Storia e Tempi

In viaggio – 7

Visibile ed invisibile.

C’è un altro tratto che caratterizza il passo del viaggiatore rispetto a quello del turista.

Chi si mette in cammino per turismo va alla ricerca di quanto cade sotto i suoi occhi: monumenti e paesaggi, chiese e castelli e conserva la loro memoria nella propria mente o nella propria macchina fotografica.

Coloro che invece hanno il piglio del viaggiatore é come se si dotassero di speciali occhiali che permettono loro di vedere oltre le cose, di contemplare quanto si nasconde sotto l’epidermide del reale. Essi sanno “sentire” la cultura in cui sono immersi, sanno “odorare” i valori di cui é intriso un popolo, riescono persino ad immergersi nei sentimenti collettivi e a nutrirsi della spiritualità di quella comunità che attraversano lungo la via. Il viaggiatore è capace di scorgere quanto si cela sotto la crosta delle cose per afferrarne come il tesoro nascosto, sapendone assaporare e gustare il sapore.

Il turista vede ciò che appare. Il viaggiatore vede ciò che non è possibile vedere.

Sono debitore per questa bella intuizione a mons. Giuseppe Pasotto, amministratore apostolico del Caucaso.

Storia e Tempi

In viaggio – 6

Con passo lento

Ogni viaggio possiede sempre una dimensione onerosa, faticosa, spesso pure dolorosa ed irritante. É quella parte di viaggio che sfugge al nostro controllo e alla nostra presa. É quel tratto di imprevedibilità che ogni viaggio, che si dica tale, sempre presenta, quell’elemento di misteriosa incontrollabilità che si presenta furtivo sul nostro cammino, sia esso quello del nostro peregrinare o del nostro vivere.

Ci piacerebbe che le cose andassero secondo un programma piano e lineare, seguendo le previsioni che ci siamo costruite nella nostra testa. Vorremmo che il viaggio rispettasse ritmi e tempi che abbiamo accuratamente definito, con dovizia di particolari e dettagli.

Ed invece ogni viaggio – e la vita non fa eccezione – include sempre qualcosa che all’inizio non avevi preventivato, arrivando spesso a scompigliare tutti i programmi, spazzandoli via come fa il vento d’autunno con le foglie secche.

Tutto questo ci irrita terribilmente perché ferisce la nostra aspettativa di governo delle cose, ricordandoci, senza alcun tatto, la nostra natura carnale e limitata, esposta continuamente all’imprevedibilità dell’esistenza.

Forse è per questo che viaggiare ci fa così bene e ci accresce in umanità…

Storia e Tempi

In viaggio – 5

Memoria e dimenticanza

Una cosa che mi affascina e mi meraviglia di ogni viaggio é quello strano equilibrio che si instaura tra l’esperienza del ricordare e quella del dimenticare.

Si viaggia anche per lasciare i soliti pensieri e le solite preoccupazioni, per prendersi un po’ di tregua dalle usuali incombenze e per sperimentare quella benedetta leggerezza che ogni viaggio porta con sé.

Eppure in questa strana “bolla esistenziale”, che é ogni viaggio, pare che i ricordi riaffiorino con particolare vigore ed insistenza. Addirittura emergono cose a cui non pensavi da tempo e che erano ormai scivolate nel ripostiglio del cervello.

Ma ecco che il viaggio funziona come una calamita per i ricordi più pesanti, ossia quelli che, essendo così ingombranti ed importanti, sono finiti sotto tutto, sommersi dalla pila di altri pensieri che li hanno sovrastati.

Ti ritrovi così a pensare a cose a cui da tempo non prestavi attenzione o a riflettere su dettagli che ti erano sempre sfuggiti o che avevi rimosso.

Il viaggio vive di questa singolare dinamica di memoria e dimenticanza, di cose che scompaiono e di cose che ritornano, di pensieri e parole che cedono la scena ad altri che risuscitano dal passato, come indelebili tracce mnestiche.

Storia e Tempi

In viaggio – 4

Sentirsi a casa.

