Parole di carta

Vittorio, Facebook e noi

Pensavo di scrivere d’altro, in questo numero che esce in concomitanza con la sagra, ma la realtà, come spesso accade, ci induce a cambiare i nostri piani e modificare le nostre priorità. Un uomo della nostra comunità, Vittorio per non usare un termine troppo vago, si è tolto la vita, in modo talmente imprevisto da lasciare tutti sconvolti e basiti, incapaci di comprendere un gesto tanto estremo quanto dolorosissimo.

Il fatto, di per sé già tragico, ha avuto una risonanza mediatica particolare giacché il tutto è avvenuto in una dimensione che è una singolare fusione di reale e virtuale, uno strano (e tragico) cocktail di quanto avviene nella vita concreta e quello che avviene (altrettanto concretamente) nel mondo dei social. Non mi riferisco solo allo sciagurato dettaglio della diretta Facebook della morte, ma anche a quanto ha preso vita sui social prima e dopo il tragico gesto. È come se, mimando una versione locale di The Truman Show, il virtuale abbia preso il posto del reale, generando una “chimera” in cui non è più possibile riconoscere cosa appartenga ad una e cosa all’altra dimensione.

Il disagio esistenziale di Vittorio ha presto preso la via dei social come suo luogo “naturale” di espressione e di condivisione. Lì ha trovato ascolto, conforto ed empatia; lì ha trovato parole buone di consolazione ma anche, forse, parole di rabbia, di violenza e di disperazione. Chi si è preso cura di Vittorio nella vita reale (perché, credetemi, queste persone ci sono state)  ha dovuto convivere con una “realtà parallela” che lentamente ha preso il sopravvento, riducendo gli spazi concreti di intervento e di aiuto. Non voglio soffermarmi sulla scelta drammatica di trasmettere in diretta social la propria morte (cosa che dovrebbe a tutti noi far riflettere ed interrogare) ma la virtualità della vicenda non è terminata dopo il tragico gesto: i social hanno continuato ad essere il luogo in cui esprimere, insieme al dolore e alle condoglianze, anche il giudizio, la valutazione, le critiche e le accuse a tutti gli involontari protagonisti della vicenda.

Certo qui vale l’invito, sempre vero, a non giudicare, né di persona né sui social: quello che è accaduto appartiene al mistero della vita e credo nessuno di noi possieda la chiave per leggere e interpretare in pienezza quanto accaduto. Non giudicare non è solo un gesto di rispetto ma prima di tutto di verità, di ragionevolezza, di umiltà nel prevenire parole che sarebbero violente, eccessive, fuori luogo.  Nella tragica storia di Vittorio c’è qualcosa di più da riconoscere. Essa testimonia la drammatica “realtà” dei social: in beffa a chi li vuole ridurre a luoghi fantastici ed illusori, in essi scorrono le esistenze delle persone, i lori problemi, le loro esperienze, i loro pensieri e, nel caso di Vittorio, persino l’atto estremo del vivere. Il mondo del virtuale possiede una propria “realtà”, forse effimera, forse impalpabile, ma non per questo meno concreta ed effettiva.

Vi è una responsabilità che siamo chiamati a vivere sui social che nasce dal riconoscimento che quello che vi scriviamo, i commenti che lasciamo, le foto che postiamo, giungono alla vita delle persone che lì virtualmente incontriamo, come qualcosa di reale, di tangibile, di vivo. Che la vita e la morte di Vittorio ci donino, quanto meno, questa consapevolezza.

articolo pubblicato su Lodivecchio Mese di Ottobre.

