Storia e Tempi

curiose inversioni

Chi limita oggi la nostra libertà è il virus non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo”. Sembrerà una banalità la frase di Mattarella ma evidentemente il presidente ha sentito il bisogno di ribadirla alla luce dei “movimenti” degli ultimi giorni.

Curiosa inversione tra mezzi e fini. L’illusione di credere che sia colpa del medico la malattia e che sia la terapia la causa del malessere e non il morbo che ha aggredito il corpo.

Non è così strano se ci pensate bene: accade spesso con i bambini. La confusione tra causa e conseguenze è piuttosto comune in giovane età, sicché è frequente colpevolizzare chi previene dal rischio rispetto alla minaccia del rischio stesso. Un po’ come illudersi che sia la chemioterapia il motivo del male invece che il tumore che ammorba il corpo.

Eppure stupisce che un tale consapevolezza nasca da gente adulta e matura (sic!) che dovrebbe essere in grado di riconoscere le cause di questa situazione pandemica. C’è sempre sotto la medesima (subdola) ragione: la fatica a fare i conti con la cruda durezza della realtà con l’inevitabile tentazione di trovare qualche colpevole su cui riversare le colpe.

È decisamente più rassicurante pensare che sia colpa del lockdown o delle misure di contenimento del virus se non possiamo fare tutto quello che vorremmo. E che sia il green pass la causa della limitazione delle nostre libertà personali e collettive. Il governo, il CTS, i medici ed i politici sono sicuramente persone assai più identificabili e accusabili rispetto ad un microscopico virus che circola nel droplet della respirazione. Più facile scaricare rabbia e frustrazione su qualcuno di ben visibile, rispetto ad accettare la frustrazione di una situazione che, ahimè, nessuno di noi può pienamente controllare ed indirizzare. Così come è più rassicurante pensare che sia tutta una invenzione, che ci sia un grande complotto di Big-Pharma, che sia tutto un “magna-magna”: questa visione strabica ci assolve dalla fatica di guardare in faccia il nemico misterioso difficile da combattere.

La creazione complottista e un po’ paranoica del nemico immaginario è tipica di chi fatica a misurarsi con la realtà delle cose e preferisce trastullarsi in un universo immaginario e un po’ autistico.

Parole d'autore

Fare niente per sentirsi vivi

C’è nelle vacanze una dimensione che purtroppo è negata e contraddetta, nonostante le intenzioni dichiarate da chi parte, prende le distanze dal quotidiano e dunque va in vacanza, intraprende il viaggio per vacare. In realtà vacare non è così facile, non è automatico, soprattutto se si pensa che contiene in sé l’idea del “far niente”.

Che cosa significa “far niente”? Significa darsi del tempo per non fare quello che fanno gli altri: fare il bagno, fare una passeggiata … “Far niente” significa sentire che si esiste, sentire che si è vivi e dunque godere di essere al mondo, assaporare l’istante. Durante tutto l’anno si agisce, si fa, ma si può anche “far niente”, cosa più facile da dirsi che da vivere. Ci sono uomini e donne che non riescono mai a “far niente”, perché agire li nutre; non hanno mai tempo per “far niente”, perché hanno sempre da fare, e così a poco a poco diventano incapaci di fermarsi dal fare.

Sì, ci sono uomini e donne che, giunti in vacanza, pensano subito a vuotare le valige, a mettere in ordine, a fare programmi, a stabilire cosa fare al mattino, a mezzogiorno, alla sera… E poi c’è l’erba del prato attorno a casa da tagliare, immergendosi in un rumore assordante; e si trovano molte altre cose da fare, pur di non fermarsi a “far niente”. “Far niente ci angoscia, fare molte cose ci rassicura. Faccio dunque vivo, e quando mi presento agli altri dico quel che faccio; se faccio nulla non so neanche parlarne, e poi mi prende la noia, la stizza …”.

