Storia e Tempi

questo lo dice lei!

Va beh, ormai siamo al ridicolo, se la situazione non avesse risvolti tragici. Ci ha scherzato pure Crozza con un monologo esilarante.

Sembra un siparietto da cabaret il confronto a “Porta a porta” (e poi rilanciato in rete) tra Padoan, con un curriculum come direttore esecutivo al Fondo Monetario Internazionale e capo economista all’OCSE, oltre che ministro dell’economia con i governi Renzi e Gentiloni e la dott.ssa Laura Castelli, una laurea triennale in economia aziendale e titolare di un CAF, attualmente sottosegretario al ministero dell’economia.

Il confronto sarebbe onestamente impari, se uno mantenesse il senso della propria misura, ma si sa, di questi tempi la cosa non va molto di moda e vale la ferrea legge dell’ “uno vale uno”. In nome di questa regola aurea, chiunque si sente autorizzato a dire la propria opinione, in qualunque contesto e con qualunque interlocutore, correndo l’inevitabile rischio di fare una figura barbina, come è appunto accaduto.

Si parlava di crescita dello spread e, con il solito fare saccente, la sottosegretaria mostrava compiaciuta all’ex-ministro una serie di grafici presi da qualche quotidiano per sostenere la sua tesi. Era evidente a tutti che non “maneggiasse” l’argomento con particolare disinvolture al punto che Padoan si vedeva costretto a farle un piccola lezione di economia su alcune dinamiche finanziare, evidentemente sconosciute alle neo-sottosegretaria.

Fino a qui tutto nella norma o quasi. Il punto più paradossale si raggiunge il giorno successivo quando, intervistata da alcuni giornalisti sull’accaduto, l’imbarazzante sottosegretario non trova scusa migliore per giustificarsi che adottare la seguente argomentazione: «Senta: non è che perché uno ha studiato più di un’altra, quello che ha studiato ha per forza ragione».

E qui ci starebbe bene una grassa risata o una rumorosa pernacchia, decidete voi.

Provate ad usare la stessa argomentazione la prossima volta che andate dal medico e siete in disaccordo con il suo parere: «Senta: non è che perché uno ha studiato più di un’altra, quello che ha studiato ha per forza ragione». Oppure suggerite la stessa cosa a vostro figlio per contestare il professore di matematica che gli ha appena rifilato un 5: «Non è che perché uno ha studiato…». O, non so, potreste dirlo al vostro commercialista che vi sta facendo la dichiarazione dei redditi o, se siete davvero temerai, al pilota del prossimo aereo che prendete per contestare la sua tecnica di decollo o atterraggio.

Ma che cosa insegniamo ai nostri figli se li facciamo vivere in un mondo in cui la competenza, la conoscenza ed la professionalità vengono annacquate in uno “stagno demenziale” in cui “uno vale uno”? Che progresso ci potrà mai essere se l’insegnate e lo studente, il medico ed il paziente, l’avvocato ed il cliente, il pilota ed il passeggero stanno tutti sullo stesso piano, con lo stesso livello di autorevolezza e di riconosciuta competenza?

Affetti e Legami

un solo Amore

Viviamo tutti di un solo Amore, di una sola Passione e di un solo Sentimento. C’è un solo Amore che abita la nostra vita, che dimora nella nostra esistenza, che anima il nostro spirito. È l’unico Amore che la Vita riversa dentro la nostra carne, che anima il nostro corpo e che muove le nostre membra.

È un Amore multiforme, capace di assumere forme diverse verso coloro che incontriamo sul nostro cammino: sa essere un Amore materno e paterno, filiale o amicale, erotico e passionale, dolce e delicato, oblativo o carnale. Sono tutti volti diversi di quell’unica Passione che prende casa dentro di noi.

Talvolta si esprime in un gesto, in una parola, in una carezza o in bacio; altre volte è l’abbraccio che racconta il suo affiorare dolce e prepotente; altre volte ancora diviene carne, pelle, sudore, trasporto e estasi, stordimento e comunione.

Sono tutte facce dell’unico diamante, che riflette tonalità di colore differenti a seconda dell’inclinazione della luce che colpisce la sua superficie. Ma c’è un solo nucleo incandescente nella nostra anima in cui quell’Amore trova origine e compimento, un solo punto misterioso e divino in cui il tutto dell’Amore si condensa e si sostanzia.

