Storia e Tempi

come ti monto un caso

Non è difficile, soprattutto sui social, orchestrare una bel caso per eccitare gli animi così come non è difficile caderci dentro senza neanche accorgersi.

Primo ingrediente: scegliere un messaggio facile, niente di sofisticato o complicato. Qualcosa che arrivi dritto al punto senza passare del filtro della ragione e del riflessione

Secondo ingrediente: individuare un fatto che parla alla pancia delle gente. Non importa il merito; la cosa importante è che scaldi le passioni.

Terzo ingrediente: raccontare una versione che si sintonizzi con le pulsioni più umorali e che possa fungere da sostegno e rinforzo della propria tesi. Non serve che la versione dei fatti coincida con la verità, tanto l’italiano medio non andrà mai troppo nei dettagli e si accontenterà della prima storia che gli si fornisce.

Ed ecco che il gioco è fatto e avete montato una bella fake news da distribuire a piene mani sui social e sui media.

Un esempio di questa strategia?

La recente visita del nostro ministro dell’interno ad un condannato in via definitiva. Il messaggio da far passare è la necessità di estendere l’impunibilità per la legittima difesa.

Per capire la storia occorre tornare indietro di qualche anno. Il Corriere la racconta così: “Il 5 ottobre del 2011 alcuni ladri entrarono in un cantiere sul fiume Tidone dove l’impresa di Peveri stava eseguendo alcuni lavori: scatta il dispositivo di allarme che fa accorrere sul posto il titolare della ditta e un suo operaio romeno. Peveri è armato di un fucile a pompa, spara tre colpi (in aria, sosterrà lui durante l’indagine) ma ferisce uno dei ladri in fuga a un braccio. Poco dopo sempre uno di loro torna nell’area del cantiere per recuperare la sua auto ma viene bloccato dall’imprenditore e dall’operaio. Le indagini della procura di Piacenza hanno stabilito che l’intruso fu immobilizzato, costretto a inginocchiarsi ed ebbe la testa sbattuta contro i sassi. Peveri a quel punto avrebbe esploso un colpo di fucile da distanza ravvicinata, poco più di un metro. Il ferito patteggerà una pena a 10 mesi per tentato furto di gasolio. Peveri e il suo dipendente verranno invece condannati per tentato omicidio a 4 anni e mezzo.”

Questi i fatti.

Ovviamente il messaggio che si vuole costruire è diverso: appellandosi al legittima difesa si grida allo scandalo giacché mentre il ladro è ormai a piede libero (avendo saldato il suo debito) e si “gode” i soldi del risarcimento, per il sig. Peveri la cassazione ha stabilito la definita colpevolezza. Apriti cielo! Come lasciarsi scappare un’occasione del genere? Il colpevole in libertà e l’innocente in carcere!

La cosa, se solo si ha l’interesse di entrare nel merito, non ha nulla a che fare con la legittima difesa, tant’è che manco la difesa del sig. Peveri ha utilizzato questa argomentazione durante il processo. Lo riscrivo perché magari è sfuggita la cosa: gli avvocati della difesa non si sono appellati alla legittima difesa per non farsi ridere in faccia dal giudice…eppure la fake-news che si costruisce gioca proprio su questo equivoco: serve ampliare la legittima difesa per evitare che uomini innocenti vadano in carcere. Basta leggere le carte, come accertate in via definitiva, per comprendere che prendere un ladro, immobilizzarlo e sparargli un colpo in pieno petto non ha nulla a che fare con una legittima difesa. Se accettassimo questi comportamenti cadremmo in una situazione da far west in cui si fa giustizia da solo. Ma tant’è.

La cosa poi davvero “singolare” dell’accaduto è il fatto che il ministro dell’interno non dice nulla delle decine e decine di rapine che il sig. Peveri aveva già subito e che cadrebbero sotto la sua diretta competenza come responsabile dell’ordine pubblico. Preferisce aizzare una polemica contro la magistratura e così scaldare gli animi…mah… potere della comunicazione…

Affetti e Legami

grazie papà!

