Parole di carta

saper separare

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di settembre di LodiVecchioMese:

 

Un uomo saggio ed acuto una volta mi fece notare che la prima tentazione di Adamo ed Eva nel giardino terrestre non fu il mangiare l’albero del bene e del male ma l’insinuazione di una insidiosa semplificazione. Infatti come ci racconta il libro di Genesi “Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: «Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete»».” Il serpente istiga ad una illecita semplificazione: tutti gli alberi sono proibiti. I primi uomini sanno fuggire da questo ingiusto giudizio ed introducono nel discorso una corretta “differenziazione”: solo dell’albero che sta al centro del giardino non possiamo mangiare. Essi rifiutano la confusione proposta dal serpente e sanno applicarsi nell’arte del discernimento.

Quanto è attuale questo racconto! Quanto davvero esso esprime ciò che, stando alle origini, è presente in ogni spazio ed in ogni tempo! Quanto oggi è ancora viva la tentazione a semplificare, ad annullare le differenze, a non fare i necessari distinguo, a mettere tutto sullo stesso piano.

In fondo la parola ragione (che deriva dalla parola ratio, parte, da cui calcolo, misura, conto) nasce proprio dalla capacità tipica dell’uomo di dividere, analizzare, separare, discernere nel tutto le singole parti.

Senza andare troppo lontano dal racconto di Genesi ma arretrando solo di qualche capitolo, ci viene ricordato che la stessa opera della creazione si concretizzò in una serie di atti capaci di generare separazione ed identità: “In principio Dio creò il cielo e la terra. (…) Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre. (…) Dio disse: “Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. (…) Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie“. E così avvenne. Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte (…)”. E così avvenne.” E si potrebbe continuare…

La creazione, secondo l’autore sacro, fu di fatto una attività di separazione ed individualizzazione: dal caos nasce il cosmo, ossia un mondo ordinato, perché qualcuno, in questo caso Qualcuno, sa attivare un processo di differenziazione, di specializzazione…parrebbe quasi che il mondo nasca perché qualcuno sa usare la ragione, ossia la capacità di separare ed identificare.

Non è molto diverso per la nostra realtà: il nostro mondo emerge dal marasma delle sensazioni e delle percezioni perché, usando la ragione, siamo capaci di identificare le differenze, di cogliere le parti del tutto e, nominandole, riconosciamo ed onoriamo la loro identità ed autonomia. In fondo questa capacità squisitamente umana ci permette di districarci nella complessità del reale, di sopravvivere nella giungla degli accadimenti e delle esperienze. Vale anche nella nostra piccola e povera esperienza di tutti i giorni: è sempre alta la tentazione di generalizzare, di “fare di tutta un’erba un fascio”, di cadere in stereotipi che ci risparmiano la fatica di dividere, di separare, di capire. È così, ad esempio, che nasce la convinzione che “i politici sono tutti ladri”, “gli immigrati sono tutti approfittatori” e volendo ciascuno può aggiungere la propria lista personale. Quando sospendiamo l’attitudine al discernimento e cadiamo nella tentazione della generalizzazione rifiutiamo di accogliere e riconoscere la ricchezza del mondo, di ammirare i mille colori di cui è fatta la realtà; è come se mettessimo degli occhiali che ci fanno vedere tutto in bianco e nero, rimuovendo le infinite tonalità e le meravigliose sfumature.

Quando a tavola assaggiamo un buon piatto siamo gratificati dal gustare le tante variazioni di salato, dolce ed aspro; anzi, più un piatto è raffinato, più ampia è la gamma di sapori che esso regala. Ci piacciono i retrogusti, le dorature, l’odore di spezie rare, le piccole variazioni sul tema, gli accostamenti irrituali di sapori opposti. Il palato gode della ricchezza del cibo che assaporiamo, si delizia della complessità di cui è portatore.

È affascinate pensare che la realtà offre la stessa copiosa varietà non solo a tutti gli altri sensi ma anche al senso della nostra vita: solo la nostra capacità di vagliare le cose, di assaporare dettagli e sfumature ci regala la gioia di un mondo di fronte a noi sorprendente e multiforme.

