Parole di carta

aversi a cuore

All’inizio di ogni anno ci prendiamo sempre dei buoni propositi per i mesi a venire: perdere peso, fare più attività fisica, leggere di più, imparare l’inglese, andare d’accordo con la moglie o la suocera… Mi piacerebbe se l’impegno per questo 2016 fosse quello di aversi maggiormente a cuore.

Non è un atteggiamento banale quello della cura verso se stessi. Nonostante quanto possa apparire ad una lettura superficiale, che tende a confonderlo con una forma infantile di narcisismo, prendersi cura della propria persona esige una attenzione dei sensi ed una determinazione della volontà purtroppo non scontati.

Se assumiamo la regola d’oro della morale, che ci invita ad amare gli altri come amiamo noi stessi, dobbiamo riconoscere che essa ci chiede di dedicare agli altri lo stesso affetto e la stessa cura che assicuriamo giustamente a noi stessi. Anzi, essa pare indicarci che il sano amore verso se stessi sia la giusta misura dell’amore che possiamo provare per gli altri. Sfortunatamente una certa morale un po’ stantia tende a farci sentire in colpa per ogni attenzione che rivolgiamo alla nostra persona, come se fosse una sorta di furto che facciamo agli altri, una ingiusta sottrazione di quanto dovremmo dedicare ai figli, al coniuge, agli amici o genericamente alle altre persone. Aversi a cuore invece è il presupposto necessario per amare in maniera “sana” gli altri: solo quando la nostra persona sarà stata adeguatamente onorata, nei propri bisogni ed aspirazioni, potremo abbandonare il sospetto che l’amore verso l’altro non dissimuli una forma triste di compensazione dei nostri bisogni non soddisfatti o dei nostri desideri frustrati.

Aversi a cuore è la capacità che abbiamo di ascoltare con attenzione quanto il nostro corpo, la nostra mente ed il nostro spirito ci dicono; è il coraggio di non trascurare tanti malesseri che talvolta abitano la nostra esistenza, ma riconoscere il valore rivelativo della loro presenza. E’ sapersi ascoltare nonostante, anzi attraverso, le fatiche e le preoccupazioni della giornata, riconoscendo che la nostra umanità e la sua intrinseca fragilità richiedono cura e rispetto. Prendersi cura di se stessi implica la custodia di quelle sfumature dell’umore, di quelle stanchezze esistenziali, delle fatiche che attraversiamo così come delle situazioni e delle persone che rappresentano per noi una boccata di aria fresca.  Penso che aversi a cuore significhi riconoscere con molta umiltà che la nostra umanità è segnata dagli incontri che facciamo, dalle esperienze che viviamo, dal dolore che patiamo e dalla gioia che ci illumina; proprio per questo occorre sempre fare attenzione, per quanto possibile, a ciò con cui veniamo in contatto, alle reazioni che il mondo sprigiona nella nostra interiorità, non per un vano intimismo o sentimentalismo ma nella consapevolezza che siamo il bene più prezioso che abbiamo e che non possiamo dare agli altri ciò che non possediamo o che possediamo malamente.

Temo che talvolta, dietro al rifiuto di una sana attenzione per se stessi, si nasconda una irrealistica immagine del proprio io, ancora segnata da un infantile e illusorio senso di onnipotenza. Purtroppo ci percepiamo come invincibili, forti, capaci di tutto, inabili a vedere le molte fragilità che ci accompagnano e che ci segnano. Aversi a cuore è allora un bell’antidoto verso questo io ipertrofico e megalomane; prendersi cura di sé significa riconoscersi come umani, ossia ricchi e fragili, forti e bisognosi, audaci e codardi. E’ abbracciare l’intera gamma delle nostre sfaccettature, quelle che più abilmente mostriamo come pure quelle di cui un poco ci vergogniamo o che nascondiamo. E’ accettare, anche dolorosamente, che non possiamo dare tutto a tutti; che le nostre energie sono limitate e che ci sono situazioni che facciamo fatica ad affrontare da soli. In fondo credo che la cura verso se stessi sia una misura del realismo che usiamo nel guardarci allo specchio.