L’altro giorno sono andato a fare visita alla salma del papà di un mio amico. È un gesto che ultimamente, forse per via dell’età che avanza, mi capita di fare, ahimè, con maggiore consuetudine.

Entrando nella casa in cui era stato deposto il corpo, ho notato immediatamente una cosa che ha attirato la mia attenzione: ai piedi della bara c’era un piccolo cuscino di fiori, di quelli che spesso adornano un feretro. Ma è stata la scritta sul cuscino di fiori che mi ha sorpreso: “Grazie papà!” c’era scritto, evidente espressione di affetto dei tre figli rimasti orfani di padre.

“Grazie” è stata la prima parola che ha accolto la mia visita: non è strano dato che si tratta di una visita funebre?

Ammettiamolo: non è comune accompagnare l’esperienza del morire con il sentimento della riconoscenza. Di certo proviamo tristezza, disperazione, malinconia, senso di solitudine e abbandono, ma raramente riconoscenza. Eppure pensate che bello dev’essere stato per quel padre (se così mi è permesso di immaginare) lasciare questo mondo con il senso di riconoscenza che i suoi figli provavano per lui. Andarsene non accompagnato solo da parole di dolore, di disperazione (certo, ci stanno anche quelle…) o magari di rabbia e rancore, ma dalla parola “grazie”,  che punteggiava, come un punto esclamativo, la conclusione della sua vita!

Pronunciare quel “grazie” significa onorare la vita di quel padre e riconoscere tutto il bene che gli ha portato nella vita dei suoi cari. Dire grazie è confessare la bellezza della sua vita, il significato che è essa ha avuto non solo per se stessa ma anche per gli altri.

Forse esagero, ma riecheggia in quel semplice “grazie” scritto sul cuscino dei fiori, il senso di una dimensione “eucaristica” della vita (εὐχαριστία “rendimento di grazie”), di una esistenza vissuta sotto il segno della riconoscenza. Vivere la morte come dono finale e totale di sé agli altri, come il fine, e non solo la fine, dei giorni.

Penso sia bello chiudere il nostro pellegrinaggio su questa terra pronunciando quella parola di ringraziamento che testimonia la consapevolezza che tutto abbiamo ricevuto e tutto siamo chiamati a donare.

Parole d'autore

storia di una lente e del potere del racconto

Penso che Mary dovrebbe riprendere a scrivere seriamente, come faceva un po’ di tempo fa. Le ho ripetuto la cosa diverse volte ma forse non è ancora arrivato il momento giusto per ricominciare…
È un peccato perché quando leggi alcuni dei suoi racconti (come quello che vi propongo di sotto), comprendi che la scrittura è una parte essenziale della sua vita ed uno straordinario strumento per vivere l’esistenza con profondità. Provate voi a leggere e mi saprete dire…

***

L. ha 7 anni, fa la seconda elementare. Una delle sue maestre sono io. Lunedì viene a scuola tutto contento con una lente di ingrandimento. Ne avevo portata qualcuna io nei giorni precedenti e da qualche tempo i bambini si divertivano a fare gli esploratori in giardino…

L. si era fatto comprare una lente tutta sua, leggermente più grande delle nostre… ne andava molto fiero e non vedeva l’ora di usarla. Lunedì appunto la tira fuori dalla cartella per farmela vedere, ma facendo un gesto un po’ goffo e improvviso la fa cadere a terra. La lente era di vetro, l’urto con il pavimento la fa rompere nello stesso istante in cui L. scoppia in un pianto a dirotto. La sua bellissima lente in frantumi…

L. è un bambino di una sensibilità speciale; fatica a gestire le emozioni troppo forti e infatti piange come se si fosse rotta la cosa più preziosa che ha. Subito i compagni cercano di consolarlo, ma non c’è nulla da fare… cerchiamo di vedere se si può riparare, ma anche qui non si può rimediare… L. piange e noi siamo dispiaciuti con lui.

