Pensieri e Silenzi

non sono affari miei

Oggi ho imparato una cosa: non possiamo pretendere di cambiare sempre le situazioni o le persone ed in certi casi bisogna avere il coraggio di dire a se stessi “non sono affari miei” e  “non è un mio problema”.

Ci sono persone che vivono una patologica indifferenza a quanto accade intorno a loro: potrebbe crollare il soffitto, ma se non ne sono sfiorati, restano fermi immobili al loro posto, senza battere ciglio. Ma, con il medesimo “tasso di disfunzionalità” ci sono altre persone, che sono portate a farsi carico di ogni problema che si crea attorno a loro, a sentire sulla propria pelle il “fastidio” per le cose che non vanno, quasi fossero impegnate in un “corpo a corpo” con tutti i problemi della vita.

Ecco, io tendenzialmente appartengo a questa seconda categoria, e vi assicuro che la cosa non mi fa per niente piacere.

Succede che, in questa “dipendenza” dei problemi, in questo senso di responsabilità ipertrofica, rischi di farti male, di soffrire e di prendere delle porte in faccia, soprattutto quando il tuo “supposto prezioso aiuto” non è richiesto.

Sono proprio in questi momenti che capisci quanto dovresti imparare a ripeterti, quasi come un mantra, “non sono problemi miei”, “non ci posso fare niente”. Badate che per chi è affetto da questa “singolare patologia” non è per nulla facile, perché significa, indirettamente, ammettere che ci sono situazioni che non si possono controllare, su cui non abbiamo influenza e che sfuggono la nostra presa.

Eppure questa è una sfida che la vita talvolta ci pone di fronte: ci sono momenti in cui la tua cura ha effetto e vedi, con piacere, i risultati del tuo impegno. Ma ci sono anche altre occasioni in cui niente, non c’è trippa per gatti, non se ne cava un ragno dal buco, insomma, non si ottiene nulla.

Bisogna allora accettare la sconfitta ed ammettere a se stessi che non possiamo sempre fare la differenza e che, talvolta, occorre assecondare le cose, senza alcuna pretesa di cambiarle.

Come dicevo, a volte bisogna saper dire, con convinzione ma senza astio, “questi non sono affari miei” e così passare oltre, senza troppi rimpianti.

Parole di carta

Towanda!

Certi film non finiresti mai di rivederli, proprio come fanno i bambini con le fiabe, che amano farsele raccontare migliaia di volte pur conoscendole a memoria. La cosa strana è che questa ripetizione non fa perdere loro spessore o attrattiva, non li rende qualcosa di ovvio e di conosciuto…tutt’altro… ogni volta che li vedi ritrovi un vecchio amico che ti racconta nuovamente una storia diversa. Non tanto perché la trama cambi, ma perché nel frattempo sei cambiato tu, nuova vita è passata sotto i tuoi ponti, nuovi incontri ti hanno segnato, nuove parole ti hanno scavato. È come abitare parole conosciute e allo stesso tempo sempre nuove, nuovo come in fondo lo è ogni racconto, che ti rimbalza nell’anima creando sempre onde diverse, movimenti inaspettati, speciali risonanze.

Appartiene a questa mia speciale categoria il film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”. Sarà che l’ho visto la prima volta in un contesto particolare; sarà che, non so perché, quella storia ha sempre “parlato” alla mia vita entrandone immediatamente “in risonanza”; sarà che il film narra della forza del racconto, dell’amicizia e del coraggio; sta di fatto che “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” è uno di quei film con cui passo volentieri qualche ora in compagnia.

Il racconto narra del fortuito incontro in una casa di riposo tra Evelyn, una casalinga di mezza età, in crisi, insoddisfatta e triste e Ninny anziana ospite della casa. Tra le due donne nascerà un profondo legame attorno al racconto che Ninny fa dell’amicizia, nata molti anni prima, tra la spericolata e selvaggia Idgie e la precisa, devota e impeccabile Ruth, nell’Alabama di inizio ‘900, ancora segnata dalla piaga della schiavitù.

