Storia e Tempi

pietre d’inciampo

Sette nuove piccole pietre di metallo da stamattina giacciono davanti al municipio della mia città. Sono piccoli cubetti dorati che portano incisi in nomi di coloro che molti anni fa sono stati strappati dagli affetti della nostra piccola comunità locale e deportati a morire in lontani lager della morte.

La sensibilità di Federico, giovane consigliere delegato alla cultura, e dell’intera amministrazione comunale, hanno voluto onorare in questo modo la memoria di quei nostri concittadini che hanno subìto una sorte tanto atroce ed inumana. È un ricordo doveroso, giusto, necessario di questi tempi in cui il senso della memoria sta morendo insieme ai testimoni diretti di quegli eventi ed in cui una certa cultura revisionista tende a minimizzare la tragedia immensa che ha travolto l’Europa alla metà del secolo scorso.

Li chiamano Stolpersteine, pietre di inciampo: sono piccoli blocchi quadrati di pietra (10×10 cm), ricoperti di ottone lucente, con inciso il nome, l’anno di nascita, il giorno e il luogo di deportazione e la data della morte. Vengono di solito poste dinanzi alle abitazioni da cui i deportati vennero presi o arrestati. Sono oggi più di settantamila questi piccoli segni della memoria sparsi in moltissime città del Vecchio Continente.

Il nome, di biblica memoria (e come potrebbe essere diversamente, considerando che moltissimi di quelle vittime erano appartenenti al popolo dell’Alleanza?) contiene in sé il senso di questo gesto che di eclatante e sensazionale ha decisamente ben poco: essere una piccola e mite provocazione, tale da rappresentare un inciampo, un imprevisto o un incidente emotivo e mentale. Chiunque, da oggi, entrerà nella casa della comunità, quale è il Municipio, se avrà la delicatezza e la cura di abbassare gli occhi a terra, incontrerà con lo sguardo quelle sette lastre lucenti ed i sette nomi sui di esse incisi. Sarà un gesto semplice, innocuo, per molti addirittura inutile o vano. Eppure, per chi avrà orecchi per sentire ed occhi per vedere, quelle piccole pietre rappresenteranno un appello a non dimenticare, a custodire la memoria, a non scivolare in un oblio che tutto ingoia e travolge.

La forza di quei cubetti di pietra sta, forse, tutta nella evidente umiltà (sono poste a terra, a contatto con l’humus…) che le contraddistingue: non sono ingombranti monumenti o testimonianze voluminose, ma innocue pietre collocate sulla pavimentazione, accanto a molte altre anonime e volgari. A ben vedere, nessuno inciamperà mai di fronte a loro: non sporgono, non impedisco il cammino, non fanno sgambetti, non ostacolano la passeggiata. Eppure quanta forza nascosta custodiscono, quanto vigore, quanto dolore straziante e cruenta provocazione!

Esse chiedono, anzi gridano, attenzione, rispetto, cura, riflessione, memoria. Stanno lì, miti e nascoste ai piedi del municipio, per ammonire tutti noi al gesto nobile, ma poco frequentato, della riconoscenza, della grata memoria, dell’appassionato riconoscimento.

Esse dicono “mai più!” senza fare alcuno discorso, senza elucubrare una teoria o una filosofia. Solo attraverso pochi dati anagrafici, esse raccontano una storia, narrano un dramma, testimoniano un evento. Quello di coloro che sono morti a causa di una ideologia assurda ed atroce; quelli che hanno subìto umiliazioni e dolori che mai dovrebbero essere; quella di chi ha pagato con il sangue il prezzo della nostra libertà.

Parole di carta

breathe… breathe…

“Breathe … breathe .. take a breath …” we usually say to those who go through a moment of anxiety, fear or panic. Regularizing your breathing is always an excellent strategy to calm down and to deal with difficulties, without that weight on the stomach that takes away clarity and consciousness. “Breathe!” is an invitation to stop, not to lose the control, not to be overwhelmed by the events. “Breathe!” is the strategy to survive in face of the problems that suffocate and that, in fact, take your breath away. Breathing is a natural and unconscious movement which anxiety is able to interrupt. Like a melodic song that comes out of the genuine mouth, that dread cuts off with unwanted intervals and sighs.

