Affetti e Legami

semplicità

Gli occhi di Luigi tradiscono una semplicità di animo davvero disarmante.

Luigi è un giovane semplice e pulito, quasi trasparente nella sua purezza d’animo. Se è vero che l’occhio è la finestra del cuore, ebbene il cuore di Luigi deve essere davvero candido. Luigi parla di sé con quella semplicità che tende a sottovalutare il valore della sua persona, ponendola sempre in secondo piano rispetto al suo interlocutore. I suoi occhi ti scrutano carpendo ogni moto della spirito ed entrando in vibrante risonanza con le parole che pronunci. Non sa fare grande discorsi; segue sempre con qualche fatica il ragionamento astratto e teorico; la sua intelligenza è abituata a guardare alla cose nella loro concretezza e praticità.

Eppure questa sua afasia non ha nulla di semplicistico o banale: Luigi sa sentire le cose con profondità e pudore, anche se la sua voce non sa dare piena parola a quello che gli frulla dentro.

Ciò che ti sorprende di lui è questa sua naturale percezione della bellezza, come frutto di un incontro immediato e spontaneo tra la sua anima ed il mondo. Mi è capitato molte volte di ragionare con Luigi di molte cose e di accorgermi, solo alla fine, che lui, da solo, era già arrivato là dove lo volevo portare. E non come frutto di un lungo ragionamento, di cervellotiche elucubrazioni o pensose meditazione. No, Luigi procede come per istinto, come guidato dalla sua bella interiorità che lo spinge impulsivamente in una direzione.

Penso che il segreto della sua bellezza stia in quella magica sensibilità con la quale percepisce persone ed eventi, in quella immediatezza di relazione che istituisce con le cose. Certo, Luigi non si ritroverebbe in questa descrizione né saprebbe riconoscersi in queste parole: il pudore e la ritrosaggine che vive verso se stesso lo porterebbero a schernirsi e sminuirsi, attribuendo al suo interlocutore il merito di tutto quanto.

Ma forse è proprio questo la sorgente del suo fascino: Luigi possiede una bellezza spontanea ed immediata, diretta ed accogliente. Egli sa cantare alla vita con quella semplicità che, nonostante tutto, è capace di scaldare il cuore.

Storia e Tempi

don’t panic!

La situazione è seria: nessuno vuole negarlo e onestamente coloro che rifiutano l’evidenza delle cose mi creano un certo fastidio. Basta aprire un giornale o una pagine internet per capire che le cose non stanno andando molto bene.

Ciò detto, è altrettanto vero, almeno a parer mio, che stiamo sprofondando in un clima di angoscia e di allarme che difficilmente ci aiuterà a superare la situazione difficile.

Alla mattina, dopo aver fatto colazione, ero solito leggere velocemente le prime pagine dei quotidiani online per vedere le ultime della notte. Confesso che da qualche giorno ci rinuncio: introietto una carica di negatività, di pessimismo e di angoscia che poi fatico a smaltire durante la giornata. Bastano poche righe per venire assalito da una quantità tale di dati, notizie, numeri, statistiche, previsioni tutte di segno negativo, che, volente o nolente, creano un senso di insicurezza, di preoccupazione e angoscia.

Non so, mi pare ci sia come la ricerca “scientifica” alla notizia che più inquieta, quella che maggiormente turba o disorienta. In fondo anche il mercato della comunicazione è, appunto, un mercato e probabilmente la notizia più urlata, quella più sguaiata la si vende meglio. C’è una enfasi, secondo me esagerata, per le cose che potevano essere fatte, per quello che non funziona, per i disservizi e le lentezze, per le inefficienze e gli errori. Intendiamoci: è giusto denunciare quello che non va, ma se il “background mood”, se il rumore di fondo, è tutto in quella direzione, capite bene che è difficile mantenere uno sguardo equilibrato.