Si riferisce ad un drammatico fatto di cronaca successo recentemente nella nostra comunità (QUI)

Storia e Tempi

non chiamatele solo foto…

Le parole possiedono sempre un tratto universale: quando dico la parola uomo, albero, casa, amore, amico, con esse alludo a concetti generali, a quanto vi è di comune tra tutti gli uomini, tutti gli alberi e tutte le case.  Le immagini possiedono il potere della concretezza, la forza del dettaglio, il vigore del particolare. Un uomo non è mai solo un uomo ma è quell’uomo, con quel particolare volto, con quei tratti somatici, quella strana forma degli occhi, con quella cicatrice sulla fronte e quella macchia sotto al naso.

Le immagini si offrono per essere degli ottimi antidoti contro ogni generalizzazione dei concetti, contro la vaghezza delle idee, contro la lontananza di esperienze e fatti che possiamo dire ed ascoltare, ma da cui, in realtà, ci difendiamo e proteggiamo. Discorriamo tutti di povertà ma il volto di un ragazzo povero e malconcio accorcia quella distanza che inconsapevolmente poniamo, a mo’ di difesa, tra noi e lui; sappiamo tutti cosa sia la guerra e la violenza ma le immagini di persone coinvolte in questi drammi rendono tutto estremamente reale, fisico, quasi carnale.

Forse sta tutto qui la forza delle immagini e della fotografia: i libri talvolta spiegano fenomeni, le immagini raccontano delle storie singole, individuali, precise, storie da cui difficilmente puoi interporre la trincea dell’astrazione, il fossato del dubbio ed il muro dell’indifferenza.

È esattamente quello che sperimenti quando attraversi, con sguardo incuriosito e spesso turbato, le differenti mostre che compongono il festival della fotografia etica di Lodi. Certo ogni area ha un proprio tema, ma muovendosi tra i suoi pannelli espositivi, hai la netta percezione che non stai “affrontando un tema” bensì “incontrando delle persone”. Come quando, un esempio su tutti, ammiri gli scatti di Nicolò Filippo Rosso a palazzo Barni: il suo il reportage “Exodus” racconta lo straziante viaggio verso la terra promessa degli Stati Uniti d’America. Racconta l’autore: “Per quattro anni ho percorso le rotte migratorie documentando il viaggio di rifugiati e migranti dal Venezuela alla Colombia e dall’America Centrale al Messico e agli Stati Uniti. Raccontando le storie di bambini, adolescenti, donne incinte o che allattavano, provenienti da diversi paesi, ho avuto modo di vedere come le innumerevoli storie di perdita si fondessero in un’unica narrazione attraverso gli occhi dei migranti più vulnerabili: quelli che nascono, crescono e muoiono in movimento.” È grazie alle istantanee di Nicolò se quel vago (per noi europei) fenomeno della migrazione sudamericana, che trova spazio in qualche trafiletto in settima pagina, diviene la collezione di volti, di uomini e donne, di mamme e papà che stanno cercando di strappare i loro figlioletti dalla disperazione della fame. È grazie a quegli scatti che puoi sperimentare una vicinanza affettiva con quegli anonimi protagonisti, giacché comprendi che non vi è alcuna seria ragione per cui tu e loro vi troviate sui due lati opposti della fotografia: loro come vittima, tu come spettatore. Stessa carne, stesso capacità di patire, medesima amore per i figli, stessa voglia di futuro per te e la tua famiglia.

Penso sia proprio questo l’incontro che vivi attraversando le mostre del Festival: il mondo visto attraverso gli occhi dei perdenti, degli ultimi, degli sconfitti, di chi non guadagna titoli sui giornali o un posto nei notiziari. E quando, per uno singolare scherzo del destino magari ci finisce, diviene parte di un fenomeno più grande in cui la storia del singolo si dissolve come fa una goccia nel mare.

Forse è questa la battaglia che combatte una mostra come questa: quella di cambiare il mondo attraverso i tanti volti di coloro che restano indietro, di coloro che abitano le periferie fisiche e simboliche della vita, di quelli a cui la coscienza umana (se vuole continuare a chiamarsi tale) deve non solo rispetto ma pure giustizia.