The invitation to breathe oversteps the pure biological mechanics and the natural lung physiology. It evokes a much more radical and vital dynamic for our life: the one that relates to inhaling and exhaling, to receiving and releasing air. Breathing is the act that moves between taking and leaving, assuming and losing. It is the dynamic that accompanies all of life, made up of continuous grasping and releasing. The experience is structured around these two gestures as elementary as they are vitally fruitful: in our times we welcome and give words, people, gestures, events and pains, affections and smiles, joys and efforts. Our time is animated by this singular “trade” between us and the world, this  exchange which makes life fully human and joyfully fruitful.

Then the invitation to breathe refers to something more than a simple relaxation technique: it is the encouragement to tune in with the progress of life, the logic that governs the passage of time, the mechanics that make life possible. In other words: remember to accept but also to let go; remind yourself to hold back but also to liberate, to dissolve, to release. How many times in life do we feel so morbidly attached to something to the point of feeling imprisoned by it? How many times does our grasp become a prison, our welcome a cage, our hospitality a confinement? Let’s learn to take and let go, just like we do with the air we inhale; let’s practice embracing but also distancing, letting go, creating distances.

One thing I have learned over time: perhaps we never really possess what we by force hold back and sometimes letting go is just an alternative way to enjoy something with unpredictable novelty…

Parole di carta

Grazie Presidente!

Termina, in questi giorni, il settennato del presidente della repubblica, un settennato complesso e ricco, forse uno dei più impegnativi della storia repubblicana. Sono stati anni attraversati da forti cambiamenti sul piano internazionale ed interno, percorso da intense spinte populiste che hanno destabilizzato ed, in alcuni casi, messo a rischio la tenuta istituzionale del nostro Paese. Ci stiamo lasciando alle spalle un tempo in cui la globalizzazione squilibrata della finanza ha fomentato pulsioni antisistema ed urti populisti che hanno scosso alla radice le società occidentali e non solo. Lunghi anni culminati con la non facile gestione dell’ondata pandemica, forse uno dei momenti più difficili e critici del nostro paese e dell’intera Europa, dalla fine della seconda guerra mondiale.

Non è stato certamente facile rappresentare il vertice dell’unità nazionale e la suprema magistratura repubblicana in questi tempi di burrasca, ruolo che il presiedente Mattarella ha svolto con riconosciuto apprezzamento ed evidente equilibrio.

Rileggendo l’ultimo messaggio di fine anno, che rappresenta quasi un lascito del presidente alla nazione, tra le molte che si potrebbero citare, tre mi paiono le parole essenziali che hanno segnato il settennato che si sta ora concludendo: sobrietà, speranza e comunità.

Il presidente Mattarella ha sempre testimoniato una presenza sobria, asciutta, quasi dimessa: lo stile discreto, le parole misurate, i gesti controllati ed umili lo hanno fatto apprezzare come una persona integra, saggia, insensibile alle sirene della spettacolarizzazione mediatica, alle luci della ribalta, della parola o del gesto ad effetto. Lo stile pacato ha, tuttavia, saputo coprire distanze che la boria di taluna politica mai sarebbe stata capace di colmare. Il presidente ha parlato al cuore della nazione, con garbo ma anche con verità e franchezza, indisponibile a “lisciare il pelo” alle pulsioni più in voga o a cavalcare lo sdegno e il disagio sociale. Quella del presiedente è stata una sobrietà responsabile, matura, oserei dire paterna, capace, da una parte, di sintonizzarsi con le istanze più profonde del Paese e, dall’altro, di non venire mai meno alla propria responsabilità istituzionale e civile. Una sobrietà lucida ma mai disillusa, mai cinica, mai rinunciataria.