È proprio nell’incrocio di queste due storie, tra continui flash back, che si sviluppa la trama. Ma le due vicende, pur distanti nel tempo, non restano confinate nella loro epoca: è proprio grazie al racconto di Ninny che il passato ed il presente dialogano e quanto accaduto ieri influenza l’oggi ed il domani. Le vicende di Ruth ed Idgie nelle parole di Ninny, la loro amicizia, il coraggio delle loro esistenze, le sofferenze che hanno dovuto affrontare e le difficoltà che hanno superato, attivano un cambiamento nella vita della triste Evelyn. Le parole di un’anziana ricoverata in una casa di riposo permettono a Evelyn di guardarsi allo specchio e di intraprendere un cammino fatto di cambiamenti, maggior consapevolezza di sé e del proprio valore.

Forse il vero protagonista di questo film non è né Ninny, né Evelyn, neppure Ruth o Idgie. No, la protagonista è la parola, o meglio la parola raccontata. Sono le parole di Ninny, il suo racconto di storie accadute decenni prima a creare l’architrave del film; sono le sue parole che raccolgono in una “narrazione” la straordinaria vita di molte persone, sono esse che sanno cucire, con un immaginario filo rosso, le vicende di tutte le esistenze che hanno animato il Whistle Stop Cafè, vicino alla fermata del treno. Il racconto sa creare storie e con esse una Storia, il racconto sa custodire il passato, sa fare emergere un senso, un significato; il racconto sa dispiegare la forza di ieri anche sull’oggi, proprio come avviene nella vita di Evelyn, che nell’amicizia di Ruth ed Idgie trova forza per aprirsi al futuro. È proprio così: la parola custodisce il passato e permette di abitare l’oggi scoprendone un senso e aprendolo al futuro.

C’è una storiella che ritorna frequentemente nel film, che affiora sulle labbra di più protagonisti, come una specie di punteggiatura del racconto, come a segnare una svolta nella vita di un personaggio, un passaggio di vita, un tornante dell’esistenza. È una storiella semplice ed ingenua ma capace di generare connessioni, di creare rimandi, nessi e raccordi. È come un mantra che suscita familiarità e consuetudine, che provoca un senso di confidenza ed intimità: sono come tutte quelle parole, magari ovvie, magari banali, che punteggiano la nostra vita, che ci danno un senso di casa, di già noto, di tradizione e di benevolenza, parole che poco dicono a degli sconosciuti ma che ciascuno di noi conserva come oasi preziose di familiarità.

C’era una volta questo grande lago e noi ci andavamo a pescare, a fare il bagno, a remare.  Un giorno di Novembre un branco di anatre si posò sul lago  e la temperatura si abbassò’ di colpo fino a far gelare il lago,  allora le anatre spiccarono il volo  e si portarono via il lago.  Ora quel lago si trova da qualche parte in Georgia.”

POMODORI VERDI FRITTI (ALLA FERMATA DEL TRENO)Regia di Jon Avnet. Un film con Kathy Bates, Mary Stuart Masterson, Mary-Louise Parker, Jessica Tandy, Cicely Tyson. Titolo originale: Fried Green Tomatoes. Genere Commedia – USA, 1991.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre di Lodi vecchio Mese

Storia e Tempi

l’ultimo condono

In questi giorni mi scadeva il bollo dell’auto e, come tutti gli anni, ho provveduto al pagamento (tranne quell’anno che la cosa mi è sfuggita e mi è toccato pagare bollo e mora successivamente…)

Sono qualche centinaia di euro di tassa che onestamente faccio fatica a capire: a che titolo bisogna sborsare tutti questi soldi solo per il fatto di usare un’automobile? Non lo comprendo molto… ma tant’è… Anche perché, per usare quella stessa auto, ci pago una fracca di soldi in accise quando faccio benzina….

Mentre facevo il mio pagamento online pensavo che forse, a ben vedere, sarebbe stato più conveniente lasciar perdere e aspettare il prossimo condono, come quello che ci attende nella manovra economica.

