genitori diventano un modello con cui il bambino si confronta (…); poi arriva il momento in cui si crea un’alterità, perché i figli sono diventati adulti; finalmente arriva il momento in cui sono i bambini a prendersi cura dei genitori.” Vi è una radicale reciprocità anche nella relazione paterna che una certa visione patriarcale rischia di dimenticare, cristallizzando un rapporto nella sua fase infantile.  “La relazione è quindi minacciata di infantilizzazione permanente”. Non facciamo fatica a pensare, nella vita delle nostre comunità, delle nostre famiglie o dei nostri paesi, a figure di padri che hanno smarrito il senso della reciprocità del legame, ergendosi a patriarchi dispotici, arroganti e persino talvolta violenti.

L’esperienza della fraternità invece lascia il posto ad una salutare e reale reciprocità, ad una mutua procreazione che fa vivere i due poli della relazione.  In ogni relazione di paternità vera ci si riconosce entrambi figli, perché entrambi generati da quella speciale relazione che ci mette al mondo. Sentirsi fratelli significa sperimentare sulla propria pelle quella comune dipendenza dalla vita, anche quando siamo chiamati ad esercitare ruoli e compiti di guida e di autorità verso gli altri. La fraternità e la sororità ci interpellano a non smarrire il senso del limite e a cessare ogni forma di autoreferenzialità. Tutto ciò si traduce in uno stile di vita in cui padre è colui che, generando, riconosce di essere generato ed in cui la vocazione alla cura non si trasforma in arrogante signoria di possesso.

Rifrasando quanto Paolo dice ai Corinti (cfr. 2Cor 1,24), essere fratelli è sapere che, quando esercitiamo una autorità,  non intendiamo far da padroni sulla vita altrui ma essere collaboratori della loro gioia.

Parola e parole

siamo gente del deserto

Il deserto. È il deserto il grande protagonista del racconto di oggi del vangelo di Luca. Il Figlio è sospinto nel deserto dallo Spirito all’inizio della sua missione pubblica.

Il deserto… luogo di privazione, di silenzio, di pericolo; luogo in cui si sperimenta la precarietà della vita, posto in cui manca tutto: l’acqua, il cibo, un riparo, la sicurezza… Il deserto è il luogo dell’assenza, del vuoto e della lontananza. È spazio invivibile perché inabitabile, zona in cui si sperimenta una radicale vulnerabilità, una esposizione totale agli agenti atmosferici, al freddo ed al caldo, alle bestie selvatiche, al vento e al sole.

Chi vive nel deserto percepisce il senso della fragilità, del non bastare a se stesso, dell’essere piccolo ed indifeso.

Quanto il deserto si offre come una metafora fedele dell’esistenza di oggi! Pensateci: non ci manca nulla in termini concreti, ma anche noi ci sentiamo in balia degli eventi, vulnerabili rispetto a ciò che accade attorno a noi, sia esso il virus, la malattia o la guerra. Siamo anche noi gente che cammina nel deserto perché, nonostante i nostri tanti beni, sperimentiamo l’assenza di ciò che ci serve per vivere: la speranza per il futuro, la fiducia nel domani, un senso di stabilità della nostra vita, di protezione per i nostri cari, una qualche pur minima garanzia per ciò che accadrà.

Siamo anche noi gente del deserto, forse assai più di quello che sospettiamo. Abbiamo perduto vecchie certezze, cose che ci facevano sentire protetti e sicuri, e stiamo attraversando tempi faticosi, dove ci manca ciò che sostiene il cammino, ciò che rinfranca l’animo, ciò che infonde coraggio e speranza. Siamo anche noi nomadi che attraversano terre sconosciute, siamo zingari dell’esistenza, gente senza fissa dimora, persone che spesso hanno perso la direzione, la meta, lo scopo del vivere.

Come ci ricorda Luca, anche noi, oltre al pane che sazia il corpo, abbiamo fame di una parola che apra una strada, che indichi una via, che spalanchi la speranza. Il nulla che sentiamo attorno ci spinge a cercare dentro di noi una fiammella di luce, un briciolo di fiducia, un senso che ci indichi la via per un sicuro ritorno casa.