La paura è una emozione positiva e diffido sempre di coloro che la evitano o la sottovalutano. Ma l’angoscia ed il panico annebbiano la vista, paralizzano gli arti, impediscono una ragionamento lucido ed una valutazione realistica. Vivere da gente angosciata non ci aiuta di certo ad attraversare il deserto della pandemia: si rischia di perdere la direzione di marcia, il senso del cammino, la meta da raggiungere.

La situazione è seria. Eppure occorre affrontarla con coraggio e saggezza, senza isterismi o eccitazione, avendo anche l’ardire di ignorare quelle voci che ci fanno stare male.   

Parole di carta

la sagra al tempo del COVID

Non ci sono dubbi: quest’anno la sagra sarà diversa dagli altri anni. Sarà una sagra “strana”, forse unica nella recente storia della nostra comunità. Dobbiamo andare indietro di molti decenni per ricordarne un‘altra simile. Sarà una sagra di ringraziamento in compagnia del virus che, in diversi modi, condizionerà le nostre celebrazioni, le nostre usanze e tradizioni.

Sarà una sagra in tono minore, senza il classico luna park, senza il ritrovarsi numerosi il pomeriggio attorno alle giostre o alle bancarelle; una sagra senza eventi e celebrazioni solenni, senza assembramenti e ritrovi; addirittura una sagra senza il classico pranzo in famiglia insieme a parenti e amici, in cui tagliare la torta e rivedere quello zio e quel cugino che incontriamo solo in questa occasione. Anche per i nostri figli sarà una sagra senza autopiste e calcinculo, senza zucchero filato o barattoli da far cadere, senza gettoni da comperare e giri gratis da “scroccare” agli amici.

Sarà una sagra diversa non solo per quello che accade attorno a noi ma anche per quel piccolo mondo che ci portiamo dentro. Non appena superata la superficie un po’ ingenua e consumistica, ci accorgiamo che la sagra è anche un tempo per dire grazie, per onorare la vita delle molte cose che ci ha donato. È esattamente quello che facevano i nostri nonni, i quali, in questa occasione, al termine del tempo del raccolto, riconoscevano la gratuità di quanto avevano avuto e di questo rendevano grazie.

Confesso che non è per niente facile “dire grazie” in questo tempo così difficile e, per molti versi, doloroso; la parola “grazie” non sgorga spontanea dalle nostre labbra, non affiora naturalmente dal nostro cuore, giacché, appena ci guardiamo attorno, non fatichiamo a scorgere motivi di preoccupazione e di allarme, di tristezza e di mestizia: molte persone ci hanno lasciato, molte altre stanno combattendo la loro battaglia contro il virus; l’epidemia sta avanzando a passo celere e non sappiamo esattamente se ci costringerà ad un nuovo lockdown; e poi c’è l’impatto economico della crisi, con molte attività commerciali in difficoltà, cassa integrazione e posti a rischio. Tutto parrebbe suggerire che, forse, almeno per quest’anno, potremmo lasciare la parola “grazie” chiusa in un cassetto, pronta per più liete occasioni. Quest’anno, se fossimo seri e razionali, la sagra sarebbe da bandire, cancellare, rimuovere dal calendario, togliere dalla memoria.

Pensavo però a mio nonno, contadino di professione e mungitore per vocazione, che viveva del frutto della campagna con il quale sosteneva non solo la propria vita ma pure quella della moglie e della due figlie e, se ce n’era bisogno, pure di qualche famiglia della corte particolarmente in difficoltà. E con lui pensavo a tutti i suoi compagni di ventura, gente semplice che coltivava la terra, faceva qualche lavoretto artigianale, che gestiva una piccola bottega, come l’altra mia nonna, gente che viveva “di provvidenza”, nel senso che non aveva assicurazioni o fondi fiduciari per i tempi grami, che era esposta alle intemperie della vita e ad ogni temporale che il cielo mandava su questa terra. Pensavo a lui, alla sua vita sempre sul “filo di lana” e alla sua “passione per la sagra”, forse, dopo il Natale, l’evento più importante da celebrare. Ti era concessa qualche assenza a Pasqua ma la sagra no! L’appuntamento attorno alla sua tavola era un evento sacro, irrinunciabile, oserei dire fondativo e sorgivo della nostra identità famigliare.