Un solo Amore ma tanti amori; una sola Passione ma una multiforme grazia attraversa la nostra vita, come variazioni musicali di una stessa melodia.

Quell’Amore unico e molteplice ci abita, struttura la nostra vita come un invisibile scheletro. È grazie a Lui che possiamo danzare al ritmo della gioia e del dolore; è Lui che dà spessore e consistenza al fluire del tempo; è Lui che ci apre all’Eccedenza misteriosa dalla Vita e ci introduce al suo Mistero eccedente.

Parole di carta

quello che possiedo…

Il nostro rapporto con le cose non è mai qualcosa di semplice né di scontato. Possediamo molte cose, ma talvolta non è chiaro se siamo noi a possedere loro o se sono invece loro a possedere noi.

Questo reciproco, e spesso ambivalente, possesso è un dato costante della nostra relazione con il mondo, con le cose che ci circondano e con gli oggetti che popolano la nostra vita. D’altra parte le “cose” non sono mai solo “cose”: esiste infatti una strettissima connessione tra esse ed il nostro desiderio. Le cose attivano il nostro desiderare, il quale, a sua volta, si riversa sulle cose come loro naturale destinazione. È proprio in questa circolarità di cose-desiderio-cose che rischiamo di “perderci”, di venire espropriati della nostra libertà e della nostra autonomia. In questa “reciproca appartenenza” tra noi e le cose, corriamo tutti il rischio di “perdere il controllo” e di ritrovarci così, alla fine, non in possesso di cose, ma posseduti da esse.

Ognuno di noi resta “invischiato” con “cose” diverse, ha la sua personalissima battaglia da combattere in questa guerra senza tregua che è la nostra esperienza del desiderare. Per qualcuno si tratta dei soldi, del conto in banca, dell’estratto conto a fine mese; per qualcun altro è la sua macchina, la moto, la barca, la casa al mare e in montagna; per altri ancora è qualcosa di meno tangibile e concreto, ma per questo non meno pericoloso o subdolo: può essere la nostra carriera, il nostro successo, la nostra affermazione sociale, la nostra voglia di emergere; oppure può essere il nostro desiderio di divertimento, di evasione, di andare altrove e di viaggiare. In tutte queste cose la domanda “Chi possiede chi?” è sempre lecita, direi anzi quasi doverosa. Noi possediamo i soldi o sono i soldi a possedere noi? Abbiamo un lavoro o è il lavoro che ci “tiene in ostaggio”? Godiamo il nostro tempo libero o è il divertimento stesso che si impone come una dipendenza nella nostra vita?

C’è solo un rimedio a questa “malattia degli affetti” a cui siamo tutti esposti, come un morbo che infetta purulento le nostre vite. Questo rimedio si chiama povertà. Intendiamoci: la povertà intesa non come rinuncia alle cose, ma come rinuncia ad un rapporto sbagliato con le cose. Essere poveri non significa “non possedere beni” ma “non farsi possedere dai beni”.

La povertà è quella virtù che ci consente di appartenere a noi stessi e non ad altro o ad altri. Chi è povero usa le cose senza farsi usare da esse; ne gode e ne trae beneficio ma non ne diviene schiavo né dipendente. Il povero non è colui che “non ha le cose” ma colui che sa rinunciare alle cose, quando queste minacciano la sua libertà.

C’è modo per vivere concretamente questa benedetta povertà, senza inutili e sterili pauperismi, né egoistiche chiusure? Penso che il gesto del dono ci venga in aiuto e ci stimoli a vivere una povertà quotidiana ed accessibile a tutti.