È infatti la parola speranza la seconda che, a mio avviso, descrive bene la parabola del presidente. Mattarella è stato un grande costruttore della speranza collettiva del nostro Paese, anche in tempi (gli ultimi, in ordine di tempo, segnati dalla pandemia) in cui non era facile mantenere e custodire uno sguardo aperto al futuro. La speranza a cui il presidente ha più volte richiamato il Paese non era un vago senso di ottimismo né l’illusione che le cose sarebbero andate necessariamente meglio. La speranza invocata e testimoniata da Mattarella nasce dal riconoscimento delle straordinarie potenzialità e risorse che sono nascoste nel tessuto sociale e comunitario del nostro popolo. La speranza nasce dal saper onorare i beni morali, intellettuali, religiosi e sociali che hanno segnato la storia del nostro popolo e che, benché un po’ offuscati, ancora costituiscono l’architettura portante del nostro vivere insieme. 

C’è in fondo, e veniamo qui alla terza parola, un senso profondo e ricco della comunità nelle parole e nei gesti del presidente della Repubblica. Per Mattarella la nazione è anzitutto comunità, rete di relazioni e di vincoli sociali, luogo nel quale si esercitano i diritti di cittadinanza ma anche i doveri di solidarietà e di aiuto reciproco. Siamo popolo ma non in senso nazionalista, autocratico o identitario. La comunità a cui il presidente ha sempre richiamato ha sempre i tratti dell’inclusione, della solidarietà, del rispetto della persona umana, della cura dell’altro e dell’attenzione al fratello ed al povero. Siamo chiamati ad essere una comunità aperta ed accogliente, giusta e rispettosa, nella quale il valore della legalità sa coniugarsi con l’imperativo etico della solidarietà.

Mi piace pensare che sia questa l’eredità morale e politica che il presidente Mattarella lascia al popolo italiano: la testimonianza di una politica seria e sobria, lo sguardo di speranza sul domani e il riconoscimento delle relazioni vitali che fanno di noi una comunità nazionale.

(pubblicato su Il Cittadino del 26 Gennaio 2022)

Affetti e Legami

le delusioni ci cambiano

Le delusioni ci cambiano, ci segnano, ci feriscono. Essi sono eventi irreversibili, che non prevedono facili vie di uscita o veloci aggiustamenti. Accade come quando ti cade di mano la tazze del the: puoi incollarla, ricomporre con attenzione ogni singolo pezzo,  eppure essa porterà sempre la memoria di quello che è successo, la traccia del suo passato, il segno della sua ferita. Così sono le delusioni: sono piccole ma indelebili frattura che si aprono nel cuore, cicatrici che possono anche smettere di sanguinare ma che non scompaiono mai dalla pelle.

Il brutto delle delusioni è che sono generatrici di quelle velenose emozioni che sono il risentimento e la colpa.

Quando si vive la delusione scatta immediato, come una forma irriflessa di difesa, il cancro del risentimento, di quel sentimento pernicioso che ci fa provare avversione e lontananza verso chi reputiamo colpevole del male subito. È un sentimento triste tuttavia e per nulla risolutivo: esso promette di guarire il cuore ma in realtà ne acuisce il dolore e rende ancora più lunga la convalescenza. Il risentimento rende più profonda la distanza, traccia solchi di rabbia e disillusione, scava fossati di indifferenza e di rammarico.

Esso si presenta spesso in compagnia di “sorella colpa”, quella maledetta percezione che ci imputa colpevoli dell’accaduto. Se c’è una colpa ci deve essere anche un colpevole – così essa ragiona – e quel colpevole non puoi che essere tu. Succede così che le delusioni siano come terra marcia dalla quale nascono frutti infetti e contaminati. In essa si macera la serenità della nostra mente e la pace del nostro cuore, come se fossero sequestrati da fetidi umori.

Le delusioni sono una prova, una dura prova che la vita ci mette sul cammino: verso di loro ci è chiesto di resistere, di combattere, di non cedere e di non arretrare. È una guerra in cui non c’è in gioco quanto accaduto o chi l’ha provocato ma il nostro cuore, la sua capacità di amare, di affidarsi, di sperare. Le delusioni ci invitano alla disillusione, al disincanto, alla tristezza. Esse ci consigliano che in fondo non ne vale la pena, non serve rischiare, inutile riprovare. Che si tratti di un amicizia, di un amore o di altro, l’insegnamento pare sempre quello: nulla merita la tua attenzione, la tua cura, il tuo dono. Badate bene, è questo il frutto più velenoso della delusione: quello che inaridisce il cuore, che soffoca l’entusiasmo, che placa ogni slancio.