Eppure fermarsi e “far niente”, in modo consapevole, significa sentirsi come un albero, una pietra, una cicala adagiata su un ramo, una nube in cielo: ci sono molti soggetti attorno a me che sanno “far niente”… “Far niente” diventa allora sentire un legame, una comunione con ciò che mi sta attorno. E sento di vivere, tranquillamente, mi sento contento di nulla e di tutto ciò che esiste. E capisco che passo giorni e giorni senza sentirmi vivere, senza essere consapevole che esisto e che è bello vivere: non sono una macchina che fa!”. Arte non solo per riposare il «far niente», ma arte per vivere e diventare sapiente.

Enzo Bianchi su Repubblica del 26/07/2021

Storia e Tempi

“sono per la libertà…”

Confesso che, in tutta onestà, fatico a capire le ragioni di coloro che rifiutano la vaccinazione, i cosiddetti No-VAX. Comprendo benissimo la paura e la preoccupazione per i possibili effetti collettarli di un farmaco che ha avuto poco tempo per la sperimentazione e che, anche quando  sarà ampiamente testato, lascerà qualche residuo effetto collaterale. Capisco il sospetto e l’apprensione. Ma fatico a seguire i tentativi di argomentazione e giustificazione di queste paure.

Ecco: quando si passa dal timore all’argomentazione razionale, beh, lì non li seguo più. Certe paranoie complottiste, certe diffidenze antiscientifiche e soprattutto il rifiuto di aprire gli occhio sulla realtà con i suoi 130.000 morti e i moltissimi malati ed ospedalizzati, ebbene tutto questo lo trovo qualcosa al limite della stupidità e dell’ottusità. Gli eventuali dubbi iniziali dovrebbero essere stati ampiamente confutati da come stanno andando le cose: non sono fatti “opinabili” la riduzione dei malati, la ridotta incidenza sui ricoveri e il calo della morbosità del virus. Sono cose sotto gli occhi di tutti, per chi non li vuole chiudere.

Ma se fatico a capire certi pruriti antiscientifici, capisco ancora meno il comportamento irresponsabile ed eticamente discutibile di una certa classe dirigente nostrana, che, ancora una volta, non perde l’occasione per capitalizzare in termini di consenso, i mal di pancia che inquietano il popolo italiano.

Prendete l’ultimo tweet del Capitano, nel quale, in maniera un po’ velata, lasciava intendere della sua avvenuta vaccinazione. Ci siamo abituati a vedere Salvini mentre mangia, quando fa colazione, quando fa acquisti, mentre balla o è in spiaggia, persino in camera da letto, insomma in ogni possibile occasione e circostanza. Penso che non sarebbe stato una violazione della privacy mettere una foto più esplicita della vaccinazione: che ne so, un cerotto sul braccio come abbiamo fatto un po’ tutti..  Invece no: la comunicazione resta ambigua, parziale, sempre sottotraccia, quasi a non lasciarsi compromettere o coinvolgere,… si preferisce qualcosa per continuare a tenere un ruolo istituzionale, quando serve, e a lisciare il pelo ai No-Vax, quando risulta più comodo.  Per non parlare poi della dichiarazione fatta alla stampa: «Non sono pro o no-Vax, sono per la libertà». Capite l’assurdità? Suona un po’ come dire: “io non sono pro o contro il codice della strada, sono per la libertà di circolazione”. Ma che idea di libertà ha in mente il Capitano? Voi lo capite?

Ci ricorda De Siervo, ex presidente della Corte costituzionale: “Mi muovo sul piano di ciò che è scritto nella Costituzione. Un articolo assolutamente essenziale, l’articolo 2, dice che la nostra convivenza è fondata sui “diritti inviolabili dell’uomo” ma anche  sui “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Tutto qui”. Essere un cittadino consapevole significa esercitare i propri diritti costituzionalmente sanciti ma anche onorare i propri doveri verso la comunità in cui si vive. Se si dimentica questo, essere per la libertà significa solamente essere per il libero arbitrio, che trasformerebbe il nostro paese in un far-west. Non serve essere un costituzionalista per capirlo.

Sarò un po’ ingenuo ma mi irrita la palese e sfacciata irresponsabilità di chi dovrebbe esercitare alte funzioni istituzionali, politiche e sociali. A loro sarebbe chiesto un “di più” che fatico a riconoscere nelle loro parole e azioni.