 

Storia e Tempi

seconda B

Per questo post faccio uno strappo alla regola. Raffaella, una mia cara amica, insegnante di lettere in una scuola media, mi ha detto che i suoi studenti sono curiosi di sapere com’è Helsinki in questo periodo dell’anno. Ecco allora che oggi dedico questo post alle II B della Don Milani di Lodi, con un piccolo racconto di cosa ho visto in questi giorni.

Ciao a tutti! Mi trovo in questi giorni, per motivi di lavoro, ad Helsinki, capitale della Finlandia e volentieri vi racconto qualcosa di questa bella città dallo stile tipicamente nordico. Helsinki è una grande città di poco più di mezzo milione di abitanti. È questa una delle zone maggiormente popolate della Finlandia, in quanto buona parte del rimanente territorio nazionale che si estende fino al circolo polare artico è scarsamente popolato, se non addirittura disabitato. Helsinki si trova nella parte meridionale della penisola finlandese e dista circa 2.000 chilometri dall’Italia, raggiungibile con circa 3 ore di volo.  Il numero degli abitanti non deve indurre in inganno: la capitale finlandese è praticamente immune dal traffico; in città ci si muove comodamente anche perché i finlandesi amano molto andare in bicicletta con qualunque condizione meteorologica, neve compresa. Dal punto di vista estetico ed architettonico Helsinki risente molto della lunga dominazione russa: grandi edifici in stile sovietico, molto elegante e sobrio

Due cose di Helsinki incuriosiscono gli italiani: il freddo e la luce.

Oggi il clima è mite: splende un sole timido e ci sono circa 16 gradi. Tuttavia di inverno Helsinki sa essere anche molto fredda. Mi è capitato di trovarmi qui per lavoro tra dicembre e gennaio e la temperatura scende fino a -20° di notte, con massine di giorno di -10°. Per noi che non siamo abituati, e che non abbiamo un abbigliamento tecnico adeguato, queste temperature si sentono sulla pelle, tanto che stenti a stare troppo all’esterno nelle ore serali. La temperatura rigida provoca il congelamento del mare vicino alla costa: praticamente durante l’inverno il mare diviene un’immensa distesa ghiacciata sui cui le persone fanno jogging, correndo tra alcune piccole imbarcazioni rimaste intrappolate e che sbucano come delle presenze surreali nel bianco scenario. L’unica striscia di mare che viene tenuta navigabile è il piccolo corridoio che corre verso la vicina Tallinn, capitale dell’Estonia, per permettere l’attracco dei numerosi traghetti che tutti i giorni coprono la rotta. Anche la neve d’inverno la fa da padrona: in città di raggiunge facilmente un metro di neve e quando è troppa e sulle strade manca lo spazio per raccoglierla, senti di notte i camion che raccolgono la neve e la depositano sulle spiagge ghiacciate

L’altra cosa curiosa, per una persona che viene da sud, è la durata del giorno, che varia molto durante l’anno: d’inverno il sole sorge verso le dieci di mattina e già alle 2 del pomeriggio comincia a tramontare; d’estate viceversa alle sette, quando mi sveglio c’è già piena luce e così fino alle undici di sera. Quindi quando vai a letto, in estate devi stare molto attento a tirare bene le tende altrimenti alle 4 sei in piedi; d’inverno te ne puoi tranquillamente dimenticare…

Una piccola curiosità: lo scorso giugno un collega finlandese mi fece notare un giornale su cui era riportato, come avviene anche sui giornali italiani, l’orario in cui il sole sorge e tramonta. Bene, per una città della Lapponia (la zona più a nord) c’era scritto: il sole tramonta… il 28 luglio!

I finlandesi sono persone molto accoglienti ma riservate; dopo averle frequentate per un po’ di tempo impari a riconoscere le piccole variazioni della espressione del viso, che apparentemente pare sempre imperscrutabile. Sì, perché le persone del nord paiono avere grande pudore dei propri sentimenti e manifestano le proprie emozioni con grande cautela, diversamente da noi mediterranei che invece appariamo molto più solari e probabilmente, ai loro occhi, troppo esuberanti.