Parole di carta

the mask and the rice

I should admit that, on the subway, people pay a lot of attention to the use of masks: they wear them with care, covering their mouth and nose well, donning it not only inside the carriage but also on the platform and on the escalators to the exit. I must confess that it is strange in Italy to see this scrupulous respect for the rules. It is strange and at the same time comforting, because it testifies to a respect for others that I did not think was so common.  

Observing these people, masked with colorful strips, each of them with their own style and habit, I thought about how this damned virus forced us to take care of each other, perhaps in an unconscious or forced way, nevertheless in a sincere and essential way.

All those who wear the mask do not do it primarily to protect themselves but to protect others. The choice to wear this annoying device is not aimed at self-protection but at mutual protection. This measure is effective in so far as everyone decides to respect this precaution.

Do you remember the story about the rice, the heaven, and the hell? The wiseman tells that hell is like a large dining room: each of the guests is seated at the table with a huge cup of steaming rice in front of them and two very long chopsticks in their hands. Unfortunately, the length of the chopsticks prevents the fellow diners from eating all of God’s gift, leaving them a sour taste in their mouths. The astonishing thing comes when the wiseman recounts that the dining room of heaven is identical to that of hell. With one difference: the fellow diners, using their long chopsticks, feed the guests seated in front of them, allowing everyone to enjoy the excellent hot rice.

The logic is clear, isn’t it? Both the mask and the rice remind us that our happiness sometimes consists in making others happy.

Affetti e Legami

home, sweet home

Amo molto la parola “casa” non  tanto per il suono o la grafia, quanto per i sentimenti che essa evoca, per il mondo che definisce e per quella singolare realtà che essa descrive.

La parola, ogni parola, possiede un bagaglio affettivo che essa custodisce con cura, un segreto che nasconde tra le sue lettere.

L’intenzione comunicativa è solo una  – e forse non la principale – delle funzioni della parola. Essa indica, descrive, definisce, ma, al tempo stesso, condivide un vissuto, una esperienza, un mondo affettivo che è proprio di chi la pronuncia e che, in nome della comune umanità, non lascia indifferente chi l’ascolta.

È così che dietro parole come casa, mamma, patria, amico, Dio, bellezza (e molte altre ancora, secondo la loro natura) si celano bacini infiniti di senso, tracce di vita, evocazioni di mondi, squarci sulla profondità dell’esistenza.

Pronunciare la parola “casa” allora è assai più che alludere ad un luogo fisico, ad uno spazio concreto tra quattro mura. Casa dice l’esperienza di andare e venire, abitare e riposare, accogliere ed essere accolti, dare e ricevere, parlare ed essere ascoltati, prendersi cura ed essere custodito, mangiare e riposare, condividere e trattenere, sanare e curare, litigare e benedire, urlare e fare silenzio, vivere e morire. Ciascuno di questi termini non è nulla di neutro o anonimo: esso è un condensato di percezioni, ricordi, sentimenti, legami, emozioni, affetti, nostalgie e desideri, paure inespresse e gioie non celate

Ci sono abissi dentro le nostre parole, piccoli misteri che i poeti sanno celebrare per raccontare la bellezza dell’esistenza.

Affetti e Legami

i miei amici

Ho diversi amici, non saprei dire se sono tanti o pochi. Ne ho quanti sento di poter amare, un numero congruo alla mia capacità di cura e di attenzione.

Il bello di questa ampia gamma di amici è che essi sono molto diversi tra loro: ci sono alcuni che sento quasi tutti i giorni ed altri che non sento per mesi; ci sono alcuni che sono colleghi di lavoro, altri che condividono le mie passioni; alcuni sono giovani, altri molto più vecchi di me;  con taluni condivido pensieri anche molto intimi, con altri, invece, la birra ogni tanto; alcuni amici lo sono da sempre, compagni di infanzia e di adolescenza, altri sono persone che la vita ha messo solo recentemente sul mio cammino.