Del resto – chiosa ancora De Siervo  – siamo il paese dell’elusione fiscale a cui ora si aggiunge, con compiacenza di certa politica, l’elusione vaccinale.”

Parole di carta

ogni viaggio…

Qualche tempo fa c’era una pubblicità accattivante che compariva qua e là nella metropolitana di Londra, volta a reclamizzare l’efficienza del servizio pubblico inglese.  “Every journey matters” recitava la parte conclusiva del video: ogni viaggio conta, ogni viaggio fa la differenza, ogni spostamento è importante e, a suo modo, “importa”.

Ricordavo questo slogan ad effetto pensando al tratto di strada faticoso ed accidentato che abbiamo percorso fin qui ed al tempo incerto che ci attende nell’avvenire. Ogni pezzo di strada che facciamo conta per la nostra vita; ogni piccola tappa, ogni minimo traguardo, ogni impercettibile movimento fanno la differenza. Vale in generale per l’esistenza di ciascuno ma forse questa considerazione è ancora più vera in questo tempo di lotta e di incertezza.

Se guardiamo con un po’ di lucidità alla nostra vita, non è difficile riconoscere che ci sono tratti impegnativi e particolarmente significativi, tappe che hanno impresso un tono speciale a tutto il viaggio, mete che abbiamo raggiunto con orgoglio e audacia, con coraggio e successo.

Se accettiamo la sfida di andare un poco oltre le apparenze, siamo messi di fronte alla consapevolezza che ogni miglio percorso ha fatto la differenza, così come ogni passo compiuto con gioia e fatica ha di fatto composto la sequenza del nostro cammino. Pur nella imperscrutabile enigmaticità che avvolge l’esistenza, ogni sosta vale, ogni pausa, ogni deviazione o arretramento, ogni fuori pista o deragliamento, smarrimento o ritrovamento, ogni caduta o sbucciatura. Ogni singolo istante è stato importante per dove siamo arrivati.

Non “pesano” solo gli eventi clamorosi, quegli istanti in cui abbiamo tagliato il traguardo a braccia alzate e con la gioia sul volto. Conta ogni singolo momento, anche quello triste e affannato, quello doloroso e vissuto in solitudine, quello che ci ha inspiegabilmente ferito e offeso. Ogni minuto della nostra vita fa la differenza e ci conduce là dove siamo attesi.

Vale questo nell’economia “spiccia” della nostra piccola esistenza ma vale pure per il senso generale delle cose, nella catena degli eventi che compongono la storia che tutti stiamo scrivendo. Mi chiedo se questa consapevolezza non abbia in qualche modo a che fare con la parola speranza: quella “bambina da nulla” per usare un’espressione di Charles Peguy, che “avanza tra le sue due sorelle grandi e non si nota neanche…”. Professare che ogni viaggio conta significa in fondo onorare la profondità di ogni istante, la bellezza di ogni attimo, la meraviglia di ogni minuto che attraversiamo su questa terra, anche quando esso ha il tono greve della lotta, il sapore amaro delle sconfitta, l’umore affranto della perdita.

Every night out matters, every discover matters, every moment matters, every match matters, every adventure matters, every chapter matters, every gig matters. Every journey matters!

Questio mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 15 Luglio 2021

Parole d'autore

No-SEM

“IO HO DECISO, NON MI FERMO AI SEMAFORI!
Io sono un NO-SEM.

Cioè, se tu vuoi fermarti ai semafori, liberissimo, mica te lo proibisco. Ma io no.

Il semaforo limita la mia libertà di movimento e la mia libertà di scelta individuale. Cose previste dalla Costituzione e dal trattato di Schengen, libertà di circolazione, avete presente?

Io ammiro chi crede davvero che i semafori siano stati concepiti per la nostra “sicurezza”.
Sul serio, senza ironia, capisco chi pensa che la vecchietta che attraversa la strada e non finisce sotto la mia macchina, poi PER QUESTO motivo campi altri cent’anni. E’ una cosa che ci hanno indotto a credere da sempre, indottrinandoci ben bene a partire dai nostri genitori (servi inconsapevoli, ahi loro).