Cari amici della IIB, spero di aver risposto a qualche vostra curiosità… se vi avessi lasciato qualche domanda senza risposta, potete tranquillamente postare un commento o scrivermi a qiqajonblog@gmail.com e farò del mio meglio per soddisfare le vostre richiesta.

Un abbraccio, Marco

Pensieri e Silenzi

6F

Amo moltissimo viaggiare in aereo; credo che, se potessi, trasferire la mia residenza in un qualunque aeroporto. Mi piace muovermi, andare, visitare, conoscere, ma la cosa che più adoro è il viaggio in sé stesso: quel tempo magico che intercorre tra il decollo e l’atterraggio. È per me è un tempo di grazia: spegni il cellulare e, da solo al mio posto, mi dedico del tempo solo per me, per leggere, scrivere, pensare, studiare o anche solo per riposare.

Il bello è che non provi alcun senso di colpa; se facessi le stesse cose a casa, rischierei di provare qualche rimorso; ma in volo no! lì non puoi fare altro e quindi puoi stare sereno, anche con la coscienza.

Prediligo il posto lato finestrino, non perché voglio guardare fuori, ma solo perché è più isolato; mi siedo, allaccio la cintura e estraggo dalla borsa una tonnellata di carta, che mi porto sempre appresso. Sono libri che vorrei leggere, articoli che mi sono rimasti sul comodino da mesi o materiale della più svariata natura. Mi accorgo della stravaganza delle mie letture quando il mio vicino, sbirciando sul mio foglio, mi fa un espressione allibita. Proprio come adesso: la mia vicina, una ragazza giapponese sui 25 anni, mi osserva scrivere sul mio block-notes, quasi stessi facendo una cosa scandalosa. Mi adocchia con con un vago senso di compatimento, come se fossi venuto dal passato; certo, con in mano il suo iPhone35, immagino non sia abituata all’uso della carta.

Con davanti a me questa montagna di carta inizio il mio viaggio, tra una lettura, un po’ di silenzio, un po’ di musica, una sbirciatina fuori ed una piccola pennichella.

Sono davvero momenti favolosi: non potendo andare altrove, sei costretto a stare lì, a goderti i minuti che passano, in sola compagnia dei tuoi pensieri o delle parole scritte da qualcun altro. È inutile agitarsi, correre o preoccuparsi: il posto 6F è l’unico luogo in cui puoi stare, tranquillamente e lentamente. È rigenerante questo tempo: raccogli ed organizzi le idee, rifletti sulle persone e su quanto ti è accaduto, digerisci la vita e te la gusti, un sorso alla volta.

È una pausa forzata ma benedetta, nella frenesia della giornata; un tempo per prendersi cura di se stessi, un momento di piacevole solitudine, che ti è donato fino a quando il segnale delle cinture si accende e la hostess annuncia che abbiamo iniziato la fase di atterraggio.

Affetti e Legami

dalla pianura…

“Quando vi separate dall’amico non rattristatevi: la sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura”

Questo pensiero di Gibran mi è tornato alla mente in questi giorni in cui ricordiamo i sei mesi dalla morte di Marco. È proprio così: il tempo ti dà la possibilità di apprezzare alcuni aspetti che non avevi notato in precedenza, sotto l’impeto delle emozioni, della sofferenza e del senso di vuoto che provi.

Ho letto qualche giorno fa una interessante intervista del Card. Ruini sul Corriere in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, in cui, tra l’altro, il cardinale racconta di Marco in appendice, avendolo conosciuto ed avendo partecipato ai giorni della sua morte. Dice così: “Si muore in tanti modi, che dipendono da quello che siamo nel profondo e dal genere di persone che ci sono vicine; oltre che, naturalmente, dalla nostra maggiore o minore solidità psichica e dal tipo di infermità che ci conduce alla morte. Mescolata a tutti questi fattori gioca però un grande ruolo anche la fede in Dio e nella vita eterna. Rimane vera cioè la parola di san Paolo: i cristiani sono coloro che hanno speranza.”

Pensavo che davvero la morte è la cartina tornasole della vita: di fronte alla morte, uno mostra quello che è; di fronte a questo evento, che è la fine ed il fine della vita, ogni uomo non mente, non indossa maschere, non recita copioni scritti da altri; ciascuno è semplicemente se stesso, con quello che è stato, con le sue convinzioni, le sue paure e le sue speranze.

