Affetti e Legami

le delusioni ci cambiano

Le delusioni ci cambiano, ci segnano, ci feriscono. Essi sono eventi irreversibili, che non prevedono facili vie di uscita o veloci aggiustamenti. Accade come quando ti cade di mano la tazze del the: puoi incollarla, ricomporre con attenzione ogni singolo pezzo,  eppure essa porterà sempre la memoria di quello che è successo, la traccia del suo passato, il segno della sua ferita. Così sono le delusioni: sono piccole ma indelebili frattura che si aprono nel cuore, cicatrici che possono anche smettere di sanguinare ma che non scompaiono mai dalla pelle.

Il brutto delle delusioni è che sono generatrici di quelle velenose emozioni che sono il risentimento e la colpa.

Quando si vive la delusione scatta immediato, come una forma irriflessa di difesa, il cancro del risentimento, di quel sentimento pernicioso che ci fa provare avversione e lontananza verso chi reputiamo colpevole del male subito. È un sentimento triste tuttavia e per nulla risolutivo: esso promette di guarire il cuore ma in realtà ne acuisce il dolore e rende ancora più lunga la convalescenza. Il risentimento rende più profonda la distanza, traccia solchi di rabbia e disillusione, scava fossati di indifferenza e di rammarico.

Esso si presenta spesso in compagnia di “sorella colpa”, quella maledetta percezione che ci imputa colpevoli dell’accaduto. Se c’è una colpa ci deve essere anche un colpevole – così essa ragiona – e quel colpevole non puoi che essere tu. Succede così che le delusioni siano come terra marcia dalla quale nascono frutti infetti e contaminati. In essa si macera la serenità della nostra mente e la pace del nostro cuore, come se fossero sequestrati da fetidi umori.

Le delusioni sono una prova, una dura prova che la vita ci mette sul cammino: verso di loro ci è chiesto di resistere, di combattere, di non cedere e di non arretrare. È una guerra in cui non c’è in gioco quanto accaduto o chi l’ha provocato ma il nostro cuore, la sua capacità di amare, di affidarsi, di sperare. Le delusioni ci invitano alla disillusione, al disincanto, alla tristezza. Esse ci consigliano che in fondo non ne vale la pena, non serve rischiare, inutile riprovare. Che si tratti di un amicizia, di un amore o di altro, l’insegnamento pare sempre quello: nulla merita la tua attenzione, la tua cura, il tuo dono. Badate bene, è questo il frutto più velenoso della delusione: quello che inaridisce il cuore, che soffoca l’entusiasmo, che placa ogni slancio.

Lottate strenuamente contro le vostre delusioni, soprattutto quelle che appaiono più innocue, minuscole ed innocenti. Mondate il giardino del vostro cuore e stappate le erbe invadenti della delusione le quali, come la gramigna, infestano la terra buona.

Pensieri e Silenzi

ogni libro è un nuovo viaggio

Ogni nuovo libro è come un viaggio in un luogo che non conosci: non sai mai se il posto ti piacerà, se la corsa sarà piacevole, se incontrerai persone interessanti e se, alla fine dei conti, sarà un momento bello per la tua vita.

Osservi la copertina dal nuovo libro che tieni in mano e provi sempre una sorta di timore iniziale: stai intraprendendo qualcosa di nuovo e ti domandi se il risultato sarà all’altezza dell’attesa. Non sai esattamente cosa ti aspetta, perché leggere un libro è un po’ come iniziare una nuova amicizia: c’è sempre un po’ di timore nei primi passi e nel muovere gli occhi sulle prima pagine, perché non conosci cosa ti può attendere, che sentimenti esso saprà suscitare e che pensieri attiverà nella mia testa.

Anche perché un libro non è un articolo di giornale o di una rivista. Questi ultimi assomigliano molto a quegli incontri veloci che fai in metropolitana: durano il tempo di poche fermate e, piacevoli o fastidiosi che siano, sai bene che avranno vita breve. Un libro no, è qualcosa di più serio ed impegnativo. Sarà una relazione a più lungo termine: talvolta è come una gita di una giornata, altre volte una vacanza di diversi giorni. In entrambi i casi devi valutare con attenzione i tuoi compagni di viaggio perché non te ne potrai sbarazzare nel giro di pochi istanti.