L’esperienza del donare ci educa ad un rapporto non esclusivo con le cose, con il tempo, con i soldi o con la stima degli altri. Donare significa sperimentare una libertà matura verso le cose: ti dono ciò che è mio solo perché mi posso permettere il lusso di separarmi da quanto possiedo, dal momento che non ho sviluppato alcuna forma di dipendenza. Ti dono il mio tempo ed i miei beni, perché non sono schiavo né del mio tempo né dei miei beni. In fondo l’esperienza del dono è quasi un “termometro” del nostro legame con le cose, racconta in modo indiretto che tipo di relazione abbiamo instaurato con il mondo e con i suoi oggetti. Non so se sia una regola generale ma credo che spesso le cose che non riusciamo a donare sono proprio quelle verso le quali abbiamo maturato un rapporto disfunzionale e che, a lungo andare, rischiano di renderci schiavi e dipendenti. Talvolta non doniamo il nostro tempo perché proviamo un attaccamento ossessivo al tempo che scorre; altre volte non riusciamo a condividere un poco dei nostri beni perché sperimentiamo un sorta di forte preoccupazione (se non addirittura di “schiavitù”) verso i beni materiali, che non ci consente di vivere sereni ed in pace con noi stessi.

Con grande saggezza Francesco ci ricorda che “Ciò che possiedo veramente è ciò che so donare”. Penso sia davvero così: colui che dona testimonia il possesso di una ricchezza autentica, quella che i “tarli e la ruggine non distruggono e i ladri non vanno a rubare” (cfr Mt 6).

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Novembre di LodiVecchioMese

Storia e Tempi

fare del bene

Viviamo tempi un po’ complicati ed ostili se occorre prendere la parola, insieme a tanti altri in questi giorni, per difendere (se così si può dire) la giovane cooperante, rapita qualche giorno fa in Africa e fatta oggetto di affermazioni violente e volgari.

È preoccupante la convinzione, ormai sempre più diffusa, che aiutare gli altri sia un fatto da criticare, censurare o nascondere, soprattutto quando questi “altri” hanno il colore della pelle e tratti somatici diversi dai nostri.  

È successo la stessa cosa alle ONG che, nel Mediterraneo meridionale, salvavano le vite in mare e accusate, un po’ a buon prezzo, di essere complici della tratta di essere umani. Il tutto senza fare alcuna distinzione né specificazione. Un po’ semplicemente e sommariamente si prendono le colpe di alcuni (tanti o pochi non saprei) per gettarle sulle spalle di tutti: tutti complici, tutti colpevoli, tutti rei di aver creato o aggravato i problemi.

Lo stesso vale per chi oggi lavora per l’integrazione e la solidarietà: lo deve fare un po’ sottovoce, lontano dalla luce dei riflettori, non per un sano senso del pudore (come sarebbe giusto che fosse), ma per evitare l’accusa di “collaborazionismo”. Fare del bene oggi è qualcosa di cui andare poco fieri; anzi, qualcosa da farsi perdonare, quasi una debolezza per cui chiedere scusa. E così la giovane cooperante deve essere giustificata: occorre spiegare ed argomentare i motivi che spingono una giovane e promettente ragazza di vent’anni a lasciare tutto per andare in un paese lontano, ad aiutare alcuni perfetti sconosciuti; ed così eliminare il sospetto che fosse una sprovveduta o che fosse partita per divertirsi, per fare una vacanza o alla ricerca di forti emozioni.

Il punto è che quando l’altro, chiunque esso sia, diviene il nemico, ebbene, ogni forma di aiuto nei suoi confronti rischia di venire additata come “collaborazionismo”; se dall’altro mi sento minacciato, allora ogni sostegno o assistenza la sua vita diviene un atto di tradimento verso la propria piccola e ristretta comunità di appartenenza.

In una cultura che cerca di affermare sempre di più e con forza “prima noi e poi gli altri”, fare del bene, spendere tempo ed energie per gli altri, suona come qualcosa di eretico, di blasfemo, oppure, molto più semplicemente, qualcosa di assolutamente incomprensibile, quasi fossero parole pronunciate in una lingua sconosciuta.

C’è una grammatica del dono a cui tutti dobbiamo, in qualche modo, rieducarci; ci sono verbi scandalosi che sono usciti dal nostro vocabolario familiare e comunitario, e che meriterebbero di essere imparati di nuovo: dare, donare, ringraziare, perdonare, condividere, restituire, incontrare, ascoltare, comprendere, ricordare, custodire ed abitare (e penso la lista sia assai più lunga)

Ho sempre più l’impressione che siamo giunti ad un punto della nostra vicenda umana in cui occorre impegnarsi per riapprendere la “grammatica dell’umano”,  quei gesti, quelle parole, quegli atteggiamenti o comportamenti che ci connotano, che fanno di noi “animali appartenenti alla specie umana”.

