Storia e Tempi

arrivano gli Unni, ma non sono migranti…

Mentre assistiamo tutti sgomenti alla sorte di 49 (dico q-u-a-r-a-n-t-a-n-o-v-e) disperati che sfuggono da fame e torture, manco ci fosse una invasione di Unni, c’è un intero paese che va in recessione. Lo certifica oggi l’ISTAT. Dopo 14 trimestri di crescita ed espansione, l’Italia torna in recessione, con il PIL con il segno meno davanti.

Mentre ci godiamo lo spettacolo del “prepotente del quartierino”, come immobilizzati di fronte alle gesta da reality show, la realtà presenta il conto di una situazione che sta diventando preoccupante. Anche perché, diciamolo chiaro, dovremmo essere tutti ormai avvezzi a certe buffonate: chi di noi non aveva in classe lo spavaldo di turno, che faceva il fenomeno a destra e a manca, per poi ripiegare su più miti consigli non appena il professore metteva piede in classe? È bastata una richiesta di autorizzazione a procedere per spazzare via, in un sol colpo, ore e ore di diretta social, migliaia di post “muscolosi” ed un “me ne frego” ripetuto ossessivamente come un mantra.

Ma tutto questo è solo avanspettacolo: la sola cosa seria di questo circo sono i dati nudi e crudi dell’ISTAT. Siamo di nuovo in recessione, tecnica per l’amor di Dio, come se questo aggettivo dovesse attutire un colpo un po’ troppo duro. Non siamo i soli, mi si dirà, anche la Germania, locomotiva d’Europa, mostra segni di cedimento. È vero.

Ma la cosa allarmante sono le misure che il nostro paese ha messo in campo per affrontare i tempi di “vacche magre” che ci attendono. Da una parte un po’ di prepensionamenti (di questo si tratta, senza troppi giri di parole…), con la debole speranza che, in un periodo di contrazione economica, le aziende decidano di sostituire i pensionati con nuovi assunti. Voi ci credete?

Dall’altra una misura che confonde la povertà con la disoccupazione: la prima, quando cronicizzata, richiede sussidi; la seconda la si cura con il lavoro. Ma come potranno questi diecimila “navigator” creare nuovo lavoro, solo Dio lo sa! Perché ci vorrà un miracolo per far incontrare milioni di braccia disoccupate con un posto di lavoro che non c’è… camminare sulle acque potrebbe risultare una sfida più semplice…

E poi diciamocelo chiaro: ma voi ve lo vedete in Italia assumere migliaia di navigator solo con un colloquio? Qui siamo bravissimi ad imbrogliare ad un concorso… immaginatevi un semplice colloquio… roba da principianti…. Anche perché, manco a dirlo, tutti questi co.co.co. hanno già ricevuto la promessa di essere stabilizzati nell’apparato pubblico. Ciascuno di voi puoi immaginare cosa potrà succedere nel nostro Bel Paese.

In sintesi: l’Italia entra in recessione, le opere pubbliche e gli investimenti sono fermi (vogliamo parlare della TAV?), puntiamo tutto su un po’ di prepensionamento ed un po’ di sussidi e partecipiamo, tutti accalorati, alla sorte di un pugno di disperati! Morale della favola: abbiamo un mirabolante futuro le spalle…

Parole d'autore

Shaakir ed io

“Vorrei offrire una mia modesta esperienza per aiutare a capire, al di là della cronaca, la posta in gioco con i salvataggi dei naufraghi. Ho navigato per 50mila miglia, come marinaio o come capitano di piccole imbarcazioni. Ho salvato e sono stato salvato. Ho imparato e insegnato a farlo, in scuole di navigazione. Da poco ho imparato a salvare naufraghi anche a terra. Su un treno per il nord, il 20 aprile 2015 incontro Shaakir, un minorenne somalo che mi ha raccontato l’Odissea. Per un pelo è sfuggito all’arruolamento forzato nelle milizie Al Shabab, che uccisero sua sorella perché non rivelava il suo nascondiglio.