Che cosa distingue un viaggiatore da un vagabondo? Cosa rende un viaggio differente da un semplice vagare? Secondo me il desiderio di una casa: una casa da cui si è partiti ed una casa verso cui ci si indirizza. C’è come una dimensione domestica in ogni viaggio, il senso di un porto da cui si é preso il largo e la nostalgia di un luogo a cui fare ritorno.

E nel mezzo tante piccole abitazioni di fortuna, a volte ampi alloggi con mille comfort, altre volte più modeste abitazioni con giusto lo stretto e necessario. Altre volte ancora vere e proprie bettole in cui trovare un precario riparo.

In tutti i casi dimore in cui sperimentare un senso di raccoglimento, di custodia e di intimità; posti in cui contrastare la dispersione dell’esistenza ed in cui provare quell’ineffabile sentimento di sentirsi a casa.

Storia e Tempi

In viaggio – 3

Salite e discese.

Che viaggio sarebbe se non ci fossero salite e discese, sentieri che si inerpicano verso la vetta e percorsi che ci portano in basso? Che viaggio mediocre quello che non prevede un procedere vario ed altalenante, in cui si succedono, con singolare varietà, avvallamenti e colline, dirupi e cime… quello in cui il paesaggio mostra una insistente e banale piattezza ed in cui lo sguardo non é costretto a scontrarsi con una salita o un declino!

Quanto la stessa esistenza perderebbe brio se non subisse quelle piccole o grandi scosse che si generano da inattese altezze o incomprensibili profondità.

Sono queste diversità di altitudini che generano passione ed intraprendenza, slancio e sbilanciamento da sé verso l’altro che ci interpella.

É proprio quello che suscita la contemplazione del monte Ararat dalla terrazza del monastero di Khor Virap, che custodisce la fossa profonda in cui fu imprigionato Gregorio l’Illuminatore, primo catholikos di tutti gli armeni. La vista del monte e la profonda fessura nella terra ci spinge ad alzare gli occhi, ma pure ad abbassarli, per non perdere un solo fotogramma dello straordinario film della vita.

Storia e Tempi

In viaggio – 2

La porta stretta.

Ogni viaggio si scontra prima o poi con una porta stretta, sia esso il viaggio della vita o quello della storia. C’è spesso un angusto pertugio che blocca la via e che chiede di essere attraversato con fatica e sofferenza. In questi momenti occorre abbassare il capo, ridurre la propria arrogante altezza e sforzarsi con tenacia e fortezza di percorrere quel doloroso valico, per non restare fuori, per non venire recisi dall’ordito della vita e non restare esclusi dalla fraternità umana.

Quanto dolore lascia quella tremenda attraversata! Quante cicatrici insanabili consegna all’esistenza!

Accade che sia una malattia, un dubbio, una separazione o un fallimento. Oppure una sconfitta, una delusione o il crollo dei nostri sogni personali o collettivi.

Accade pure che siano drammi comunitari, in cui sono le membra di un intero popolo ad essere irrimediabilmente piagate. Ne sa qualcosa il fiero popolo armeno che sente ancora oggi con straziante sofferenza le cicatrici di un genocidio che resta come un inconcepibile olocausto della sua storia.

É dura integrare questo ricordo nella memoria collettiva così come non è semplice accogliere queste porte strette nella nostra esistenza.

L’unica salvezza é abitare quel dolore ed abbracciare quella sofferenza, come una spina che ci trapassa il cuore. Ogni giorno.

Storia e Tempi

In viaggio – 1

“Vieni e vedi”.

Inizia così un viaggio: dalla curiosità di scoprire cose nuove, di andare e vedere un pezzo di mondo sconosciuto, spesso inatteso e inusuale. Ogni viaggio nasce dalla voglia di vedere con i propri occhi cosa c’è al di là del muro, cosa si cela al di là della siepe che circonda la nostra casa.

“Vieni e vedi” é anche l’invito che accompagna le esperienze centrali e decisive della nostra vita: un amore, una passione, un legame, un progetto o un cammino. Non c’è modo migliore per crescere che sperimentare l’ignoto, abitare quanto é sconosciuto, lasciandosi provocare dalla sua carica di spiazzante novità.