Molti pensavano che, dopo le vicende del Secolo Breve (così come alcuni chiamano il Novecento) tutto questo non fosse più necessario, in quanto patrimonio ormai consolidato e acquisito della nostra cultura. Evidentemente non è così. E allora non ci resta che ripartire da lì, da quelle parole che ci distinguono in quanto “uomini”. E farlo senza esitazione o remore, ma con coraggio e convinzione.

Pensieri e Silenzi

un piede davanti all’altro

Oggi è stato il posto 5F ad ospitare il mio viaggio verso Amsterdam, un volo tutto sommato veloce, al termine di una giornata un po’ movimentata.

Confesso che non è stato facile partire questa volta: un po’ di problemi a casa hanno reso questo viaggio un poco gravoso, tanto che esso non è stato accompagnato dal solito entusiasmo, che invece aveva animato le precedenti spedizioni. Succede… nulla di strano o di preoccupante… solo un po’ di più di fatica e di sforzo per fare la valigia, preparare il materiale necessario per i meeting, raccogliere le cose ed organizzare il viaggio.

C’è un momento che, in queste situazioni, risulta particolarmente faticoso: è l’attimo che ti porta fuori da casa, quel movimento iniziale grazie al quale le successive esperienze prendono avvio. Quando poi sei “in corsa”, le cose scorrono più fluide e serene, ma quel momento iniziale ti si mostra davanti come un muro sempre un po’ difficile da scavalcare. Generalmente vengo assalito da preoccupazioni, paure, dubbi, titubanze, incertezze, perplessità, senso di inadeguatezza e ansia da prestazione… tutte cose che poi, una volta iniziata la corsa, evaporano e si dileguano con grande rapidità.  È sempre il “prima” che genera paura; il “mentre” si mostra più facile di quanto temevi.

Non succede così anche nella vita? Credo sia un po’ il miracolo e la fatica di ogni inizio, il mistero di ogni cominciamento.

Le cose iniziano perché quella forte resistenza iniziale è stata vinta, perché quell’attrito che impediva il movimento è stato superato e così il processo ha potuto prendere il via. La rottura della quiete iniziale è sempre un atto oneroso ed impegnativo:  si tratti del primo passo di una relazione, del primo giorno di scuola o di lavoro, della prima pagina di un libro da scrivere o da leggere, dei i primi chilometri in bicicletta o dei primi minuti di una partita di basket.

Ogni cominciamento si origina sempre da un atto di frattura, di discontinuità, di innovazione; un atto che ha posto fine ad uno stato di cose ormai consolidato, per aprire le porte alla novità, all’imprevisto, a quell’accadimento che, per sua natura, è imponderabile e destabilizzante.

L’inizio di un viaggio, sia esso fisico o simbolico, ha il potere di intimorirti, se guardi davanti a te tutto il percorso che ti aspetta. Esso diventa più rassicurante ed amichevole quando smetti di mirare al tragitto tutto intero, ed inizi, con pazienza e fiducia, a mettere semplicemente un piede davanti all’altro.

Affetti e Legami

una cena tra amici

Ci sono episodi ed incontri che ti riportano indietro nel tempo, che ti fanno rivivere cose passate, esperienze legate alla tua gioventù, quando il peso degli anni era molto più leggero e la vita la potevi affrontare con spensieratezza ed un po’ di sfacciataggine.

A me è successo l’altra sera in una piacevolissima cena con alcuni compagni del liceo, con cari amici che non vedevo da tempo immemore e che, come un dono inatteso, sono ricomparsi nella mia vita. Insieme ai loro volti un po’ invecchiati e alle loro parole, si sono riaccesi ricordi del passato, brevi ma intensi flash su quello che eravamo, su quello che insieme abbiamo vissuto e sperimentato. Sono come echi dal passato a cui serve tempo e pazienza per riprendere forma. A volte restano lì impressi, come tracce un po’ confuse nella memoria, come sentimenti indefiniti o vaghe percezioni, ed è solo grazie alla vicinanza fisica di questi vecchi compagni di viaggio che tutto questo passato, seppellito sotto il peso degli anni, riaffiora con sempre maggiore chiarezza.

