Parola e parole

Tutto suo padre…

Durante la visita della mostra su Giotto a palazzo reale sono rimasto colpito da questo quadro e particolarmente dalla descrizione che di esso ne offriva l’audio guida. Giotto, in questo dipinto, ritrae il Padre Celeste mostrato però con fattezze originali, differenti da quelle tradizionali: invece che un vecchio e canuto vegliardo, Dio Padre ha un volto di un uomo giovane nell’atto di benedire. La guida giustamente notava  come Giotto abbia intenzionalmente dipinto il Padre a somiglianza del Cristo, che più comunemente vediamo con queste caratteristiche. Il Padre fatto ad immagine del Figlio…sono rimasto affascinato da questa considerazione…

Ho pensato che la guida, pur correta dal un punto di vista squisitamente artistico, sia stata un poco precipitosa sotto il lato umano e (forse) teologico: sebbene Giotto ritragga il Padre ad immagine del Figlio, è pur vero che il Figlio è ed opera (in questo  caso  benedicendo) come ha visto fare dal Padre suo.. curiosa questa inversione logica e temporale.

Il vangelo di Giovanni continuamente ci ricorda che il Figlio agisce, sente e ama proprio come ha visto fare dal Padre, proprio come ogni buon figlio di questo mondo fa con il proprio papà. Se il Figlio ama talmente da arrivare a dar la vita, forse è perché questa propensione, questa disponibilità ha per lui qualcosa di familiare, di domestico, appreso nascostamente nella intima famiglia di Dio.

Pensavo così ai nostri figli, a quanto apprendono dalla nostra vita di padri… quante somiglianze, quante propensioni, quanti tic, quante parole o gesti,  quante disponibilità o chiusure ereditate da noi…

È  proprio vero che ogni figlio (anche il Figlio) è  tutto suo Padre.

 

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Pensieri e Silenzi

Nuovi sentieri

È un’arte difficile e raffinata quella di coloro che aprono nuovi sentieri, scoprono nuove vie, iniziano nuovi cammini. È un’arte poco comune ma estremamente preziosa, rara quanto richiesta. Non è da tutti lasciare la strada tracciata e ben segnalata per avventurarsi verso qualcosa di nuovo, su vie spesso impervie ed ignote, alla ricerca di nuove cime, paesaggi inediti, viste inesplorate.
È un’arte non comune perché richiede alcune qualità specifiche: occorre anzitutto un buona fiducia in se stessi, per non disperare quando la sensazione di smarrimento assalirà il cuore; è poi importante una buona conoscenza del terreno, per evitare sassi e strapiombi, e un occhio esperto delle condizioni atmosferiche: spesso un vento innocuo può celermente volgere in una tempesta e solo allo sguardo del camminatore di lungo corso il pericolo imminente si rivelerà tale. Credo però che, soprattutto, serva un innato senso dell’orientamento, la capacità di tenere la “barra a dritta” anche quando scende la nebbia, l’oscurità rallenta il passo o la destinazione appare incerta e insicura. Questi preziosi “fuori pista” nascono da cuori inquieti, ma paghi dell’ordinario e dello scontato ma sempre alla ricerca di nuove vette, nuovi traguardi, nuove atmosfere.
Penso che dovremmo tutti essere molto grati a questi “esploratori dell’ignoto”, risorse preziose per ogni gruppo o comunità, perché capaci di indicare sempre un “oltre” a cui tendere e disponibili a mettersi in cammino in prima persona per raggiungerlo..
Quante volte nella nostra semplice esistenza, a causa di un fallimento, una improvvisa malattia, una situazione imprevista, talvolta dolorosa, altre volte entusiasmate, siamo stati “costretti” ad indossare gli scarponi dello scalatore per intraprendere una nuova via?

Non: buon viaggio –
Ma: avanti, viaggiatori”
(T.S. Eliot, Quattro Quartetti)

Parole d'autore

buon viaggio

rilancio un articolo di Guglielmo Micucci (Direttore generale Amref Health Africa – Italia) apparso su http://www.huffingtonpost.it/

 

Buon viaggio al Papa e buon viaggio all’Europa

Mentre l’Europa si trincera nei suoi confini chiudendo le porte agli uomini, le donne e i bambini in fuga per la sopravvivenza, Papa Francesco vola in Africa per preparare l’apertura di una porta che per la trentesima volta nella storia dell’Occidente, si schiude per accogliere tutti coloro che desiderano vivere nella riconciliazione: la Porta Santa di San Pietro che aprirà il Giubileo della Misericordia.