Aversi a cuore è l’unico mezzo grazie al quale ciascuno di noi può giungere allo stupore per se stessi, scoprendosi abitato da una infinità di colori e suoni, e riconoscendosi unico e prezioso davanti agli altri e alla Vita; aversi a cuore è la Grazia di possedersi tra le mani, gioendo dei propri successi e fasciando le proprie ferite; è la possibilità di vivere ogni momento, superando la banalità delle cose e degli eventi, ma aprendosi al grande Mistero della Vita, grati del Suo dono e della sua chiamata all’esistenza.

questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio di LodivecchioMese

Affetti e Legami

padri

E’ proprio vero che è strana la vita: passi tutta la giovinezza a cercare di “differenziarti” da tuo padre e ti ritrovi, in età adulta, ad assomigliargli più di quanto pensi. Fai ogni sforzo per “abbandonare la casa di tuo padre” e scopri che tutto questo “correre lontano” ti ha semplicemente riportato a casa, ti ha reso ancore più “familiare” di quanto cercassi.

La cosa davvero sorprendente, e per certi versi inquietante, è che quella parte di me che più amo, quegli aspetti della mia persona che mi sono più cari, sono proprio quelli che ho ereditato da mio padre. La mia sensibilità, la mia attenzione, la mia stessa genitorialità portano tutte una impronta paterna. Davvero singolare quel cammino che ci spinge ad allontanarci dal padre per trovarci poi, alla fine della corsa, ancora più vicino a lui. Vi è un legame dei geni e degli affetti che sa creare somiglianze ancestrali ben più profonde e significative di quanto la nostra storia può plasmare; c’è un mistero di generazione e cura più forte delle singole vicende personali, una legge del cuore e dei sentimenti che travalica tempi e storie.

Molti anni fa incontrai per caso don Michele, che era stato il prete dell’oratorio di mio padre quando era giovane. Dopo che mi fui presentato come il “figlio di …” , mi disse una cosa che conservo ancora nella memoria: “ ti te pudarè ess el pusè brav de tuti, ma brav me to papà mai” (tu potrai essere il più bravo di tutti ma bravo come tuo papà mai). Allora rimasi sorpreso da quella affermazione. Oggi non posso che condividere la saggezza di don Michele e devo ammettere che questo pensiero mi rende molto orgoglioso.

Parola e parole

Nudi

Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò” (Giobbe)

A prima vista il pensiero di Giobbe appare un po’ cinico, disfattista, pessimista: come a dire “nulla ha valore”, “non ci sono cose meritevoli di cura”, “tutto andrà perso”. Penso però che, ad una lettura meno precipitosa, questa considerazione di Giobbe offra spunti interessanti.  Giobbe, a motivo di una strana “competizione” che avviene in Cielo tra Dio e Satana, si ritrova, dopo varie disavventure, completamente nudo: senza beni, senza affetti, senza rispetto e senza valore, malato ed abbandonato e con in più tre amici che gli fanno una bella lezione di teologia del dolore… insomma una condizione davvero poco augurabile.

Ciononostante Giobbe non perde il senso della propria dignità e della propria identità personale: anzi, proprio in forza di quella, ha l’ardire di aprire un contenzioso con Dio, che gli sarà riconosciuto come merito dal suo stesso Creatore.  Giobbe esprime la convinzione che la “nudità” è la forma del nostro “esistere all’origine” così come lo sarà “al compimento”. La nudità non è una disgrazia ma lo status proprio dell’uomo, la fotografia più realistica della sua condizione. C’è il sospetto che chi ci dice altro in qualche modo ci sta mentendo. Essere nudi non è uno stato di privazione ma di esaltazione della propria individualità, che nessun oggetto o possesso potranno aumentare o diminuire.