È un vizio tutto italiano quello di mostrare molta “indulgenza” verso coloro che non hanno fatto il proprio dovere verso la comunità. Ora la chiamano “pace fiscale” e a sentire gli estensori del provvedimento pare qualcosa a metà strada tra la San Vincenzo e le suore di Madre Teresa di Calcutta… tanto è infatti l’aiuto e il sostegno a coloro che, poveretti, sono stati oggetti di una serie di “catastrofi personali”… ovviamente il caso che qualcuno non abbia pagato semplicemente per fare il furbo non viene manco contemplato come ipotesi…

È così che chi ha frodato la collettività, non pagando il bollo, le multe, le tasse o altro, è nuovamente ricompensato; il tutto a discapito di chi è sempre stato in regola con il fisco e che della “pace fiscale” proprio non ne sente il bisogno.

Ma perché un fisco diviene “amico dei cittadini” solo quando chiude un occhio sull’evasione? Ma perché, per avere pace tra stato e cittadini, dobbiamo premiare coloro che sono venuti meno i loro obblighi verso la collettività? Ma cosa sarà mai questo continuo “strizzare l’occhio” (di qualunque colore politico questo occhio sia) verso chi fa il furbo e priva la comunità del proprio doveroso contributo? Perché nessuno resiste alla tentazione di “comprare” il consenso di coloro che, evadendo il fisco, tradiscono il patto di convivenza che ci lega tutti quanti?

È ancora più sorprendente vedere queste misure proposte da coloro che si sono proposti come “governo del cambiamento” e ambasciatori di una onestà molte volte strillata ed ostentata…

È triste vedere che da questa logica lassista non si sfugge, al di là del colore politico e dell’ideologia di riferimento; e che, per raccattare quattro soldi per la manovra, si sacrificano i principi, si puniscono indirettamente i “soliti onesti” e si promuove una mentalità insensibile alla giustizia sociale alla solidarietà.

Comunque non temete: questo sarà l’ultimo condono del governo, dopodiché solo rigore ed ordine. È un po’ quello che ci hanno ripetuto tutti i governi in questi ultimi vent’anni, al continuo inseguimento dell’ “ultimo” condono… peccato che l’ “ultimo condono” è sempre quello che ciascuno è in procinto di fare…

Storia e Tempi

ringraziamento

Ci sono anni in cui non è semplice celebrare la sagra del Ringraziamento, che ogni fine ottobre arriva puntuale ad introdurre nel clima tardo-autunnale. Non è facile, perché quella parola “grazie” nasce dalle tue labbra come qualcosa di innaturale, di forzato e di poco spontaneo.

In altre stagioni questa “parolina” veniva pronunciata con più convinzione e slancio, con un cuore che provava riconoscenza e gratitudine per quanto l’anno aveva donato generosamente. Diciamo che essa pareva una cosa più sincera, più in sintonia con i tuoi sentimenti e convincimenti. Dicevi grazie e a quel grazie ci credevi lo sentivi tuo, ci mettevi orgoglio e passione.

Altre volte, invece, questo “grazie” è detto a denti stretti, biascicato con le labbra, pronunciato più per convenzione e tradizione che per intima convinzione. Pronunci quel termine ma non ne sei mica sicuro; lo vivi come un rito a cui adeguarsi o un comandamento a cui obbedire. Perché, guardando al tuo anno, senti che c’è qualcosa che blocca lo slancio entusiastico, che gela lo spirito, che placa il tuo trasporto. Intendiamoci: non è che non ci siano delle cose belle di cui essere riconoscente; è che però il saldo a fine anno è tristemente negativo, c’è un segno meno davanti all’importo di chiusura. E i tanti o pochi importi positivi non sono sufficienti per dire di aver chiuso l’anno “in utile”

Ma forse è  proprio in questi anni così “a debito” che la parola “grazie” accede ad un livello di profondità che non avresti immaginato. Perché per dire “grazie” in tali frangenti non basta guardare alla superficie delle cose, ma devi fare lo sforzo di scavare in profondità e individuare ragioni più radicali e meno ovvie. Dire “grazie” quando tutto va bene è cosa facile e spontanea, forse addirittura ovvia e banale. Dire “grazie” quando le cose non vanno, quando una fatica, un insuccesso, una malattia, un fallimento, una separazione, un lutto, un dolore o un evento nefasto della vita ti hanno “tagliato le gambe”… beh dire “grazie” diviene una scelta coraggiosa e dura, sfidante ed impegnativa, perché obbliga ad andare al di là di quel fallimento o dolore, per riconoscere le ragioni più profonde ed autentiche.