Questa parola, Giubileo, rimanda a un’idea di festa e di condivisione che risale alla tradizione ebraica. Ogni 50 anni, infatti era uso dare un anno di riposo alla terra, restituire ai proprietari i campi confiscati e liberare gli schiavi. Una grazia per la terra che l’anno dopo sarebbe tornata più rigogliosa e per la società degli uomini che l’anno dopo sarebbe tornata più equa e armoniosa.

I vergognosi attentati di Parigi hanno in poche ore avvelenato questa atmosfera, stravolgendo completamente tutti i percorsi, difficoltosi ma in parte virtuosi, che l’Europa stava portando avanti. L’accoglienza da parte della Germania, un aumento dei fondi per sostenere anche i rifugiati presenti in Africa, un piano organico per rivedere la convenzione di Dublino sono stati passaggi fondamentali ma non posso fare a meno di pensare che, a fronte degli atroci fatti di Parigi, perdano il loro valore. Perché?

La maggior parte delle persone assassinate quella notte erano giovani, persone con tutta la vita davanti che stavano vivendo, non un anno ogni cinquanta ma tutti i giorni, la festa di una società equa e armoniosa; con tutti i difetti e le difficoltà di una città dove l’integrazione è ancora un processo e non un traguardo ma con i vantaggi e la bellezza di un orizzonte che si sta lentamente schiudendo su un futuro di pace. Lo dimostrano le reazioni dei molti parigini che non accusano i cinque milioni di musulmani che praticano la loro fede liberamente e pacificamente ma i diecimila barbari che dicono di uccidere nel nome di Allah. Ecco perché tutti i passi che la nostra Europa ha compiuto verso l’accoglienza sembrano improvvisamente compiuti invano: i terroristi hanno di fatto attaccato i figli, la speranza, il futuro, la generazione che più di tutte si sta sforzando di aprire una porta.

Si usa dire che un genitore non dovrebbe sopravvivere alla morte del figlio. È contro natura. In Africa e Medio Oriente è molto frequente. In Europa, fortunatamente, non più. Da entrambe le parti abbiamo una generazione di genitori che dovranno in qualche modo riuscire a superare un lutto inspiegabile. Come stanno facendo i genitori di Valeria Solesin, che con grande dignità e intelligenza, nonostante il dolore straziante, hanno avuto la lucidità e grandezza di non far ricadere sulla religione la morte della propria figlia.

E mentre avviene tutto questo, Papa Francesco insiste sulla sua visita in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana. Non fa passi indietro. Per questo, come Amref, abbiamo deciso di contattare alcuni giornalisti che seguiranno la visita del Papa con l’obiettivo di mostrare loro gli interventi sanitari che portiamo avanti in Kenya e in Uganda. Come in altri paesi africani, qui curiamo i malati di HIV, permettiamo ai neonati di non morire nei primi 28 giorni di vita, alle loro mamme di avere un’assistenza sanitaria dignitosa, alle levatrici di formarsi come ostetriche professionali.

Ciò che facciamo, a pensarci meglio, è un tentativo di diffondere il farmaco più potente: la speranza, la possibilità di sopravvivere senza abbandonare il proprio passato, di crescere nel posto in cui si è nati con la libertà di scegliersi il proprio presente, di sperare in un futuro dignitoso, magari anche migliore e sapere di poterlo costruire. Perché sono convinto che un ragazzo che si fa saltare in aria per uccidere altri ragazzi debba averla persa da molto tempo, la speranza.