In fondo, le rassegnate e sagge parole di Giobbe ci ricordano che “noi” siamo il nostro bene più prezioso, che la nostra esistenza nuda e spogliata del superfluo è la sede del nostro valore. Possiamo sforzarci di vestire questa nudità con ricche vesti, preziosi gioielli, belle acconciature, ruoli sociali, potere e ricchezze…ma sono cose che non intaccano il nucleo essenziale di chi siamo.

Il grembo della vita ci ha generati in una splendida e nuda individualità: torneremo a nostra Madre esibendo quella medesima nudità come manifestazione carnale del nostro intrinseco valore.

Parole d'autore

sapienza – ripresa

“Tutti i sapienti sono sempre sapienti provvisori. Emanano la luce della sapienza solo mentre ne fanno l’esperienza. E tra una esperienza di sapienza e un’altra sono poveri e indigenti come tutti i viventi sotto il sole, parlano le parole di tutti, hanno la luce di tutti i volti. Quindi la luce speciale della sapienza è effimera, vive solo dentro uno specifico rapporto e finché dura l’esperienza. Non è accumulabile, non la possiamo conservare nei forzieri. Se la sapienza è dono-gratuità, non esistono sapienti per mestiere: «Sapiente, resta nei limiti: perché vuoi rovinarti?» (Qo 7,16).

La sapienza è lontana, profonda profondità. Nessun sapiente è sapiente sempre e per sempre. La sapienza è un’esperienza. Siamo sapienti se e fino a quando sperimentiamo la sapienza, e per quante parole sagge e luminose abbiamo detto in passato, non abbiamo nessuna garanzia di continuare a dirle anche domani. Possiamo solo sperarlo. Non c’è sapienza senza il rinnovo del suo miracolo di gratuità, qui e ora.

Per questa ragione non è vero che i sapienti sono sempre i migliori testimoni delle parole che dicono. La sapienza vera che dice parole che trasformano la vita degli altri non sempre riesce a trasformare la vita di chi le dice. La sapienza eccede sempre il sapiente, per quanto grande e testimone sia. Non è la vita morale del sapiente la prova della sua sapienza, non è la sua testimonianza la verità sulle sue parole. La prova della presenza della sapienza è lo splendore del volto e delle sue parole. È questo uno dei grandi misteri della gratuità-charis sulla terra.” (Luigino Bruni)

(Cfr. sapienza)

Affetti e Legami

sconfitte

I fallimenti più dolorosi e più difficili da digerire sono quelli legati all’educazione dei propri figli: sono bocconi amari da inghiottonire, un vero pugno allo stomaco. Nascono dalla percezione di aver mancato con loro in qualche modo, di aver perduto terreno prezioso, di essere ancora così dolorosamente lontani dall’obiettivo a cui tendevi. Ti danno un senso di vuoto, un dolore sordo allo stomaco, la nausea che accompagna ogni sconfitta, un fastidioso senso di impotenza ed insuccesso. Vivi quella urticante sensazione di “ripartire dal via”, di ricominciare dal principio, come se gli sforzi fatti precedentemente apparissero come illusorie proiezioni della mente. E’ come se, nel gioco dell’educazione, pescassi la carta “perdi tutto”, così, d’improvviso, senza ragione…

Il rapporto con i figli è capace di portarti, in un batter d’ali in paradiso e, poco dopo, nel profondo baratro; ti sa esaltare e demolire, ti fa sentire un uomo realizzato ed un pietoso perdente.

Tutta questa personale vulnerabilità verso i miei figli (bravi a farmi volare sulle nuvole o precipitare in fondo al mare), credo derivi dal fatto che il legame con loro è parte essenziale del senso che do alle cose, ai legami e più in generale alla vita. In questo legame genitoriale, croce e delizia della vita, investo una parte considerevole della mia gratificazione e realizzazione: li vivo come una parte significativa di me e del mio valore; ogni sconfitta in questo ambito è un fallimento doloroso da rielaborare ed duro persino da accettare.