Poi: traversata di mezza Africa a piedi e in veicoli di fortuna, Somalia, Sudan, Libia. Campo di concentramento disumano in Libia. In canotto con decine di disperati, quasi senza viveri né acqua. Avaria. Salvataggio. Sicilia. Treno. Giù dal treno, Shaakir ha freddo e fame. Lo vesto con la mia felpa, lo nutro. Non avevo figli. Ora ne ho uno. In tre anni di scuola ha imparato la lingua del mio nuovo Paese. Ora qualche volta corregge la mia grammatica. Gli ho dato reti, non pesci. Un laptop e uno smartphone, identici ai miei, compatibili. Quando aveva un problema tecnico chiedeva a me. Ora chiedo io a lui.

Pagherà la mia pensione, senza che né io né lui lo sappiamo. Gli ho spiegato come funziona. Gli offro l’abbonamento ai treni, al telefono e a internet. Niente pesci. Reti! Anche quelle digitali. La mobilità è tutto. Mobilità di dati e contenuti, nella fibra ottica. Mobilità di idee e passioni, nella fibra umana. Mobilità di persone, nella fibra sociale di un Paese e di un Pianeta, al di là di mari e continenti. Shaakir è accolto dalla polizia di frontiera con un biglietto di treno per proseguire e con una lettera di presentazione a un centro d’accoglienza. Riceve un documento, un letto, cibo e una paghetta mensile. L’avvocata di una Ong di giuristi volontari lo rappresenta. Come da legge, in meno di tre mesi la sua richiesta di asilo è esaminata.

È accolto. Da allora i contribuenti gli pagano: alloggio con altri in un appartamento, in provincia, tre anni di scuola a tempo pieno di lingua, cultura, canto e disegno, conclusa con ottimi voti. Ora è al secondo anno di scuola-lavoro professionale triennale come apprendista meccanico di automobili, modestamente remunerato. Manda un terzo dello stipendio alla nonna, sola in Somalia. Dopo, vuole studiare mecatronica dei veicoli. Ce la farà. Il suo stipendio sarà quintuplicato. Comincerà a pagare le nostre pensioni. 

Che ispirazioni trarre da questa storia?

Ecco le mie. Per esperienza diretta e riferita, ho imparato che molti di coloro che dal niente sono stati aiutati per dono a rialzarsi, hanno una marcia in più di coloro che hanno avuto sempre tutto, come noi. E spesso ci rendono molto più di quanto hanno ricevuto. L’accoglienza costruttiva non è solo carità. È investimento, confermano gli economisti. Quando bene investite, le risorse per l’accoglienza hanno reso prosperi molti Paesi e molte città. Il popolo che mi ha accolto da migrante è stato per metà costruito da altri migranti italiani. Senza di loro, non sarebbe prospero come oggi.

Le mie due città si contendono il primo e il secondo posto nel mondo per qualità della vita. Un terzo dei loro abitanti sono stranieri. Il preambolo della Costituzione del mio nuovo Paese dice: «La forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri». Ho imparato che è l’applicazione di questo principio ad aver fatto diventare questo popolo uno dei più prosperi. La mia esperienza con naufraghi di terra e di mare mi ha insegnato una cosa. Oggi il coraggio richiesto a tutti noi, ai servitori dello Stato, e specialmente a chi serve il Paese in armi, è anche quello per salvare vite straniere, non solo per toglierle.

Oggi, ma non solo oggi. «Sulle spalle prima di tutto ho duemila anni di civiltà» fu la frase di un nobile salvatore di naufraghi, detta nel 1940, a suo rischio, al suo superiore, l’ammiraglio tedesco Karl Dönitz, che gli rimproverava il suo comportamento. Naufraghi nemici, si badi, che “il corsaro gentiluomo”, il pluridecorato Capitano Salvatore Todaro (messinese, 1908-1942) salvò in Atlantico, inventando il concetto umanitario di pre-naufrago. Prima d’affondare col cannone del suo “regio sommergibile” Cappellini il piroscafo belga Kalò, che peraltro gli aveva appena sparato maldestramente con il cannoncino di bordo, ne fece scendere l’equipaggio su una scialuppa. Dov’è rimasto oggi il nostro coraggio di eroi Italiani?

