Pensieri e Silenzi

finitudine

Una delle cose che devi imparare ad affrontare quando invecchi (o maturi, vedete voi) è la precarietà della vita. È una consapevolezza che assumi un poco alla volta ma con inesorabile profondità e lucidità. È qualcosa da cui non puoi sfuggire né che puoi dimenticare. La fragilità della vita, la sua intrinseca volatilità ti si impone presto come una cruda realtà, come un boccone difficile da digerire, ma che, in un modo o nell’altro, sei chiamato ad addentare.

Quando sei giovane tutto questo ti sfugge, non lo vedi, non ne hai nemmeno sentore. Le cose hanno una durata che pare infinita, giacché il senso del limite e della finitudine, che è insito in ogni esperienza, in ogni legame ed in ogni situazione della vita, sfugge ai tuoi sensi e ai tuoi pensieri. Semplicemente non avverti la limitatezza di tutte le cose, la quali, nel loro essere durevoli, possiedono un inizio ed una fine.

Giunge invece un momento dell’esistenza, una tappa della vita di ciascuno di noi, in cui questa dimensione di finitezza diviene violentemente e sfacciatamente palese: percepisci con profondità e con turbamento che nulla è per sempre, che le cose inevitabilmente terminano, si consumano, giungono a destinazione, si esauriscono. Semplicemente cessano. E ti sorprendi di come questa caratteristica, che ora vedi chiaramente in tutte le cose, non ti fosse apparsa con maggior evidenza prima; ti domandi come hai potuto vivere rimuovendo questa certezza, dimenticando questa ovvietà, ignorando questa drammatica certezza della vita.

E così, un poco alla volta, come una graduale esposizione ad una sostanza urticante o allergenica, impari a gestire questa antipatica sensazione di finitudine; ti abitui a convivere con la precarietà delle cose, delle persone, dei risultati, delle mete che hai raggiunto e degli equilibri che hai faticosamente costruito. Acquisisci una lenta familiarità con il fatto che tutto passa, che le cose divengono, che ogni cosa possiede una innata dimensione temporale, in nome della quale è fissato un limite nel tempo per la sua esistenza.

Comprendi che anche tu, anche la tua vita, i tuoi affetti e le tua capacità, possiedono un termine, un confine ed un traguardo. E che la vita possiede una fase ascendente ed una fase discendente in cui le energie e la vitalità lentamente si degradano e sciamano. È grazie a questa nuova consapevolezza che entri in maggior contatto con la dimensione più vera e autentica della tua umanità: essere uomini, vivere da uomini, significa saper integrare questa finitezza in una senso complessivo della vita capace di rendere ragione di questo limite.

Essere adulti significa vivere non “nonostante questo limite” ma “attraverso questo limite”; significa gioire non “dimenticando la nostra finitudine” ma “dentro di essa”, accogliendo la creaturalità che ci abita, l’umanità che ci dà formai, la carne di cui siamo fatti.

Forse è solo quando sperimenti con drammaticità e timore questa dimensione ineludibile della tua vita che scopri il valore delle cose, la ricchezza che abita l’attimo, la profondità che dimora nell’istante, la gioia che puoi afferrare in ciò che passa.

Storia e Tempi

è solo una patata

Mio nonno aveva un sistema molto semplice per ottenere i semi da piantare per l’anno successivo: la natura gli “regalava” i semi di cui necessitava attraverso i frutti che egli coltivava. Era la natura stessa che si preoccupa di perpetuare il raccolto: dal seme nasce il frutto che a sua volta dona il seme e così la terra non cessa di provvedere il cibo a tutti.  Non era raro poi che tra diversi agricoltori ci si scambiasse la semente per arricchire e variare il raccolto dell’anno successivo. Anche oggi, a distanza di decenni, accade qualcosa di simile nei piccoli paesini come il mio: tra vicini di casa si baratta qualche buon pomodoro da cui ottenere semente per l’annata successiva.