Eppure chissà quante annate saranno andate storte, quanti raccolti perduti e rovinati dalla grandine, quanta siccità o carestia, quanta amarezza per il lavoro perduto e la fatica di  dover “fare san martino”. Ciononostante la sagra nelle nostre terre si è sempre celebrata, sia nelle annate buone sia in quelle cattive, sia quando il raccolto era abbondante sia quando era assai scarso, sia quando si poteva guardare all’inverno entrante con una certa sicurezza economica, sia quando non si sapeva se ci sarebbe stata della polenta da mettere in tavola il giorno dopo.

Pensateci: ci provoca questo pensiero, ci stuzzica a rivedere le nostre posizioni, a rivalutare i nostri giudizi, spesso troppo avventati e superficiali.  È vero: i tempi non sono buoni, il futuro è incerto, la nostra comunità rischia di essere ancora messa a dura prova, eppure, se ciascuno guardasse nel fondo della propria esistenza, un piccolo, magari minuscolo, motivo per dire grazie credo lo troverebbe. Certo occorre tenacia e pazienza e la voglia di oltrepassare la coltre dei nostri capricci e risentimenti. 

Scriveva Walt Whitman (citato dal prof. Keating ne “L’attimo fuggente”)  “O me o vita, domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. Che v’è di nuovo in tutto questo, o me o vita.” Risposta: “Che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.”

Forse in questa sagra così strana ci è chiesto di andare alla ricerca di ragioni più nobili e consistenti per dire grazie, motivi resistenti, buoni anche in tempo di pandemia. Forse il grazie potrebbe affiorare sulle nostre labbra perché siamo vivi, perché l’aurora del nuovo giorno ci ha donato altre ore da vivere e da abitare; potremmo ringraziare che abbiamo qualcuno attorno a noi che si prende cura di noi, che sopporta le nostre fatiche e ci incoraggia nelle nostre cadute; forse potremmo tornare ad apprezzare di poter correre, camminare, parlare e ascoltare, contemplare il cielo ed i monti ed ascoltare una sinfonia di Bach; magari il ringraziamento potrebbe nascere per gli amici che ci stanno accanto, per i colleghi che ci apprezzano, per coloro che condividono con noi “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce” della nostra esistenza. Pensate sia tutto dovuto? Davvero abbiamo la supponenza di ritenere che qualcuno di noi abbia crediti da rivendicare verso la Vita affinché ci debba garantire tutto questo?

Ecco: questa sagra “sotto tono” può diventare una sagra “dal tono giusto”, in cui riconoscere e apprezzare quanto la vita, silenziosamente e gratuitamente, ci concede tutti i giorni.  Quest’anno il grazie non nasca per il premio ricevuto o per la promozione, per la macchina nuova o per il magazzino pieno. Quest’anno il nostro sguardo non si posi sulle cose “eccedenti” che la vita continuamente ci dona, bensì su quelle più ovvie e scontate, ma che ovvie e scontate non sono per niente. La sagra quest’anno sia la celebrazione ed il ringraziamento per quello che siamo, per le relazioni che abitiamo, per gli affetti che ci tengono in vita, per i gesti di solidarietà che in questi mesi ci siamo scambiati, per la fortezza e la determinazione che ci ha reso una comunità unita e premurosa. Sì! La sagra sia un grazie stupito per la bellezza che anche oggi si nasconde nelle pieghe della vita!

questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre di LodivecchioMese

Pensieri e Silenzi

con il coltello tra i denti

Credo sia giunto il momento di stringere di nuovo i denti: i dati della pandemia stanno peggiorando rapidamente e servirà un nuovo sforzo da parte di tutti per affrontare le prossime settimane. È tempo, ahimè, di tornare in trincea, e lo dico con molta tristezza e preoccupazione. Dopo i mesi, tutto sommato, sereni dell’estate sono tonati tempi foschi, tempi che impensieriscono e che ci lasciano angosciati per il futuro che ci attende.