Noi, capaci di salvare nemici che ci avevano sparato cannonate, non abbiamo oggi il coraggio di salvare dal mare esseri umani disarmati, inermi e disperati? Credo che anche Shaakir possa contribuire, con le sue sole parole, a indurre a salvare tanti altri Shaakir. Per questo mi permetto di chiedere al ministro Salvini, da papà a papà, di invitare per mezz’ora Shaakir al Viminale e di ascoltare le sue due storie. Quella di prima. E quella di adesso.”

Marco Morosini

(tratto da Avvenire del 30.01.2019)

Pensieri e Silenzi

amici a quattro zampe

Il signor Elvio era malato gravemente e non gli restava più molto tempo da passare su questa terra. Ricoverato in gravi condizioni presso l’ospedale di Imola aveva un solo desiderio prima di andarsene: quello di salutare Piero e Gilda. Non si trattava di amici di lunga data né dei vicini di casa. Nemmeno lontani parenti o colleghi di lavoro. Sono in realtà i suoi due “amici a quattro zampe”, compagni di molte ore trascorse in compagnia e in serenità. A Elvio mancavano evidentemente le “feste” che i due animali facevano al suo arrivo, quegli scodinzolii che solo chi possiede un cane può capire. Gli mancavano le loro leccate impertinenti e la gioia di poterli accarezzare e coccolare ancora un poco.

Accade così, che in deroga alle regole sull’accesso degli animali nei luoghi di cura, ma garantendo le necessarie misure per la tutela della salute degli altri ospiti, al signor Elvio viene fatto questo singolare dono e Piero e Gilda hanno la gioia di poter incontrare e salutare, per l’ultima volta, il loro fidato padrone.

È una storia che commuove e che racconta di come anche l’ospedale possa essere un luogo di umanizzazione e di come nella malattia sia possibile conservare e promuovere una qualità degna di vita e di relazione. Testimonia, questa vicenda, che la salute ed il benessere della persona non possono essere circoscritti a semplici parametri medici: vi è sempre un “di più” di relazioni, di affetti e di legami che ci appartengono in quanto essere umani.

Ma penso, che a bene vedere, ci sia dell’altro da imparare da questo singolare racconto, e che esso attesti un fatto assai più profondo e vitale.

Noi siamo i nostri legami. I nostri legami, siano essi con le persone, gli animali e le cose, ci costituiscono, sono parte essenziale di noi a tal punto che, se li eliminassimo tutti, forse rischieremmo di non trovare più nemmeno noi stessi. Il mondo del signor Elvio, le cose e le persone che abitano il suo ambiente (compreso i due amici a quattro zampe) non sono solo lo sfondo su cui egli ha “recitato” la sua vita. Il mondo del signor Elvio, così come il nostro mondo, i nostri legami, le nostre amicizie e rapporti, afferiscono alla dimensione più intima e vitale della nostra esistenza e della nostra identità.

È forse per questo che il signor Elvio non ha voluto lasciare questo mondo senza congedarsi da tutti coloro che di questo mondo erano parte essenziale. Permettere a Piero e Gilda di salutare il padrone non è stato solo un atto di umana pietà verso il malato, ma un gesto di riconoscimento e di riguardo per il mondo Elvio e, in fin dei conti, per Elvio stesso.

Storia e Tempi

No! Non basta più!

Non basta più ricordare. Non basta dire “mai più”, pregare perché non si ripeta, auspicare che gli uomini abbiano imparato dai loro errori.