Se ci pensate bene, c’è un convincimento di fondo dietro questi comportamenti tipici del mondo contadino: il seme, grazie al quale è possibile ottenere il cibo che nutre, viene considerato una sorta di “bene comune”, che è possibile trafficare liberamente, un po’ come accade con l’acqua o l’aria. La terra mi dona il frutto dell’albero per quest’anno e pure la promessa di frutti per l’anno successivo, grazie alla generosità del seme che il frutto contiene.

Questa dinamica millenaria rischia una violenta interruzione non appena la fame di profitto e di guadagno assale anche il mondo dell’agricoltura.

È successo così che 13 contadini indiani sono stati trascinati in tribunale, rei di aver coltivato una patata “speciale” sottoposta a brevetto di proprietà della PepsiCo.

La varietà FC5 possiede infatti delle caratteristiche che le rende particolarmente adatta a essere impiegata per preparare snack di patatine imbustate, che Pepsi commercializza con il nome Lay’s. L’accusa è di aver violato il copyright, con la conseguente ammenda (chiesta dalla multinazionale) di 125mila euro per ciascun agricoltore. La Pepsi stessa aveva importato questo particolare tipo di patata in India nel 1989, fornendola a un gruppo di contadini che da allora la vendono al colosso a prezzo fisso.

Ecco quindi diffondersi ed affermarsi il copyright sul cibo: per coltivare quelle patate non basta possederne un frutto, ma occorre il permesso di qualche azienda che ne detiene il brevetto. Come se si trattasse di un qualunque manufatto umano.

Mi si dirà che l’economia gira così e che quel prezzo imposto agli agricoltori ripaga la multinazionale dell’investimento fatto, anche in termini di ricerca. Sarà… ma confesso che mi spaventa un po’ l’idea che il cibo che ci serve per vivere, così come l’acqua, l’aria o la terra, diventino beni posseduti da pochi e soggetti al controllo di qualche speculatore.

Pensieri e Silenzi

abitudini

Osservavo questa mattina, durate gli allenamenti di basket, alcuni dei ragazzi della mia squadra e la naturalezza con cui, dopo molto esercizio, compiono certi movimenti. Vedendoli più volte a settimana, fatico ad accorgermi dei progressi che compiono sicché accade che essi migliorino un poco tutti i giorni ma tu non sia in grado di rendertene conto. È una crescita lenta e progressiva, poco osservabile ad occhio nudo giacché il miglioramento, benché costante, resta come mascherato dalla frequentazione quotidiana. Stamattina invece mi è accaduto, non saprei spiegarlo bene, di vederli con occhi diversi ed i loro progressi sono apparsi con stupefacente chiarezza.

La cosa sorprendete mi è parsa la naturalezza con cui sono in grado di eseguire certi gesti atletici, la fluidità e la spontaneità che accompagna il loro muoversi: fanno cose difficili con semplicità e garbo. Vedendoli giocare pare che facciano cose “normali” ma sai benissimo che tutta questa facilità è frutto di impegno ed applicazione. Basta che mandi il pensiero indietro di qualche mese per accorgerti che ciò che oggi fanno con naturalezza, prima era fatto con goffaggine ed in modo artificioso. L’allenamento ha reso una cosa difficile un gesto ordinario e fluido, da compiersi senza pensarci troppo e senza porre troppa attenzione.

L’esercizio costante crea un’abitudine, plasma la modalità ordinaria con cui facciamo le cose e ci rapportiamo al mondo. La ripetizione compiuta con impegno segna il nostro modo di essere e di fare, trasformando gesti e parole in consuetudini della nostra esistenza. Certe cose diventano “famigliari” proprio perché frutto di impegno e di determinazione.

Se ci pensiamo bene, questa regola non vale solo sul campo di basket: ogni nostro impegno, sebbene un po’ faticato, sa generare degli habitus, degli abiti fatti su misura, che ci rendono persone più belle ed eleganti.

Storia e Tempi

Dachau. Mai più.

