Pensieri e Silenzi

generare processi

È affascinante il pensiero di papa Francesco quando dice che “il tempo è superiore allo spazio”: nelle sue intenzioni questa frase vorrebbe significare (per quanto ho capito io) che la cosa importante è la possibilità di generare processi, di attivare cambiamenti, più che presidiare un territorio o difendere il proprio spazio..già.. la bellezza di poter attivare processi…

Mi è successo qualche volta, molto raramente ad essere sincero, di assistere, o meglio di aver contribuito, alla generazione di un processo: di essere stato protagonista di una esperienza che nasceva, che si strutturava, prendeva corpo e forma e che, nel tempo, diveniva qualcosa di permanente ed autonomo, a punto tale che essa ha assunto una propria fisionomia ed indipendenza.

È un po’ come quando insegni a qualcuno ad andare in bicicletta: che soddisfazione, dopo molto spinte, molte corse e tanta fatica, vedere che la persona pedala da sé, procede da sola, non ha più bisogno del tuo aiuto o del tuo supporto. Eri necessario e sei diventato inutile; la tua indispensabilità si è tramutata in una presenza di contorno e, in qualche modo, irrilevante. In realtà, un qualche ruolo lo puoi giocare ancora durante le prime pedalate: ti accerti che la persona non cada, lo accompagni e gli dai consigli ma, ahimè, una volta preso il ritmo, la tua presenza non serve più a nulla.

Così potrebbe essere con i processi che contribuiamo a far nascere: nati dalla nostra passione, dal nostro entusiasmo e dalla nostra intuizione, questi cambiamenti, queste progettualità creative vivono di vita propria, si sganciano dalla mano che li ha creati, si rendono autonomi rispetto a coloro che li avevano iniziati, senza per questo tradire le finalità e lo stile con il quale erano nati.

La cosa può ferire un po’ il nostro narcisismo infantile: il “nostro giocattolo” ci viene tolto dalle mani e dato a qualcun altro. Tuttavia, quale gioia nel veder che una nostra intuizione è capace di reggere il peso del tempo e diventare qualcosa di “resistente”! Quale soddisfazione nel costatare che altri si sono sentiti coinvolti da un progetto che aveva mosso inizialmente solo i nostri entusiasmi!

Parole d'autore

il tempo della terra

Nel mondo c’è il nostro tempo gestito, addomesticato, costruito, usato per vivere.

Ma al di sotto c’è un altro tempo: è il tempo della terra. Questo tempo non-umano, a volte dis-umano, comanda il tempo degli uomini, delle mamme, dei bambini. E pensavo che non siamo noi i padroni di questo tempo altro, più profondo, abissale, primitivo, che non segue il nostro passo, a volte è contro i passi di chi gli cammina sopra.

E quando, in queste notti tremende, avvertiamo quel tempo diverso sul quale noi camminiamo e costruiamo la nostra casa, nasce tutta nuova la certezza di essere erba del campo, bagnata e nutrita dal cielo, ma anche inghiottita dalla terra.

La terra, quella vera e non quella romantica e ingenua delle ideologie, è assieme madre e matrigna. L’humus genera l’homo ma lo fa anche tornare polvere, a volte bene e nel momento propizio, ma altre volte male, troppo presto, con troppo dolore

(Luigino Bruni)

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Pensieri e Silenzi

in panchina…

Certi giorni mi piacerebbe affrontare le situazioni con maggiore leggerezza, non dovendomi sempre sentire responsabili per quello che succede, preoccupato non solo per me stesso ma anche per la gente che mi sta attorno. Mi piacerebbe procedere con un passo più leggero e spensierato, con uno sguardo più ingenuo e con uno spirito allegro e giocoso.

Ed invece mi trovo spesso a pensare troppo, mi sento caricato di responsabilità che non sempre sono mie. La cura verso gli altri, verso gli ambienti e le situazioni non può essere illimitata: è doloroso, ma dobbiamo riconoscere il nostro naturale senso di impotenza; non possiamo sempre influenzare le circostanze della vita perché si volgano in bene per chiunque ne sia coinvolto. Non siamo noi a fare gli onori di casa nella vita, non spetta a noi garantire a ciascuno tutto ciò di cui ha bisogno. Certo, ognuno è chiamato a dare il proprio contributo, senza però la malsana aspettativa di saper fare sempre la differenza. Ecco, dobbiamo, con grande umiltà, riconoscere che non ci è chiesto di fare la differenza in ogni situazione, per ogni problema, in ogni esperienza.