Che poi, quelli investiti sulle strisce, siamo sicuri che non avessero altre patologie? Il 70% aveva problemi cardiaci, o problemi respiratori da raffreddore… Sono morti PER schiacciamento da auto o CON schiacciamento da auto, ma prima o poi sarebbero morti lo stesso? Non ce lo dicono…
Fatto sta che nessuno sottolinea mai quanto i semafori consumino elettricità (SOLDI NOSTRI), deturpino il paesaggio e discriminino i daltonici, perché queste sono verità scomode.

E il mainstream non vi verrà mai neanche a dire che ci sono fior di studi SCIENTIFICI che dimostrano al 100% che se un’automobile o un motorino va a forte velocità contro il palo di un semaforo si schianta col rischio anche di MORTE.
C’è tutta una letteratura al riguardo per cui i morti contro i pali dei semafori sono milioni. Però i media ne parlano bene e le autorità li impongono cercando di farci passare i semafori come una cosa per il “nostro bene”. (ah ah, sì vabbe’).

Si sa da tempo immemore che anche se una persona a piedi sbatte su un palo di semaforo poi ha delle conseguenze anche permanenti.
Ecco, tutto questo e tanto altro dovrebbe bastare ma non mi interessa fare proseliti, io racconto solo la verità, poi voi fate come volete, intanto io penso con la mia testa pur continuando a prendere multe e sanzioni perché ovviamente vado contro il sistema.
No problem, io proseguo nella mia battaglia illuminata e dico:
“No, grazie, io non mi fermo ai semafori”.”

Marco Romeo su Facebook

Parola e parole

venite in disparte e riposatevi!

«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» è l’invito che il Maestro rivolge oggi ai suoi discepoli di ritorno dalla missione di annuncio del Vangelo. Ce lo ricorda Marco nelle letture della liturgia odierna. Dopo molto faticare il Maestro riconosce che i suoi amici hanno bisogno di fermarsi per un poco a riprendere fiato. Nota infatti l’evangelista che “erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Il viaggio dei discepoli è stato assai fruttuoso e ricco di successi e tanta è ancora l’adrenalina che scorre nelle loro vene per le straordinarie opere di Dio ha operato attraverso di loro. Una tale eccitazione rischia di non far sentire la fatica e di restituire ai discepoli una percezione poco realistica di se stessi. Ecco che l’invito del Maestro è quanto mai opportuno ed “educativo”. Serve il tempo del riposo, della pausa, delle sospensione dalle attività e dagli impegni. È un po’ quello che stiamo sperimentando, chi più chi meno, in questi giorni di luglio: anche a noi è richiesto di fermare la corsa e di prenderci qualche giorno di vacanza

In questa sollecitudine di Gesù per i suoi però c’è però qualcosa di più di una semplice attenzione affinché le energie possa essere recuperate. È quel “qualcosa” che potrebbe animare anche i nostri giorni di riposo e di ferie. L’esortazione del Maestro al riposo solitario non ha solo uno scopo funzionale (quello di recuperare le forze) ma direi, prima di tutto terapeutico. Gesù invita i suoi amici a risintonizzarsi sui loro bisogni che rischiano di essere dimenticati nella passione per le cose da fare. “Ascoltate la vostra stanchezza” è come se dicesse loro, fate attenzione alla vostra fiacchezza, prestate cura al vostro camino affaticato.

C’è qualcosa di profondo nell’accoglienza della propria fatica e nell’onorarla con del sano riposo.  La nostra fatica, il nostro affanno ci ricordano il senso del nostro limite, i confini del nostro potere e le soglie a cui le nostre energie sono chiamate ad obbedire. Possiamo qualcosa ma non tutto; siamo attivi ma non onnipotenti, premurosi ma non infaticabili.

Una cosa ancora più profonda la nostra stanchezza ci indica: che abbiamo bisogno del mondo per sopravvivere. Ci serve i cibo, il riposo, la serenità, cose che non nascono da noi ma che possiamo accogliere come un dono. Non bastiamo a noi stessi, non siamo così emancipati di poter fare a meno di ciò che il mondo ci può regalare.