Varcare la soglia di Dachau è come entrare in un santuario del dolore, è come calpestare una terra sacra, resa tale dalla sofferenza di migliaia e migliaia di uomini che hanno versato il loro sangue in questo luogo.

Quella scritta “Arbett Macht Frei”, posta a sigillo del suo ingresso, appare ai nostri occhi, nella sua assurda ironia, come l’indizio di una soglia, di un passaggio, luogo liminare in cui si transita dal mondo umano a quel mondo “altro” che è il “Vernichtungslager” (campo di sterminio): passato quel cancello, la vita umana diviene qualcosa di diverso, di imponderabile e di incomprensibile; è vita che scivola ai confini dell’umanità, vita che si degrada, che evapora, che perde consistenza e valore, vita che, nel giro di pochi attimi, cessa di essere “da uomini”, sprofondando in quegli abissi di violenza e crudeltà che raramente la storia ha toccato.

Dachau appare oggi come un tranquillo giardino, in cui il verde dei campi ed il blu del cielo si mescolano in un ambiente dall’apparente serenità e pace. Eppure quel silenzio che ti accoglie all’ingresso è capace di scuotere il tuo animo e di portare inquietudine nel tuo cuore. Dachau è avvolto da un’atmosfera difficile da raccontare a parole: quelle poche pietre rimaste, testimoni di anni terribili e nefasti, è come se gridassero il dolore silenzioso di tutti coloro che hanno calpestato questa terra, per molti, moltissimi, ultimo luogo abitato prima della loro morte anonima.

Ti muovi tra le costruzioni, che ancora sorgono all’interno del recinto spinato, con un senso di timore e riverenza, come quando entri in un luogo sacro nel quale si sta officiando una qualche celebrazione. Ti muovi con circospezione e rispetto, quasi temendo di disturbare quel clima di mesto raccoglimento che sperimenti al suo interno.

E poi ascolti, guardi, osservi, lasci che quel luogo ti parli, che faccia arrivare, dopo molti decenni, il suo straziante urlo di dolore. Sì, perché Dachau ti interpella, ti scuote, ti interroga, sfida la tua ragione, minaccia la tua sensatezza ed offende il tuo buon senso.

Come è potuto succedere? Come è accaduto tutto questo? Come è stato possibile?

Te lo chiedi quando attraversi l’immenso piazzale dell’appello, dove ogni giorno i detenuti erano sottoposti a controlli e torture. Te lo chiedi quando entri nelle baracche, in cui decine e decine di prigionieri erano stipati come formiche in un formicaio. Te lo chiedi quando osservi i piccoli cimeli sopravvissuti alla morte dei loro proprietari, oggetti semplici e ordinari, come una penna stilografica o un orecchino d’oro. Te lo chiedi quando attraversi, quasi incredulo di quello che stai osservando, la “Baracke X” dove uomini inermi venivano spogliati, gassati, ammassati come vecchi cenci e poi bruciati in grossi forni. Te lo chiedi quando contempli alcuni dei volti che fanno bella mostra di sé nelle fotografie appese ai muri, sfortunati ospiti di questo inferno, costretti a questo ultimo soggiorno solo perché ebrei, zingari, omosessuali, preti oppositori politici o gente giudicata asociale.

Se pensi a quanto accaduto nel luogo in cui ti trovi resti come interdetto, incredulo, sopraffatto da un senso di nausea e di sgomento, orrore e dolore. Uomini come te, fatti della stessa carne, animati dai medesimi sentimenti, gente qualunque, anonima, normale, come il tuo vicino di casa o la donna che incontri sull’autobus, come l’anziano che ti precede in fila dal panettiere o la mamma che ti si siede accanto in treno, ebbene tutti costoro sono stati innocenti vittime di una furia cieca, assurda e disumana; sono divenuti, loro malgrado, protagonisti di una tragedia immane, spietata, cinicamente sorda e cieca ad ogni minimo senso di umanità.