Per provare a rallegrare un po’ il gruppo mi viene spontaneo cominciare a parlare, per distrarli magari e allora attacco così: “Ascoltate bambini, è un vero peccato che si sia rotta la lente di L., ma sentite cosa è successo a me… Tanto tempo fa avevo iniziato a fare una collezione… sapete cos’è una collezione? (si, no… rispondono loro e allora spiego come si fa a collezionare qualcosa e dico che è una cosa bellissima perché ci insegnai valori della cura, dell’attesa e della pazienza… per fare una collezione bisogna scegliere una cosa che ci piace tanto e poi ci vuole tanto tempo…). Io avevo iniziato una collezione di rane. (Bocche aperte intenti ad ascoltare le mie storie e poi una domanda; perché le rane?). Avevo letto un libro in cui c’era un personaggio che veniva soprannominato “la seconda rana”. Un mio amico che aveva letto lo stesso libro mi aveva detto che io assomigliavo a quel personaggio… e allora ecco perché ho scelto le rane. Ho iniziato a comprarne di tutti i tipi, materiali, grandezze… a un certo punto ne avevo un po’…

Un giorno sono partita per un viaggio e la mia collezione era in camera mia, ben in mostra sul ripiano di una cassettiera. Mentre ero via mi telefona mia sorella e mi dice: “Mary tutto bene?” – “Si, perché?” – “No niente… devo dirti una cosa… però è meglio se ti siedi…” (spiego ai bambini che se qualcuno deve dirti una cosa e ti dice di sederti di solito è una brutta notizia… e loro tutti in coro “Cos’era successo?” – intanto L. aveva smesso di piangere e seguiva attentissimo la mia storia). Dico, facendo la faccia un po’ teatrale…, sapete cosa mi ha detto mia sorella????? Mi ha detto “No Mary, è che… non ho fatto apposta… sono entrata in camera tua e… ho urtato le tue rane e… sono cadute e… SI SONO ROTTE QUASI TUTTE!!!” (Faccia disperata e i bambini in coro “Nooooooooooooooooooo……”). “Eh si bambini, meno male che ero via perché se no…”. Loro: Ma cosa hai fatto dopo? E io: “Niente bambini, quando sono tornata a casa ho messo a posto le rane rimaste e poi ho ricominciato la collezione da capo… certe cose si possono rimediare, capito?”

Sospiro di sollievo e tutti annuiscono. Il pathos diminuisce e credo abbiano capito che si possono affrontare piccole perdite rimboccandosi le maniche e ricominciando da capo (quante volte gli capiterà nella vita?). Guardo L., ormai sorridente e gli dico “L. va un po’ meglio?” – “SI, mi dice lui, molto meglio” E adesso siamo pronti per cominciare la nostra lezione.

Prima però ancora una domanda: “Bambini ma cosa vi ha insegnato questa storia?”. D’istinto G., il più acuto… “Che era meglio se stavi a casa!!!!!!”

Parole di carta

non è un paese per famiglie

Non siamo un paese per famiglie. Non lo siamo stati in tutti questi anni passati e non lo siamo neanche dopo i recenti provvedimenti governativi a sostegno del reddito e a contrasto della povertà dilagante in ampie fasce della popolazione. Manca il riconoscimento sociale dei legami di sostegno reciproco che si istituzionalizzano nel contratto matrimoniale o che restano più “liberi” nei legami di convivenza. In entrambi i casi la scelta di “metter su casa” e, ancor più, di fare figli, è una opzione economicamente poco vantaggiosa, anzi, per certi aspetti, addirittura penalizzante.