È venuto il momento di tirare fuori dal cassetto la nostra dose di prudenza e di fortezza, di giustizia e temperanza.

Servirà molta prudenza in questo nuovo tempo di limitazioni, per fare scelte rispettose degli altri e di noi stessi, sapendo discerne ciò che andrà fatto e cosa no. Servirà prudenza per muoversi con tatto e rispetto, vicinanza e sollecitudine.

Ci sarà di aiuto anche una buona dose di fortezza: Dio solo sa quanta fatica dovremo sopportare, quante privazioni o sofferenze. Ci sarà richiesto di combattere anche quando avremo voglia di arrenderci; dovremo  “stare in piedi” anche quando vorremmo sederci e sdraiarci. Occorrerà trovare un punto solido su cui fare forza ed appoggiarsi, per evitare di cadere o di venire scossi dal vento. Non potrà che essere un punto interno, personale, quasi “intimo”. Non è tempo di cercare prese all’esterno: meglio qualcosa di interiore, capace di reggere allo smarrimento di quanto accade fuori.

Sarà bene munirsi anche di una buona quantità di temperanza: servirà disciplina per non perdere il focus e la lucidità; un sano equilibrio nelle gestione dei nostri desideri e delle nostre pulsioni, per non restarne travolti e soffocati. Ci saranno voglie che non potremo soddisfare, desideri che resteranno inappagati, nostalgie che corroderanno il cuore e assenze che feriranno l’anima.

E non potrà mancare un po’ di sana giustizia: i tempi complicati rischiano di renderci egoisti, individualisti, preoccupati solo per noi stessi e per i nostri cari. Occorrerà non perdere il senso dell’altro, onorandone la presenza ed i bisogni; sarà importante, anche in un tempo duro, non smarrire il senso della nostra umanità, il legame che ci vincola ai fratelli, il senso di una comune appartenenza.

Ci attendono tempi duri, tempi che potremo affrontare solo confidando in solide virtù; non tanto per un astratto moralismo, bensì per una esigenza tanto concreta di sopravvivenza.  

Pensieri e Silenzi

il potere del pasto

Ricorda Ghislain Lafont, in uno dei suoi ultimi libri, che un celebre padre del deserto, Evagrio Pontico, dava questo consiglio: «Se hai una difficoltà con un fratello, invitalo a mangiare». Il pasto insieme come rimedio al litigio: interessante approccio!

Padre Lafont spiega anche il segreto di questa strana “strategia”: l’invito a pranzo è già di per se stesso un riconoscimento dell’altro, un modo per onorare la sua presenza, per rendere omaggio alla sua persona. Non si invita qualcuno che si sente ostile, bensì qualcuno che, seppur distante, è comunque percepito come meritevole di condividere il cibo. Nessuno di noi si siederebbe a cena con un tizio pericoloso o che crea ripulsione: il semplice invito è già un modo implicito di apprezzamento della sua presenza. Inoltre l’invito riguarda un pasto, ossia un momento in cui si dà la vita: all’ospite di offre cibo per restare in vita, per garantirgli sussistenza e salute. Almeno durante il pasto insieme, alle intenzioni belligeranti si sostituiscono gesti di cura e custodia.

Continua padre Lafont, citando Evagrio: se il fratello accetta l’invito, pur in una condizione di attrito, significa che è disponibile a fare un passo avanti, che è pronto a fare la prima tappa nel percorso di riconciliazione. Ecco allora che il contesto del pasto condiviso aiuterà a scambiarsi, oltre al pane e al vino, pure parole e gesti di comprensione, con bonarietà e mansuetudine.