Penso che mai potremmo comprendere quanto è realmente successo. Nessun libro, nessuna immagine, nessun racconto né film né opera d’arte potrà mai dare ragione della assurdità del male che a Dachau si è celebrata, come in moltissimi altri campi di detenzione. Non ci sono parole, riflessioni, ragionamenti, argomentazioni o pensieri capaci di spiegare quello che è successo e perché è successo.

Dachau resta un enigma inspiegabile della nostra storia, un abisso di dolore e violenza, impossibile da verbalizzare o narrare, perché ogni parola proferita richiede un minimo di razionalità condivisa, cosa che qui è stata completamente smarrita.

Eppure Dachau, nella sua ferocia, resta come un segno indelebile della memoria, come una piaga purulenta che non si rimargina, come testimonianza imperitura del Male del mondo, come monito a non dimenticare, a non cancellare il ricordo, a non rimuovere il delitto compiuto.

Dachau ci invita, anzi ci intima, a non dimenticare, a custodire il nostro passato, affinché non si ripeta. Mai più.

Parole di carta

che cos’è la felicità?

Che cos’è la felicità ? Ve lo siete mai chiesti? Oppure, semplificando la domanda: quando siete felici? Che cosa vi serve per sperimentare la felicità della vita, la pienezza della gioia, la letizia  dell’esistenza?

Confesso che la domanda è piuttosto difficile e non è semplice dare una risposta così su due piedi. Eppure non è una domanda frivola né stupida, giacché se c’è qualcosa a cui tutti noi aspiriamo avidamente nella vita, quella cosa è proprio la felicità. In fondo se chiedessimo a qualcuno: “che cosa cerchi nella vita?” forse la risposta più spontanea, sincera e, in qualche modo, sintetica, sarebbe: “un po’ di felicità”. E penso che sarebbe davvero la risposta più veritiera.

Capire esattamente cosa sia la felicità è una cosa assai complicata e difficile da esprimere a parole. Facevo questa considerazione leggendo sul giornale due ricerche che, casualmente, sono state pubblicate quasi contemporaneamente sui mezzi di stampa. La prima è stata resa pubblica nella giornata mondiale della felicità, indetta dall’ONU per il 20 marzo scorso. Si tratta della classifica dei paesi più felici la mondo. La classifica, ad essere onesti, non contiene sorprese o particolari novità: sul podio dei Paesi più felici, manco a dirlo, stanno Finlandia, Norvegia e Danimarca, i tre paesi nordici dallo standard di vita davvero invidiabile. Seguono (anche qui senza particolari sorprese) Islanda, Svizzera e Paesi Bassi. Fanalini di coda di questa competizione sono i “soliti noti”. Ultimo il Burundi, preceduto dalla Repubblica Centrafricana, dal Sud Sudan, dalla Tanzania e dallo Yemen. Dubito che qualcuno di noi abbia mai sognato di trasferirsi in uno di questi martoriati paesi. E l’Italia? Siamo al 47° posto. Prima di noi la Thailandia e dopo di noi l’Ecuador. In fondo verrebbe da dire “nulla di nuovo sotto il sole”: questi dati riflettono un po’ le valutazioni che, in modo un po’ approssimativo, potremmo fare tutti noi.

Eppure c’è un però. Come vi dicevo negli stessi giorni è uscita una seconda classifica, quella dell’Organizzazione mondiale della Sanità sul numero di suicidi nei diversi paesi. E qui le sorprese non mancano. Dopo una serie di poverissimi paesi africani, ecco comparire al 32° posto la felice Finlandia. Ma non basta: c’è poi l’Islanda (classificata 40ª), la Svezia (51ª), la Svizzera (61ª), l’Olanda (81ª) e la Danimarca, all’89° posto. L’Italia si trova al 142° posto, con un tasso di suicidi che è quasi un terzo di quello finlandese. Infine, rullo di tamburi: la Grecia, da anni in una gravissima crisi economica, è al 157ª su 183 posizioni.