Non basta più fare un’opera di archeologia della memoria, una triste visita ai dolori passati, ad eventi drammatici e terribili. Non basta dissociarsi né piangere i morti, né commuoversi per i milioni di persone cancellate dalla faccia della terra, per le centinaia di migliaia di Anna Frank che si sono nascoste nei sottotetti delle nostre città. Non basta più esprimere accorati appelli, partecipare e meste cerimonie, scrivere articoli o postare foto sui social.

No! Oggi non basta più.

Perché il virus dell’odio circola ancora tra noi: certo, sotto forme nuove e diverse. D’altra parte la storia non si ripete mai uguale a se stessa. Ma sono gli stessi batteri che infettano le nostre vite, che attaccano il nostro corpo sociale, che ammorbano i cuori ed i sentimenti. Malattie diverse ma la diagnosi è la stessa. È il virus dell’egoismo, di quel male dell’anima che tende a vedere nell’altro il nemico da eliminare, colui che minaccia la tua casa e il tuo cibo, che attenta alla tua sicurezza e al tuo benessere.

Non pensate che gli italiani di ottant’anni fa, quando assistettero muti ed inermi alla tragedia, non fossero meno convinti di noi di agire per il bene della patria, per la difesa delle loro famiglie e dei loro confini, per la tutela dei loro giusti diritti. Tutti i drammi della storia sono nati sotto i migliori auspici, giustificati dalle più nobili ragioni, legittimati da argomenti ragionevoli e sensati.

Non basta più ricordare! Oggi no!

Occorre custodire e proteggere con i denti la nostra umanità, quel senso di compassione che non ci fa voltare lo sguardo di fronte al fratello che muore. Occorre lottare per restare umani, per non sopire la coscienza, per non sedare l’intelligenza, per conservare il coraggio di ribellarsi, di dire “No! Non nel mio nome!”

Occorre l’audacia di difendere i tanti “ebrei” della storia, quelli di ieri e quelli di oggi, quelli che vivevano nei ghetti delle nostre città e quelli che abitano nelle periferie della terra, quelli che indossavano la kippà e quelli che vestono una pelle dal colore diverso.

Non basta più ricordare, non basta più scandalizzarsi, né dissociarsi.

Saremo tutti giudicati dai nostri figli per il coraggio delle nostre parole, per la profezia dei nostri gesti, per l’umanità dei nostri comportamenti. Non basta più ricordare: la scelta oggi è se diventare complici o restare uomini.

Parole di carta

il sogno di Sergio

C’è un sogno dietro le parole miti e garbate del presidente Mattarella, un’aspirazione emerge dalla sua narrazione pacata e gentile durante il messaggio di fine anno che, nella serata di San Silvestro, il presidente della Repubblica rivolge alla nazione. E questo sogno ha una cifra sintetica, una parola che raccoglie e condensa la realtà di questa speranza. È la parola “comunità”, con la quale il presidente apre e conclude il suo discorso: il resto del discorso, la riflessione che si articola dentro questo identico punto iniziale e finale, pare essere solo la declinazione di questa parola, la sua esplicitazione, il modo per renderla qualcosa di concreto e di reale. «“Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese». In queste parole c’è tutta la sintesi della nostra costituzione repubblicana, c’è il senso di una convivenza civile fatta di un vivere insieme perché un medesimo destino ci unisce tutti, che lo vogliamo oppure no.

E perché non ci siano dubbi sulla natura e le caratteristiche di questa comunità di vita, il presidente ne descrive i tratti, delineandone i segni del volto. Ci sono parole e valori che sono ingredienti essenziali di questa comunità. Anzitutto la parola “rispetto” che «vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore». La comunità a cui Mattarella aspira è un popolo che è ricco e fiero  della propria identità, ma con mitezza e riguardo, senza violenza, senza arroganza ed intolleranza.