Significa fare come quell’uomo in cerca di perle preziose, che non si accontenta di quelle che affiorano in superficie, che le trova “lì belle che pronte” sul suo cammino, ma è costretto a cercare, a scavare, ad indagare, a scavare il terreno, a rovistare tra gli oggetti, senza mai perdersi d’animo, anche quando la perla non si offre spontaneamente al suo sguardo.

I “grazie” pronunciati così sono quelli più costosi ed impegnativi, ma forse anche quelli più veri, perché scaturiscono, timidi e umili, da quelle bracci tiepide che ancora ardono sotto la legna ormai esausta.

 

Storia e Tempi

ma perché non sbagli?

Uno dei ragazzi della nostra squadra di basket è stato selezionato per la rappresentativa regionale, sicché, qualche giorno fa, Gianluigi, in quanto responsabile della squadra, lo ha accompagnato nel “tempio del basket” di Varese per gli allenamenti. Ieri mi raccontava dei piccoli “fenomeni” che erano stati convocati e dei talenti che ci sono in giro. Ci sono ragazzini che possiedono delle abilità cestistiche notevoli e strabilianti, fanno movimenti con una padronanza ed una velocità sorprendenti, roba da restare senza parole.

Mi diceva poi di un fatterello accaduto durante gli allenamenti e che ha attirato la sua e di conseguenza la mia attenzione al sentirlo narrare. Ad un certo punto, l’allenatore della rappresentativa, di fronte ad un giocatore che eseguiva l’esercizio proposto con una maestria onestamente imbarazzante, lo ha rimproverato dicendo: “Ma perché non sbagli? Vuol dire che non stai facendo bene l’esercizio!”.

La cosa suona strana a primo acchito ma, se ci pensate bene, riflette una logica sensata e condivisibile: se esegui un esercizio senza sbagliare significa che lo stai facendo “senza sforzo” utilizzando le tue capacità, ottime ma  già acquisite.  Ogni esercizio invece dovrebbe lavorare su quella zona liminare che ha a che fare con i nostri limiti, dovrebbe farci sperimentare quella zona di “fondo scala” nella quale siamo chiamati a superare i nostri confini, a superare noi stessi e a migliorare le nostre capacità.

Guardate che questa è una perla che faremmo bene a tenere in tasca ed usare all’occorrenza, non  solo sul campo di basket.

Significa saper guardare con occhi nuovi ai nostri fallimenti e ai nostri successi. Dietro quel “perché non sbagli?” si nasconde l’idea che talvolta i nostri successi celano la nostra volontà di battere sentieri conosciuti e noti, che percorriamo ad occhi chiusi e senza fatica; così come alcuni fallimenti o alcuni errori sono segnali positivi che testimoniano che abbiamo intrapreso un sentiero nuovo, innovativo e non battuto ed è quindi normale che commettiamo imperfezioni e sbagli.

Capite come possiamo guardare ai nostri insuccessi in modo “originale”? Essi non sono solo la prova del nostro fallimento ma potrebbero anche indicarci che stiamo crescendo, che ci stiamo sperimentando su attività nuove, che stiamo cambiando e che ogni cambiamento, in quanto tale, richiede una normalissima dose di impreparazione, approssimazione ed  inesattezza.

Attenti allora ad essere troppo severi con i nostri errori e con quegli degli altri! Quello sbaglio potrebbe insegnarci più di quanto pensiamo…

Storia e Tempi

ma ci conviene essere sovranisti?

Si chiede Bellasio, su un quotidiano nazionale di qualche giorno, fa se l’Italia possa davvero permettersi il lusso di essere una nazione sovranista. Mi spiego. Al di là dell’aspetto etico e politico della scelta, se sia giusto o strategico per il nostro paese adottare questa posizione, vi è poi l’ambito più prettamente connesso alla convenienza: “a noi italiani conviene essere sovranisti?”  È una buona domanda che forse faremo bene a non sottovalutare.