Talvolta occorre semplicemente accettare di essere spettatori muti, comparse nel film della vita, telespettatori di un programma che altri stanno realizzando. Ci sono giorni in cui occorre mollare la presa, abbassare la guardia, giocare in difesa. Ci sono giornate in cui è sufficiente essere stato convocato; non importa se non si entra da titolari; fa niente se assistiamo l’incontro dalla panchina, se non tocchiamo palla o se siamo sempre lontani dall’azione.

Talvolta va così, senza sensi di colpa, senza risentimento, senza frustrazioni.

Pensieri e Silenzi

Va’…

Ogni viaggio nasce sempre da un atto di benedizione, da una promessa di bene e di futuro che viene fatta alla nostra vita. Ogni cammino, che non abbia il sapore della fuga, si origina da una parola buona che illumina la strada, che mostra un domani di speranza e di compimento davanti a sé.

In questo senso la vicenda di Abramo è emblematica, non solo per coloro che guardano a lui come il padre della fede, ma anche per ogni uomo che concepisca la propria vita non come un tranquillo riposo ma come un perenne “andare”. Accanto all’invito ad andarsene dalla propria terra, a lasciare il paese dove viveva, Abramo ascolta dalla voce di Dio una promessa ambiziosa e ricca di bene: “Farò di te un grande popolo, e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.“ I suoi piedi si muovono certo sotto la forza dell’ordine divino, ma sono sospinti anche dal futuro che si delinea sotto i suoi occhi, grazie alla parola bene-dicente che a lui è rivolta.

In fondo così avviene anche con il viaggio che è la nostra vita e così avviene con i tanti e piccoli viaggi che la vita ci spinge a fare.

Ognuno di noi è disponibile a lasciare quanto possiede, a muovere un passo dopo l’altro, ad affrontare un futuro incerto ed oscuro proprio in nome di quella voce benedicente che ci strappa dall’ordinarietà delle cose per gettarci nella fatica del cammino. E, proprio come per Abramo, ogni difficoltà, ogni caduta, ogni tradimento diventa occasione e stimolo per ritornare a quella benedizione originaria e originante. Quando le cose si fanno difficili, il passo pesante ed il fiato viene meno, è allora il momento di riascoltare quella voce, di lasciarci nuovamente stupire ed interpellare da quella promessa, di sintonizzare il nostro cuore su quella parola, che una volta, ci chiamò benedetti.

Sì, vi è una Voce che ci chiama alla Vita, una Voce che ci invita al futuro, una voce che ci promette pienezza. Di quella voce conosciamo il tono, la musicalità, l’accento… di essa apprezziamo il calore e l’intimità. È la voce che risuona nei nostri silenzi, nei nostri pensieri, nei vuoti che lasciamo nelle giornate. È la voce che sa di casa, di attesa, di promessa.

Pensieri e Silenzi

tristezza

Vi è una dannata tristezza che impregna le nostre giornate, che soffoca le nostre ore, che toglie l’ossigeno ai momenti e rende asfittiche le esperienze. Essa ti assale come un’ombra che gradualmente ti copre quando il sole tramonta. La vedi giungere da lontano, arriva ai tuoi piedi, sale le gambe ed oscura tutta la tua persona. Proprio come un’ombra questa tristezza non ha volto, non ha ragioni, non possiede una origine ben definita: essa giunge bugiarda ed apparentemente inoffensiva, come una ordinaria variazione dell’umore, un succedersi ingenuo di mestizia ed insoddisfazione. Purtroppo però trova una dimora fissa nella tua esistenza: ti aspettavi fosse un ospite per una notte ma in realtà fatichi a cacciarla dalla tua casa. Assomiglia a quell’odore di stantio che alberga negli armadi in cantina: nonostante ti sforzi di arieggiare, essi permangono come un ricordo di vecchio, di passato e di ammuffito.

Essa getta la sua cupe coltre sulle nostre anime, riversando il suo amaro distillato nei nostri sentimenti. Non è un veleno mortale, una pozione che giunge mortifera al nostro organismo. Essa inquina il nostro spirito con leggera e pacifica determinazione, goccia dopo goccia, istante dopo istante. È così che ti ritrovi corrotto dal suo perfido fluido senza che te ne accorgi: un a lenta eutanasia dello stupore. Si, perché i suoi pericolosi effetti non li noti prima di tutto dalla spinta verso il basso che viene inferta alla tua vita; bensì dalla sua capacità di placare gli slanci verso l’alto, di sopire gli entusiasmi, di annacquare i progetti, di spegnere le voglie e così di accorciare il futuro. Il domani perde la sua dimensione di “opportunità”, cessa di essere “possibilità” per diventare banale monotonia, ripetizione, noia.  È come se la linea dell’orizzonte si raggrinzisse, riducesse il suo diametro, come un cappio che lentamente ti si stringe alla gola.