Pensieri e Silenzi

bellagente…

Talvolta ti accorgi di quanto sia importante avere “attorno” delle belle persone… è un po’ come l’aria che respiri: se è tossica prima o poi anche il tuo corpo ne risente; se invece hai la grazia di ispirare aria fresca cammini più facilmente sulla tua strada…
Sono le persone miti, che sanno fare spazio agli altri, che offrono ospitalità alle loro parole e ai loro racconti, dalle quali non ti senti minacciato, con le quali non devi “stare in guardia” ma ti puoi concedere il lusso di togliere l’armatura e goderti l’incontro. Sono persone semplici, nel senso positivo del termine, non banali, non ripetitive ma che hanno il coraggio (e la maturità) di mostrarsi così come sono, senza maschere, senza doppi o tripli pensieri, senza intenzioni mal celate. In fondo gente che sta bene con se stessa e non teme di farsi incontrare così com’è..
Sono persone che possiedono una particolare dolcezza nel parlarti e nel comunicare: non è melassa a basso costo ma sensibilità verso l’interlocutore, attenzione all’altro, cordialità ; talvolta una loro parola assomiglia ad una leggera carezza, ad un pacca gentile sulla spalla che ti dice: “ok, va tutto bene, continua così”… è gente che non legge libri di comunicazione efficace ma che ha una innata profondità umana che li guida e li ispira e grazie alla quale riesce ad essere una piccola benedizione per coloro che incontra.
Mi disturbano invece coloro che usano in modo ossessivo e narcisistico la parola “io”, ripetendola nevroticamente come un mantra, che non ti lasciano finire la domanda perché ne conoscono già la risposta, che vivono un senso del sé ipertrofico, smisurato.. è gente che eviti volentieri, la cui compagnia è mal sopportata, come un peso ingombrante, come un fardello di cui ti vorresti presto liberare…
Amo le belle persone perché mi indicano quello che vorrei essere, quello a cui vorrei tendere…il fastidio per le altre è forse legato al fatto che esse mi ricordano quelle parti di me di cui farei volentieri a meno.

Pensieri e Silenzi

Lo stupore di essere…

Una delle prime domande che hanno animato la riflessione filosofica delle origini suona come “perché esiste qualcosa invece che nulla?”. Sebbene a prima vista possa apparire un po’ capziosa e tutto sommato inutile, in realtà questa domanda cela un interrogativo profondo circa la meraviglia dell’essere delle cose, ossia del fatto che le cose semplicemente “sono”, esistono, appaiono.
Talvolta questo stupore originario accompagna anche la nostra vita: ci sono momenti in cui il Mistero irrompe nella nostra esistenza e ci dà la grazia di accorgerci che semplicemente “ci siamo”, siamo qui e siamo vivi. E’ la possibilità di vedere oltre l’ovvio delle cose, oltre la superficie della quotidianità, o, forse meglio, di scorgere proprio nella banalità delle piccole cose una “vitalità” che va oltre, che eccede, che trabocca… è rendersi contro dell’essere che anima le cose, che le rende tali, qui ed ora.
Tale esperienza ha molto in comune con il “venire alla luce”, con lo scoprirsi viventi, presenti a se stessi, capaci di fare e ancor più capaci di potere. Essa è accompagnata dalla meraviglia di sentirsi viventi non per necessità ma per grazia, ossia per dono. Essere qui ed essere Io non ha nulla di dovuto o di necessitante… è spazio di libertà, è dono di Vita, è accadimento dell’Essere..
Con buona pace di taluni (1) credo che tale venire dell’Io a se stesso non segue la via di una appropriazione riflessa e razionale (che è esperienza seconda e non originante); tale autoconsapevolezza passa dal sentire della Carne, nella sua dimensione patica e sensibile, grazie alla quale Io vivo me stesso come vivente, come senziente e paziente. È la verità patica del mio corpo che mi consente di accedere all’essere della Vita: è la gioia di sentire il proprio corpo come pulsante di vitalità che mi guida su quel sentiero su cui incontro me stesso.

(1) Piccola nota a margine: il buon Cartesio, con il suo “cogito ergo sum” è sempre stato additato come il precursore di questa originaria identità razionale del soggetto. E’ davvero interessante cogliere come alcuni autori tendono al leggere in maniera molto più estensiva questo atto del “cogito-pensiero” includendovi una essenziale dimensione sensibile

Parole d'autore

un dono…

Ho ricevuto inaspettatamente in regalo una poesia e l’immagine di un quadro da parte di una persona cara. Essi sono espressione di una sensibilità umana ed artistica che amo particolarmente.