L’esito di questa rappacificazione della tavola è, secondo Lafont, assai prezioso: “Ci si accorgerà forse che non è indispensabile essere d’accordo su tutto e che ci si possono reciprocamente concedere divergenze di valutazione o di condotta, restando comunque in comunione.”

Troppo ricco il nostro pasto per restare una pura attività di nutrizione. Troppo sensato il nostro mangiare per ridurlo ad una naturale assimilazione di sostanze nutritive.

Parole di carta

comunità politiche per guardare al futuro

Prima capitò a Renzi, poi fu la volta di Di Maio ed ora pare toccare anche al “capitano” Salvini: alla rapida ed strepitosa salita al potere, è seguita l’altrettanta repentina caduta in disgrazia. Tanto è veloce l’ascesa del consenso e del prestigio, tanto si mostra vertiginosa la strada della discesa. Tutti parevano imbattibili all’apice del successo, forti e determinati, arditi al limite della prepotenza. Eppure è bastato un rapido cambio dello scenario politico che la fortuna si è mostrata assai meno promettente e certa. Ecco che, ultimo in lista, anche il capitano, circondato da un’aurea di fascino ed invincibilità, è costretto a fare i conti con i primi malesseri che, qua e là, iniziano ad affiorare nel suo schieramento.

È davvero strana questa politica: brucia i propri protagonisti nell’arco di pochi mesi. Lancia nel firmamento della celebrità le proprie stelle, sapendo bene che il loro corso sarà probabilmente assai breve e che la loro corsa terminerà alla prima intemperia. Se qualche decennio fa abbiamo assistito a carriere politiche durate anni, talvolta decenni, veri e propri “regni personali” sui partiti ed istituzioni, ora le cose si fanno assai più volatili e mutevoli. Nascono leadership che non reggono il peso di una stagione politica, leadership talmente deboli che si afflosciano alla prima calura e che si sbriciolano alla prima difficoltà.

La cosa preoccupante è che, insensibili a questa fugacità politica, il circo del potere è già alla ricerca del prossimo astro da lanciare, ben consapevole che anche la sua traiettoria non lo porterà molto lontano. È un meccanismo perverso che “trita” tutto quello che entra nei propri ingranaggi, incurante delle attese e delle aspettative che aveva generato.

È l’ennesima testimonianza, questo almeno a me pare, della crisi della nostra prospettiva storica, della percezione del corso progressivo degli eventi e del senso che è capace di legarli. Viviamo talmente concentrati sull’attimo presente che diviene assai difficile pensare e pianificare il futuro. Non dico il futuro tra vent’anni ma anche quello che va oltre l’anno. E così, in questo eterno presente, tutto brucia come quelle balle di fieno che vediamo nelle nostre campagne: un gran fuoco inziale, fiamme alte e vigorose, un chiarore che illumina tutto, tanto caldo e fumo, ma poi, nel giro di poche ore, non restano che poche ceneri fumanti. Così è anche la nostra politica. Pare che, dopo aver perso il fascino per la costruzione delle cattedrali, ci accontentiamo di qualche baracca di fiume, insicura e malsana.

Come uscirne? Ricette facili non ne esistono, penso… C’è però una strategia, forse non dagli effetti immediati ma di certo utile a lungo termine. Quella di costruire comunità politiche. Occorre uscire dalla referenzialità del singolo per generare comunità capaci di condividere valori e prospettive, direzioni e passo, comunità che sappiano reggere il peso degli eventi, il logoramento dell’immagine e la sovraesposizione dello volto. Forse serve uscire dalla logica del “one-man-show” per accedere ad una dimensione più plurale e partecipativa della politica, meno leaderistica e più comunitaria.