Lottate strenuamente contro le vostre delusioni, soprattutto quelle che appaiono più innocue, minuscole ed innocenti. Mondate il giardino del vostro cuore e stappate le erbe invadenti della delusione le quali, come la gramigna, infestano la terra buona.

Pensieri e Silenzi

ogni libro è un nuovo viaggio

Ogni nuovo libro è come un viaggio in un luogo che non conosci: non sai mai se il posto ti piacerà, se la corsa sarà piacevole, se incontrerai persone interessanti e se, alla fine dei conti, sarà un momento bello per la tua vita.

Osservi la copertina dal nuovo libro che tieni in mano e provi sempre una sorta di timore iniziale: stai intraprendendo qualcosa di nuovo e ti domandi se il risultato sarà all’altezza dell’attesa. Non sai esattamente cosa ti aspetta, perché leggere un libro è un po’ come iniziare una nuova amicizia: c’è sempre un po’ di timore nei primi passi e nel muovere gli occhi sulle prima pagine, perché non conosci cosa ti può attendere, che sentimenti esso saprà suscitare e che pensieri attiverà nella mia testa.

Anche perché un libro non è un articolo di giornale o di una rivista. Questi ultimi assomigliano molto a quegli incontri veloci che fai in metropolitana: durano il tempo di poche fermate e, piacevoli o fastidiosi che siano, sai bene che avranno vita breve. Un libro no, è qualcosa di più serio ed impegnativo. Sarà una relazione a più lungo termine: talvolta è come una gita di una giornata, altre volte una vacanza di diversi giorni. In entrambi i casi devi valutare con attenzione i tuoi compagni di viaggio perché non te ne potrai sbarazzare nel giro di pochi istanti.

Cominci ogni nuovo libro leggendo le pagini inziali con un certo sospetto, quasi alla ricerca di quei segnali che possano certificare che è scattata la magia, che si è creata l’intesa e che l’alleanza tanto voluta è finalmente nata. Perché, alla fine, leggere è tutta una questione di fiducia: passi del tempo in compagnia della sue pagine e ti affidi alle sue parole, ti consegni alla sua narrazione, senza avere la più pallida idea della destinazione finale. Il libro ti conduce e tu ti lasci accompagnare, mettendo ogni passo dietro al suo e concedendo all’autore il potere determinare la direzione, il ritmo e la meta. Forse è a motivo di questo affidamento che ogni inizio è sempre dominato da un sano e naturale senso di diffidenza.

Poi, ad un certo punto, qualcosa accade, inspiegabilmente e imprevedibilmente: come tra due persone in carne ed ossa, scatta una scintilla, una sintonia, una simpatia, un affiatamento. È il momento in cui tra l’autore ed il lettore si genera un’intesa, una fiducia reciproca, un patto che consente alla lettura di procedere con tutt’altro passo. È solo allora che le pagine scorrono fluide e dense sotto i tuoi occhi; è solo allora che non temi di iniziare un corpo a corpo con ogni parola, con ogni aggettivo e verbo, sapendo che quella battaglia è qualcosa che merita di essere combattuta e, se possibile, vinta. Quando tutto questo accade, beh, allora la magia della lettura sprigiona tutta la sua inebriante bellezza: allora ogni pagina diviene un piccolo tesoro di emozioni e di pensieri, di movimenti impercettibili dell’anima e di abissi che ti si spalancano davanti agli occhi. Sono quei momenti in cui il tempo cessa di scorrere e solo il voltare delle pagine segna il divenire delle cose.

Sono attimi preziosi, spesso unici e misteriosi, mai banali e spesso disorientanti, in cui comprendi che la parola sa creare mondi e sa dipingere universi nei quali possiamo abitare da uomini liberi.