Storia e Tempi

Non possiamo voltare lo sguardo

Nella follia dei giorni che stiamo attraversando, nell’incubo collettivo in cui siamo piombati, una cosa ha stupito molti: la gara di solidarietà che è scattata a sostegno della popolazione ucraina. Nel mio piccolo paese, circa settemila anime, le associazioni di volontariato, che si sono rese disponibili a raccogliere beni da spedire alla popolazione profuga, sono state letteralmente sommerse da donazioni di ogni tipo di bene: cibo, vestiti, giochi, coperte, farmaci, detergenti, etc.

Ai pochi scatoloni attesi si sono aggiunti centinaia di pacchi che hanno letteralmente mandato in tilt la macchina organizzativa, che ha dovuto trovare soluzioni alternative per gestire un flusso così inteso di donazioni. Questa non è stata un’eccezione o una stranezza: basta vedere la TV o seguire internet ed i social per rendersi conto che l’onda lunga della solidarietà ha invaso il Bel Paese, proprio come due anni fa il virus aveva contagiato le nostre terre. Siamo tutti testimoni di una straordinaria diffusione del “virus della solidarietà”, di una nuova pandemia della condivisone e della compassione.

Il gesto del dono – lo si capisce bene dall’ampiezza del fenomeno – nasce da una intensa empatia per quello che accadendo in Ucraina. Non è un atto distaccato o freddo, bensì intensamente partecipato, emotivamente connotato, mosso da sensibilità e pietà umana. Dà da pensare tutto questo: un tempo buio, tacciato di egoismo, individualismo e menefreghismo, è invece attraversato da lampi di solidarietà, da folgori di passione e da bagliori di condivisione.

Come mai tutto questo? Che cosa sta accadendo? Come spiegarselo?

Lasciando ad altri l’analisi profonda del fenomeno, mi interessa qui mettere in luce due fattori che mi paiono centrali in questo moto collettivo di solidarietà.

Anzitutto credo sia palese a tutti l’ingiustizia di cui siamo testimoni: al di là di valutazioni geopolitiche o strategiche, è indiscutibile la prevaricazione che è stata compiuta. Vi è un esercito aggressore ed un popolo aggredito, vi è da una parte un invasore e dall’altra una vittima.  Possiamo perderci a discutere per ore sulle ragioni, i prodromi, i fattori scatenanti o che altro, ma la verità dei fatti è sotto gli occhi di tutti. Vi è dunque una repulsione collettiva per l’arrogante violenza di alcuni, per la pretesa egemonica di una oligarchia che pretende di sovvertire la volontà democraticamente espressa da un altro popolo. Assistiamo ad atti palesi di abuso, di tirannia, di una violenza gratuita ed infame a cui tutti, spontaneamente, reagiamo con un gesto di stizza e disappunto.

E poi vi è un secondo elemento che merita attenzione. L’informazione globalizzata è stata capace di creare una sorta di “opinione pubblica mondiale” assai sensibile a quello che accade anche in una parte periferica del globo. Siamo tutti assai più vicini di quello che pensiamo e comprendiamo come il destino di alcuni è connesso al destino di tutti. Abbiamo assistito in diretta all’invasione dei carrarmati russi, al cadere delle bombe, alla distruzione di case, alla resistenza del popolo. La TV, internet ed i social ci restituiscono una “presa diretta” che ci fa sentire “sul pezzo”, come se la guerra si stesse combattendo a poche centinaia di metri da casa nostra. Ciò che decenni fa si leggeva in un articolo di giornale oggi lo si vede on line sul proprio telefonino, sicché tutti noi abbiamo la percezione di essere testimoni oculari di quanto accade. Non possiamo voltare lo sguardo proprio perché, volenti o nolenti, assistiamo in prima persona al massacro in atto ed il dolore di donne, uomini e bambini sta entrando crudelmente nelle nostre case.

Pur nell’assurdità del momento, la guerra ci sta insegnando e ricordando che, sebbene geograficamente lontani, non siamo poi così distanti. La sofferenza ci rammenta che l’altro può facilmente diventare fratello e che il destino di un popolo è legato con doppio filo al futuro di tutti.