E così riemergono episodi, racconti, fatterelli banali ed eventi importanti, incontri, discorsi e battute, risate, divertimenti, paure e preoccupazioni; insomma emerge un mondo intero, un mondo che era il “tuo” mondo, quello in cui sei cresciuto, quello che ti ha formato e ti ha fatto diventare quello che sei ora. In fondo in fondo, al di là di tutto, riaffiori tu, quello che eri, il giovane che sei stato, la persona che ha preparato e anticipato quello che sei adesso.

Confesso che fa sempre una certa impressione rivedere se stesso attraverso le parole e la vita di altri; in particolar modo di coloro che con te hanno attraversato una particolare fase della vita. La bellezza di incontrare certe persone forse non dipende solo dalla possibilità di ritrovare vecchi amici,  ma è legata al fatto che insieme a loro ti viene restituita una parte di te stesso, un pezzo della tua vita che magari avevi dimenticato o rimosso.

Non è mai una cosa facile guardarsi indietro perché inevitabilmente si impone il paragone con chi sei oggi e con quello che sei diventato. È proprio questo inesorabile confronto che ti inquieta e ti eccita, ti preoccupa e ti conforta. Il raffronto tra chi eravamo e chi siamo non è mai qualcosa di facile o definito, perché in fondo sottende ad un’altra comparazione, che quella che lega ciò che sognavamo di diventare con quello che abbiamo effettivamente realizzato.

Quella cena, così cordiale e serena, penso abbia risvegliato in ciascuno di noi il desiderio di chiedersi: “Dove sono arrivato? A che punto sono? Quanto ho saputo realizzare dei sogni che mi animavano?”

Insieme a questi dubbi penso che quel pasto abbia pure acceso lo stupore e l’ammirazione per i traguardi, piccolo o grandi, che ciascuno di noi ha tagliato, quei significativi o minuscoli obiettivi che ognuno ha conquistato: siano essi una più profonda maturità personale, una arricchita crescita relazionale ed affettiva, un avanzamento professionale o altro.  Ammetto che è davvero sorprendente quanto ognuno di noi è “progredito nella vita”, portando il peso di responsabilità genitoriali, onerosi ruoli professionali sociali ed imprenditoriali insieme a fatiche e fragilità umane.

Una cosa me l’ha insegnata questa gradevole cena tra vecchi amici: che la Vita spesso ti conduce là dove mai pensavi che saresti arrivato; ti porta in luoghi che mai e poi mai avresti sognato o immaginato; che essa è stata capace di realizzare i tuoi sogni, ma non nel modo che tu pensavi o che prevedevi. Alcuni traguardi sono restati “sogni nel cassetto”, belle aspirazioni rimaste tali. Se ti concentri solo su queste mete “irraggiunte” potrebbe anche sorgere un po’ di rammarico e di delusione. Il segreto sta nel contemplare come gli anni trascorsi, tra fatiche e gioie, non ci hanno lasciato dove eravamo, ma ci hanno fatto crescere, maturare, cambiare; e che siamo tutti in viaggio, tutti in perenne cammino, tutti protesi verso una meta che nessuno di noi conosce ancora con chiarezza.

Storia e Tempi

sogni e realtà

Come sempre, anche se talvolta ci piace illuderci del contrario, la realtà è superiore all’idea e, a maggior ragione, è superiore alla fantasia.

Spero se ne rendano conto i cittadini britannici che si erano dimostrati così sensibili alle sirene di oltre Manica che promettevano una Brexit veloce, facile ed indolore. Ed invece, come era ovvio attendersi, la cosa non è per nulla facile né tanto meno leggera. Uscire dalla comunità europea è un prezzo che i britannici rischiano di pagare molto caro. Di fatto resteranno alla “periferia” di una comunità economica da cui non possono staccarsi completamente, rischiando di perdere quel tratto di innovazione e modernità che aveva sempre attratto uomini e capitali dall’intero continente.

Ora, per paura del mitico “idraulico polacco” su cui tanta propaganda ha speculato, il regno di sua maestà è costretto a subire degli accordi che lacerano il paese, che dividono lo stesso fronte della brexit, in una guerra che lascia tutti, britannici in primis, smarriti e disorientati. D’altra parte secondo voi, con un po’ di buon senso, ventisei contro uno come poteva finire? Il rischio che corre il Regno Unito è di finire isolato, dentro un mondo sempre più globalizzato, costretto a subire la concorrenza di colossi come India e Cina. Non ci vorrà molto per accorgersi di cosa significa lasciare la “casa comune” e come la suggestione di  “ballare da soli” va bene per arroganti e avventurieri ma, in questo mondo, è una cosa che paga poco.