Capite allora lo stupore ed il senso della mia domanda iniziale: “che cosa ci rende felici?” È chiaro che il benessere economico sia un fattore essenziale e determinante: lo prova il fatto che molti dei più poveri paesi africani si trovino in coda alla classifica della felicità ed in testa a quella dei suicidi. Ma la risposta non può essere così semplice e banale, altrimenti non ci spiegheremmo perché alcuni dei paesi con il più alto tenore di vita, livello di servizi, reddito pro-capite e protezione sociale, lambiscono il vertice della classifica dei suicidi. O, in senso opposto, come mai la popolazione greca, nonostante una crisi economica drammatica, sia il fanalino di coda nella triste graduatoria dei suicidi.

Verrebbe quasi da dire che il benessere economico c’entra con la felicità, ne è come un necessario prerequisito, ma non ne rappresenta il fattore qualificante. La ricchezza è una condizione necessaria ma non sufficiente per vivere una vita felice e piena. E qui torniamo al punto di partenza: cos’è quel “quid” che ci rende davvero felici? Qual è il fattore che ci rende gente contenta, anche se viviamo una vita povera ed insicura, modesta e priva di lussi e sfarzi?

Penso che ciascuno di noi potrebbe elencare una serie di motivi. Potrebbe essere il calore degli affetti, la gioia delle relazioni calde che ci accompagnano e ci sostengono: l’amore di una famiglia, la gioia dei figli, la consolazione dell’amicizia, la bellezza di un contesto relazionale in cui siamo inseriti e che è capace di dare colore alla nostra vita. O magari è la bellezza che ci circonda, la cultura nella quale siamo immersi, le meraviglie artistiche che ammiriamo e che ci disvelano quel lato amabile della vita che va al di là del nostro conto in banca e dei soldi che abbiamo nel portafoglio. Oppure potrebbe essere l’ambiente naturale, il “giardino” in cui viviamo, lo straordinario spettacolo della natura, lo splendore del mare e delle montagne, la bellezza dei laghi e dei fiumi, la meraviglia della campagna, dei campi, dei fiori e dei tramonti, delle sere stellate e delle onde del mare, il piacere della pioggia e del calore del sole sulla pelle. Ci sono tanti e tanti altri motivi che fanno di noi gente felice nonostante tutto. E poi ciascuno potrebbe aggiungere il suo personalissimo motivo, il suo “fattore di gioia”, ciò che gli rende la vita piacevole, al di là della ricchezza e dei beni.

Anch’io ho scoperto una personale ragione che ritengo essere alla radice della mia felicità, qualcosa che sia come la cifra sintetica della letizia e della serenità che sperimento. Forse, e qui le parole si fanno incerte e caute, è la possibilità di sperimentare un “senso” per la propria vita. È la felicità che nasce quando senti di avere una ragione per stare al mondo, per alzarti ogni mattina, per affrontare le difficoltà e le amarezze, per riprenderti quando sei caduto e procedere quando sei contento. Forse si è felici quando la ricchezza, gli affetti, la bellezza e la natura (o altro ancora) trovano posto in un orizzonte complessivo di senso della propria vita, quando diventano parti di un progetto più grande ed affascinante, misterioso ed eccedente. Forse si è felici quando si è trovato il proprio posto su questo pianeta, quando si può guardare al domani con fiducia e speranza, quando la Vita diviene qualcosa di talmente affidabile che sa andare al di là del fallimento e della morte.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Aprile di LodivecchioMese

Pensieri e Silenzi

in attesa di un’alba nuova

Nei momenti bui bisogna avere il coraggio di tacere”. È lo stesso silenzio che abita questo Sabato Santo; è il silenzio che abita tutti i Sabati Santi della Storia. C’è sempre un silenzio dopo la tragedia, la disperazione, il dramma ed il dolore. C’è un silenzio che occupa il tempo quando tutto è finito, quanto il pericolo è passato, quando il dramma è compiuto, quando il buio ha invaso l’esistenza, quando le tenebre si sono estese in ogni dove.