Storia e Tempi

il pecorino di George

Oggi non scriverò del “governo del cambiamento” che si è già arenato dopo soli 14 mesi di navigazione… partito con l’idea di trasformare l’Italia ha inanellato una serie di fallimenti impressionanti (dalla crisi economica all’isolamento europeo, dalle crisi aziendali irrisolte al fenomeno immigratorio ancora tutto lì da gestire, per finire con un buco nei conti economici ancora tutto da colmare…).

Solo una noterella a margine a proposito delle parole: nel 1912 il transatlantico dal nome leggendario di “Titanic” (che solo a nominarlo ti viene paura) affondò scontrandosi contro un iceberg nella sera tra il 14 ed il 15 aprile… era impensabile che una nave con un nome del genere potesse affondare… sempre in quegli anni, tra 1908 ed 1910 l’esploratore e navigatore francese Jean-Baptiste Charcot esplorò l’Antartide a bordo della sua imbarcazione dal nome più  modesto Pourquoi-Pas? (perché-no?)… lui andò e tornò con successo dalla sua spedizione… giusto per dire sulla pomposità dei nomi… a volta, come si dice in gergo, meglio “volare bassi”…

Veniamo a noi. Oggi invece volevo raccontare un fatterello minore e assolutamente irrilevante nell’economia complessiva delle cose: George Clooney va pazzo per il pecorino sardo. Il noto attore, dopo le sue frequentazioni sarde, si è innamorato del formaggio e se ne è fatto spedire la bellezza di 32 a Los Angeles in modo da poterlo offrire ad amici e futuri clienti. Pare anche che stia pensando di farci su del business… non male, eh…

Pensavo che siamo così “assuefatti” a vivere nel Belpaese che fatichiamo a riconoscere lo straordinario patrimonio di bellezza (in senso lato) che possediamo: monumenti, cattedrali, musei, quadri, ma anche paesaggio, mare e laghi, monti e colline. Ma poi anche il cibo: ricette, vino e pane, formaggi e carni, frutta e verdura e via dicendo. Pensate alla millenaria storia e cultura che è condensata in una fetta di pecorino sardo: quanta bellezza gastronomica, quanta arte, quanta sapienza e storia sono concentrati in un piccolo pezzettino di formaggio. Magari siamo sorpresi che uno straniero si innamori in questo modo di un semplice boccone di cibo, ma penso che sia davvero difficile per noi renderci conto della straordinaria bellezza in cui siamo immersi, la meraviglia dell’ambiente in cui viviamo, la preziosità della storia che abbiamo alle spalle.

Siamo davvero dei nani che camminano sulle spalle di giganti. Vediamo di ricordarcelo un po’ più spesso…

Pensieri e Silenzi

#buencamino

dedicato a tutti i giovani tornati da Santiago

C’è chi viaggia per partire e chi per ritornare; chi per lasciare la casa e chi per farvi ritorno.
C’è chi viaggia per passione e chi per dovere; chi con slancio, chi invece con passo dolente; c’è chi lo fa con gioia e chi mosso da un dolore; alcuni con entusiasmo, altri per disperazione.
C’è chi viaggia per conoscere e chi per dimenticare; chi per desiderio di andare “oltre” e chi nella speranza minima di trovare un “dove”.
C’è chi viaggia per cercare l’amore e chi dopo che l’amore è finito; qualcuno si mette in cammino perché sente un vuoto dentro e chi perché quel vuoto vorrebbe far scomparire.
C’è chi viaggia in cerca di una meta e chi solo per il gusto del cammino; chi per tagliare un traguardo e chi per non restare fermo.
C’è chi viaggia per incontrare gente e chi solo per incontrare se stessi.
C’è chi viaggia per mettersi alla prova e chi per uscire dalla prova che la vita gli ha messo sul cammino.
C’è chi viaggia per perdersi e chi per ritrovarsi; chi per dimenticare se stessi e chi per riprendersi tra le mani.
C’è chi viaggia con enormi bagagli e chi solo con il minimo indispensabile; chi con animo gonfio di pensieri e sentimenti e chi povero e misero, svuotato di tutto e di tutti.
C’è chi viaggia avendo preparato con cura il cammino e chi semplicemente mettendo un piede dietro l’altro, seguendo la propria stella.
C’è chi viaggia con coraggio ed audacia e chi con paura e timore.