Cominci ogni nuovo libro leggendo le pagini inziali con un certo sospetto, quasi alla ricerca di quei segnali che possano certificare che è scattata la magia, che si è creata l’intesa e che l’alleanza tanto voluta è finalmente nata. Perché, alla fine, leggere è tutta una questione di fiducia: passi del tempo in compagnia della sue pagine e ti affidi alle sue parole, ti consegni alla sua narrazione, senza avere la più pallida idea della destinazione finale. Il libro ti conduce e tu ti lasci accompagnare, mettendo ogni passo dietro al suo e concedendo all’autore il potere determinare la direzione, il ritmo e la meta. Forse è a motivo di questo affidamento che ogni inizio è sempre dominato da un sano e naturale senso di diffidenza.

Poi, ad un certo punto, qualcosa accade, inspiegabilmente e imprevedibilmente: come tra due persone in carne ed ossa, scatta una scintilla, una sintonia, una simpatia, un affiatamento. È il momento in cui tra l’autore ed il lettore si genera un’intesa, una fiducia reciproca, un patto che consente alla lettura di procedere con tutt’altro passo. È solo allora che le pagine scorrono fluide e dense sotto i tuoi occhi; è solo allora che non temi di iniziare un corpo a corpo con ogni parola, con ogni aggettivo e verbo, sapendo che quella battaglia è qualcosa che merita di essere combattuta e, se possibile, vinta. Quando tutto questo accade, beh, allora la magia della lettura sprigiona tutta la sua inebriante bellezza: allora ogni pagina diviene un piccolo tesoro di emozioni e di pensieri, di movimenti impercettibili dell’anima e di abissi che ti si spalancano davanti agli occhi. Sono quei momenti in cui il tempo cessa di scorrere e solo il voltare delle pagine segna il divenire delle cose.

Sono attimi preziosi, spesso unici e misteriosi, mai banali e spesso disorientanti, in cui comprendi che la parola sa creare mondi e sa dipingere universi nei quali possiamo abitare da uomini liberi.

Pensieri e Silenzi

passi nel buio

Sono uscito per una passeggiata quando già il sole era basso e le prime ombre iniziavano ad invadere i campi attorno a me. Insieme ad un amico ci siamo immersi in quella strana atmosfera che crea il sole quando incontra la terra, illuminati da una luce tenue, sempre più tenue, che adombra le cose, avvolgendole in un manto che ne protegge i colori e le forme. Muoviamo i passi in un ambiente che si fa, minuto dopo minuto, sempre più opaco, solitario, silenzioso e fosco. Entriamo dentro una atmosfera che perde concretezza, spessore, realtà. Camminiamo e parliamo, parliamo e camminiamo, e il nostro discorrere viene come inghiottito dalle ombre, circondato da un’aria strana, da un’assenza di luce che, inevitabilmente, condiziona la parola.

Accade sempre così: quando uno dei nostri sensi si attenua, gli altri, come a compensare la perdita, diventano più vigili, più sensibili e ricettivi. E così, a motivo della cecità degli occhi, si attiva la ricettività dell’udito, quell’attenzione ai suoni che probabilmente non avresti mostrato in piena luce. Ogni parola esce dalla bocca pesante, forte, intesa, perché è capace di rimbombi inauditi, di echi penetranti e di risonanze vivide. Odi il ritmo delle parole, il tono della voce, i sussulti e le pause, le intonazioni e quelle piccole variazioni che mai avresti notato. Anche la conversazione si fa più lenta, intima, personale, perché l’oscurità dei campi in realtà propizia uno sguardo introverso ed accende una luce intensa sull’anima. Le parole escono come suoni anonimi giacché perdono la connessione con il viso e con la sua espressività. Rossore e vergogna, imbarazzo o pudore smettono di essere delle staccionate che limitano il dire. Nel buio forse puoi dire un po’ quello che vuoi, quello che lo spirito ti suggerisce, quello che dal cuore trabocca. Parli ed affidi le tua parole all’altro senza poter controllare la sua reazione, senza poter misurarne l’effetto. Dici e ti affidi, proprio come fa il piede che, ormai maldestramente guidato dall’occhio, si affida alla strada che sente sotto di sé.

Camminiamo e parliamo e celebriamo l’incontro delle anime, la sintonia delle parole e l’intimità dei cuori che solo la notte regala.

Parola e parole

tu sei mio figlio!