Pensieri e Silenzi

passi nel buio

Sono uscito per una passeggiata quando già il sole era basso e le prime ombre iniziavano ad invadere i campi attorno a me. Insieme ad un amico ci siamo immersi in quella strana atmosfera che crea il sole quando incontra la terra, illuminati da una luce tenue, sempre più tenue, che adombra le cose, avvolgendole in un manto che ne protegge i colori e le forme. Muoviamo i passi in un ambiente che si fa, minuto dopo minuto, sempre più opaco, solitario, silenzioso e fosco. Entriamo dentro una atmosfera che perde concretezza, spessore, realtà. Camminiamo e parliamo, parliamo e camminiamo, e il nostro discorrere viene come inghiottito dalle ombre, circondato da un’aria strana, da un’assenza di luce che, inevitabilmente, condiziona la parola.

Accade sempre così: quando uno dei nostri sensi si attenua, gli altri, come a compensare la perdita, diventano più vigili, più sensibili e ricettivi. E così, a motivo della cecità degli occhi, si attiva la ricettività dell’udito, quell’attenzione ai suoni che probabilmente non avresti mostrato in piena luce. Ogni parola esce dalla bocca pesante, forte, intesa, perché è capace di rimbombi inauditi, di echi penetranti e di risonanze vivide. Odi il ritmo delle parole, il tono della voce, i sussulti e le pause, le intonazioni e quelle piccole variazioni che mai avresti notato. Anche la conversazione si fa più lenta, intima, personale, perché l’oscurità dei campi in realtà propizia uno sguardo introverso ed accende una luce intensa sull’anima. Le parole escono come suoni anonimi giacché perdono la connessione con il viso e con la sua espressività. Rossore e vergogna, imbarazzo o pudore smettono di essere delle staccionate che limitano il dire. Nel buio forse puoi dire un po’ quello che vuoi, quello che lo spirito ti suggerisce, quello che dal cuore trabocca. Parli ed affidi le tua parole all’altro senza poter controllare la sua reazione, senza poter misurarne l’effetto. Dici e ti affidi, proprio come fa il piede che, ormai maldestramente guidato dall’occhio, si affida alla strada che sente sotto di sé.

Camminiamo e parliamo e celebriamo l’incontro delle anime, la sintonia delle parole e l’intimità dei cuori che solo la notte regala.

Parola e parole

tu sei mio figlio!

A Dade, Fede, Lele, Samu, Marta, Ste, Alby, Ale, Pippo, Andre, Giò, Lollo e Luca

Tu sei mio figlio, l’amato!”: parole che sanno cambiare la vita, che possiedono il potere di dare un nuovo slancio all’esistenza, che regalano un diverso punto di vista sulle nostre giornate.

Ci sono per tutti attimi in cui percepiamo la nostra radicale solitudine, in cui ci sentiamo stranieri in ogni dove, quasi fossimo marziani precipitati sulla terra. “Chi sono?” è la domanda che in maniera più o meno consapevole e intensa accompagna i nostri giorni. Per quanto ci possiamo illudere di silenziare questo interrogativo così esistenzialmente scomodo, non ci accontentiamo di sopravvivere in qualche modo su questo pianeta. Non ci basta arrivare alla fine della giornata, riempire il nostro stomaco o scaricare un po’ di pulsione in relazioni che placano l’appetito ma non saziano la fame.

Non appena abbiamo il coraggio di fermare la corsa vertiginosa che ci distrare da noi stessi, è facile ascoltare dentro di sé questo flebile interrogativo che ci attraversa l’animo come una spada affilatissima: “chi sono?” “dove sto andando?”, “che ci faccio qui?”, “perché tutto questo?”.

Ecco la salvezza: accogliere una voce che ci chiama figlio. “Tu sei mio figlio!”, tu sei nell’essere come l’atto di una scelta di amore, come l’esito di una donazione di vita e di luce. Tu sei parte di una storia, sei frutto di una tradizione, sei l’ultimo anello di una lunga catena di figliolanze e paternità che affondano le loro radici all’inizio del tempo. È anche questo essere un figlio: sentirsi parte di un racconto, di una epopea, di un movimento di dono-e-consegna, di traditio-e-reditio, di grazia-e-accoglienza. Essere figlio è non sentirsi soli, è non sperimentare un isolamento esistenziale che toglie il fiato e accieca la speranza. “Tu sei mio figlio!”.