Nonostante tante promesse ed annunci, da una parte e dall’altra, il nostro non è un fisco amico delle famiglie: vivere da solo o sperimentare forme di fidanzamento “a distanza” sono sicuramente forme fiscalmente assai più furbe e remunerative. Lo testimonia il fatto che, a detta di molti avvocati matrimonialisti, molte separazioni sarebbero fittizie e mosse dal solo intento di pagare meno tasse. Non è difficile individuare i motivi di queste decisioni: una coppia con figli che si divide può ridurre l’ammontare delle tasse sul reddito più elevato; attraverso il finto assegno di mantenimento ottiene detrazioni più alte per i figli a carico; ha la possibilità di abbattere le tasse sulla seconda casa, ma anche di pagare minori imposte sui rifiuti. Senza contare poi il fatto che è possibile ottenere una serie di agevolazioni sui ticket per le mense scolastiche o godere di una fascia inferiore per il calcolo delle tasse universitarie o dei ticket sanitari. Ci si avventura in quella foresta poco nota e poco trasparente delle dichiarazioni ISEE fasulle, che alimentano una politica sociale spesso squilibrata rispetto ai veri bisogni. Se poi proprio non ci si sposa i vantaggi rischiano di essere ancora maggiori.

Il nostro è un fisco che predilige i single e coloro che amano vivere da eterni fidanzati, senza alcuna convivenza ufficiale e tanto meno figli. La situazione ahimè non è migliorata nemmeno con la recente approvazione del reddito di cittadinanza: anche in questo caso le disparità restano intaccate e si continua sulla strada tracciata anni or sono.

In fondo il messaggio che lo Stato, volente o nolente, trasmette ai suoi cittadini è assai chiaro: meglio vivere da soli, anche nel caso si abbia una relazione affettiva significativa; i figli è meglio farli risultare lontano da un nucleo familiare e, se possibile, conviene non avere famiglie troppo numerose. In altre parole lo Stato costringe chi vuole “mettere su casa” a fare una scommessa insensata e sicuramente anti-economica. Chi oggi accoglie una nuova vita è ben consapevole che il suo tenore di vita peggiorerà assai velocemente, che la sua disponibilità di spesa si contrarrà con uguale velocità e che, in fin dei conti, subirà un processo di evidente impoverimento, per lo meno sotto il profilo economico e finanziario.

Oggi occorre essere dei folli o dei profeti per mettere al mondo dei figli, in quanto tale scelta, dall’indubbio valore sociale e comunitario, verrà, per così dire, “pagata” solo dai singoli, mentre il resto della comunità civile ne godrà indirettamente i vantaggi. Non male come principio: privatizzare gli oneri e condividere i benefici. Stiamo tutti assistendo, infatti, ad una drammatica crisi demografica che rischia di compromettere la tenuta sociale e la sostenibilità di molti degli istituti sociali (previdenza, assistenza sanitaria, etc.). È solo grazie al contributo alla natalità della popolazione immigrata se l’Italia non è ancora caduta nel baratro della crisi, come sta ad esempio avvenendo in Giappone. È chiaro tuttavia che una situazione del genere non è sostenibile a lungo e che se non cambieranno velocemente le politiche familiari, rischiamo tutti non solo l’irrilevanza culturale ma anche la vera e propria estinzione del nostro popolo. Quando la percentuale della popolazione anziana diviene eccessivamente maggiore di quella giovane, si attivano dinamiche disfunzionali che rendono i conti dello stato di fatto ingestibili: troppe pensioni da erogare rispetto ai contributi, un eccesso di spese mediche, un aggravio di spese di accudimento riversate su una popolazione giovane che non riesce a portarne il peso.

Tutto questo evidentemente in barba al dettato costituzionale che all’articolo 31 prevede: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.” Al momento parole non completamente attuate e in attesa di una loro piena applicazione.