A Dade, Fede, Lele, Samu, Marta, Ste, Alby, Ale, Pippo, Andre, Giò, Lollo e Luca

Tu sei mio figlio, l’amato!”: parole che sanno cambiare la vita, che possiedono il potere di dare un nuovo slancio all’esistenza, che regalano un diverso punto di vista sulle nostre giornate.

Ci sono per tutti attimi in cui percepiamo la nostra radicale solitudine, in cui ci sentiamo stranieri in ogni dove, quasi fossimo marziani precipitati sulla terra. “Chi sono?” è la domanda che in maniera più o meno consapevole e intensa accompagna i nostri giorni. Per quanto ci possiamo illudere di silenziare questo interrogativo così esistenzialmente scomodo, non ci accontentiamo di sopravvivere in qualche modo su questo pianeta. Non ci basta arrivare alla fine della giornata, riempire il nostro stomaco o scaricare un po’ di pulsione in relazioni che placano l’appetito ma non saziano la fame.

Non appena abbiamo il coraggio di fermare la corsa vertiginosa che ci distrare da noi stessi, è facile ascoltare dentro di sé questo flebile interrogativo che ci attraversa l’animo come una spada affilatissima: “chi sono?” “dove sto andando?”, “che ci faccio qui?”, “perché tutto questo?”.

Ecco la salvezza: accogliere una voce che ci chiama figlio. “Tu sei mio figlio!”, tu sei nell’essere come l’atto di una scelta di amore, come l’esito di una donazione di vita e di luce. Tu sei parte di una storia, sei frutto di una tradizione, sei l’ultimo anello di una lunga catena di figliolanze e paternità che affondano le loro radici all’inizio del tempo. È anche questo essere un figlio: sentirsi parte di un racconto, di una epopea, di un movimento di dono-e-consegna, di traditio-e-reditio, di grazia-e-accoglienza. Essere figlio è non sentirsi soli, è non sperimentare un isolamento esistenziale che toglie il fiato e accieca la speranza. “Tu sei mio figlio!”.

E “tu sei l’amato!”, colui che ho scelto, prediletto, eletto, individuato tra la folla per fare di te un “tu” personale ed unico. Quante volte siamo alla bramosa ricerca di uno sguardo capace di vederci, di eleggerci nella nostra singolare unicità, di farci sentire capiti, voluti, sottratti all’obblio, custoditi dall’anonimato, rivestiti di cura e di attenzione! Lacan ci ricorda che l’amore è sempre cura del nome, di quella singolare unicità che fa di noi un ”io” irripetibile e singolare, semplice e perfetto, diverso e straordinario.

Tu sei mio figlio, l’amato!”: come vorrei che ciascuno sentisse queste parole come rivolte in maniera unica e personalissima a se stesso! Come mi piacerebbe che sentissimo sulla pelle la forza e la profondità di questa dichiarazione di amore e che essa  risuonasse come una parola buona nella nostra vita, come un annuncio di speranza, come un barlume di senso, come un invito a non mollare, a non abbassare lo sguardo, a tenere alto l’orizzonte dei nostri sogni!

Tu sei mio figlio, l’amato!”: ricordiamocelo nei tempi bui e di tenebre, quando tutto ci parla di fallimento o di dolore! Teniamocele strette queste parole quando ci sentiremo a terra, delusi, sconfitti e immeritevoli di ogni cosa. È proprio in quelle tenebre che queste dolci parole accenderanno una piccola luce, romperanno la disperazione e ci schiuderanno, con mite dolcezza, il dono delle speranza.

Parole di carta

Natale: che stupore!

Natale è la festa dello stupore, del dono inatteso, dell’accadimento imprevisto, dell’avvenimento sorprendente. Basta leggere alcune pagine dei Vangeli, che raccontano questa nascita tanto attesa quanto impensabile, per rendersi conto che è la meraviglia l’atteggiamento che attraversa questo tempo dell’anno. Maria, Giuseppe, i pastori, i Magi, la gente, Simeone ed Anna, persino Pilato sono tutti esterrefatti per quello che è accaduto, per un evento che nessuno di loro avrebbe mai messo in conto di vivere o di cui essere spettatore.  