Suona un po’ come un dejavu di quel nuovo stile che ormai va per la maggiore di questi tempi: promesse mirabolanti ed effetti speciali, buoni solo come richiami per allodole; impegni altisonanti e impegnativi, che si sciolgono come neve al primo e timido sole di primavera. Sono promesse talmente irrealistiche e “marziane” che non serve granché per smontarle: basta avere  la pazienza di attendere che la realtà chieda il conto e questi “sogni di una notte di mezza estate” svaniscono in quattro e quattr’otto.

E lo sappiamo tutti: la realtà è un creditore esigente e severo. Talvolta ti lascia crede che l’hai fatta franca, ma primo o poi ti bracca e chiede indietro il suo, interessi compresi.

Chissà quando finirà questa ubriacatura collettiva che ci porta a rimuovere la realtà, a credere alle favole, a cercare risposte facili per problemi complessi ed annosi. Quando torneremo a riconoscere, tanto in Inghilterra quanto in Italia, che sfuggire dalla realtà può dare la sensazione di una evasione esaltante ma che, alla fine, il dazio da pagare può essere assai salato?

Pensieri e Silenzi

we are travellers

Secondo me l’aeroporto è un luogo magico, possiede un fascino straordinario: forse perché è una metafora della vita, un luogo in cui la gente parte e ritorna, si lascia e si ritrova, si allontana e si riavvicina. Forse perché, proprio nel posto in cui uno “prende il volo”, si sente con maggiore forza il desiderio della casa, di un luogo accogliente in cui sperimentare affetti caldi e liberanti.

Provate a passare da un aeroporto nel periodo natalizio e capirete… Non mi riferisco tanto all’atmosfera un po’ sdolcinata del Natale, a quelle decorazioni colorate e luminose che segnano questo momento dell’anno. No, penso prima di tutto allo sguardo dei passeggeri, a quella loro voglia di “ritornare a casa”, a quel luogo che li ha visti nascere e crescere ed in cui magari si trovano ancora pezzi importanti della loro vita. Chi attraversa un aeroporto sotto Natale sa benissimo che si può vivere da errabondi tutto l’anno ma che c’è un momento in cui la fame di casa si fa così intensa che non puoi fare altro che farci ritorno.  Il bello di questo periodo dell’anno è che ogni passeggero non si mette in viaggio per andare “altrove” ma per “ritornare là”: c’è una nostalgia che anima il suo andare, una malinconia intensa di “cosa familiari”, feriali, quotidiane.

In aeroporto gli incontri hanno sempre una forza straordinaria:  sarà che la lontananza acuisce il desiderio di vedersi, sarà che solo quando parti ti rendi davvero conto di cosa stai lasciando… ma pare che la gente sperimenti una speciale intensità e verità dei saluti e degli abbracci. C’è un modo del tutto speciale per dire “bentornato” nella zona “Arrivi” di un aeroporto: c’è un senso di gioiosa e trepidante accoglienza che difficilmente trovi altrove. Vedi gente con un mazzo di fori in mano o con un cartello con un nome; qualcuno che stringe un pupazzetto di peluche, altri dei palloncini… altri ancora che semplicemente osservano ansiosi la porta che si apre, in attesa di qualcuno, che dopo un lungo viaggio, ritorna da loro.

Ho trovato molto emozionate questa pubblicità della SAS, che racconta la magia della zona “Arrivi”. Vi invito a mettervi le cuffiette e a lasciarvi entusiasmare da quanta vita vede la luce davanti ad una porta che si apre!

***

Non vi siete mai fermati ad osservare lo spettacolo nella zona “Arrivi” dell’aeroporto?

Guardate i volti della gente che aspetta: si staranno domandando se è cambiato qualcosa mentre eravamo via? Cosa abbiamo portato indietro con noi? Siamo riusciti a trovare quello che stavamo cercando? Il mondo era diverso da come ce lo aspettavamo? Abbiamo compreso qualcosa alla fine del nostro viaggio? Forse che non ci restano così tanti viaggi da fare? O che ci siamo lasciati alle spalle qualcuno di importante?