È chiaro che il problema qui non ha una origine solo economica, legata alla insufficienza di risorse da stanziare a questo scopo. Temo che la causa affondi le sue radici assai più in profondità ed attenga alla idea individualistica e, permettetemi, un po’ narcisistica, che la nostra cultura alimenta e sostiene. Il main-stream culturale enfatizza il valore dell’individuo, delle sue libertà e dei diritti di cui gode, ma lascia in secondo piano la natura intrinsecamente relazionale e comunitaria delle persona umana. Non si dà essere umano pieno e maturo al di fuori di una comunità di affetti, di una rete di legami che, non solo sostengono la sua crescita, ma che permettono l’individuazione personale e l’identificazione culturale. I nostri legami, sia essi familiari, amicali o di reciproco sostegno, non sono adesivi appiccicati all’identità umana come accessori, apprezzabili ma superflui; essi appartengono in realtà a quello scheletro interno che ci sostiene e ci struttura, definiscono la nostra identità e rispondono alla domanda, tanto semplice quanto radicale “chi sono io?”.

Forse allora riscoprire e valorizzare l’implicita ed ineliminabile dimensione relazionale e quindi sociale di ogni uomo, è forse la cura migliore per sanare questa società così malata di egotismo e di individualismo. E forse anche l’antidoto per contrastare certe spinte economiche che rischiano di non portarci molto lontano.

 

Questo mio articolo è stata pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese

Affetti e Legami

verso l’altro

Quando amiamo qualcuno, un compagno, un figlio o un amico, inevitabilmente riversiamo su di lui una serie di attese, di aspettative e di sogni. Sogniamo l’altro come ci piacerebbe che fosse, in sintonia con le voglie del nostro cuore.

Una moglie la vorremmo sempre bella, attraente, premurosa e disponibile; un figlio diligente e volenteroso, intelligente e capace; un amico magari lo preferiamo sincero e simpatico, comprensivo ed empatico. Il nostro amore non è mai qualcosa di obiettivo e neutro. Amare non è un verbo che si declina al tempo presente: c’è sempre un “futuro” del nostro amore, un attesa, uno sbilanciamento e talvolta anche un sogno.

Eppure non di rado accade di riconoscere che l’altro non è all’altezza dei nostri sogni e non è al livello delle nostre aspettative. E così ci accorgiamo che la bellezza dell’altro non si rivela in sintonia con i nostri gusti ed i nostri pensieri Non è che questo sia un male… l’altro è sì perfetto, ma non secondo la nostra misura bensì secondo la sua.. L’altro, chiunque esso sia, è bello, ma di una bellezza tutta sua, originale, unica ed irripetibile.

Quando appare questo divario incolmabile, tra la verità dell’altro ed il nostro sogno su di lui, si rischia la delusione e l’amarezza: l’altro pare come tradire la sua promessa di bene nella nostra vita, quasi perdesse consistenza e valore. Ebbene sì: l’incontro con la cruda realtà dell’altro spesso ci ferisce, ci turba ed inquieta. Esso sconvolge, come un temporale estivo, quella capanna di paglia nella quale avevamo fatto dimorare i nostre sogni.

Eppure è proprio questo incontro, così urticante ed irritante per le nostre attese, che rende possibile l’amore. L’amore è prendersi cura di qualcuno che è radicalmente diverso da noi, qualcuno che disorienta le nostre prospettive, confonde le nostre speranze, che si trova sempre altrove rispetto ai nostri sogni.  Amare non è rispecchiarsi nella similitudine dei volti ma lasciarsi destabilizzare dalla loro alterità eversiva e spaesante.

L’amore è questo gioco strano ed incomprensibile alla ragione per cui il “diverso” diventa amabile, lo straniero familiare, il dissimile seducente ed affascinante. Solo così l’amore conosce l’esodo da sé, quel viaggio che ci porta ad esplorare terre straordinarie e a calpestare terreni inauditi.

Pensieri e Silenzi

amori e rimproveri

È davvero faticoso reggere delle critiche, delle osservazioni fatte al nostro comportamento o a certi nostri atteggiamenti. Sembrano sempre un attacco la nostro valore, a quello che siamo, a quella parte di noi che percepiamo come preziosa ed indisponibile al giudizio degli altri.