E questo rispetto va a braccetto con un’altra parola che appartiene al vocabolario del presidente: la parola “sicurezza”. Come a dire che non c’è sicurezza senza rispetto o rispetto senza sicurezza. «La sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune. (…) La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza. Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro». Mi pare chiaro il ragionamento di Mattarella: contro ogni visione riduttiva della sicurezza, vista come mera difesa degli egoismi personali, il presidente oppone una concezione più ampia ed integrale di questo valore. La sicurezza non è solo “difesa da” ma “lavorare per”, garantendo i valori positivi del lavoro, dell’istruzione, della redistribuzione, etc.

E poi il presidente ha l’ardire di usare una parole mai udita in politica, proprio per descrivere lo stile in cui questa comunità è chiamata a vivere: i buoni sentimenti. Questi “buoni sentimenti” sono proprio quei motori che animano i tanti che di questa comunità si mettono al servizio. «Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il   proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà. Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni. Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità. I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato»

E poi c’è un’altra parola assai cara al presidente: la parola “fiducia”, da opporsi alla paura e alle lacerazioni. «Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche. Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno. Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.» Insomma, la fiducia di Mattarella non è un vuoto ottimismo ma si alimenta del lavoro serio e fedele, della competenza e della fatica e si fonda sui grandi risultati che la storia di questo Paese ha raggiunto nel corso della sua storia. Cita a questo proposito il Sistema Sanitario Nazionale, straordinario esempio di solidarismo universalistico che ha consentito a tutti la garanzia di cure degne e adeguate.

C’è infine un’ultima parola che non può mancare negli attributi della parola “comunità”: è la dimensione europea, di cui il presidente è un convinto sostenitore. «La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole. (…) Le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace». L’Europa è, per la comunità sognata da Mattarella, il destino naturale, il positivo approdo in cui celebrare e condividere i valori che sono alla base della nostra costituzione.

È ricco ed affascinante il sogno del presidente per questa Italia, che pare oggi ripiegata su se stessa e in preda a egoismi che fatica a gestire. È lo scoprirsi comunità, pare dirci il presidente, l’antidoto a questo clima avvelenato, a questo astio che serpeggia nei rapporti sociali e politici. È il senso della comunità che si sperimenta già oggi in «molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita».

 

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Gennaio di LodiVecchioMese

Pensieri e Silenzi

ping pong

Il posto più scomodo e difficile in cui un genitore o un educatore possono stare è quello spazio “di mezzo” che c’è tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.

Educare è la possibilità che ci è data di “sognare” una persona, immaginarla cresciuta e maturata e attivarsi perché questi traguardi di crescita possano essere raggiunti. Non c’è educazione senza questa tensione, senza questo fossato da colmale, questo fiume da attraversare. Se non si attiva questo movimento, c’è solo stasi e ristagno. È la dimensione del “sogno” e del “potrebbe essere” che rende possibile ogni percorso di cambiamento. Ogni giovane vive dentro questa spinta alla trasformazione, sollecitato e stimolato a diventare di più e meglio.

Questa frontiera in cui abitano il presente ed il futuro, tra condizione e possibilità, è il campo di azione dell’educatore. Sta a lui creare la giusta tensione, quella dialettica positiva che spinge ad andare avanti, a procedere e a crescere. Una sollecitazione troppo intensa genera frustrazione e demotivazione; una troppo debole lassismo e pigrizia, talvolta regressione.

La fatica dell’educare spesso consiste proprio in questo: nel dover presidiare quello spazio che si estende tra “il già” e il “non-ancora”, spazio spesso indefinito e impreciso, luogo esposto a venti intensi o a ristagni d’aria nauseabonda.

Chi è educatore lo sa bene: si vive male in quella condizione, giacché sei continuamente sollecitato da presunti successi e docce fredde, da traguardi raggiunti e battaglie perse. A volte ti sembra che ci sia progresso e cambiamento, poi ti devi ricredere quando constati che le cose non vanno come ti saresti aspettato. Occorre pazienza, tanta pazienza. O meglio: serve fortezza, una fortezza solida e tenace, per tenere il punto, per non perdersi d’animo, per non desistere e restare fedeli al proprio ruolo.