Il sovranismo, come dimostra ampiamente la storia (ma come già iniziamo ad intuire qui, nel Bel Paese) porta con sé altri due opzioni, non proprio secondarie: l’isolazionismo e l’autarchia. Quindi la domanda, correttamente formulata, potrebbe essere: “a noi italiani conviene essere isolati e autarchici?”.

A parte il fatto che ci abbiamo già provato una volta nella storia e non c’è andata benissimo, il punto qui è: nel mondo attuale, fortemente interconnesso, l’Italia possiede i requisiti minimi per “fare da sé”? O rischiamo solo di farci del male e di andare a sbattere?

L’Italia è notoriamente un paese piccolo, soprattutto se paragonato alle economie emergenti di Brasile, India, Sudafrica, per non parlare della Cina. È poi un paese tutto sommato marginale, posto alla periferia di una Europa che conta sempre meno nello scenario internazionale.  È un paese drammaticamente esposto, per via delle sue coste, al problema dell’immigrazione di massa ed è dura per un solo paese affrontare autonomamente  questo esodo epocale (a meno di non pensare di sparare sui barconi dei disperati che tentano di arrivare da noi).  Quindi è un paese privo di materie prime e di fonti autonome di energia, per le  quali dipendiamo in larga misura dall’estero. La nostra economia vive su una fortissima componente di export, soprattutto manifatturiero, mentre è appesantita da un debito pubblico enorme, che finanziamo al 40% grazie investitori internazionali (gente cioè che vive fuori dai nostri confini disponibile a prestarci soldi…)

Giusto per capirci: considerate che, nonostante gli annunci ad effetto, manco gli Stati Uniti (che hanno una difesa, una posizione geografica ed un influenza economica e finanziaria assai invidiabili)  possono permettersi il lusso di vivere in uno splendido isolazionismo. Lo prova il fatto che, ad esempio, Trump è dovuto scendere a più miti consigli sugli accordi commerciali con Canada e Messico.  E vogliamo parlare dell’altra “isola di isolazionismo”,  la Gran Bretagna,  che sta lottando per avere comunque delle relazioni positive con l’Europa, anche dopo la BREXIT?

Insomma tornando al punto: alla luce della nostra storia, della nostra geografia, della nostra economia e del contesto globalizzato che ci circonda, siamo proprio sicuri che la strada sovranista corrisponda ai nostri interessi nazionali? O rischiamo di andare fuori strada alla prima curva?

Storia e Tempi

diverso da chi?

Oggi mi è successa una cosa strana. Salgo, dopo una lunga e stancante giornata lavorativa, su una carrozza del treno che mi riporterà a casa. Il treno è abbastanza pieno sicché trovo posto vicino ad un ragazzo di colore, con un bel sorriso ed un bel i-phone tra le mani. Il suo vestiario e la sua borsa in pelle mi suggeriscono che non è uno dei tanti ragazzi profughi che popolano il treno su quella tratta. Forse uno dei figli delle tante famiglie di colore che abitano la nostra terra. D’altra parte non è che tutti i ragazzi di colore siano necessariamente dei richiedenti asilo. Prendo così in mano il mio libro e mi tuffo nella lettura.

Da subito mi accorgo che nella carrozza si vive una strana euforia, un senso di strana allegria ed una atmosfera un po’ chiassosa.  Non ci vuole molto a rendersi conto che sulla mia carrozza sta viaggiando anche un gruppo di ragazzi disabili, ragazzoni simpatici e un po’ sguaiati, accompagnati da due o tre educatori. I ragazzi scherzano tra loro, si lanciano battute e grida, evidentemente sovreccitati da questa “trasferta” fuori dall’ordinario.  Dopo qualche tentativo di lettura decido di desistere: chiudo il libro e lascio che questi inusuali passeggeri lascino libero sfogo alla loro gioia. Anche due ragazzi di colore (stavolta è chiaro che si tratta di richiedenti asilo), che siedono dietro di me, non si lamentano e lasciano fare.