A volte il viaggio ci ha cambiato la vita. A volte riusciamo a cambiare il mondo, ma la maggior parte delle volte è il mondo a cambiare noi. Troviamo l’amore, o ci innamoriamo di quello che avevamo lasciato a casa. Torniamo a casa con una famiglia nuova, con nuove priorità, con esperienze che resteranno con noi per sempre, con un idea in cui crediamo (…)

Going places take us places. We are travellers.

Affetti e Legami

una parola per restare

«Nessuno merita un tumore incurabile a 33 anni. Io mi meritavo la possibilità di crescere ed educare la mia piccola Giulia, portarla al primo giorno di scuola, prepararle il suo cibo preferito con amore, fare un viaggio da solo con lei. Mi meritavo almeno di lasciarle un ricordo reale di me, non un video o un libro. Forse non ce la farò, ma lotterò e mi impegnerò al massimo come ho sempre fatto, per fare qualcosa di buono nel tempo che Dio mi ha riservato».

Lasciano un segno nell’animo queste parole di Andrea, giovane papà di Giulia, a cui è stato diagnosticato un male incurabile: una sentenza di morte per la propria vita, una mannaia che incombe sulla sua testa e che non gli lascia molte speranze.  È drammatico il pensiero di doversene andare e lasciare la propria figlia senza l’amore di un padre, pensare che crescerà orfana, che proverà un vuoto incolmabile nella sua vita che niente e nessuno potrà sostituire.

Andrea decide si supplire a questa assenza tremenda scrivendo un libro per sua figlia: una sorta di autobiografia che permetta alla piccola di conoscere il papà anche quando non sarà più fisicamente accanto a lei. «Ho deciso di scrivere per lei un libro su di me ad aprile 2018, dopo l’operazione chirurgica al torace, rimozione di una metastasi tra cuore e polmone destro. Sono andato a pianificare le chemioterapie con il mio oncologo. Mi ha detto che non poteva guarirmi e sarei potuto sopravvivere pochi mesi. Io amo la mia bambina e ho pensato che quando sentirà la mia mancanza potrà sfogliare quel libro, guardare i miei video. Ho preparato delle lettere per ogni compleanno fino al 19esimo. Così rafforzerà il suo ricordo di me».

Pensavo quanto questo pensiero accompagni, anche se con forme e modi diversi, chiunque prenda in mano una penna e lasci un propria parola su un pezzo di carta. Scrivere è anche aspirare a rompere i limiti del tempo con una parola che diventi capace di superare la morte. Quando metti su carta un pensiero attraverso la scrittura in fondo possiedi la recondita speranza che quella parola resti, permanga, che sopravviva alla tua dipartita, che rimanga come la testimonianza di te stesso a tutti colori che ti sopravvivranno.

La speranza di Andrea è la stessa che abita che il mio cuore: far sì che quello che scrivo resti come una traccia di me ai miei figli, del mio mondo interiore, dei miei affetti e dei miei pensieri; che anche loro, prendendo in mano i post del papà, possano conoscermi un po’ meglio, capire il mio punto di vista sulle cose, superare quella barriera che la differenza di età e di ruoli inevitabilmente creano.

Scrivere è lasciare una impronta, è istituire un “monumento alla memoria”, è segnare il tempo abitandolo con una presenza che non scompaia alla prima brezza del vento. La parola si offre, ad Andrea come ad ogni altro uomo, come un’àncora di salvezza, come un appiglio nelle tempeste della vita, come una inattesa cavità in cui introdurre il piede e procedere nella scalata della parete rocciosa. Scrivere è affidare una traccia di sé, del proprio passaggio su questa terra, è creare un spazio di “permanenza” nel fluire del tempo, è prolungare il tuo esserci anche quando non ci sarai; e questo soprattutto verso chi ami, verso coloro a cui hai dedicato l’esistenza, affinché possano “sfogliare” la tua esistenza e farla rivivere nei loro cuori.

 

Storia e Tempi

te fè San Martin?