È a maggior ragione faticoso accettare questa riprensione se sei un giovane ancora in crescita e fai fatica a distinguere quanto è detto “a te” e quello che è detto “contro di te”. La giovane età certo non aiuta a tollerare e gestire i limiti posti al nostro naturale ed istintivo narcisismo, sicché ogni parola che non sia in sintonia con le attese giunge sempre un po’ indigeribile.

Mi è successo anche ieri sera durante gli allenamenti di basket: Claudio è sempre piuttosto insofferente alle critiche e, se lo prendi “in giornata giusta”, rischi di essere mandato “a quel paese” nel giro di pochi secondi. E così infatti è stato. Puoi sforzarti di spiegargli che correggere un errore o un gesto atletico è solo un modo per aiutarlo a crescere e a migliorare e che, in fondo, il richiamo, checché ne pensi lui, è una forma di attenzione e di cura nei suo confronti e che l’algida indifferenza sarebbe decisamente peggio…ad una certa età certe cose le senti ma non le ascolti.. e forse è giusto così…

Mi è venuto in mente un vecchio sacerdote che ho conosciuto tempo fa che mi ammoniva che forse solo un padre (ma anche un allenatore, lasciatemi dire…) di un ragazzo adolescente può capire il cuore di Dio. Fai di tutto per lui e ti ritrovi sommerso da critiche, mugugni, lamentazioni, attacchi ed incomprensioni. “Il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” diceva una pagina dei libro dei Proverbi cadutami sotto gli occhi proprio ieri mattina.

Penso che Dio patisca la medesima frustrazione e sofferenza: Padre di figli svogliati ed incostanti, che sentono ogni rimprovero come una minaccia alla loro libertà ed alla loro autonomia. Eppure come padri (o allenatori) dovremmo conoscere bene quella regola aurea di ogni educazione, secondo la quale la crescita è possibile solo nella misura in cui a ciascuno è offerto il modo di confrontarsi non solo con i propri limiti, ma con il senso del proprio limite. Il rimprovero è quel modo attraverso cui ogni padre (e Padre) ci spinge a riconoscere la verità della nostra persona affinché possiamo attivare percorsi di crescita.

Non si scappa da qui: non c’è amore vero e sincero senza correzione, senza quel gesto di rimprovero che ci spinge ad essere persone migliori.

 

 

Parole d'autore

Una peperonata e la sua lezione su quel che basta a onorare la vita

Ringrazio di cuore il dott. Guido Mocellin che, nella sua rubrica “WikiChiesa” su Avvenire (QUI), ha voluto rilanciare e commentare il mio post del 15 Febbraio. Sono davvero onorato della sua attenzione. Grazie!

***

Mi è capitato ripetutamente, parlando con amici dai quali ero sicuro che non sarei stato equivocato, di descrivere alcuni cibi, primo tra tutti quel certo tipo di salame casereccio, come una prova, per me, dell’esistenza di Dio. Ho trovato affermazioni simili su blog cattolicamente ispirati e molto seguiti, dal che ho tratto una certa conferma. D’altronde, in tema di “cibo e fede”, o “cibo e religioni”, sono state scritte migliaia di pagine di carta e milioni di pagine digitali, mentre nessuno si trattiene dall’esprimere con l’aggettivo “divino” il proprio apprezzamento per qualche piatto gustato con particolare piacere.

È per questo motivo che ho letto con occhi golosi l’ultimo post che Marco Zanoncelli ha pubblicato nel suo “Qiqajon blog” ( regalo di compleanno ), «piccolo spazio per custodire il senso e i sensi della vita». Dove si scopre come una peperonata possa condurre, se non a Dio, certamente a un sentimento nei confronti della vita e di ciò che può riservare a sé e ai propri cari dall’inconfondibile sapore evangelico. L’occasione è il compleanno dell’autore, che riceve e massimamente gradisce come regalo di «poter assaporare quello straordinario piatto di peperoni, pomodori e cipolle» atteso per mesi. Non si tratta infatti di una peperonata qualsiasi, ma di quella che porta «il marchio di fabbrica» del nonno, ereditato dalla mamma alla morte del fondatore.