Non è semplice uscire da questo labirinto dell’anima: non servono bei discorsi ed argomentazioni argute; non basta un appello alla buona volontà e al senso profondo delle cose. L’unico cerino che puoi accendere in questa oscurità è la scintilla dei sensi: un tocco delicato, uno sguardo consolante, un invito dolce.

La rinascita riparte solo dalla pelle, dalla percezione di stimoli esterni significativi, che interpellano ed incuriosiscono. Occorre riattivare quella curiosità ed interesse per la vita che giace anestetizzato sotto i nostri sensi.

Parole d'autore

precarietà

“Sì, l’età secolare ricorda soprattutto che il Dio dei cristiani desidera entrare ed essere presente nella storia dell’umanità in modo precario. Ricordiamo la relazione tra prex (preghiera), precari (pregare) e precarius (precario), che alla lettera significa ciò che si ottiene con la preghiera. La presenza di Dio nel mondo è precaria perché è l’esito del precari della Chiesa.

Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), che insieme a Friedrich Gogarten (1887-1967) è stato l’esponente di spicco della teologia della secolarizzazione, nella lettera dal carcere di Tegel, datata 16 luglio 1944, scrive: «Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. È assolutamente evidente, in Matteo, 8, 17, che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza». Per Bonhoeffer «la maggiore età del mondo», che noi chiamiamo l’età secolare, è il risultato di una logica interna alla fede che fa piazza pulita di ogni falsa immagine di Dio.

Per questo, è una capacità che gli viene da Dio stesso quella grazie alla quale, «l’uomo ha imparato a bastare a se stesso in tutte le questioni importanti senza l’ausilio dell’ipotesi di lavoro Dio», grazie alla scienza, la tecnica e la medicina. Dio non è più né necessario, né indispensabile all’uomo e alla donna contemporanei, ed è questa la vera immagine cristiana di Dio, la sua debolezza, la sua fragilità. Nell’età secolare l’uomo conosce il vero Nome di Dio che in Gesù Cristo si è rivelato come servo sofferente: la sua kénosi (ndr: abbassamento, spoliazione) ha rivelato la sua divinità.

Assumere la debolezza e la sofferenza di Dio nel mondo, vale a dire l’autonomia dal mondo, è la condizione e, al tempo stesso, la vocazione del cristiano oggi. In questo modo l’età secolare libera il cristiano «da una falsa immagine di Dio, apre lo sguardo verso il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza».”

Celebrare da cristiani nell’età secolare di Goffredo Boselli in “L’Osservatore Romano” del 19 agosto 2016.

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Pensieri e Silenzi

punti di vista

Che fatica cercare di comprendere le ragioni degli altri, ammettere che esistono altre ragioni oltre le nostre, riconoscere che la verità non sta tutta nelle nostre tasche ma è un po’ sparpagliata nelle tasche di pantaloni diversi.

Capita che siamo talmente presi dal risentimento che proviamo per il torto subito che perdiamo la capacità di osservare le cose dal punto di vista dell’altro e così ammettere che esistono motivazioni che magari ci sfuggono ma che rendono la posizione dell’altro quanto meno “ragionevole“ e “sensata”.

Occorre talvolta placare il moto dell’emozione, sospendere la rabbia e tentare di guardare le cose “da fuori”, concedendo all’altro, anche solo per un minuto, il diritto di avere ragione. Sì, credo che per capire ed ascoltare davvero l’altro sia necessario riconoscere alla nostra controparte il beneficio della ragione; dobbiamo dire: “accetto per qualche minuto che tu abbia ragione e cerco di guardare le cose dalla tua prospettiva”. Non è un’operazione facile ed indolore: talvolta è tale l’impeto dell’ira che proviamo da offuscare la nostra mente; a volte pare quasi di cedere alla prepotenza dell’altro, di assecondare l’ingiustizia che ha compiuto. Occorre molto coraggio e controllo, un distacco dalle proprie emozioni e la capacità di prendere la distanza dai propri stati d’animo.