Alcuni amici sono “buoni” per un pranzo o una cena, altri, non so dire perché, per una passeggiata, altri ancora prediligono la conversazione “cieca” che può avvenire per telefono; da alcuni prevalentemente ricevo, ad altri, il più delle volte, dono, anche se poi mi accorgo che, alla fine della giornata, il bilancio è tutto sommato in pareggio; alcuni amici mi cercano, altri sono io a cercare loro; con alcuni amici scorrono fiumi di parole, con altri giusto qualche sguardo di intesa; con alcuni di loro l’amicizia è viva solo quando si fa qualcosa insieme, mentre per altri la semplice presenza è più che sufficiente.

Di alcuni amici apprezzo il tratto tipicamente femminile, fatto di cura, di attenzioni, di garbo e di assonanza affettiva;  di altri amo la durezza maschile, quel tratto asciutto e ruvido che è tipico di noi maschi; con alcuni amici ho imparato a scambiare principalmente informazioni – perché quello è il registro comunicativo che funziona – mentre con altri le parole possiedono una colorazione affettiva più vasta ed intrigante.

Ho diversi amici e devo confessare che in fondo sono una “diversa” persona con ciascuno di loro giacché essi arrivano alla mia sensibilità in un modo straordinariamente unico. Per alcuni sono un compagno di viaggio, per altri un confidente, per altri ancora un testimone, un maestro, un compagno di avventure, un consulente, un consigliere, un collega d’ufficio, un responsabile o un sottoposto, uno che ispira o qualcuno che apprende. Sono tante le “casacche” che posso indossare con coloro a cui offro la mia amicizia.

La cosa davvero straordinaria è che ciascuno di loro mi aiuta ad essere me stesso, mi restituisce una parte di me che, senza di lui, resterebbe inesplorata. Ogni amico è come uno specchio che riflette una parte di me stesso sconosciuta persino ai miei occhi. Ecco, penso questo: ogni amico è come una faccia di un variegato poliedro che rifrange la luce della vita, generando un’infinità gamma di tonalità.

Pensieri e Silenzi

breathe…

“Respira… respira.. prendi fiato…” diciamo solitamente a chi attraversa un momento di ansietà, di paura o di panico. Regolarizzare il respiro è sempre un’ottima strategia per calmarsi e per affrontare le difficoltà senza quel peso sullo stomaco e nella testa che toglie lucidità e ragionevolezza. “Respira!” è l’invito a fermarsi, a non perdere il controllo, a non farsi sopraffare dagli eventi. “Respira!” è la strategia per sopravvivere di fronte ai problemi che assalgono e che, appunto, tolgono il fiato. Respirare è un movimento naturale e involontario che, tuttavia, l’ansia è in grado di interrompere o di modificare. Come un canto melodico che esce dalla bocca genuino e che l’apprensione tronca con intervalli e sospiri indesiderati.

L’invito a respirare contiene, a ben vedere, una esortazione capace di andare al di là della pura meccanica biologica ed oltre la naturale fisiologia polmonare. Esso evoca una dinamica assai più radicale e vitale per la nostra vita: quella che afferisce all’inspiro e all’espiro, al prendere e al rilasciare l’aria. Il respiro è quell’atto che si muove tra il gioco del prendere e quello del lasciare, quello dell’assumere e quello del perdere. È la dinamica che accompagna tutta la vita, fatta di prese e rilasci continui, spesso consapevoli, altre volte irriflessi. L’esperienza si struttura attorno a queste due gesti tanto elementari quanto vitalmente fecondi: nello nostre giornate accogliamo e doniamo parole, persone, gesti, eventi, accadimenti e dolori, affetti e sorrisi, gioie e fatiche. Il nostro tempo è animato da questo singolare “commercio” tra noi ed il mondo, a questo scambio che rende la vita pienamente umana e gioiosamente feconda.