Questa riflessione mi porta ad ammirare, come fa lo scalatore in pianura con la montagna, ancora di più Marco: egli è stato un “testimone verace” di quello in cui ha creduto e per cui ha vissuto; mi piace usare l’equivalente termine greco martyr, che meglio esprime quello che intendo. Marco è stato un martire nel senso che ha testimoniato con la sua morte quelle cose che ha professato con la sua vita, non ha indietreggiato di un centimetro, non ha avuto cedimenti, dubbi o perplessità. Certo, ha avuto paura, come ogni uomo che sia degno di questo nome, come l’ha avuto anche il Figlio di Dio che di fronte alla prospettiva della sua morte ha pianto lacrime di sangue. Mi dà da pensare questa sua “integrità”, questa sua robustezza e solidità…

Sono queste considerazioni che mi fanno dire che ho avuto la fortuna e la grazia di conoscere un uomo tutto di un pezzo, una persona vera e coerente, un credente di gran pregio che ha confermato nella morte il suo Amore per la Vita.

Parole d'autore

sei mesi

Oggi sono sei mesi che il mio amico Marco se ne è andato. Lascio la doverosa memoria ad un testimone di prima mano, mio figlio Daniel, che così lo ricorda in un piccolo scritto.

Don Marco tutti sappiamo chi è: un grande uomo, che purtroppo se n’è andato via troppo presto. Lui aveva fatto grandi cose, aiutato le parrocchie dove era stato ed aiutato tutti gli amici. Tutte le persone che lo conoscevano pensavano a lui come il sorridente, tranquillo, altruista, caro don Marco Sozzi. Ha insegnato a tutti noi a tenere il sorriso, anche quando il mondo sembra sempre contro di te.

 

Affetti e Legami

gli occhi azzurri di Daryna

Daryna ha due occhi vivaci ed azzurri ed una grande voglia di vivere. I suoi occhi hanno una particolare profondità, che manifesta un animo bello e ricco, una interiorità variegata e feconda. Il suo sguardo, il suo modo di osservarti non sono mai passivi o disinteressati ma sempre animati da una dolcissima vitalità. Capisci che ti osserva, che è lì con te, che partecipa delle cose che accadono. Peccato non avere la possibilità di cogliere dalla sua voce qualche indizio del suo mondo personale.

Ha una vitalità che è contagiosa: vive ogni momento della giornata, ogni esperienza o incontro, con passione e ardore, con un slancio ed impegno davvero straordinari. La vedo adesso impegnata a colorare un disegno che ha appena completato: disegnare e colorare è una cosa che la prende molto, che la gratifica e le consente di esprimere se stessa con risultati oltretutto da non sottovalutare.

Ama molto vestirsi, truccarsi e pettinarsi e ammirare tutto questo suo impegno allo specchio, trascorrendo minuti e minuti ad osservarsi e contemplarsi. È buffa e allo stesso tempo deliziosa, quando si muove con grazia molto femminile davanti allo specchio, sistemandosi i capelli, muovendo il viso, correggendo la piega di una gonna o indossando un cerchietto per i capelli. Nonostante la giovanissima età ha già uno spiccato senso della propria femminilità che la rende una bambina dolce e gentile.

Penso che la dolcezza sia un tratto bello della sua persona: Daryna non è mai arrogante o prepotente, chiede sempre scusa e puntualmente ringrazia con uno disarmante “spasiba” alla fine di ogni pasto. Non sono tratti artefatti o impostati. Capisci che le vengono spontanei come rivelazione immediata della propria anima.

Sì, Daryna è davvero una bella persona. Non ho idea se tutto questa bellezza sia frutto gratuito della natura o se i suoi genitori, nella lontana Bielorussia, siano i veri artifici di questo capolavoro: sta di fatto che lei ha davvero tutte la carte in regola per diventare una donna affascinante e armoniosa.