Te fe’ San Martin?” (fai san Martino) rischiavi di sentirti dire da un vicino curioso che ti vedeva trasportare molti oggetti da un posto all’altro. Infatti “fare san Martino” dalle nostre parti è un sinonimo di “fare trasloco”, sicché quel vicino un po’ impiccione ti stava prendendo in giro chiedendoti se eri intento a cambiare casa.

“Fare San Martino” è un espressione tipica delle culture contadine, soprattutto per quelle popolazioni che nella pianura padana erano dedite alla coltivazione dei campi e del bestiame. Succedeva infatti, fino a non tantissimi anni or sono, che ai primi di novembre, appunto in prossimità della festività di San Martino di Tour (l’11 del mese), scadessero i contratti che i mezzadri stipulavano con i contadini e, qualora questi non venissero rinnovati, ai poveri malcapitati toccava cercare un nuovo impiego presso un’altra cascina. A causa dell’assenza di validi mezzi di trasporto, era usanza che il proprietario terriero offrisse, insieme al lavoro nei campi o nelle stalle, anche un casa alla famiglia del lavorante, per assicurare la sua presenza quotidiana e praticamente continua. Lo scadere del contratto di lavoro quindi assumeva anche la forma di un vero e proprio “trasloco”: il contadino con tutta la sua famiglia caricavano quelle poche cose che possedevano su un carro e si trasferivano da una cascina all’altra in cerca di occupazione.

Ecco allora che “fare san Martino” rievoca questo mesto trasferimento da una cascina all’altra, in cui il contadino, insieme a tutta la sua famiglia, era costretto a lasciare la vecchia abitazione nella speranza di trovare un nuovo lavoro e con esso una sistemazione degna per tutta prole.

Ancora oggi, nelle nostre terre, si usa ricordare questo momento di vita contadina attraverso rievocazioni in costume, con tanto di trattori, carri trainati da cavalli, figuranti in abiti dell’epoca e molto folclore al contorno. Quell’evento, che oggi si celebra come un piacevole tuffo nel passato e una testimonianza della vita che fu, era un snodo dolente della vita dei nostri padri, costretti a “emigrare” di qualche kilometro pur di trovare un lavoro, ahimè sempre misero e malpagato, per mantenere la famiglia.

La famiglia contadina viveva all’interno della corte della cascina: là si condivideva la vita di tutti i giorni, si mettevano in comune i dolori e le gioie, le sofferenze e le malattie; nella corte vedeva la luce una vera comunità di vita, a cui ogni famiglia partecipava con impegno e devozione. Non è difficile allora immaginare cosa volesse dire, per tutte queste persone, “fare san Martino”: significava lasciare dei familiari, vivere uno sradicamento da una comunità di affetti che aveva sostenuto l’intero cammino dell’anno. Non era solo lasciare dei vicini di casa: era abbandonare dei fratelli, dei familiari, gente con cui avevi condiviso la minestra, il pane, qualche gallina nel cortile, la fatica dei campi e pezzi consistenti della propria vita.

“Fare san Martino” ci riporta allora alla memoria quella condizione di precarietà esistenziale a cui i nostri nonni e bisnonni erano abituati. Nulla a che vedere con quella precarietà tutta moderna fatta di ansie, insoddisfazioni, assenza di valori e chiari punti di riferimento. No, la loro era una precarietà concreta, materiale, “fisica”:  attraversavano la vita con un’insicurezza economica oggi inimmaginabile, sfrattati da un giorno con l’altro, in perenne balia di eventi, capricci, malattie e soprusi. Era gente tosta quella, gente abituata ad affrontare la vita a muso duro, senza tutele, senza garanzie e senza un conto in banca che poteva tonare utile nei momenti duri. Ma forse proprio per questo, era gente aperta e disponibile, gente generosa, capace di condividere le poche cose che aveva con chi calpestava la stessa aia. Era gente  che sapeva vivere la comunità come un’esperienza irrinunciabile della vita, consapevole che i legami ed i rapporti erano l’unica “assicurazione” che la vita aveva donato loro contro le sciagure.

Era gente povera, modesta, spesso analfabeta e rozza, gente semplice, di quella semplicità che sa andare al cuore delle cose senza troppi giri di parole, complicati discorsi o faziosi ragionamenti. Era gente che conosceva la durezza e l’asprezza della vita e forse proprio per quello, possedeva una ricchezza che, a noi uomini del terzo millennio, resta, ahimè, preclusa.