Allora l’invito a respirare afferisce a qualcosa di più di una semplice tecnica di rilassamento: è l’esortazione a sintonizzarsi con l’andamento della vita, con la logica che presiede lo scorrere del tempo, la meccanica che rende possibile la vita. Come a dire: ricordati di prendere ma anche di lasciar andare; educati a trattenere ma anche a liberare, a sciogliere, a svincolare.

Quante volte nella vita ci sentiamo così morbosamente attaccati a qualcosa a tal punto da senticene prigionieri? Quante volte la nostra presa diviene una prigione, la nostra accoglienza una gabbia, la nostra ospitalità una reclusione. Imparare a prendere e a lasciar andare, proprio come facciamo con l’aria che inaliamo; esercitarsi ad abbracciare ma anche ad allontanare, a lasciar perdere, a creare distanze.

Una cosa ho imparato con il tempo: che forse non possediamo mai davvero ciò che tratteniamo forzatamente e chelasciar andare, talvolta, è solo un modo alternativo, per godere di una cosa con imprevedibile novità.

Parole di carta

referendum, internet e la democrazia

La raccolta di firme per sostenere il referendum sull’eutanasia è proceduto più speditamente di quello che ci si potesse attendere. Anche quello a favore della liberalizzazione della cannabis raccoglie giornalmente un numero significativo di adesioni. Chi ricorda la raccolta delle firme in era pre-informatica non può che restarne sorpreso: allora il processo era lungo e macchinoso, con migliaia di banchetti nelle piazze ed un tam tam porta a porta per invitare le persone a recarsi in comune a depositare la propria firma. L’esito poi non era per nulla scontato: diversi tentativi andavano a vuoto giacché il numero necessario di firme non veniva raccolto nel tempo previsto.

Oggi le cose vanno ben diversamente e occorre riconoscere che, accanto all’indubbio interesse per le tematiche referendarie, anche la firma apposta elettronicamente gioca un ruolo significativo.

Sostenere una battaglia da casa, dalla comodità della propria scrivania, attraverso un semplice click anonimo al computer rende tutto assai più facile ed agevole. Non intendo dubitare della convinzione e della serietà di chi ha firmato “virtualmente”, tuttavia credo che questo crescente fenomeno meriti attenzione e qualche considerazione. L’accessibilità del processo, fatto in sé positivo, influisce sulla logica e la dinamica che la legge impone in queste situazioni. In fondo converrete con me che firmare un referendum o mettere un like a Facebook sono due operazioni tecnicamente non così distanti tra loro. Come ricordava Marshall McLuhan, in un suo famoso libro, il mezzo diventa il messaggio: la tecnologia, in qualunque situazione o circostanza, non è mai solo uno strumento neutro ed imparziale, bensì incide profondamente sul processo stesso che esso permette.

La democrazia, così come la conosciamo, a partire dall’antica Grecia fino al parlamentarismo moderno, richiede tempi e spazi specifici. Essa impone il rispetto di un processo che possiede tempi e ritmi definiti. Vale per ogni aspetto della vita democratica: dalle elezioni alle approvazioni delle leggi; dai tempi di discussione in parlamento fino alle ordinanze di una giunta comunale. Questa precisa costruzione di tempi e spazi si struttura in una specifica “ritualità democratica”. Se ci pensate bene, la democrazia vive di riti, di particolari cerimonie che scandiscono il susseguirsi degli eventi: le elezioni (a qualunque livello), i comizi, le discussioni negli organi rappresentativi, l’emanazione delle leggi, gli atti di governo, etc. 

I riti sottraggono la pratica democratica al capriccio dei singoli, la proteggono dall’istintività e dall’emotività di coloro che devono decidere. I riti obbligano, (o forse, meglio, educano) ad un processo decisionale che sia il più possibile rispettoso, meditato, ponderato e razionale. Il rito  tende a evitare la decisone istintiva, la scelta frettolosa, il provvedimento maldestro, e costringe al tempo lungo del pensiero, alla pausa di riflessione, alla valutazione attenta e ponderata del caso.  