Parola e parole

come uno specchio

Nel Vangelo di oggi, ambientato nella sinagoga di Nazareth, succede qualcosa di davvero speciale e allo stesso tempo di straordinariamente normale: attraverso la lettura di una pagina del profeta Isaia, Gesù ha la possibilità di far emergere la sua singolare identità, acquista maggiore consapevolezza di chi è, qual è il suo compito e la sua missione.

La Parola, come ogni parola, ha questa grande capacità: propizia l’affiorare della personalità individuale, dei propri tratti costitutivi e identificanti; la parola, detta ed ascoltata, è un po’ come uno specchio che ci ritorna particolari e dettagli di cui non eravamo particolarmente consapevoli o che non conoscevamo. La Parola, ed ogni parola, sono occasione e strumento per una rivelazione di se stessi, una auto-rivelazione. In fondo penso che non giungiamo a possedere la nostra identità da soli, ma grazie ad una parola che ci precede, ci interpella e ci ex-duca, ossia tira fuori quello che noi siamo, la parte più vera e profonda di noi stessi.

La Parola racconta chi siamo, ci narra delle nostre origini, rivela i tratti del nostro volto e ci sbilancia verso il futuro: Essa anticipa e prepara chi saremo, guida la costruzione della nostra immagine e affina la consapevolezza di noi stessi. La Parola ha davvero un potere creativo, capace di lavorare sulla nostra identità, plasmandone la natura e la forma.

Parole d'autore

sapienza

La sapienza esiste. Su questa terra non c’è niente di meglio che desiderarla e cercarla. Ma resta lontana, perché se si avvicina troppo scompare o si trasforma in altro, più semplice e banale. È qualcosa di molto diverso da quanto noi oggi chiamiamo intelligenza, talenti, saggezza, competenza, cultura. Queste sono delle forme di capitali che possiamo e dobbiamo gestire, far crescere, coltivare, che possediamo e dei quali siamo responsabili. La sapienza è altro. Non è uno stock di cui possiamo disporre. Interagisce con i nostri capitali naturali e morali, ma è diversa. Ci sono persone capaci di sapienza non particolarmente intelligenti, non erudite, con poca esperienza. È un dono che, come tutti i doni, dipende poco dai meriti. Anche i bambini sanno dire parole di sapienza. È un soffio libero che soffia e si posa dove vuole. Come la bellezza, la verità, la santità, la felicità, può e deve essere cercata, ma non è mai il semplice risultato di un progetto intenzionale. Non è una virtù, è un dono. Arriva, ogni tanto, solo quando abbiamo perso la volontà di dominarla.” (Luigio Bruni)

Pensieri e Silenzi

silenzi

Amo quei pochi di momenti di silenzio che la giornata mi concede: dopo un lungo parlare, parole dette e sprecate, è bello poter ascoltare il silenzio, nessun suono, in compagnia di se stesso, in contatto più diretto con la propria interiorità. Amo questi momenti perché non li sento in contrapposizione alle tante parole dette e ascoltate ma essi sanno rendere quelle parole più vere e meno superficiali. Si, il silenzio non è l’assenza della parola, ma la sua condizione di possibilità, l’elemento senza il quale non si da parola alcuna. La parola è possibile perché vi è un silenzio che la invoca e la propizia; la parola, in un certo quel senso, nasce in quello spazio che il silenzio le ha concesso. La ritrazione della MIA parola nel silenzio è invito e possibilità della TUA parola. Il silenzio è quel luogo in cui facciamo spazio a noi stessi e agli altri, in cui concediamo la possibilità di darsi di una parola altra, l’emergere di un’altra voce e con lei il disvelarsi di un altro volto.

Vi sono però silenzi insani, che talvolta urlano più di tante parole, e con molta più prepotenza. E’ il caso di chi usa il silenzio con tratto manipolatorio e prevaricante: questi ci costringe ad una attesa sottomessa alla parola altrui, usata come arma di dominio e di controllo.  C’è poi il silenzio usato come ritorsione: si toglie la parola e con essa anche il riconoscimento. Non ti parlo perché non voglio onorare la tua presenza; perché ti voglio privare del bene più prezioso che abbiamo tra noi, ossia il nostro reciproco accoglierci. Il silenzio è un’arma potente, sempre docile e mansueta a qualunque uso ed intento.