Abitiamo più volentieri luoghi sicuri e definiti dove l’ordine e la pulizia regnano sovrani. Stare in questi “posti mobili”, sottoposti a continui aggiustamenti, sistemazioni e accomodamento è davvero stancante, spesso addirittura logorante. Stai lì come sospeso, in continua ricerca di una mediazione possibile, dentro un ping-pong che fa girare la testa.

Storia e Tempi

barra a dritta

Devo ammettere che leggere certe notizie sui giornali ti fa sentire un po’ meno strano e “anormale”, in un mondo che pare procedere con la retromarcia inserita.

Sono appena stato spettatore, durante l’ultima partita di campionato di basket, dell’allenatore della squadra avversaria che ha serenamente mandato “a quel paese” (l’espressione non era esattamente questa…) un suo giocatore che non ha preso una rimbalzo difensivo. Gianluigi ed io ci siamo guardati chiedendoci da che pianeta venisse questo strano (e volgare) individuo. Offendere un ragazzino di 13 anni solo perché sbaglia un gesto sportivo mi pare (e ci pare) una cosa che non sta né in cielo né in terra.

Eppure constati sempre più frequentemente che la cosa viene ormai accettata e che l’alieno, a poco a poco, diventi tu. Pare che faccia molto “uomini duri” prendere a male parole ragazzi di terza media, come se il carico di volgarità che riversi su di loro sia direttamente proporzionale alla tua passione cestistica e alla determinazione di allenatore.

E così quando leggo sul Corriere (QUI) che è un allenatore, guarda caso proprio dello stesso campionato gemello del nostro, si è comportato in maniera così “stranamente normale”, confesso che ho tirato un sospiro di sollievo. Va bene essere “pochi”, ma sentirsi pure “una razza in via di estinzione” mi pareva onestamente eccessivo.

Che poi, a ben vedere, non è che sto ragazzo abbia fatto chissà che cosa! Ha cercato “solo” (ovviamente si fa per dire…) di non dimenticare chi era, dove si trovava e chi aveva davanti. Nell’ordine: lui era prima di tutto un adulto e, in quanto tale, inevitabilmente educatore; si trovava su un campo di basket per giocare e divertirsi; e davanti a sé aveva un gruppo di ragazzi di 13 anni. Tutto qui…niente di più, niente di meno…

Eppure quando ti trovi davanti ad altri adulti, siano essi genitori o allenatori, che dimenticano queste “condizioni di base”, ecco che allora nascono i veri problemi. Allora si perde il senso del limite, si dimentica il motivo di quello che si sta facendo e si trasforma la gara in una competizione violenta. Capite allora perché leggere certe notizie rinfranca l’anima e motiva a continuare, tenendo saldamente la barra a dritta.

È davvero facile incontrare, lungo la navigazione, forti venti e tempeste, che ti spingono fuori rotta. La perizia del capitano è quello di non far naufragare l’imbarcazione, anche con condizioni atmosferiche avverse

Storia e Tempi

dopo quanti morti scatta la pietà?

“Dopo quanti morti scatta la pietà?” chiedeva oggi sull’HuffPost Fabio Luppino di fronte alla terribile strage di 117 morti in mare e di fronte all’ennesima “spacconata” degli uomini del governo…

Quanti morti occorrono perché ci sia un minimo di compassione umana, di pietosa solidarietà, di raccolto silenzio e di mesto raccoglimento?

Quanti disperati devono perdere la loro vita in mare perché il teatrino delle dirette facebook si fermi anche solo per ventiquattro ore, giusto il tempo di ricordo rispettoso?

Quanti altri uomini, donne e bambini devono trovare la loro tomba davanti alle coste di casa nostra perché si smetta di strumentalizzare, di individuare colpevoli e complici e si faccia finalmente silenzio, tacendo parole di odio e di rancore, dette solo per raccogliere una manciata di like in rete?