La signora però dev’essere passata per qualche serio travaglio di salute (Zanoncelli ce lo lascia intendere quel tanto che serve, ma si capisce che la prova è stata seria), così che il suo ritorno ai fornelli e alle tradizioni culinarie di famiglia diventa il simbolo della ritrovata normalità. Ogni forchettata restituisce dunque all’autore il senso più profondo del cammino compiuto dalla mamma e dai suoi cari e di quella tappa a tavola, condita «con l’olio della letizia e degli affetti». Basta davvero poco, conclude, «per festeggiare, per celebrare la vita, per onorare l’esistenza».

Storia e Tempi

una foglia di fico

Una volta tanto mi trovo d’accordo (mi accade raramente a dire il vero) con Marco Travaglio nel suo editoriale sul Fatto relativamente alla decisione dei M5S di sottoporre la decisione sulla richiesta di processo al vice premier alla piattaforma online del movimento. Mi pare una scelta assurda per una serie di argomentazioni.

Anzitutto non suona affatto come la disponibilità a coinvolgere la base nella decisione, ma bensì come una fuga dalla proprie responsabilità. È evidente che il movimento si trovi in una posizione assai scomoda, giacché qualunque decisione prenderà rischia di avere effetti collaterali importanti: se dice no al processo tradisce di fatto la storia e la prassi che il movimento ha adottato nel tempo e che sarà difficile da far digerire soprattutto all’ala dura del proprio popolo; se dice si, il rischio è di aumentare l’instabilità, già assai elevata, del governo, compromettendo il rapporto fiduciale con l’alleato di governo. Insomma, comunque vada, saranno grane. Ecco quindi la facile via di fuga: scaricare sul voto online l’uscita da questo cul de sac, dietro i quale i dirigenti del M5S potranno nascondersi in entrambi i casi.

Il secondo elemento secondo me incomprensibile è la scelta di demandare una decisione così importante a persone che, inevitabilmente, voteranno un po’ “a pancia” e un po’ “a pelle” sull’argomento, senza avere una vera cognizione di causa di quello che si sta dibattendo. In fondo chi di coloro che si esprimeranno hanno avuto la reale possibilità di leggere tutte le carte, di studiare il caso, di capire che cosa esige la legge e la prassi parlamentare? Temo nessuno, sicché tale voto rischia di avere lo stesso peso del televoto di Sanremo e di Amici. Perché ciò che rende democratico un voto non è la semplice espressione di una volontà (anche un dado tirato un aria esprime una scelta…) ma l’espressione di una volontà consapevole, formata e espressa in coscienza. Tutte cose che un semplice voto online con un click non permette in alcun modo.

E poi resta indecifrabile è la decisione di dare a giorni alterni la parola ai militanti: perché lo si fa oggi ed esempio non per la legge sull’immigrazione o sulla legge di bilancio? Secondo quali criteri si coinvolgono le persone a prendere decisioni di governo? Se deve essere democrazia diretta (cosa che io non auspico) allora lo sia su tutto… altrimenti la sensazione che si trasmette è che sia solo una comoda foglia di fico per nascondere il proprio imbarazzo..

Confesso la mia perplessità su questa tanto elogiata pratica democratica, che, nei fatti, di democratico finisce per avere molto poco, se non la falsa percezione di partecipare a giochi, che, in realtà, avvengono sopra le proprie teste.

Affetti e Legami

regalo di compleanno

Capita addirittura che il miglior regalo di compleanno che tu possa ricevere non sia un libro, un telefono o un orologio, ma un gustoso piatto di peperonata calda!