Anche oggi la sorpresa è la cifra più vera di questi giorni a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno: mi chiedo se il nostro scambiarci regali o fare doni ai più piccoli, non siano in realtà gesti che vanno al cuore della questione: quella di farci nuovamente sperimentare la meraviglia per quello che accade, lo stupore per l’esistenza, la sorpresa per il bene che ci viene elargito senza che magari lo abbiamo chiesto.  In un mondo che pianifica, prevede, progetta, valuta, definisce, pronostica e controlla, sperimentare nuovamente la meraviglia dell’inatteso e lo stupore dell’ineffabile non è certo cosa da poco. Significa guardare all’esistenza, almeno per un attimo, da un punto di vista differente e forse un po’ eretico: quello che fa del dono, dell’attesa, della speranza e della fiducia la grammatica della vita, il vocabolario dell’esperienza.

Ma da dove genera questa sorpresa, dove nasce la meraviglia, dove si accende lo stupore? Cosa rende i nostri occhi pieni di sorpresa, quale sbigottimento sequestra il cuore, quale notizia scuote il nostro sonno pigro? “Lo stupore cristiano non trae origine da effetti speciali, da mondi fantastici, ma dal mistero della realtà: non c’è nulla di più meraviglioso e stupefacente della realtà! Un fiore, una zolla di terra, una storia di vita, un incontro… Il volto rugoso di un vecchio e il viso appena sbocciato di un bimbo. Una mamma che tiene in braccio il suo bambino e lo allatta. Il mistero traspare lì.” (Francesco, omelia al Te Deum, 31 gennaio 2021)

C’è lo stupore dell’irrealtà, di quanto ci porta lontano dalla quotidianità delle cose, di ciò che spalanca verso dimensioni etere, mistiche, luoghi nebulosi ed esotici, atmosfere oniriche, falsamente spirituali, posti dove la suggestione si mescola con la fantasia e l’utopia. E poi c’è la meraviglia tutta cristiana di un bambino che nasce, di un corpo debole e indifeso, di una realtà talmente misera da rischiare di essere irrilevante. Eppure “il mistero traspare da lì”, da quelle cose feriali e banali che abitano le nostre esistenze, da quella quotidianità fatta di terra, di volti, di incontri, di fiori e di sguardi, di abbracci e di tocchi. Il Natale ci racconta e ci testimonia che la nostra povera carne sa custodire il Mistero della Vita, che le cose sono assai più “dense” di quello che i nostri occhi sanno intravvedere, che c’è “un di più” nelle banali ore dell’esistenza che chiede di essere riconosciuto, accolto ed onorato.

Mi chiedo se non sia questo un buon augurio che ci potremmo fare vicendevolmente per il nuovo anno: quello di custodire quel divino senso dello stupore che ci fa scorgere la bellezza della vita dentro ogni piccola cosa, dentro ogni timida gioia ed ogni acuto dolore; quello di alimentare lo sguardo che sa scorgere oceani dentro una pozzanghera e orizzonti infiniti al di là del pezzetto di cielo che scorgiamo attraverso le finestre di casa nostra.

Pubblicato su Il Cittadino di oggi

Affetti e Legami

non possiamo decidere chi amare

Non possiamo decidere chi amare. Possiamo scegliere cosa mangiare, dove andare, che lavoro fare e che persone frequentare ma chi amare no, non è qualcosa che è in nostro potere.

La vita riserva per sé questa scelta tanto importante quanto impegnativa. Concede a noi piena libertà su ogni cosa ma non ci riconosce questo potere: quello di scegliere a chi ci possiamo legare, a chi possiamo aprire il nostro cuore e chi sia davvero importante nella nostra vita. Non chiedetemi perché, non conosco la risposta di questa domanda.

Eppure questo anno che si è appena chiuso mi ha insegnato proprio questo: che alcune decisioni non ci appartengono.

Così incontriamo delle persone sul nostro cammino, le conosciamo, entriamo in una relazione sempre più stretta con loro e finiamo per voler loro bene, senza che tutto questo sia frutto di una vera scelta o di una chiara determinazione. Amiamo in modo misterioso ed un po’ imprevedibile, talvolta irrazionale ed incomprensibile. Amiamo non certo come un gesto casuale o accidentale, ma come un atto di obbedienza alla vita, come la risposta ad un appello, come il riflesso ad una proposta. Amiamo provocati dall’esperienza, stimolati dall’esistenza e dai suoi incontri, ispirati dai nostri sentimenti e dalle nostre intuizioni.