Siamo tutti in viaggio, ciascuno con la propria passione, seguendo un proprio sogno o fuggendo un proprio fantasma.
Il viaggio ci appartiene o forse noi apparteniamo a lui.
La vita è un viaggio, un cammino da compiere un passo alla volta, talvolta verso qualcosa altre volte verso niente.

Ma sempre in movimento

Storia e Tempi

fuori tutti!

Mi piacerebbe che non sottovalutassimo la recente misura del presidente Trump che vorrebbe negare il permesso di soggiorno agli immigrati che dipendono dall’assistenza pubblica.  In pratica l’Immigration and Nationality Act stabilisce che chi cerca di entrare negli Usa non dev’essere un carico pubblico. Quindi braccia aperte per gli immigrati provenienti dalla Svezia, dalla Finlandia o dal Principato di Monaco. Coloro invece che provengono da aree meno fortunate, tipo Messico o altri paesi del Sud-America, beh quelli è meglio che se ne stiamo a casa propria. Il permesso di soggiorno potrà essere negato a tutti coloro che sono considerati “public charges”, ossia “a carico della collettività”. Questo include coloro che sono beneficiari di un sostengo per l’acquisto del cibo, di copertura medica pubblica o assegnatari di abitazioni popolari.

È il turbo-capitalismo che prende il sopravvento: in una società dei consumi e della competitività, è bene creare comunità di vita che siano il più possibili affini, non solo per cultura ma anche per reddito.

Badate: non è una invenzione del presidente americano ma è quanto accede di fatto nella realtà dei nostri Paesi. La grande possibilità di scelta e di movimento, che la contemporaneità ci offre, spinge, direi naturalmente, i gruppi umani a coagularsi per omogeneità di censo. D’altra parte perché dovrei accogliere nella mia comunità una persona che potenzialmente potrebbe ricevere meno di quanto può dare? Se lo stare insieme si fonda su relazioni di reciproco interesse e scambio, risulta sconveniente entrare in rapporto con coloro che sono più poveri di noi, dai quali non possiamo attenderci di ottenere alcunché.

Il punto è che questa tendenza “naturale” (anche se eticamente assi discutibile) viene ora sancita per legge. In tal modo lo stato perde la propria funzione di “mitigatore” della spinte individualiste ed egoiste e di fatto diventa il baluardo degli interessi di quella stretta cerchia di ricchi cittadini che si possono permettere una società “full comfort”.

Questo modello di convivenza ha una sua logica interna. Perché mai dovrei pagare per gli altri? Perché dovrei condividere il mio reddito e la mia ricchezza con altri che vengono a sottrarmela e a goderne ingiustamente? Da un certo punto di vista non fa una grinza il ragionamento…

Pongo solo due piccole osservazioni.

La prima di natura etica: siamo sicuri che una società incentrata sulla logica mercantile, in cui il tutto si riduce a qualcuno che dà e qualcuno che riceve, sia in grado di esprimere e promuovere la dignità umana nella sua interezza? Ossia sia capace di favorire lo sviluppo dell’uomo, di ogni uomo, di tutto l’uomo, sia esso povero o ricco, in una reciprocità che ci appartiene come tratto distintivo?

E poi una seconda nota di carattere economico: è in grado di reggere una economia che genera esclusi, che si chiude come una piccola cittadella fortificata? Sta in piedi un mercato che produce zone di altissimo benessere e sacche immense di miseria e povertà? Ha un futuro questo modello di sviluppo? È compatibile, non con l’esigenza etica, ma con le variabili economiche?

La storia, nel suo corso, ci ha già proposto modelli sociali analoghi: basta guardare al Sud-Africa di qualche decennio fa…Diciamo che gli esiti non sono incoraggianti…