È evidente come l’utilizzo delle tecnologie vada ad incidere su questo delicato meccanismo di protezione, rischiando di bypassare quelle norme di controllo che ne tutelano lo svolgimento. Non intendo dubitare dell’utilità delle tecnologia come occasione per allargare la partecipazione ed il coinvolgimento. Tutt’altro. Tuttavia occorre essere saggiamente vigili nel riconoscere le potenzialità ed i rischi che ogni cambiamento inevitabilmente porta con sé.

articolo pubblicato su Il Cittadino di oggi

Storia e Tempi

puntare il dito: ma contro chi?

Le cosa cambiano davvero in fretta: è un attimo passare dal cercare lo spacciatore in casa altrui e trovarselo in casa propria… è il lampo di un istante, un batter di ciglia, lo schioccare delle dita.

È sempre pericoloso esercitare una morale rigida e implacabile con gli altri essere umani, giacché la fragilità ed il fallimento appartengono alla nostra carne, senza distinzione di tessera di partito, di censo o di nazionalità.

La cosa che impari presto nella vita, se solo hai l’umiltà di starla ad ascoltare, è che la miseria sta ovunque: nei luoghi dei poteri e nei sacri palazzi come nei sucidi appartamenti di periferia; sta in coloro che battono le strade di notte o che vestono ricche vesti liturgiche in una chiesa. La miseria abita il nostro cuore come una tentazione sempre possibile e come una caduta sempre in agguato. Puntare il dito verso chi ha fallito è qualcosa da fare con parsimonia e moderazione giacché dall’altra parte del dito può capitare che, prima o poi, ci finisca tu.

La purezza, il rigore, l’algido candore non sono di questa terra, benché qualcuno spesso tenda ai dimenticarselo. Chiamatelo peccato originale o umana fragilità o finitudine esistenziale o gettatezza ontologica… comunque preferiate definirlo resta la consapevolezza che la nostra è una umanità ferita, mai pienamente realizzata, mai compuntamente perfetta.

Elevare un popolo, un gruppo, un partito, una chiesa, una squadra, una associazione o una qualunque comunità umana a luogo in cui sperimentare la purezza delle cose è qualcosa di pericoloso, potenzialmente distruttivo ed disumano. Si rischiano tragedia immense o, più prosaicamente, brutte figuracce.

Parole di carta

cinquecentomila firme…

Le cinquecentomila firme necessarie per chiedere l’indizione del referendum sono state raccolte con una velocità sorprendente, complice anche la possibilità di utilizzare la firma digitale. La rapidità della sottoscrizione dice molto di quanto il tema dell’eutanasia sia sentito dal popolo italiano. Diverse proposte di legge sono state depositate in parlamento, il quale però, nonostante chiare indicazioni della Corte Costituzionale, non è ancora stato capace di legiferare in materia.

Il referendum intende abrogare la norma che punisce un soggetto che concorre a dare la morte ad un persona terza consenziente, escludendo i casi di minor età, infermità mentale e di consenso estorto con violenza. In altri termini se una persona vuole darsi la morte (e non rientra nelle tre casistiche sopraindicate), chiunque l’assista nel suo gesto non è punibile a norma di legge.

Prima che si entri nella contesa elettorale, cosa assai probabile allo stato attuale delle cose, e prima che le rispettive fazioni inizino la loro (doverosa) contesa, mi piacerebbe si facesse lo sforzo di ascoltarsi per un attimo l’un l’altro, mostrando disponibilità a comprendere le motivazioni che muovono il fronte opposto. Lo strumento referendario si presta poco ad una dinamica di confronto e mediazione: la dialettica si/no stimola più le opposizioni che le convergenze. Eppure sono convinto che lo sforzo per capire le ragioni altrui sia un passaggio necessario non solo per non trasformare la campagna in una guerra integralista, ma anche perché da chi non la pensa come noi possiamo cogliere istanze utili, anche se non necessariamente condivisibili.