Onorare la nostra stanchezza significa riconoscere che siamo gente bisognosa, ossia gente in perenne relazione con il mondo, con gli altri, con le cose. Passare qualche giorno al mare o in montagna, al lago o in qualche città d’arte ci aiuti a constatare che, checché ne dica un certo individualismo post-moderno, siamo soggetti che vivono solo dentro una relazione con l’alterità del reale e con la ricchezza delle cose.

Riposare, in fondo, è onorare il legame radicale e vitale che ci lega al mondo.

Affetti e Legami

twin

Non so se sia vero che al mondo esista una persona che ci assomiglia davvero, ma credo che incontrare qualcuno che riconosci come un’anima gemella sia una delle esperienze più sorprendenti della vita.

Stupisce incontrare sul proprio cammino qualcuno che vede la vita come la vivi tu, che sente le cose come le senti tu, che abita il tempo con il tuo medesimo stile, con la medesima pazienza e che guarda al domani con la medesima speranza. Ti sorprende che tra miliardi di persone capiti sulla tua strada proprio qualcuno che senti talmente affine da considerare un gemello, un twin, qualcuno nato dallo stesso grembo e dalla medesima origine.

Generalmente pensiamo a questa anima gemella come qualcuno a cui ci lega un vincolo sentimentale, erotico, romantico: l’anima gemella sarebbe l’amore della nostra vita, la persona con cui condividiamo ogni attimo della nostra esistenza. Penso tuttavia che ciò che distingue l’amore con la A maiuscola non sia tanto l’affinità quanto la differenza: di te mi innamoro perché la tua diversità mi affascina, perché la tua alterità mi seduce, perché grazie alla nostra dissonanza possiamo creare una melodia unica ed irripetibile.

Trovo che questa affinità elettiva, questa simbiosi del cuore, appartenga più alla relazione amicale, a quel legame lieve e gratuito che connette persone anche quando non ne hanno una esplicita intenzione. È l’amicizia il grembo capace di generare “simpatie ancestrali”, congiunzioni mistiche, relazioni pienamente umani.  

Personalmente sento che c’è un segnale che cattura la mia attenzione e che mi induce a pensare che potrei avere davanti una persona diversa dalle altre: è l’uso che quella persona fa delle parole. Parlare non è mai un atto solamente “funzionale” (parlo per trasmettere un contenuto) ma possiede sempre un tratto rivelativo: quando parlo ti svelo chi sono, come sono, dove sono. Le parole che scelgo, il modo di formulare il pensiero, le cose con cui entro in risonanza, le cose che piacciono o che mi infastidiscono, sono tutti fattori che manifestano un pezzo della mia interiorità ed un angolo del mio cuore.

Gemello è colui che nota che i medesimi dettagli, che si commuove di fronte alla stessa immagine, che è animato dalle stesse preoccupazioni e che si illumina al suono delle stesse parole. Gemello è la persona presso la quale il cuore sente di trovare riposo.

Parole d'autore

corpi “indegni”…

C’è dunque l’esigenza di riprendere in mano il rapporto con il proprio corpo e con il corpo dell’altro non attraverso immagini idealizzate del corpo, bensì a partire dall’aspetto meno piacevole, quello della sofferenza. È quel che non vogliamo vedere, nel corpo dei carcerati picchiati e torturati, nel corpo di donne violentate, nel corpo degli scarti della società che non possiamo non incontrare.

Per noi ci sono di fatto dei corpi ritenuti “indegni”, ma anche l’umano che ha perso la sua forma e ha assunto l’indegnità richiede che si riconosca in lui la dignità umana. È soprattutto l’umano “senza qualità” a conservare quella dignità che invoca rispetto. A ciascuno dev’essere infatti riconosciuta la propria dignità non per ragioni religiose, non per obbligo penale vincolante, ma semplicemente perché ridotto a nulla: l’essere umano sfigurato genera la dignità in chi gli sta di fronte e accetta di incontrarlo, di assumere il peso di un’umanità avvilita, sprovvista dei tratti considerati necessari alla qualità determinata dalla maggioranza. Il rispetto della dignità è infatti fondato sulla nostra comune indegnità: la dignità umana, in effetti, non è un attributo dell’individuo ma una relazione, e come tale si manifesta nel gesto con cui ci rapportiamo all’altro che conosce l’abbrutimento e la dis-umanità.