Intendiamoci: ciò non significa che amiamo sempre le persone giuste, quelle che corrisponderanno al nostro affetto, quelle che saranno all’altezza del nostro dono. A dire il vero, amare chi poi sa ricambiare pienamente il nostro affetto appartiene alla categoria “miracoli” di cui talvolta la vita è prodiga, ma non certo alla normalità dell’esistenza.

Nonostante questo rischio di fallimento, la ferrea regola della vita non muta: non sta a noi decidere chi amare.

La vita mette sul nostro cammino persone che, lentamente, ci diventano care, vicine, familiari. Esse rappresentano gli amori imprevisti della nostra esistenza, quelli che, come il granello di senapa di evangelica memoria, sono i più piccoli di tutti i semi del nostro giardino ma che, crescendo, diventano gli arbusti più grandi, tanto che gli uccelli trovano il nido tra le loro fronde.

C’è un aspetto affascinante di questi “amori imprevisti”: entrano nella nostra vita liberi dai nostri progetti e ci restano indipendentemente dai nostri capricci o bisogni. Sono amori indisponibili, un po’ rocciosi, talvolta pure un poco incomprensibili e misteriosi. E forse proprio per questo quelli più resistenti e leali.

Storia e Tempi

Antichi e Nuovi Tesori

È possibile raccontare la storia dell’antica Laus Pompeia attraverso l’arte moderna? È possibile narrare una vicenda che affonda le proprie radici nei primi secoli della storia con il linguaggio sorprendete, e talvolta spiazzante, dell’arte contemporanea? È la sfida che ha accettato l’associazione culturale “I Ricci” con la mostra “Laus Pompea – Antichi e Nuovi Tesori”, tenuta presso Il Conventino di Lodi Vecchio nel mese di dicembre. Una sfida difficile, persino ardua, eppure decisamente suggestiva ed intrigante, affascinante nella sua ambizione e brillante per l’esito raggiunto.

Occorre ammettere che la location della mostra, gli antichi ed austeri locali del Conventino, offrono uno scenario incantevole per gli oggetti d’arte esposti: le stanze brulle in mattone a vista, la nudità dei locali ed i reperti archeologici ivi contenuti, introducono il visitatore in un viaggio del tempo sorprendente, quasi collocandolo in uno dimensione spazio-temporale surreale e lontana. Il contrasto, meticolosamente voluto e ricercato, tra l’ambientazione remota e perduta e l’oggetto d’arte così recete ed innovativo è forse l’elemento più curioso e singolare di questa mostra: il vecchio ed il nuovo, la tradizione e la contemporaneità, il fluire lento del tempo e il vertiginoso fuggire dell’attimo presente, le pietre antiche della vecchia Laus e l’utilizzo insolito di materiali e tecniche espressive decisamente moderne e d’avanguardia. Penso stia tutta qui la fascinazione di questo viaggio: l’incontro inatteso e quasi forzato tra vecchie parole e nuove espressioni, tra memoria e futuro, tra oggetti che provengono dal passato ed altri che paiono anticipare l’avvenire.

Difficile rendere in poche righe la ricchezza del percorso, che pone il visitatore di fronte ad una varietà strabiliante di espressioni artistiche che includono le forme più tradizionali di pittura e scultura, insieme alla decorazione di oggetti in ceramica, disegni a china, decorazione di foglie e monili, opere prodotte grazie all’utilizzo di moderne tecnologie informatiche, senza disdegnare componimenti in cui metalli, stoffe, colori e forme si fondono in qualcosa che non è facile descrivere.

Il leit motive della narrazione resta sempre l’antico borgo di Laus Pompeia, cuore pulsante del territorio tra Milano e Piacenza nei secoli che precedono e seguono di poco la nascita di Cristo. Il racconto si dipana nella descrizione dell’antica porta della città, della stazione postale fuori le mura, il cardo ed il decumano, i martiri Naborre, Vittore e Felice, la santa Savina, la cultura romana e la natura straordinaria ed intatta che abitava questa terra a ridosso dell’Adda. Ma la narrazione prosegue nel tempo, includendo nell’affresco la storia della prima comunità cristiana raccolta dal vescovo Bassiano attorno alla mirabile basilica dei XII apostoli, oggi cuore della Chiesa Laudense, la vita spartana che animava le corti delle cascine e dei borghi agricoli, fino alla distruzione definitiva dell’anno 1158, che ne ha segnato indelebilmente la storia.