Con gioia li condivido, ringraziando di cuore l’autore (del quadro e della poesia) per l’immeritato dono.

“LAUDATO SII”

Ho lambito il sessantotto
e un periodo di stragi e terrore,
ho sperato invano dopo “mani pulite”;
poi sono crollate le torrri
e sono sorti mille conflitti.
Ora mi rendo conto
che la terra rovinata
è la minaccia globale
che può vederci uniti
nella stessa direzione.

La luce colorata del tramonto
s’è posata sul volto
di Francesco e Pepe,
entrambi, secondo alcuni,
con età da rottamare,
ma con pensieri da profeti
visionari secondo altri.

Ora la luna s’è impostata
tra il cuscino delle nubi
e s’è appisolata.
Dormirà tranquilla
fino all’alba di un nuovo
giorno col sole
che giustamente sorgerà
ad est e noi stavolta
lo aspetteremo dalla parte giusta.

(Pietro Terzini)

Pensieri e Silenzi

sono (solo) parole…

Colonizzati dalla cultura del marketing, abbiamo smarrito il valore della parola, ridotta a strumento di seduzione e persuasione. Privata del suo naturale habitat simbolico, la parola è divenuta una “materia grezza ed informe”, un mero “oggetto del mondo”, un sofisticato codice per scambiare informazioni: al pari del linguaggio algebrico, essa indica similitudine, uguaglianze o dissonanze all’interno di un mondo virtuale  che ha perso la sua “sostanza” e consistenza. Alla parola è rimasta una residuale dimensione signica, un po’ come i cartello stradali, l’elenco telefonico e le istruzioni del televisore.

La parola porta con sé una naturale istanza fiduciale: essa non è mai un neutro passaggio di informazioni ma compromette sempre colui che parla e colui che ascolta. Così quando ti parlo esprimo in maniera implicita, ma non per questo meno reale, la mia fiducia nella tua capacità e disponibilità di ospitare le mie parole, ti riconosco come un interlocutore altro da me e abilitato a condividere la mia vita. Il semplice rivolgere la parola esprime una elezione dell’altro, un riconoscimento della sua dignità ed affidabilità. Godere della parola data e ricevuta significa aprirsi alla sua benefica terapia, carica di fiducia, stima e riconoscimento.

Si dice che le parole sono come pietre: a me piace pensare che le parole sono come lacci che ci legano ad una vitale rete di relazioni che ci genera e ci costituisce.

Pensieri e Silenzi

Identità riconciliate

Ci sono posti nella “casa della nostra identità” in cui amiamo nascondere gli oggetti più imbarazzanti, quelli che ci disturba vedere tutti i giorni e che riponiamo ben volentieri in anfratti buoi e solitari.. in soffitta, in cantina o in qualche baule che sappiamo che apriremo molto di rado.
Essi sono quegli aspetti della nostra personalità che poco amiamo, che tendiamo a celare o a dissimulare perché sono generalmente fonte di imbarazzo, di sofferenza o di vergogna.
Sono tratti del nostro carattere, oppure ferite che la vita ci ha inferto; sono povertà o incapacità di cui parliamo poco; sono immaturità che ci portiamo appresso e che convivono con la nostra quotidiana ferialità.
In loro presenza ci sentiamo fragili, esposti oppure indifesi.. essi rendono manifesta un nostro lato “debole”, poco nobile ed un po’ inquietante..
Questi “oggetti da scantinato” hanno la capacità di ferire quella immagine, un po’ infantile ed un po’ narcisistica, che manifestiamo di noi stessi.. sono delle crepe al monumento del nostro Io che così orgogliosamente esponiamo.
Silenziosamente, ma tenacemente, ci ri-cordano (parlando al cuore) e ci ram-mentano (parlando alla mente) che non siamo esseri perfetti, che sia abitati da piccole e grandi imperfezioni. Essi ci insegnano che la trama della nostra umanità è intessuta di fili diversi: alcuni molto preziosi, altri meno nobili e luccicanti, ma tutti essenziali a comporre l’ordito.
La disponibilità di abbracciare queste nostre zone erronee, a guardarle in faccia e accoglierle come parti fragili e preziose della nostra umanità è un percorso spesso duro ed esigente…
Penso tuttavia che esse rappresentino, per la nostra vita, quelle “porte strette” attraverso cui occorre passare per giungere ad una umanità più piena e riconciliata.