Il Cielo oggi è muto, come lo è sempre quando la morte ha ferito l’esistenza, quando la sofferenza ha piegato lo spirito, quando tutto è diventato un non-senso, un nulla apatico ed indifferente, triste ed incomprensibile. Il Sabato Santo è giorno di sospensione, di tragica quiete, di muta ed intima inquietudine: il tempo dell’accadimento è passato, i giorni della lotta sono finiti, le forze sono esauste, i volti stanchi, gli occhi stremati.

Eppure il Sabato Santo è anche il tempo della silenziosa attesa: c’è un presentimento di qualcosa che potrà accadere, il flebile sentimento di una speranza, la percezione che qualcosa sta per accadere, contro ogni logica, contro ogni ragione, contro ogni umana aspettativa. Il Sabato Santo è il silenzio che evoca una parola, un grido, un annuncio; è il grembo sterile che custodisce, nelle sue viscere più profonde, il seme di una nuova Vita, che germoglierà nonostante tutto, contro tutto, a discapito di tutto.

In questo giorno di passaggio ci è chiesto il coraggio dell’attesa, la sfrontatezza della speranza, l’audacia del domani, l’ardimento del futuro, l’impudenza della rinascita, perché ogni dolore, ogni lamento, ogni ferita possano divenire la feritoia attraverso cui intravedere il Nuovo che Accade. Buona Pasqua, amici miei.

Pensieri e Silenzi

Notre Dame e la Signora

Notre Dame è una delle immagini frequentemente presenti nei quadri di Marc Chagall, straordinario artista contemporaneo di origine russa e poi naturalizzato francese, famoso per i le sue rappresentazione immaginifiche e simboliche, dense di riferimenti al mondo biblico e alla cultura ebraico-cristiana. In moltissimi dei suoi quadri, con vari soggetti e differenti temi, compaiono le due famosissime torri che caratterizzano la facciata di Notre Dame, quasi un tratto distintivo dell’amore dell’artista per la città di Parigi, di cui cita in continuazione, nella sua produzione, monumenti, scorci, ambienti e paesaggi.

Ma c’è un quadro che Chagall dedica quasi completamente alla cattedrale, denominato “Notre Dame en Gris”. In realtà si tratta di una coppia di quadri, giacché lo stesso soggetto è replicato due volte, utilizzando due differenti gradazioni di grigio.

Il quadro è straordinariamente bello nella sua essenzialità: viene ritratta, con tratto nero su sfondo grigio, la facciata (piuttosto stilizzata) di Notre Dame, a fianco di una statua della Madonna con Bambino, che richiama l’opera marmorea contenuta nella cattedrale stessa. La chiesa e l’immagine di Maria con in braccio il Figlio sono disegnate non solo con le medesima altezza, ma pure con lo stesso tratto ed il medesimo colore, in maniera tale che le due immagini formano un dittico che genera un continuo ed inevitabile rimando tra le due figure.

Anzi, a ben vedere, si insinua una sorta di continuità tra la cattedrale e la donna: i confini poco marcati delle figure lasciano come intendere che si possa passare dall’una all’altra con una certa fluidità e naturalezza. Sebbene separate spazialmente, Maria e Notre Dame formano simbolicamente un solo soggetto, il solo protagonista del quadro di Chagall.

Mirabili poi quei segni di bianco che enfatizzano i tratti materni e femminili della Vergine: il viso appena abbozzato, il seno prosperoso e, soprattutto, il figlio che accoglie tra le braccia con materna dolcezza. Vi è il segno di una maternità accogliente e feconda nella figura della Vergine, e da lei trasferita con naturale immediatezza, sull’edificio sacro. Quella testa d’uomo che ai piedi di Maria pare trovare riparo e conforto, forse sperimenta la medesima protezione sotto le austere guglie di Nostra Signora di Parigi.