Il corpo, non dimentichiamolo, permane il “luogo” della nostra iscrizione nel “senso” della vita. Nel corpo che mi accomuna a ogni umano e che da ogni umano mi differenzia e mi personalizza è incisa la mia unicità e la mia chiamata a esistere con e grazie agli altri. Il corpo, non scelto, resta però un compito da realizzare e questo rappresenta una grande sfida che richiede libertà, responsabilità e accoglienza da parte degli altri.

Così parlò Zarathustra: “Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza!”.

Enzo Bianchi su La Repubblica – 12 luglio 2021

Storia e Tempi

Bum ha i piedi bruciati

Bum è un piccolo peluche marrone, uno scimpanzè dai piedi bruciati. Bum è quel piccolo filo rosso che lega il racconto dell’attore protagonista con la vicenda personale e civile di Giovanni Falcone. L’interrogativo sul perché Bum abbia i piedi bruciati accompagna lo spettatore attraverso la narrazione intensa e convincente di Dario Leone, autore e interprete di “Bum ha i piedi bruciati”, monologo teatrale, ultima fatica dell’attore lodigiano, sulla vita e l’opera del magistrato siciliano ucciso dalla mafia.

Dario Leone conduce lo spettatore in un viaggio affascinante, a tratti commuovente, in altri rabbioso, attraverso gli eventi, gli incontri, i successi e le sconfitte di Giovanni Falcone e del pool di magistrati che con lui si sono resi protagonisti di uno dei momenti apicali delle lotta alla criminalità organizzata nel nostro Paese.

L’autore offre un squarcio realistico e affidabile di quei giorni, quasi una asciutta indagine giornalistica capace di mettere in evidenza il contesto siciliano del tempo, la rete di connivenza che garantiva vigore ed influenza alla rete malavitosa, così come l’innovativo approccio investigativo e di contrasto alle mafie “inventato” dal magistrato siciliano.

Il racconto “nudo” dei fatti è accompagnato, o forse sarebbe meglio dire animato, da continue incursioni nella vita privata e personale di Falcone: la sua gioventù, gli affetti, le passioni giovanili, le amicizie, l’amore per il mare e per la sua terra, le delusioni e l’isolamento di cui è stato vittima. Le parole appassionate e potenti di Leone restituiscono un Giovanni a tutto tondo: uomo, marito, magistrato, amico, uomo delle istituzioni e servitore dello Stato, cercatore di giustizia e investigatore fine ed acuto.

Dario sa coinvolgere lo spettatore in una densa maratona di parole, gesti, musiche ed immagini, in uno spettacolo che, sebbene recitato da un solo attore, non perde efficacia e trasporto. La scenografia essenziale, le immagini e le musiche proiettate sui pannelli,  i gesti misurati ma sapientemente ricercati e studiati, gli inserimenti di musiche e video sanno rendere il clima di quegli anni, tra Totò Schillaci e Maradona, il pool antimafia ed il maxi-processo alla cupola mafiosa.

C’è un filo che cuce insieme questo intenso spettacolo: la passione civile, l’impegno generoso, il desiderio di giustizia ed il sentimento viscerale per il bene comune, che emergono dalla vicenda personale e civile di Giovanni Falcone e dalla parole intense di Dario Leone. Dario sa testimoniare un amore per la giustizia, un senso dell’etica comune, una responsabilità per le vittime della storia che trovano il loro punto sorgivo nella vicenda di Giovanni Falcone ma che l’attore fa proprio, come creando una eco fedele e veritiera, convinta e assolutamente personale.

C’è un coraggio civico che anima questa piece teatrale, il gusto della lotta, della denuncia, l’ardire di non voltare lo sguardo altrove ma di guardare in faccia la crudeltà della vita, le sacche di ingiustizia e violenza che ancora la abitano ed il coraggio di alcuni eroi laici che, ancora oggi, dopo molti anni dal loro assassinio, sanno interrogare le coscienze e smuovere gli animi.