Mi guardo attorno in questo strano viaggio di ritorno, circondato da un colorato gruppo di disabili, un distinto ragazzo di colore con suo i-phone e altri passeggeri africani di più umili origini. E mi chiedo: “ma chi è il diverso qui?”. Sì, perché se la diversità deve essere solo un puro fatto statistico, è evidente che in quella carrozza verso Lodi, l’unico diverso sono io. In fondo l’unico italiano di “pelle bianca”, senza (apparenti, vi assicuro: solo apparenti) disabilità resto io. Il resto della compagnia appartiene, in qualche misura, a qualche supposto “gruppo marginale”: extracomunitari, dalla pelle colorata o con difficoltà cognitive…

E così mi convinco ancora di più che la “normalità” è sempre una questione di prospettiva. Essa dipende dal punto di vista che si decide di assumere per osservare la realtà. Basta poco per diventare “diversi”: è sufficiente che cambino i passeggeri che salgono sulla tua carrozza. “Normali” o “diversi”: dipende da che parte guardi il mondo, dagli occhiali che usi, dalle scarpe che indossi per calpestare questa terra. Non serve molto per attraversare il confine della normalità e diventare “diversi”, così come con la stessa facilità è possibile rientrare nei ranghi della supposta “normalità”.

Forse faremmo bene a guardare con un briciolo di sospetto a queste categorie che tendono a classificare, giudicare ed escludere le persone. Forse ci potremmo tutti considerare “diversamente diversi” o, che ne so, “originalmente dissonanti”. Forse potremmo abbandonare la categoria del “diverso”, anche perché basta poco perché ci sorga un dubbio: ma diverso da chi?

Affetti e Legami

il lato oscuro della luna

La malattia è quella cosa che ti costringe ad affrontare la dimensione onerosa e faticosa dell’amore, quell’aspetto che non trovi scritto sui baci perugina né pubblicizzati in internet tra le frasi strappalacrime.

Nella malattia l’amore è talmente esigente da diventare violento, da non lasciarti tregua, da essere così abrasivo che vorresti potertene allontanare, come un irriflesso movimento di protezione della tua vita, come una difesa di te stesso e del tuo mondo.

Quando conosci l’amore ed impari a padroneggiare il suo linguaggio, ecco, esso appare come un campo fiorito a primavera, emana profumi intriganti e suadenti, mostra un fascino che lo rende irresistibile. C’è una bellezza in quell’amore che te lo rende gustoso al palato,  magnetico allo sguardo, piacevole al tatto. Tutti i sensi ti spingono tra le sue braccia, come la promessa di un abbraccio pieno e gratificante.

L’infermità cambia il volto delle cose e ne mostra tratti che stridono con il loro originale palesarsi: il campo fiorito diviene una landa solitaria e inospitale; senti un lezzo fastidioso e insopportabile, la bellezza di un tempo si è tramutata in un ghigno sospetto e irriconoscibile. Cambiano le cose, esse perdono il loro suadente fascino e tutto diviene fatica, aridità, pena e tristezza.

Ci sono facce dell’amore che non conoscevi, di cui non immaginavi l’esistenza e che proprio la malattia sa rendere presenti nella tua vita, in un movimento di fatale avveramento. Sì, percepisci una specie di “rivelazione”, di manifestazione del “lato oscuro della Luna”, quello che nessuno descrive o di cui canta poemi. Scopri un mondo “altro”, mondo duro e resistente, esigente e sfidante, mondo che ti piaga e ti dissecca, che prosciuga quelle sorgenti di senso e di volontà che ti tengono in vita.

E suona quasi scandaloso pensare che anche questo è amore, anche questa è passione per la vita, anche questo è dono gratuito di sé verso l’altro. Non c’è poesia, nessuno slancio, nessun affascinamento: solo fatica e sacrificio.

Affetti e Legami

si può amare solo “ciascuno”

Più ci penso e più mi convinco che non possiamo amare “tutti” ma solo “ciascuno”. Ossia il nostro amore per “tutti” passa necessariamente per l’amore dei singoli, per l’affetto che nutriamo per le singole persone, come esseri unici, irripetibili e singolari.

L’amore, quello vero e sincero, quello che ti sbilancia, quello che ti fa perdere l’equilibrio tanto sei esposto verso l’altro, richiede, anzi pretende, un volto, due occhi che ti fissano, uno sguardo che ti parla e una pelle da sfiorare.