Eppure – e forse in questo la mostra testimonia tutta la sua attualità – quella storia, interrotta cruentemente secoli fa, è qualcosa di ancora vivo, attuale, vitale, tenace e vibrante, vigile ed eloquente. Quel mondo antico ancora ci parla, non solo come un lontano artefatto della memoria, ma come un elemento essenziale della nostra identità e della nostra cultura. Quelle vecchie pietre abbandonate ci parlano attraverso le opere artistiche di coloro che si sono messi in loro ascolto, che si sono lasciati interpellare dai loro lontani sussurri, dalle loro voci tenue ma eloquenti, dai loro racconti coperti di polvere ma che custodiscono, come braci nascoste sotto la cenere, un’anima ardente capace di scaldare i cuori.

In fondo, a bene vedere, quelle composizioni artistiche, pur nella loro incontrollabile diversità, ci si offrono come piccoli ma preziosi specchi in cui ciascuno di noi ha la possibilità di rivedere un pezzo del proprio volto, della propria storia, della propria identità culturale, religiosa, civile e personale. In ogni oggetto d’arte, di ieri come di oggi, c’è un pezzetto di noi, di chi siamo, di chi eravamo e di chi saremo.

Fare arte è anche questo: è legare i fili della storia e cucire gli eventi in un ordito capace di mostrare la bellezza e la profondità della nostra identità.  

Pensieri e Silenzi

siamo la corda, non la musica

Le mie fragilità mi rimettono al mio posto, mi costringono a fare i conti con la verità della mia esistenza, con crudeltà ma anche con grande onestà.

È facile prendere una sbornia, smarrire la misura delle cose e costruire un’immagine di se esagerata e irreale. Ed ecco che i miei limiti, come uno specchio che riflette fedelmente la realtà, mi ricordano chi sono, mi restituiscono una misura più sobria ed autentica della mia persona. È come se ripetessero, talvolta gridando, altre volte con un sussurro leggero, “sei fragile”, “sei un uomo”, “non puoi tutto”. In altri tempi si sarebbe detto “sei creatura”, non sei tu all’origine della tua vita, non sei tu la sorgente dell’essere, non sei tu la fonte della tua pienezza.

La fragilità è sempre una maestra severa ed esigente: difficilmente chiude un occhio, di rado fa finta di niente o volge lo sguardo da un’altra parte. La mia fragilità è lì a testimoniare la durezza della realtà, la sua rocciosa consistenza e la sua radicale indisponibilità alle mie voglie e ai miei desideri.

La mia fragilità è come una ferita sempre aperta sul mio narcisismo un po’ infantile, che mi illude di essere tutto, di potere tutto, di volere tutto. Essa mi impone una obbedienza radicale ed ineludibile: quella di essere uomo, di essere dato a me stesso dalla munificenza dell’esistenza, di essere una corda che vibra a ritmo della Vita ma di non essere io la musica.

Affetti e Legami

oltre i muri…

Arrivi ad un’età in cui perdi ogni vergogna o pudore ad esprimere i tuoi sentimenti; superi i limiti della discrezione, oltrepassi i muri del ritegno e ti senti libero di esprimere con gioiosa innocenza quello che provi.

È così che non ti fai scrupoli a regalare un caloroso abbraccio, una vigorosa pacca sulla spalla, una energica stretta di mano o a dispensare un sorriso benevolo e generoso. Allo stesso modo trovi un piacere indescrivibile a dire a qualcuno quanto sia importante per te, quanto tu tenga a lui e la profondità dell’affetto che vi lega.

Non so perché perdi questo senso del pudore, quella reticenza che ti avrebbe fatto desistere qualche anno prima. Forse perché inizi a capire che non sempre esiste una seconda possibilità nella vita; forse perché intuisci che ogni lasciata è persa o forse, più semplicemente, perché non trovi valide ragioni per non offrire il tuo affetto alle persone a cui vuoi bene. In fondo, cosa può accadere di male?

Poi è vero che qualcuno si ritrae, qualcuno si sente un po’ a disagio, altri ti guardano con diffidenza o paura… è vero… Eppure giunge un momento in cui comprendi che sarebbe peggio un gesto non espresso che uno rifiutato e che la paura di essere sconfessato non rappresenta un valido motivo per contenersi.