Penso che, come spesso accade nella vita, ne usciremo solo “insieme”, sostituendo ad ambizioni e velleità individuali e un po’ narcisistiche, il senso di una comunità plurale, partecipata ed inclusiva.

Questo il mio editoriale per Il Cittadino del 16 ottobre 2020

Parole d'autore

Quando ho cominciato ad amarmi davvero

“Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama  Autostima.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità. Oggi so che questo si chiama Autenticità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama Maturità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama Rispetto.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso, all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo è Amore di sé.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama Semplicità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama Umiltà.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo Pienezza.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho imparato a farlo dialogare con il mio cuore, l’intelletto è diventato il mio migliore alleato. Oggi so che questa si chiama Saper vivere!”

(Charlie Chaplin)

Parola e parole

invito a nozze

Ogni matrimonio che si rispetti richiede sempre una lunga preparazione: la cerimonia, il ristorante, gli invitati, il viaggio di nozze, il fotografo, i fiori, le musiche, ecc. ecc. Chiunque ci sia passato una volta nella vita sa benissimo di cosa sto parlando. Sarà forse a motivo di questi complessi preparativi che il re, protagonista della parabola di oggi tratta dal Vangelo di Matteo, pare così impaziente di celebrare le nozze di suo figlio.  Evidentemente le molte energie spese e il consistente investimento di soldi suggeriscono di non spostare ulteriormente la data di un appuntamento non certo improvvisato, bensì pianificato da moltissimo tempo.

Eppure dietro la sollecitudine del re per le nozze del figlio si coglie qualcosa di più. Magari mi sbaglio ma la sensazione che ho avuto ascoltandone il racconto è un po’ questa. Si percepisce l’inquietudine di un padre che non può attendere, che ha premura di accompagnare il figlio all’altare e non accetta che vi siano scuse e ripensamenti nel mezzo. Con sollecitudine manda i suoi servi per l’invito ufficiale; dopo il primo diniego ne manda altri, pressando affinché chi deve accetti l’invito. Infine dopo il definitivo rifiuto, ecco che non trova altro modo per garantire le nozze del primogenito che invitare chiunque, “buoni e cattivi” sottolinea Matteo, basta che si presenti con un vestito accettabile.

Pare che ci sia una scadenza improrogabile, un appuntamento da non mancare, una festa che non può essere né spostata né cancellata. L’urgenza è tale che in fondo, anche la lista degli invitati pare passare in secondo piano: se quelli della prima ora rifiutano, l’importanza della festa giustifica che vengano sostituiti con altri più degni, non importa se “buoni o cattivi”.

La festa si farà, sia che i commensali si presentino sia che scansino l’invito adducendo scuse. C’è un senso di ineludibilità della festa; c’è una necessità stringente che non può essere negoziata né patteggiata.

C’è una festa nella nostra vita, o meglio, che è la nostra vita, che non accetta dilazioni o rifiuti; c’è un invito alla gioia che è indisponibile alle nostre voglie e ai nostri capricci. La nostra esistenza è il grande banchetto di nozze a cui faremmo bene a farci trovare preparati e ben vestiti.  Perché il re non ripeterà l’invito, non rimanderà l’appuntamento, non si piegherà ai nostri umori.  

La vita, le occasioni, le opportunità, le relazioni ed gli affetti, i progetti e i desideri, seguono un corso che non incrocia sempre i nostri pigri ritmi e le nostre voglie. La festa si farà, con o senza di noi.

Pensieri e Silenzi

a good job day

I’m coming back home tonight with that clear “skin” feeling that today has been a good job day. These are perceptions that you feel instinctively, for no apparent reason or explanation. Indeed, it doesn’t mean that what you feel is something unreal or irrational, but simply that the “skin” sometimes gets where the heart doesn’t. It’s not unusual: someday the “feeling” comes before the “understanding”, which arrives – when it does – only later on and after long thinking. So, in some cases, it’s necessary to trust and rely on the inbound skin impressions, knowing that perhaps you will understand the reason only after.