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Parole d'autore

prossimo passo

Il vecchio si chiamava Beppo Spazzino. Aveva di sicuro un altro cognome ma, dato che di mestiere era spazzino e che tutto lo chiamavano così, anche lui aveva deciso che quel cognome gli stava bene. [….] E faceva il suo dovere volentieri e a fondo. Sapeva che era un lavoro assai necessario. Quando spazzava le strade andava piano ma con ritmo costante: ad ogni passo un respiro e ad ogni respiro un colpo di granata. Passo-respiro-colpo di scopa. Passo-respiro-colpo di scopa. Di tanto in tanto si fermava e un momento e guardava, pensieroso davanti a sé. E poi riprendeva. Passo-respiro-colpo di scopa. [….]

Dopo il lavoro, quando sedeva vicino a Momo, le spiegava i suoi grandi pensieri. E poiché lei ascoltava in quel suo modo speciale, gli si scioglieva la lingua e trovava le parole adatte. “Vedi, Momo, è così: certe volte si ha davanti una strada lunghissima. Si crede che è troppo lunga, che mai si potrà finire, uno pensa.” Guardò un po’ in avanti davanti a sé e poi proseguì: “E allora si comincia a fare in fretta. E ogni volta che alzi gli occhi vedi che la strada non è diventata di meno. E ti sforzi ancora di più e ti viene la paura e alla fine resti senza fiato… e non ce la fai più…. e la strada sta sempre là davanti. Non è così che si deve fare.”

Pensò ancora un poso e poi seguitò: “Non si può mai pensare alla strada tutta in una volta, tutta intera capisci? Si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro, al prossimo colpo di scopa. Sempre soltanto al gesto che viene dopo. Allora c’è soddisfazione; questo è importante perché allora si fa bene il lavoro. Così deve essere. E di colpo uno si accorge che, passo dopo passo, ha fatto tutta la strada. Non si sa come…. e non si è senza respiro. Questo è importante.”

Tratto da Momo di Michael Ende

Storia e Tempi

sempre lei…

Un altro optional che la mia Alfa offre così, un po’ gratuitamente, è la rilevazione del livello del carburante. Penso che il dipartimento di statistica di qualche università dovrebbe farci uno studio, in quanto si tratta di un processo randomico puro, roba difficile da trovare in giro. In sintesi, l’Alfa indica un po’ quello che vuole lei, come fosse un generatore di numeri casuali.

All’inizio questa cosa mi allarma un po’: “ma come? ho fatto 30 euro di benzina solo due giorni fa ed è già in riserva…” Dopo aver scartato varie ipotesi complottiste, tra cui la possibilità che qualche trafugatore di materiale combustibile potesse approvvigionarsi alla mia macchina, mi sono convinto che era solo una questione di tempo: bastava attendere qualche minuto e la gloriosa Alfa avrebbe restituito il valore corretto.

E sì, perché basta un piccolo sasso sotto la ruota destra o una leggera discesa e leggi sul cruscotto un valore a caso; è sufficiente che la pianta, sotto la quale parcheggio, perda un più di foglie del solito ed il suo sofisticato sistema di rilevazione resti terribilmente alterato.

Pensavo che in fondo è un po’ così anche con le situazioni della vita: non sempre il primo valore che leggiamo è quello giusto. Talvolta le situazioni hanno bisogno di decantazione, di attesa e di pazienza. Bisogna saper attendere che una persona, una situazione, una relazione trovino il proprio punto di stabilità, senza fretta e senza ansia. Ogni giudizio affrettato rischia di essere impreciso, se non addirittura sbagliato. Lasciando che le cose trovino il loro naturale equilibrio ci eviteremmo di riempire un serbatoio già mezzo pieno o di restare a piedi per uno vuoto.

Storia e Tempi

elogio della democrazia (rappresentativa)

Nessuna forma democratica è perfetta. Credo che la storia lo abbia ampiamente dimostrato. Tuttavia penso che alcune forme democratiche si prestino più di altre a preservare le intenzioni da cui erano nate. Ad esempio credo che la democrazia diretta, ossia la democrazia esercitata dal popolo senza la mediazione di un corpo sociale intermedio (sia esso partito, movimento o altro) stia manifestando tutti i suoi limiti.