Storia e Tempi

ddl Zan

Il “genio femminile” non lo si ritrova solo nei gesti concreti e quotidiani delle donne ma ne riconosci la presenza anche nei pensieri e nelle parole profonde che esse sanno pronunciare, andando al di là dell’ovvio e offrendo un punto di vista non solo originale ma decisamente suggestivo.

Ritrovo questa particolare sensibilità nella dichiarazione che l’associazione delle teologhe italiane ha voluto rendere pubblico in occasione del dibattito attorno al ddl Zan, di cui tutti abbiamo più o meno letto. Ho apprezzato questo comunicato perché, con singolare equilibrio, è capace di guardare in faccia alla realtà, riconoscendo le luci e le ombre del testo in discussione al Senato.

Da un lato le teologhe italiane evidenziano immediatamente il bene che è in gioco, stabilendo le necessarie priorità etiche e politiche:   

“Tuttavia è scaduto il tempo per gli indugi: sono assolutamente insopportabili e inaccettabili le cattiverie, le chiusure, gli insulti che feriscono le sorelle e i fratelli omosessuali o che affrontano difficili e delicati percorsi psicologici e sanitari per sintonizzarsi con sé stessi e con la loro esperienza intima. È ora di scegliere da che parte stare. Non dalla parte di chi giudica senza capire, non dalla parte di chi vuole controllare la grazia di Dio, non dalla parte di chi teme che le differenze possano corrompere il bene, non dalla parte di una cultura che misura l’amore senza mai riferirsi alla disponibilità di dare la vita per coloro a cui vogliamo bene.

I dibattiti a cui abbiamo assistito finora sembrano schiacciati da una concezione misera di pluralità e da una cultura affettiva senza differenze, finendo per mancare l’essenziale: si tratta di nominare come fuori legge tutto ciò che offende, discrimina, emargina e violenta le storie d’amore impreviste, così come abbiamo imparato a condannare tutto ciò che denigra e umilia le persone disabili o le donne (almeno sulla carta).”

Questa pressa di posizione netta e “senza se e senza ma” affinchè la legge venga votata, non impedisce tuttavia alle studiose di sottolineare anche i tratti di problematicità che attraversano il testo :

“Una volta espressa questa nostra chiara posizione di fondo, ci permettiamo anche di muovere alcune critiche al linguaggio che la proposta di legge ha assunto: è un linguaggio problematico per come usa le categorie di sesso e di genere e per l’antropologia sottesa al testo, che tende a separare, anziché a distinguere, il piano dell’esperienza corporea sessuata da quella più propriamente interpretativa. È come se non si riuscisse a cogliere che l’esperienza corporea è già fin dall’inizio psichica e che l’esperienza interpretativa, personale e sociale insieme, è fin dall’inizio in qualche modo radicata nei corpi. Dovremmo sapere – le donne solitamente lo sanno – che la differenza sessuale è il segno della finitezza di ogni vita che viene al mondo, e che questa differenza è al contempo biologica, psichica, simbolica e sociale e che con tutti questi tratti essa si fa storia. Invece ancora non lo abbiamo capito. È dunque questo lavoro ermeneutico a essere urgente e dovremmo iniziare a farlo nelle scuole, nelle nostre catechesi, nelle nostre famiglie. L’omotransfobia si evita così, con un’educazione alle differenze.”

La teoria del genere – mi permetto qui io di ridire – oltre che ancora oggetto di studio e di riflessione non unanimemente accettati, si mostra poco capace di restituire una visione ricca e unitiva della persona umana: se è vero che l’identità di genere non di risolve nel puro dato biologico o genitale, è altrettanto vero che, come ricordano le teologhe, esso si origina in una esperienza corporea che la teoria del genere tende troppo sbrigativamente a bypassare. La pretesa di sancire in una legge un concetto che richiede ancora approfondimento e studio, rischia di essere un gesto non solo forzato ma anche un po’ ideologico.