E “tu sei l’amato!”, colui che ho scelto, prediletto, eletto, individuato tra la folla per fare di te un “tu” personale ed unico. Quante volte siamo alla bramosa ricerca di uno sguardo capace di vederci, di eleggerci nella nostra singolare unicità, di farci sentire capiti, voluti, sottratti all’obblio, custoditi dall’anonimato, rivestiti di cura e di attenzione! Lacan ci ricorda che l’amore è sempre cura del nome, di quella singolare unicità che fa di noi un ”io” irripetibile e singolare, semplice e perfetto, diverso e straordinario.

Tu sei mio figlio, l’amato!”: come vorrei che ciascuno sentisse queste parole come rivolte in maniera unica e personalissima a se stesso! Come mi piacerebbe che sentissimo sulla pelle la forza e la profondità di questa dichiarazione di amore e che essa  risuonasse come una parola buona nella nostra vita, come un annuncio di speranza, come un barlume di senso, come un invito a non mollare, a non abbassare lo sguardo, a tenere alto l’orizzonte dei nostri sogni!

Tu sei mio figlio, l’amato!”: ricordiamocelo nei tempi bui e di tenebre, quando tutto ci parla di fallimento o di dolore! Teniamocele strette queste parole quando ci sentiremo a terra, delusi, sconfitti e immeritevoli di ogni cosa. È proprio in quelle tenebre che queste dolci parole accenderanno una piccola luce, romperanno la disperazione e ci schiuderanno, con mite dolcezza, il dono delle speranza.

Parole di carta

Natale: che stupore!

Natale è la festa dello stupore, del dono inatteso, dell’accadimento imprevisto, dell’avvenimento sorprendente. Basta leggere alcune pagine dei Vangeli, che raccontano questa nascita tanto attesa quanto impensabile, per rendersi conto che è la meraviglia l’atteggiamento che attraversa questo tempo dell’anno. Maria, Giuseppe, i pastori, i Magi, la gente, Simeone ed Anna, persino Pilato sono tutti esterrefatti per quello che è accaduto, per un evento che nessuno di loro avrebbe mai messo in conto di vivere o di cui essere spettatore.  

Anche oggi la sorpresa è la cifra più vera di questi giorni a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno: mi chiedo se il nostro scambiarci regali o fare doni ai più piccoli, non siano in realtà gesti che vanno al cuore della questione: quella di farci nuovamente sperimentare la meraviglia per quello che accade, lo stupore per l’esistenza, la sorpresa per il bene che ci viene elargito senza che magari lo abbiamo chiesto.  In un mondo che pianifica, prevede, progetta, valuta, definisce, pronostica e controlla, sperimentare nuovamente la meraviglia dell’inatteso e lo stupore dell’ineffabile non è certo cosa da poco. Significa guardare all’esistenza, almeno per un attimo, da un punto di vista differente e forse un po’ eretico: quello che fa del dono, dell’attesa, della speranza e della fiducia la grammatica della vita, il vocabolario dell’esperienza.

Ma da dove genera questa sorpresa, dove nasce la meraviglia, dove si accende lo stupore? Cosa rende i nostri occhi pieni di sorpresa, quale sbigottimento sequestra il cuore, quale notizia scuote il nostro sonno pigro? “Lo stupore cristiano non trae origine da effetti speciali, da mondi fantastici, ma dal mistero della realtà: non c’è nulla di più meraviglioso e stupefacente della realtà! Un fiore, una zolla di terra, una storia di vita, un incontro… Il volto rugoso di un vecchio e il viso appena sbocciato di un bimbo. Una mamma che tiene in braccio il suo bambino e lo allatta. Il mistero traspare lì.” (Francesco, omelia al Te Deum, 31 gennaio 2021)