Erano mesi che attendevo questo momento,  quello in cui poter assaporare quello straordinario piatto di peperoni, pomodori e cipolle, che porta il marchio di fabbrica di mio nonno; e che, dopo la sua morte, è passato di diritto alla prima in linea di successione, ossia mia mamma. Purtroppo in questi mesi la mamma non è stata un granché in forma e la cucina è una di quelle passioni che ha, ahimè, trascurato. Siamo rimasti tutti un po’ a “bocca asciutta”, pregustando il momento in cui sarebbe tornata di fronte ai fornelli, a soddisfare una delle sue antiche passioni.

Capirete la mia gioia quando questo fatidico giorno, dopo lunghe attese, forti preoccupazioni e non poche apprensioni, è affettivamente giunto. Caso vuole che questo “ritorno in pista” sia coinciso proprio con il giorno del mio compleanno. E voilà: il cerchio si chiude!

È così che quel classico piatto di verdure ha potuto acquistare un gusto davvero speciale, perché arricchito da “ingredienti” che non capita spesso di assaggiare. Bastava mettere in bocca qualche forchettata per percepire la differenza.

Sentivi una buona dose di soddisfazione e di riconoscenza per quel pezzo di strada che ci stavamo lasciando alle spalle; poi un leggero retrogusto di rinascita e di ripresa, quella tipica sensazione che assapori quando si comincia a tornare alla vita e la nebbia del dolore inizia a dissolversi; non mancava pure quel sapore deciso e fermo di orgoglio e di compiacimento, come quando, pur sapendo che la gara è ancora lunga, tagli vittorioso un traguardo intermedio. Il tutto poi era abbondantemente condito con l’olio della letizia e degli affetti, ulteriormente rinvigoriti dal trambusto appena passato.

A volte basta davvero poco per festeggiare, per celebrare la vita, per onorare l’esistenza. A volte non servono oro, diamanti o costosissimi viaggi. Ci si può accontentare di qualche etto di peperoni, pomodori e cipolle, di un po’ di olio genuino, e dell’affetto che sa condire ogni cosa con straordinaria maestria.

Pensieri e Silenzi

Laura ed il suo tesoro

Ci sono due giovani vite nel grembo di Laura. Ce lo ha annunciato lei con gioiosa solennità e con comprensibile imbarazzo.

Due piccoli e fragili esserini (due maschietti probabilmente) hanno trovato casa nella sua pancia, e li aspettano di venire alla luce. Sono due vite nuove e delicate, delle piccole promesse di futuro, anticipi luminosi del domani, luci fiocche ma certe della Speranza che abita il mondo.

Laura aveva quello sguardo solare di chi guarda in faccia il domani, di chi è chiamata a contemplare “cieli nuovi e terre nuove” che sempre ogni nuova vita porta con sé. E, allo stesso tempo, quella espressione meravigliata e stupita di chi si interroga su quello che sta accadendo, di chi nutre e timore e apprensione per quanto lei e il marito dovranno affrontare.

Sì, gli occhi di Laura avevano quella singolare lucentezza e vigore che brilla sul viso di chi si appresta a vivere qualcosa di grande e misterioso, di eccitante e promettente, di straordinario ed esigente.

È, in fondo, il senso del “fascinoso” e del “tremendo” che tanta filosofia ha narrato: il domani ci sta di fronte con suadente fascinazione e con destabilizzante timore.

Non so quanto Laura ne sia consapevole, ma inizia un percorso che la porterà, in brevissimo tempo, a diventare qualcosa di diverso, di più pieno e realizzato. Laura smetterà presto di essere quella vivace e brillante “ragazzina” che sfida le giornate con ruvida determinazione; la attende un cammino certo non facile e piano, ma che la condurrà ad essere una donna matura e completa, riconciliata e serena. La maternità, insieme a notti insonne e angosce quotidiane, porta in dote anche questo dono, così unico e prezioso.

Confesso da parte mia che ho iniziato a guardare a Laura con occhi diversi. Non saprei spiegare la ragione, ma è così… Quelle due vite che Laura porta con sé la rendono una piccola “Arca dell’Alleanza”, la custode della Speranza che anima il mondo, la sacerdotessa di un domani che solo lei e i suoi figli potranno abitare.