Ho pensato a questo quadro osservando il pianto ed il dolore dei parigini di fronte alla distruzione della loro cattedrale: le mura alte ed austere di Notre Dame forse evocavano ed ancora evocano per i fedeli francesi le braccia premurose e materne di un’altra Signora, sotto il cui manto hanno ricercato protezione per secoli e secoli.

Notre Dame veglia sul popolo di Parigi, proprio come una Madre che ha cura dei suoi figli.

 

Storia e Tempi

Notre Dame

È stato straziante ieri sera assistere attoniti ed impotenti all’incendio che ha distrutto la cattedrale parigina di Notre Dame. Eri come assalito da un senso di panico e di sgomento: come è possibile che un edificio resistito per secoli a guerre, invasioni, calamità possa venire distrutto nel giro di poche ore? Come è possibile che un monumento che ha segnato la storia non solo della Francia ma dell’intera Europa possa essere perduto per sempre? Il cuore della cattolicità parigina, quel simbolo cantato e narrato in moltissime opere letterarie e teatrali, quello straordinario edificio “abitato” da immaginifici personaggi, proprio lui perduto, distrutto, cancellato, raso al suolo, come una della tante baracche che ospitano i disperati della terra.

Eppure stupisce quel moto collettivo di straziante dolore, di mesta partecipazione, di muta disperazione che ci ha assalito tutti, che ha coinvolto gente da ogni latitudine e paese, persone così distanti e sconosciute, ma tutte accomunate da un medesimo lutto per Notre Dame. Come se tutti stessero perdendo qualcosa di importante, di caro, qualcosa che riguardasse la propria vita e i propri affetti.

È singolare come gente che vive migliaia di kilometri da Parigi e che magari nella capitale francese non ha mai messo piede, ebbene tutti costoro abbiamo sperimentato una comune fitta al cuore quando quella centenaria guglia, avvolta dalla fiamme, è precipitata sul tetto crollato della cattedrale.

Mi domando se in quel triste moto dello spirito forse ieri sera non abbiamo tutti un poco intuito di cosa è fatta l’arte, qual è la sua sostanza più vera, la sua materia più viva. Forse il dolore che ci ha scosso è nato dalla percezione di stare smarrendo qualcosa di noi stessi, della nostra identità e della nostra storia. L’arte, i quadri, i monumenti, le cattedrali ed ogni altra produzione artistica, non sono solo piacevoli soprammobili delle nostre città, non sono dettagli frivoli del nostro ambiente umano. In quelle opere, in quelle chiese e in quei dipinti si condensa il senso della nostra identità personale e collettiva. Essi raccontano chi siamo, da dove veniamo, chi siamo stati e chi potremo diventare. Essi custodiscono il senso del nostro passato che ci permette di abitare con consapevolezza e responsabilità il presente per aprirci con fiducia al futuro. Quando allora le fiamme divorano Notre Dame, in quel fuoco va smarrito un pezzo della nostra identità umana e culturale.

Mi piacerebbe che tutti (a partire da chi ha responsabilità pubbliche) ricordassero questo acuto dolore quando si tratterà di decidere quale Europa costruire. Che tutti rammentassero il senso di spaesamento e di sgomento che ci ha assaliti tutti insieme quando un pezzo della nostra storia ha rischiato di essere perduto. Mi piacerebbe che conservassimo tutti il ricordo della fitta che ci ha assalito la sera del 15 aprile 2019, come una sorta di “marchio di fabbrica” della nostra identità europea. Forse il dolore che abbiamo condiviso ha reso evidente che qualcosa di vitale ci lega e ci accomuna, qualcosa che è assai più radicale e decisivo di una moneta unica o di trattati internazionali .