C’è lo stupore dell’irrealtà, di quanto ci porta lontano dalla quotidianità delle cose, di ciò che spalanca verso dimensioni etere, mistiche, luoghi nebulosi ed esotici, atmosfere oniriche, falsamente spirituali, posti dove la suggestione si mescola con la fantasia e l’utopia. E poi c’è la meraviglia tutta cristiana di un bambino che nasce, di un corpo debole e indifeso, di una realtà talmente misera da rischiare di essere irrilevante. Eppure “il mistero traspare da lì”, da quelle cose feriali e banali che abitano le nostre esistenze, da quella quotidianità fatta di terra, di volti, di incontri, di fiori e di sguardi, di abbracci e di tocchi. Il Natale ci racconta e ci testimonia che la nostra povera carne sa custodire il Mistero della Vita, che le cose sono assai più “dense” di quello che i nostri occhi sanno intravvedere, che c’è “un di più” nelle banali ore dell’esistenza che chiede di essere riconosciuto, accolto ed onorato.

Mi chiedo se non sia questo un buon augurio che ci potremmo fare vicendevolmente per il nuovo anno: quello di custodire quel divino senso dello stupore che ci fa scorgere la bellezza della vita dentro ogni piccola cosa, dentro ogni timida gioia ed ogni acuto dolore; quello di alimentare lo sguardo che sa scorgere oceani dentro una pozzanghera e orizzonti infiniti al di là del pezzetto di cielo che scorgiamo attraverso le finestre di casa nostra.

Pubblicato su Il Cittadino di oggi

Affetti e Legami

non possiamo decidere chi amare

Non possiamo decidere chi amare. Possiamo scegliere cosa mangiare, dove andare, che lavoro fare e che persone frequentare ma chi amare no, non è qualcosa che è in nostro potere.

La vita riserva per sé questa scelta tanto importante quanto impegnativa. Concede a noi piena libertà su ogni cosa ma non ci riconosce questo potere: quello di scegliere a chi ci possiamo legare, a chi possiamo aprire il nostro cuore e chi sia davvero importante nella nostra vita. Non chiedetemi perché, non conosco la risposta di questa domanda.

Eppure questo anno che si è appena chiuso mi ha insegnato proprio questo: che alcune decisioni non ci appartengono.

Così incontriamo delle persone sul nostro cammino, le conosciamo, entriamo in una relazione sempre più stretta con loro e finiamo per voler loro bene, senza che tutto questo sia frutto di una vera scelta o di una chiara determinazione. Amiamo in modo misterioso ed un po’ imprevedibile, talvolta irrazionale ed incomprensibile. Amiamo non certo come un gesto casuale o accidentale, ma come un atto di obbedienza alla vita, come la risposta ad un appello, come il riflesso ad una proposta. Amiamo provocati dall’esperienza, stimolati dall’esistenza e dai suoi incontri, ispirati dai nostri sentimenti e dalle nostre intuizioni.

Intendiamoci: ciò non significa che amiamo sempre le persone giuste, quelle che corrisponderanno al nostro affetto, quelle che saranno all’altezza del nostro dono. A dire il vero, amare chi poi sa ricambiare pienamente il nostro affetto appartiene alla categoria “miracoli” di cui talvolta la vita è prodiga, ma non certo alla normalità dell’esistenza.

Nonostante questo rischio di fallimento, la ferrea regola della vita non muta: non sta a noi decidere chi amare.

La vita mette sul nostro cammino persone che, lentamente, ci diventano care, vicine, familiari. Esse rappresentano gli amori imprevisti della nostra esistenza, quelli che, come il granello di senapa di evangelica memoria, sono i più piccoli di tutti i semi del nostro giardino ma che, crescendo, diventano gli arbusti più grandi, tanto che gli uccelli trovano il nido tra le loro fronde.

C’è un aspetto affascinante di questi “amori imprevisti”: entrano nella nostra vita liberi dai nostri progetti e ci restano indipendentemente dai nostri capricci o bisogni. Sono amori indisponibili, un po’ rocciosi, talvolta pure un poco incomprensibili e misteriosi. E forse proprio per questo quelli più resistenti e leali.