Anzitutto essa nasce sotto lo slogan “che uno vale uno”,  ma ben presto ci si accorge che questo nobile principio scivola in una forma di egualitarismo oligarchico che nega nella sostanza ogni vera uguaglianza. Vi ricordate “La fattoria degli animali” di George Orwell? Dapprima la regola che governava la fattoria, sottratta la dittatura dell’uomo, era che “tutti gli animali sono uguali”. Purtroppo, ben presto, questo slogan subisce una piccola aggiunta: “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”. Certo, Orwell alludeva al comunismo, ma tutto questo non è esclusiva del comunismo.

Il corpo sociale intermedio è responsabile della formazione di una classe politica e dirigente capace di governare ed amministrare. Onestamente l’idea per cui chiunque può amministrare il bene pubblico, senza alcun requisito di formazione ed esperienza, mi pare un’idea ridicola. Non voglio qui fare l’elogio della democrazia dei sapienti e degli intellettuali;  ma riconoscere che l’amministrazione, come ogni attività umana, richiede competenze e capacità, oltre che onestà e sane intenzioni. Certo, il ceto politico può diventare luogo di carrierismo, di ambizioni e malsani appetiti. Tuttavia non mi risulta sia stato trovato sistema migliore (ma mi posso sbagliare) per selezionare la classe dirigente, se non quello di una sana lotta politica, in virtù della quale avanza chi ha più tela da tessere e non il raccomandato di turno. Il corpo sociale intermedio permette la mediazione degli interessi, il confronto delle idee e delle ragioni, una sorta di stanza di compensazione in cui spinte divergenti possono trovare un equilibrio ed una sintesi. Tutto questo resta evidentemente inaccessibile al confronto fatto su un blog o un altro luogo virtuale.

Sono persuaso che, al di là delle apparenze di poter partecipare direttamente alla gestione del potere, l’enfatizzazione della democrazia diretta nasconde, in realtà, la riduzione degli spazi e delle possibilità effettive di influenzare le scelte politiche e di prendere parte alla costruzione del bene comune.

Pensieri e Silenzi

come un pozzo…

La scrittura è una grande educatrice alla pazienza.

Anzitutto, quando uno scrive, sia usando una tastiera, o come più preferisco, con una penna ed un foglio di carta, è quasi “obbligato” al ritmo lento della mano, che con movimento calmo segue il fluire del pensiero. È una operazione lenta, tranquilla, che non ammette frette o irruenze. Il pensiero potrà anche correre veloce ma la sua traduzione in parola, ed in parola scritta, necessita di pazienza e calma… quella calma che diviene opportunità per trovare il termine giusto, il verbo che meglio esprime il pensiero; ti è dato modo di trovare il giusto colore degli aggettivi e degli avverbi, di placare così lo sgorgare vigoroso e tumultuoso delle idee e fare sì che esse si sedimentino e trovino una loro giusta collocazione.

Ma vi è un secondo aspetto grazie al quale la scrittura è una saggia levatrice di sorella pazienza. Quando scrivi qualcosa che poi ti piacerebbe condividere con altri, non decidi tu i tempi ed i modi di questa “comunicazione”; posti un pensiero e questo viene affidato alla libertà dell’altro; sarà lui che deciderà quando, se e dove vorrà leggere quanto hai scritto. Magari lo legge immediatamente, magari tra due giorni, magari tra un mese, magari mai. È un po’ la stessa ansia che avvertiamo quando scriviamo un messaggio su whatsapp: , dopo esserci accertato che le tacchette siano passate da una a due (ossia che il messaggio è stato consegnato), non vediamo l’ora che diventi azzurre, a conferma che l’altro l’ha letto, quasi pretendendo che l’interlocutore sia a nostra completa disposizione…

Ma ogni parola scritta è offerta gratuitamente alla scelta dell’altro e alla sua decisione. Sta a noi saper quietare quella voglia di “tutto e subito”, per accogliere la logica del “tutto a suoi tempo”, rispettando i tempi e gli spazi del lettore.

Chi scrive impara che la sua scrittura (ma forse non solo quella…) diventa un poco alla volta come un piccolo pozzo lungo la strada: chi passa, se vuole, se ne può abbeverare e dissetare, ma non sta a te decidere il tempo e l’ora. A te è chiesto solo ti mantenere l’acqua pulita ed il pozzo aperto ad ogni viandante.