Semplificando molto le cose, credo che i promotori del referendum pongano la legittima istanza dell’autodeterminazione del soggetto. Il soggetto moderno rivendica il diritto di compiere scelte autonome sulla propria vita e si rende indisponibile ad accogliere vincoli e norme percepite come estranee e potenzialmente violente. L’esperienza della morte appartiene al soggetto e spetta a lui la decisione di come vivere ed attraversare questa esperienza radicalmente umana. Un punto qui mi pare essenziale: la centralità della coscienza. L’uomo moderno non è insensibile a verità etiche o religiose ma riconosce nella propria coscienza il luogo imprescindibile di ogni scelta morale. Detto diversamente: il bene morale non può essere imposto “esternamente” ma richiede l’assunzione libera e responsabile della coscienza.  

Sul fronte opposto coloro che contestano il referendum, in prima fila la Chiesa e parte del mondo cattolico, sottolineano un’istanza altrettanto vitale: il ragionamento sotteso alle argomentazioni a favore dell’eutanasia rischiano di enfatizzare una visione individualistica e libertaria del soggetto che lo priva della sua intrinseca dimensione relazionale. L’uomo non è un’isola nel mare della solitudine. Noi siamo le nostre relazioni; i nostri legami ci costituiscono e ci sostengono. La preoccupazione è che il referendum sia l’esito finale di una concezione nichilista, che rifiuta il legame sociale e la responsabilità verso i rapporti familiari e  comunitari. La rivendicazione dell’autonomia del soggetto, se non inserita in una rete relazionale, rischia di diventare arbitrio, pulsione egoistica ed autistica.  La vita e la morte ci appartengono, vero, ma non in senso privatistico bensì relazionale e comunitario.

A breve il tema dell’eutanasia entrerà nel vivo del dibattito: il mio auspicio personale è che ci si ponga in atteggiamento di ascolto reciproco, provando a trovare e dare rilevanza anche a ciò, che in questa riflessione ci unisce.

editoriale di LodivecchioMese, settembre 2021

Affetti e Legami

semi nella terra…

Ho imparato, spesso a mie spese, che l’amicizia vive di momenti alterni: accanto ad istanti di vicinanza, complicità e persino di intimità, vi trovi momenti di assenza, di stallo, di faticosa distanza. Talvolta si tratta di momenti di stasi, di incomprensibile pausa, di una assenza irragionevole ed immotivata. Fatichi a capire come mai la relazione stia attraversando giorni di inverno, dopo le molte e calde estati che aveva vissuto.

È da lì che rischia di nascere un senso di delusione, talvolta di impotenza, altre volte di frustrazione o di rancore. Quella distanza a volte diviene grembo di un fastidioso senso di colpa, giacché cerchi ossessivamente dentro di te che cosa sia andato storto, cosa non abbia funzionato o dove tu abbia fallito.

Ho imparato con il tempo che l’ingrediente essenziale di un’amicizia è l’atteggiamento della fiducia: la fiducia in se stessi, la fiducia nell’altro e la fiducia nel legame. Senza fiducia la relazione appassisce come quei fiori cresciti troppo in fretta lungo la strada e che seccano al primo caldo primaverile. La fiducia ha bisogno di mettere radici nel cuore degli amici affinché il vincolo degli affetti si mantenga vivo nel tempo. Il seme della fiducia, come le più delicate delle piante, chiede tempo e pazienza, capacità di cura e di custodia. Esso germoglia lentamente nel cuore della terra in silenzio, con calma, in solitudine.

Ho imparato che spesso gli inverni che l’amicizia attraversa altro non sono che tempi fecondi di germinazione, tempi in cui il seme della fiducia cerca una zolla di terra in cui dimorare; sono stagioni di sosta che, nonostante le apparenze, sanno diventare grembo prezioso per il domani.