Se ci volete provate siate pronti: la gente non è abituata ad una comunicazione diretta e franca di quello che provate. Preferisce nascondere i propri sentimenti dietro un castello di parole, dietro gesti raffinati e costruiti, dietro cerimonie e liturgie di difficile comprensione. Quindi sappiate che ha un non so che di eversivo ed eretico un semplice “sei importante per me” o “sei davvero una bella persona” o ancora “mi sei molto caro”. Il rischio di essere percepiti come una minaccia o un elemento di fastidio è assai elevata.

E tuttavia, se il destinatario del vostro gesto saprà superare la sorpresa inziale, beh, allora si spalancherà un mondo, si apriranno universi di bellezza ed di intimità. Allora sentirete la forza dell’amicizia, la profondità di ogni singolo legame, allora assaporerete lo stupore di ogni sguardo e la meraviglia di ogni tocco.

Allora gli amici diverranno fonti inesauribili di gioia ed i vostri affetti sicuri luoghi in cui rifugiarsi.

Storia e Tempi

Buon Natale!

Speravamo tutti sarebbe stato un Natale diverso, lontano dall’incubo del COVID, liberi da vincoli e restrizioni. Ed invece eccoci di nuovo qui a combattere contro il nemico invisibile, forse ancora più contagioso anche se, pare, meno cruento. E tuttavia sempre presente, a condizionare le nostre celebrazioni e le nostre feste, ospite fastidioso di queste festività natalizie. Il senso di frustrazione e di insofferenza per quello che sta accadendo sta crescendo: proviamo ormai tutti un certo fastidio per questa situazione che pare non finire mai e per questa nuova normalità che fatichiamo ad accettare. Quando ne usciremo? Quando riavremo la nostra vita? Quando torneremo a fare le cose di sempre?

La fatica e l’affanno che proviamo per tutto questo non ci impedisca, tuttavia, di alzare o sguardo e di ricordare che su questo nostro pianeta non siamo i soli a vivere un momento di crisi e che, insieme a noi, moltissime altre persone attraversano giorni certo non facili.

Basta farsi un veloce “giro” in internet per assistere, anche se a distanza, ad una serie numerosa di crisi, di guerre, di vere e proprie tragedie, che, nonostante le luci natalizie, si celebrano negli angoli più remoti del pianeta.

Senza andare troppo lontano ricordiamo i tanti profughi assiepati a Lesbo e sulle altre isole greche, accampati ai confini meridionali dell’Europa, trattenuti in una “terra di mezzo” senza via di uscita. Oppure, andando un più a est, ai tanti disperati che attendono compassione ai confini polacchi dell’Europa, usati cinicamente come merce di scambio per negoziati ed interessi politici. Andando ancora un po’ più a est ricordiamo le popolazioni della Bielorussia che stanno lottando per la propria libertà e a quella Ucraina, impegnata in una guerra senza memoria. Ancora più a est difficile dimenticare il popolo Siriano, martoriato da anni e anni di conflitti, insieme a quello Afgano, ripiombato in cupo passato che pensava di aver lasciato alle spalle.

Il continente africano poi è gravido di conflitti: dalla guerra del Tigrai in Etiopia alla guerra nello Yemen ed in Somalia; dalla guerra civile nella repubblica Centrafricana alla violenza religiosa in Nigeria. Anche il nuovo mondo non è libero da sofferenze: tra tutte ricordiamo il popolo venezuelano, vittima di una crisi demografica e sociale e le migliaia di profughi che dal Sud America si mettono in viaggio per cercare speranza negli Stati Uniti.

E tutte queste sono solo un piccola parte di tutte le sofferenze nascoste di cui siamo ignari testimoni: milioni di bambini e di famiglie trascorreranno un Natale che non sarà certo di festa…

Questo il mio augurio: che il tempo di prova che stiamo attraversando in occidente ci faccia sentire un po’ più in comunione con le popolazioni che da tempo immemore vivono di dolore e di fame; che le difficoltà che oggi sperimentiamo ci educhino a vivere quella fraternità così ferita e dimenticata; che il nostro dolore ci aiuti a sintonizzarci con il dolore del mondo e ci spinga ad impegnarci per una Speranza comune. Auguri!