It comes naturally to me to wonder where this impression comes from, what the source is, what the trigger is. The answer is not simple, since the bridge that links feeling to thought is often very shaky and unsafe … it’s necessary to move on slowly and carefully, better watching where you’re going.

Today was a day of testing and planning for our team, a time for a “sprint plan” – for those used to Agile methodology. It’s a time in which the team stops the daily race and takes stock of the situation: it checks if the goals have been achieved, evaluating the working manner and planning the next stretch of the road. Obviously, nothing extraordinary: this is what happens on a regular basis. Yet what happened today was particularly intense and rewarding. The reason for this “extraordinary” doesn’t lie in anything said or done, but in the overall atmosphere of the work, an atmosphere that is always difficult to convey and tell.

It was nice to see how, if properly motivated and if the “external” conditions allow it, people can activate a dynamic of collaboration, mutual help and cooperation. And this can happen not as something induced or forced but with the spontaneity that always accompanies the things that are done with belief.

This is: today was a beautiful day because, although the constant worries for things to do, the people emerged; it came to the light their commitment and dedication and their ability to work together, overcoming envy and narrow rivalries.

Pensieri e Silenzi

zampilli dal profondo

Carlo è un tipo ricco e profondo, acuto e sensibile, con uno sguardo sulle cose della vita mai banale, ma sempre originale e curioso. Ahimè, tra le molte doti che scopri nella sua persona, la parola non è tra quelle date in abbondanza: Carlo è spesso taciturno, introverso per natura e sospettoso per carattere. Pronuncia le parole come fossero preziose perle estratte a fatica dalla loro conchiglia. Ne dice poche di parole, sempre timide, sempre meglio una di meno che una in più

Del suo ricco mondo interiore dice ancora meno: custodisce tutto come dentro una cassaforte la cui combinazione è nota davvero a pochi. Sicché intuisci i suoi pensieri ed i suoi sentimenti da frammenti di parola che emergono inconsapevolmente qua e là, come passeri scappati di fortuna dalla voliera.

In quel poco di comunicazione che esprime Carlo è sempre molto asciutto, diretto e tagliente come una lama appena affilata. Non conosce i giri di parole, le perifrasi, le allegorie o le similitudini; il termine “diplomazia” non appartiene al tuo vocabolario. Ciò che va detto va detto. Così, in modo un po’ brutale e scarno, profondo ed incisivo, senza mitigazioni di sorta. riguardi e cautele.

È questo quel che fa di Carlo a un amico straordinario e prezioso, uno di quelli da tenere vicino in ogni situazione e da consultare per ogni questione.

Eppure, benché le sue parole abbiano un peso specifico alto che con il tempo e la frequentazione impari ad apprezzare, questa sua reticenza a dire talvolta gli si rivolta contro. Essa diventa un ostacolo soprattutto quando il contenuto della comunicazione è la sua stessa vita. Per uno che sente le cose con così tanta intensità, non poter esprimere appieno quello che bolle dentro talvolta può diventare un vero problema. Gli accade così che tutto sussulti dentro senza che abbia la possibilità di condividere, capire, illuminare e razionalizzare. Ciò che resta “non detto” ribolle come un magma incandescente in attesa di trovare un varco verso il cielo

Ecco perché trovo che il regalo più bello che si possa fare a Carlo è quello di regalargli delle parole: parole, non da dire, ma da ascoltare, accogliere e onorare. Quando misteriosamente alcune parole importanti sfuggono dalle sue labbra, beh, ecco lì capisci che è avvenuto il miracolo, che si è fatta una breccia e che sia aperta una via. Solo in quei momenti, anche se da molto lontano, intuisci la bellezza del mare che Carlo custodisce dentro, della profondità delle sue acque e della loro limpidezza e purezza.

Dare parola è dare vita e permettere a ciascuno di attingere a quel bacino di senso che si porta dentro.