Se la parola è il luogo della emersione della identità personale, il silenzio è la possibilità che ci è data di custodire questa parola, di farla crescere, di lasciare che possa portare frutto; il silenzio è l’humus in cui la parola sviluppa la sua forza creatrice in modo tale che la sua eco possa giungere fino al midollo delle Vita.

Affetti e Legami

come se

Mi piace molto quello che scrive Rogers: “il mondo privato del paziente come se fosse il proprio, ma senza perdere la qualità del come se: questa è l’empatia” (cfr. “Guaritori feriti”, relazione di aiuto e accoglienza delle proprie fragilità)

La relazione di aiuto e vicinanza con chi attraversa un momento di difficoltà si muove sempre nella fatica di conciliare queste due dinamiche: da una parte una vicinanza calda e sincera alla persona in difficoltà, desiderosi di condividere con lei le fatiche e le prove che sta attraversando; dall’altra la capacità di mantenere una sana distanza che ci permetta di non identificarci con il suo problema e di non venire risucchiati in un vortice di sofferenza e ansia da cui è difficile uscire.

Sandrin definisce l’empatia come “essere capaci di sintonizzarsi con i modi di pensare (dell’altro), con le sue emozioni, con i suoi desideri, vivendoli in un certo modo come i propri senza con-fondere i propri vissuti con i suoi, senza perdere la percezione di una differenza. (…) implica la capacità di de-centrarsi, cambiare prospettiva, saper sconfinare dalla propria terra per entrare in quella sconosciuta dell’altro, senza le solite difese e sicurezze ed espone ad una condizione di vulnerabilità. (…) A volte non c’è vera empatia ma piuttosto con-fusione, totale immedesimazione nell’esperienza emotiva di chi soffre senza un differenziazione tra se e l’altro”.

Accompagnare una persona è un’arte che si apprende gradualmente non senza passare da fatiche, cadute e fallimenti (quello che gli psicologi chiamano “burnout”); è una sfida che richiede la capacità di “vestire” il dolore altrui senza restare nudi ed impotenti. E’ una misura della capacità di conoscere e gestire la propria interiorità rendendola casa accogliente per l’altro.

Storia e Tempi

da lontano

Oggi la terra lodigiana ricorda Bassiano (Siracusa 319, Laus Pompeia 409), primo vescovo dell’antica città di Laus: è un momento di memoria, un giorno per ritornare alle origini.

Penso sia bello e importante ogni tanto portare il pensiero al luogo e al tempo da cui proveniamo, alla storia che ci ha generati e al passato che ci ha preceduto. Talvolta la nostra cultura post-modernista ci restituisce il fascino dell’attimo, l’ebrezza del momento presente, dimenticando però che non è tutto “qui” ed “ora”.  L’humus culturale in cui viviamo ci porta a rimuovere la consapevolezza che c’è stata una storia che ci ha preceduto ed una che, inesorabilmente, ci seguirà. Siamo figli di una storia e padri di una vicenda futura.  Vi sono state persone che, prima di noi, hanno calpestato la nostra terra, dato forma al nostro territorio, rendendolo un luogo abitale ed ospitale; gente che ha vissuto in questo mondo, che ha prodotto cultura e sapienza, arte e letteratura; gente che, così facendo, ci ha dato gli strumenti, non solo materiali, per una vita più umana.

Ricordare il passato ci aiuta a vivere una più ricca (e corretta) dimensione storica, capace di sfuggire il culto dell’attimo che tutto consuma, tutto gode, tutto brucia. Veniamo da lontano, da molto lontano, e siamo chiamati a fare in modo che i nostri figli e nipoti possano, a loro volta, giungere molto lontano.

Siamo parte di una storia che, volenti o no, segna la nostra identità e guida il nostro futuro.