Storia e Tempi

la polvere sotto il tappeto

Ci eravamo illusi che il problema dell’Italia, in termine di ordine pubblico, fossero le onde di migranti che lambivano le nostre coste. Nonostante il fenomeno fosse già da tempo rientrato dentro un limite, vorrei dire, “fisiologico” si è tenuta alta l’attenzione su questa questione, condensando sui pochi sbarchi rimasti una pressione mediatica straordinaria. Non dimentichiamoci che, da che mondo è mondo, ci sono sempre stati flussi migratori, di cui anche noi italiani siamo stati, a suo tempo,  attivi protagonisti.

Siamo addirittura arrivati al punto di fare di pochi casi isolati (piccole imbarcazioni con meno di un centinaio di profughi a bordo) un caso nazionale tale da eccitare gli animi ed occupare le prima pagine di tutti i giornali. Pensavamo che, allontanati i migranti e rispenditi nei paesi di origine (cosa in realtà ancora tutta da fare), saremmo diventati un paese più sicuro. Per poi invece leggere sempre più frequentemente sui mezzi di stampa di attentati, assassini, assalti di stampo razzista, sparatorie e casi sempre più frequenti di corruzione. È sufficiente ascoltare un qualche tg per accorgersi che sparatorie ed assassini appartengono sempre più frequentemente alla nostra quotidianità.

È come accorgersi che dopo aver fatto molta fatica per scopare la polvere fuori dalla porta, ce la siamo ritrovata di nuovo sul tavolo, entrata dalla finestra. Forse perché, per una strana miopia, abbiamo preferito enfatizzare alcune questioni a discapito di altre, dimenticando che viviamo in un paese complesso, dove la violenza, la criminalità, la malavita e le mafie sono una substrato ormai stabile e resistente delle nostre società e che la piaga della corruzione ammorba la nostra economia in modo ormai soffocante e patologico.

Ci possiamo anche illudere che, in un gesto di creativa semplificazione, il tema della sicurezza in Italia coincida con quello dell’immigrazione. Ma occorre poi essere anche pronti ad affrontare la realtà, quando essa, con cinica puntualità, bussa con vigore alla nostra porta.

Affetti e Legami

raccontarsi

La cosa secondo me straordinaria è quando, nascosto tra le molte parole che diciamo, affiora timidamente chi siamo, quello che ci portiamo dentro, quello che generalmente nascondiamo sotto le buone maniere e le parole di circostanza. Sappiamo tutti che non è per nulla una cosa frequente né abituale. Siamo tutti dei maestri a celare i nostri sentimenti, a mascherare le nostre intenzioni, a dissimulare i nostri pensieri lasciando trasparire un’immagine un poco artefatta di noi stessi. Eppure accade che, come un miracolo inatteso, questa parte autentica di noi trapeli tra le pieghe dei nostri discorsi.

Questo fenomeno così raro e prezioso richiede condizioni ambientali favorevoli giacché non accade sempre in maniera naturale ed istintiva. Ci sono fattori che propiziano questa rivelazione e ne costituiscono come una necessaria premessa. Per esperienza ho imparato che l’ascolto è sempre un’ottima levatrice di questo movimento di esposizione di se stessi. Quando incontri due occhi attenti, due orecchie disponibili ad accogliere le tua parole ed un cuore che sa fare spazio al racconto dell’altro, ecco allora che in questo flusso di parole si insinuano pezzetti del nostro mondo interiore che volentieri condividiamo con chi ci sta di fronte.

È così che magari intorno alla stessa tavola e di fronte a del buon cibo, troviamo il coraggio e l’ardire per raccontare qualcosa che ci preoccupa o ci emoziona, un sentimento represso o una difficoltà taciuta, un sogno tradito o un desiderio inesplorato. In questo slancio accettiamo il rischio di metterci un poco a nudo, di presentarci per come siamo, di dare ed accogliere dall’altro qualcosa di vero, di solido e prezioso, che appartiene alla sua e alla nostra vita.

Penso che sia in questi rari momenti di intimità che l’amicizia tocchi vertici insperati, che l’intesa diviene palpabile e verace, che il mondo dell’altro diventa un terreno, se non esplorabile, per lo meno, meno ignoto e distante.