Soprattutto occorre abbandonare un poco il proprio orgoglio, il desiderio di vendetta e la pretesa di possedere la ragione e la verità sulle cose. Serve molta umiltà per riconoscere che la giustizia supera sempre la comprensione che abbiamo di essa, che non è mai qualcosa che possiamo possedere in esclusiva, che possiamo stringere tra le nostre mani come una nostra conquista.

Essa è qualcosa che “sfortunatamente” non conosce le nostre anguste parzialità e le nostre ingenue manipolazioni.

Parole d'autore

interiorità

“L’interiorità è lo spazio intimissimo e personale, dove tutte le voci possono risuonare, ma dove ciascuno si trova a dover decidere, solo e povero, privo di tutte le sicurezze confortanti nella sofferenza che ogni decisione esige. Circondati di silenzio, conquistato a fatica nel ritmo ossessivo della giornata, viviamo, finalmente, in compagnia di noi stessi.

Si tratta di una delle esperienze più difficili oggi. Abbiamo tutti una grande paura di restare soli e cerchiamo affannosamente gli altri che ci sostengano e ci servano di prezioso punto d’appoggio, quasi grembo materno a cui affidare la fragile nostre esistenza.

Spesso si tratta di una compagnia strana, rumorosa e distraente, come un pomeriggio domenicale passato in discoteca, che dura tutta la vita; vicini e tanto isolati, costretti ad urlare per farsi ascoltare, sempre male interpretati. Nel sottofondo musicale che distorce ogni voce. Ma ci va bene. Ci aiuta a non pensare: a non avere paura e a non essere costretti ad alzare le mani invocanti.

Qui è il punto. Quando siamo soli, faccia a faccia con la nostra finitudine, ci sentiamo costretti a cercare due polsi robusti a cui ancorare le nostre braccia alzate nell’invocazione. Ma questo ci fa soffrire troppo per risultare praticabile. Scopriamo di non bastare a noi stessi, noi che sappiamo tante cose e usciamo indenni da tutti gli inghippi. E ci accorgiamo che in fondo, nessuno dei nostri amici ci basta, per sopravvivere sull’onda del limite invalicabile della nostra fame di vita e di felicità.

Abbiamo paura di sprofondarci nell’abisso dell’oltre dove i conti non tornano mai. E così scappiamo dalla difficile ed inquietante compagnia di noi stessi.

La solitudine va invece riconquistata come condizione e spazio per l’interiorità.  L’uomo e la donna che possiedono questa capacità di solitudine non sono più fatti a pezzi dalle mille impressioni che ci circondano e ci affascinano. Sono invece capaci di percepire tutto da un centro interiore in cui regna la pace.”

(S. Pinna e R. Tonelli)

Parole d'autore

Il vento sulla pelle

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.

Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.

Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.

Alda Merini

Pensieri e Silenzi

Volti innamorati

Una cosa ancora capace di generarmi un senso di stupore e meraviglia sono i volti di due fidanzati: i loro occhi, i loro sguardi emanano una luce particolare, hanno un calore ed un fascino che è straordinario. Percepisci sui loro volti una gioia inebriante, una passione sincera, uno slancio sentimentale ricco e profondo, tipico di chi sta assaporando la linfa della vita, di chi sta vivendo i giorni con straordinaria passione e gioia.

Nei loro occhi c’è quella straordinaria luce che solo chi sta iniziando a gustare il mistero della vita può avere; vi è una sorta di estasi nascosta, di interno godimento che illumina loro tratti; c’è il senso di una felicità profonda, di una pace conquistata e di una serenità meritata.

Amo i loro sguardi ed il loro modo di guardare alla vita: colorano la loro naturale spregiudicatezza con un ardore e una sfrontatezza proprio dell’innamorato, di chi sente di poter conquistare il mondo, di chi porta dentro una passione ed un amore per l’altro tale da poter superare ogni ostacolo e difficoltà.

Penso che questa loro “serenità” nasca dal sentimento di sentirsi al proprio posto nella vita, di aver trovato una propria dimensione vitale, un senso alle cose, un centro gravitazionale per i pensieri e gli affetti. I loro sorrisi esprimono quella fiducia e speranza che hanno i boccioli che, per la prima volta, si stanno aprendo al sole.

C’è il presentimento di una promessa annunciata e ora realizzata, di un progetto che si sta dipanando, di un futuro che sta nascendo e di un domani che è ormai alle porte.