Non penso solo all’Amore della vita, per quale questo fatto è più che palese ed evidente. Mi riferisco anche ai tanti “piccoli” amori che popolano la nostra esistenza, quelli “minori” o “secondari”. Ogni amore, di qualunque natura o intensità, esige questa “singolarità”,  questa intima “univocità”. Non possiamo provare amicizia per un gruppo, una comitiva, una classe o una comunità; o meglio lo possiamo ma solo perché, e nella misura in cui, questo legame è vivo per ogni persona che compone quel gruppo.

C’è sempre una dinamica di “localizzazione” dell’amore, quel movimento che tende a “individualizzare” l’affetto che proviamo e a concentrarlo su un volto. L’amore infatti tende a sfuggire ogni superficiale “generalizzazione”.

Il bello di questo di questa “specificazione” dell’amore è che ci costringe a calibrare il nostro amore sulla personalità dell’altro, sulla sua sensibilità, sul suo modo originale di percepire le cose. Ecco che il nostro amore è chiamato ad essere originalmente creativo, ossia capace di indossare i panni dell’altro, di parlare la sua lingua o il suo dialetto, di sim-patizzare con il suo mondo interiore.

Scrive don Lorenzo Milani in una sua straordinaria lettera: “Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più.”

Pensieri e Silenzi

appuntamento nel deserto

Ci capita talvolta di dover restare accanto a qualcuno che sta attraversando un “deserto” della vita, un periodo pieno di difficoltà e fatiche, solitudini ed incomprensioni, fallimenti o sofferenze.

Non è mai semplice vivere questa compagnia, giacche ogni deserto ha sempre un tratto unico ed irripetibile. Ciascuno attraversa il “suo” deserto, che non è mai identico a quello di qualcun altro. Certo, ci sono elementi che li accomunano, ma ogni deserto mostra caratteristiche proprie, una conformazione originale, asprezze particolari.

È proprio questa singolarità a rendere difficile ogni affiancamento: ti inoltri in un paesaggio che non conosci e di cui ignori la geografia. È come se barcollassi nel buio, giacché il sentiero aspro che l’altro deve percorrere lo conosce solo lui. A te non resta che seguire il suo passo e far sì che non viva questo tratto di strada da solo.

Eppure, anche in questa “incomunicabilità del dolore”, c’è un valore nell’accompagnamento che stai tentando di vivere, può esserci uno scopo, una funzione, un compito. Penso che ci sia addirittura un “ministero della compagnia”, un compito “ingrato” che la Vita ci affida come fosse un servizio da rendere a Lei stessa.

Il deserto è luogo arido, inospitale, faticoso e drammatico; è facile, per chi lo attraversa, sentire il peso del cammino, provare l’angoscia della solitudine e sperimentare la disperazione. Eppure il deserto, ogni deserto, per quanto possa apparire assurdo, può essere anche il luogo di un incontro, di un dialogo “cuore a cuore”, spazio propizio per un cammino che punti all’essenziale.

Il deserto, da apparente luogo di maledizione, può diventare, se la Vita lo concede, spazio per una benedizione grande e radicale. Non scompare la fatica e la sofferenza ma si può scorgere una fioca luce capace di dare senso al cammino.

Ecco allora che, forse, il ministero della compagnia consiste proprio in questo: nel tenere viva la fiamma, nella convinzione che quello non è un tratto inutile della vita, né un tempo perso. Accade infatti che una piccola perla preziosa potrebbe essere stata nascosta tra i sassi che intralciano il sentiero.

Accompagnare qualcuno nel deserto forse significa questo, e, ahimè,  solo questo. Non c’è data la possibilità di grandi discorsi, niente massimi sistemi, inutile coltivare sogni troppo ambiziosi. Più modestamente ci viene chiesto di alimentare la lampada della speranza, quella fioca fiducia che “crede dolorosamente” la Vita ci ha fissato, da tempo immemore, un appuntamento con Lei in quel luogo inospitale.

Essa lì ci attende per un incontro “cuore a cuore” che ci può spalancare l’esistenza.