Affetti e Legami

un mostro dentro…

C’è una esperienza che dolorosamente appartiene in maniera singolare alla nostra umanità, che ne costituisce quasi un tratto identitario, una sorta di “marchio di fabbrica”, iscritto profondamente nel DNA di ogni persona. E’ l’emozione della paura.
E’ purtroppo un bene troppo spesso in commercio, roba a basso costo, accessibile a tutti; alla stregua di sorella morte non fa differenza di sesso, razza o ceto sociale, è compagna discreta ma prepotente della vita di ognuno, sa scegliere i tempi giusti per entrare in scena, quasi avesse un innato senso per il “coup de theatre”.
Quando bussa alla porta ha una pretesa insana di invadere la vita, un po’ come fa un fiume quadro straripa: non si preoccupa se incontra case o colture, scuole o abitazioni…corre corre corre e occupa ogni spazio disponibile, ogni angolo asciutto, ogni campo seminato. Così la paura diventa un ospite ingombrante, fastidioso, di quelli che puzzano già dal primo minuto. Essa ti mette all’angolo, ti sottrae la tua vita come farebbe un ladro con la sua preda.. resti immobile, incapace di muovere un solo passo, inetto e basito, senza il coraggio di alzare un occhio o di proferire un semplice sussurro..toglie il fiato, anzi spesso, questa carogna, ti regala un respiro innaturale, agonico, che poco ha di umano..
A ciascuno di noi sono serviti anni e molto impegno (nostro e da parte di genitori, insegnanti, educatori ed amici) per maturare un relazione fiduciosa con il mondo che viviamo.. abbiamo investito molto per riconoscere l’attendibilità delle cose che ci stanno accanto, della loro affidabilità, del fatto che il mondo sia una casa abitabile e non un deserto ostile. La paura ha il piglio di rompere quell’alleanza così faticosamente costruita tra noi ed il Mondo, genera una sorta di percorso regressivo, a motivo del quale tutto va riconquistato, con una battaglia giornaliera corpo a corpo, metro dopo metro…

Parole d'autore

il volo degli uccelli

Pensate al seguente evento: un gruppo di ieratici personaggi (di Harvard o di qualche posto simile) insegnano il volo agli uccelli. Immaginate uomini calvi sulla sessantina, con lunghe vesti nere, che officiano in un inglese pieno di tecnicismi, con tanto di equazioni qua e là. Gli uccelli volano, che fantastica conferma! Il gruppo si precipita al dipartimento di ornitologia a scrivere libri, articoli e resoconti in cui si afferma che gli uccelli hanno obbedito, in un’impeccabile inferenza causale. A questo punto il dipartimento di ornitologia di Harvard è indispensabile per far volare gli uccelli. (…) Per di più, gli uccelli non scrivono saggi e libri del genere, presumibilmente perché sono soltanto uccelli, perciò non sentiamo mai la loro campana. Intanto, i sacerdoti continuano a diffondere la loro versione della storia tra le nuove generazioni di umani, che sono del tutto inconsapevoli della situazione antecedente ai corsi harvardiani. Nessuno mette in dubbio la possibilità che gli uccelli non abbiano bisogno di lezioni, e nessuno ha alcun incentivo a osservare quanti uccelli riescano a volare senza ricevere un simile aiuto dal fantastico establishment scientifico.” (tratto da Taleb Nassim Nicholas,  Antifragile. Prosperare nel disordine)

Talvolta dobbiamo riconoscere ed accettare che la realtà supera le percezione che abbiamo di essa..non riusciamo ad ingabbiarla nei nostri piccoli schemi e che, soprattutto, la nostra pretesa di controllarla talvolta risulta essere una pretesa infantile…”la realtà è più importante dell’idea” (Francesco)