Ditemelo: qual è il prezzo del nostro dolore, quale deve essere la dimensione della strage perché il nostro cuore indurito mostri un minimo di compassione e umana solidarietà? Ma davvero la crosta della nostra insensibilità umana ci ha resi così anestetizzati di fronte al dramma del fratello che muore sotto i nostri occhi?

Che Dio guarisca i nostri occhi che non vedono, i nostri orecchi che non odono, il nostro cuore che non si strazia di fronte alla morte innocente e disumana…

Storia e Tempi

Bulletin scolaire

Poteva avere su per giù l’età di mio figlio quattordicenne, il giovane ragazzo del Mali finito sul freddo tavolo della dottoressa Cristina Cattaneo. L’anatomopatologa ha il tristissimo compito di fare la ricognizione sui corpi, recuperati nel mediterraneo, appartenenti a chi non ce l’ha fatta a raggiungere la sponda opposta e ha terminato il suo viaggio e la sua vita nel Mare Nostrum. È un ultimo tentativo di rendere un po’ di dignità a questi corpi “scartati” dal mondo, un azione pietosa per dare un minimo di consolazione ai famigliari dei defunti, perché abbiamo almeno la certezza sul destino dei loro cari.

Una cosa ha stupito la dottoressa Cattaneo, che è ormai assuefatta a questo triste compito, mentre analizzata il corpo del giovane. Lo racconta lei stesso nel suo libro (Cristina Cattaneo, ‘Naufraghi senza volto’, Cortina editore): si tratta del singolare oggetto che, durante l’autopsia, i medici hanno trovato cucito nella giacca del ragazzo. Dopo una verifica più accurata è emerso essere la pagella scolastica dello sventurato: “Bulletin scolaire”, era scritto sul documento, ormai intriso d’acqua e poi “mathematique”, “francais”…, con i relativi i voti.

Il giovane profugo ha evidentemente pensato di portare con sé, come un prezioso bene, questo pezzo di carta, attestante il suo impegno nel percorso scolastico, forse la testimonianza della sua determinazione e della sua voglia di vita. Era forse custodito come un piccolo “lasciapassare”, una attestazione che lui era uno che ce la metteva tutta, che aveva tutte le “carte in regola” per vivere nel ricco occidente, così poco disposto ad accogliere il suo arrivo.

Poteva avere l’età di mio figlio questo giovane africano, che considerava la sua istruzione come un “permesso di ingresso” nella civile Europa, un titolo di merito che lo avrebbe annoverato tra i volenterosi ed i meritevoli della “meglio gioventù”. E invece i suoi sogni sono terminati nel fondo di un mare, annegati insieme al suo corpo e strappato alla dimenticanza solo grazie alla compassionevole operazione di recupero di qualche anima buona.

Fa impressione pensare a questa giovane vita stroncata nel suo fiorire, con il suo bagaglio di sogni e speranza, cucite addosso come un singolare tatuaggio. Fa male pensare che lì poteva esserci mio figlio, suo coetaneo e che condivide con il ragazzo maliano il colore delle pelle. A ben vedere poteva esserci il figlio di una qualunque famiglia italiana su quel tavolo, se solo non avessimo tutti avuto la fortuna di nascere dalla parte giusta del mediterraneo.

Questi drammi mi fanno pensare a quale “merito” abbiamo avuto noi, quale privilegio ha segnato la nostra nascita, avvenuta in tempi e spazi favorevoli. E, d’altra parte, che arcano motivo lo avrà mai fatto nascere in quel luogo senza speranza e senza destino, luogo che suona, già da solo, come una impietosa condanna a morte. In fondo non ci sono risposte accettabili a questi dubbi, né argomentazioni credibili. Resta solo il senso di una comune umanità, di un futuro possibile che ci lega, di un essere carne e sangue, di un cuore che batte allo stesso ritmo a tutte le latitudini del pianeta.

Parole d'autore

avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese)