Parole d'autore

il caso

Cosa aveva spinto Isabel Dalhousie a pensare al caso? Era una di quelle curiose coincidenze – del tutto illogiche – che capitano, per esempio, quando si gira l’angolo e ci si trova davanti la persona a cui si stava pensando proprio in quel momento. O quando si risponde al telefono e si sente la voce dell’amico che stavamo giusto per chiamare. Sono cose che ci fanno credere alla telepatia – della quale abbiamo, ahimè, ben poche prove concrete, come dell’esistenza di Babbo Natale – o al puro caso, che ci illudiamo giochi un ruolo marginale nella nostra vita.

Eppure il caso, pensò Isabel, influenza molto di ciò che ci capita, a partire dalla lotteria che è ogni nascita. Ci piace pensare di poter pianificare quanto ci accade, ma, senza dubbio, il caso si nasconde dietro tanti grandi eventi della vita: l’incontro con la persona con cui siamo destinati a passare il resto dei nostri giorni, un certo consiglio che influenza la scelta della carriera che intraprenderemo, l’imbattersi in una certa casa in vendita; tutte cose che possono essere attribuite al puro caso, ma che nondimeno governano la nostra esistenza e la possibilità , o meno, di essere felici.

Incipit del romanzo di Alexander McCall SmithPRATICHE APPLICAZIONI DI UN DILEMMA FILOSOFICO, ed. Guanda

Affetti e Legami

oltre il muro

Che grande miracolo quando abbiamo la possibilità di entrare, anche solo per un istante, nell’interiorità dell’altro. Quando la conversazione supera la superficie e rompe la crosta esterna per accedere un poco a quel sacrario che è l’interiorità. Superati vergogna ed imbarazzo vivi la grazia di entrare in contatto con la sua vera umanità, intravedere spiragli della sua sensibilità, dei suoi pensieri e delle sue emozioni.

Non è un’esperienza comune o diffusa: normalmente ciascuno di noi veste una bella maschera che offre alla vista dell’altro, un po’ per difesa, un po’ per pudore. Solo in rarissime circostanze ci permettiamo il lusso di far cadere questa maschera per mostrarci così come siamo. Questo avviene, generalmente, con un gruppo molto ristretto di amici, quelli ai quali abbiamo dato il permesso di “vederci dentro”. Sono persone verso le quali viviamo un piacevole senso di fiducia; solo coloro dei quali non temiamo il giudizio in quanto la stima e l’amore che ci lega supera ogni possibile critica o valutazione.

Questi miracolosi incontri sono qualcosa di prezioso quanto raro, non sono un dono che la Vita elargisce in modo magnanimo; anzi la Vita è molto parsimoniosa nell’offrire queste esperienze, che sanno di magnificenza e poesia.

Questi straordinari incontri ci confermano che l’altro, così come ogni uomo, resta un mistero insondabile, un tesoro inesauribile, e la sola possibilità di intravedere una piccola parte di questa ricchezza è qualcosa che mette le vertigini; tali occasioni sono momenti in cui il Mistero della Vita si offre in maniera immediata e gioiosamente eccedente.

Parole d'autore

niente è senza voce

 

” (…) Camminando, dopo le iniziali fatiche e le resistenze di muscoli e arti intorpiditi, si comincia a riprendere tono, aumenta la capacità respiratoria, gambe e braccia ritrovano agilità e anche il passo degli anziani diventa più sicuro. Così questo movimento naturale del corpo immette dinamica nei nostri sensi e nel nostro cervello che vengono stimolati dal paesaggio, dagli oggetti che attraversano il nostro campo visivo, dalle voci flebili della natura che percepiamo giungere alle nostre orecchie, finalmente liberate da tanti rumori.

Certo, è necessario che queste passeggiate avvengano in mezzo alla natura, così come è bene rinunciare a stordire il silenzio con musiche e voci immesse direttamente nei padiglioni auricolari: allora si farà l’esperienza che, come scrive l’apostolo Paolo, “niente è senza voce” (1 Cor 14,10). Sì, ogni cosa ha un messaggio da offrirmi, anzi diventa essa stessa una parola per me: così dall’apparente silenzio emergono presenze insospettate che suscitano domande, stimolano le nostre rimaste inevase e si offrono come voce di risposta. Basta scorgere una fragolina in mezzo all’erba di una ripa o una primula che sbuca in un anfratto del bosco in cui il sole di gennaio ha sciolto la neve: subito avvertiamo il bisogno di fermarci ed ecco affiorare le domande.

Camminando poi si incontrano tante “cose”, che per il cristiano sono “creature”, ciascuna con un significato, una vita propria che va rispettata, contemplata, una storia di cui siamo responsabili: sta a noi custodirla e darle voce. Soprattutto nel bosco lo sguardo è costantemente stimolato: ora è attirato in basso per vedere fiori e arbusti, ora corre in alto per vedere come gli alberi sfidano il cielo alla ricerca della luce, ora si sofferma su tronchi e rami che dettano il percorso… Nasce così un dialogo cui il vento tra le fronde dà voce. Immersi in questo fiume di vita ci siamo noi “terrestri”, noi umani, co-creature di alberi, animali, sassi, rocce, muschi, noi umani chiamati a prenderci cura di loro e a diventare il loro pensiero, la loro voce. Così possiamo sperimentare una grande intimità e, quindi, una reale comunione. (…)

Camminare è essenziale per noi umani, ma sovente lo scopriamo tardi, come tardi ci accorgiamo che la vita è un cammino da percorrere giorno dopo giorno, verso una meta che non sempre cerchiamo o abbiamo chiara davanti a noi. Ben lo aveva intuito Machado: “Camminando si apre cammino”, passeggiando si può scoprire una meta che all’inizio non si conosceva. A volte basta prendere la decisione di partire, come Abramo: “Lech, lechà!”, Alzati, va’: va’ verso te stesso, va’ al di là dell’orizzonte, cammina, cammina, non troverai mai un limite sulla terra, perché la terra è rotonda e tu sei più grande dei tuoi limiti.”

tratto dalla rubrica “La bisaccia del mendicante” di ENZO BIANCHI sul numero di giugno della rivista Jesus. Leggi QUI l’articolo completo

Storia e Tempi

effetto “Amici”

Trovo che ci sia un atteggiamento generalizzato che mi convince poco… lo chiamerei effetto “Amici” in onore della nota trasmissione della De Filippi che di questo atteggiamento si fa convinta sostenitrice. È l’idea, più o meno dichiarata, che nella vita sia sufficiente entusiasmo ed energia per “sfondare”, che basti molta buona volontà ed impegno per fare grandi cose.

Lo vedo condiviso non solo dalla televisione ma anche dalla politica, lo vedo in certe forme di volontariato e più in generale in varie manifestazioni sociali. È una sorta di leitmotiv che attraversa un po’ tangenzialmente la nostra vita e le nostre visioni.  Non nego che ci siano una parte di “verità” in questa posizione ma mi preoccupa una estremizzazione di questa visione, come mi pare di vedere in giro. Magari appartengo un po’ alla “vecchia scuola” ma credo che nella vita non sia bastante l’entusiasmo ed l’impegno ma la competenza, lo studio e le capacità acquisite e maturate siano una componente indispensabile.

Sono consapevole che in Italia la “scala mobile sociale” sia molto ridotta: i figli degli avvocati è molto probabile che facciano gli avvocati, così per commercialisti, notai, docenti, medici etc… La percentuale di figli provenienti da classi operaie che accedono a posizioni apicali nelle organizzazioni è ancora troppo bassa, ma penso che non si affronti questo problema di mobilità sociale in un modo così semplicistico. Una vera società meritocratica è quella che premia il merito e non l’improvvisazione, la capacità e le competenze e non l’entusiasmo.

Il messaggio che mi piacerebbe passare ai miei figli è che nella vita occorre studiare, formarsi, misurarsi con problemi complessi, allargare le prospettive ed i punti di vista e tutto questo richiede fatica, applicazione, tempo, sudore, preparazione. L’entusiasmo e la buona volontà sono una parte importante, anzi direi necessaria ma non sufficiente.  Magari mi sbaglio ma non ci si improvvisa buoni politici senza avere fatto un po’ di “gavetta”, senza essersi misurati con problemi sempre più complessi ed articolati, attraverso un curriculum che sia graduale, crescente e progressivo; allo stesso modo non si diventa bravi ballerini senza avere appreso la tecnica, senza aver maturato capacità e abilità che sono necessariamente acquisite e non frutto di improvvisazione. Fanno sorridere certi ballerini (o politici) che si muovono in modo scomposto e sgraziato e chiamano tutto questo “danza”, solo perché ci mettono molto entusiasmo e passione…

Credo che, nonostante tutto, la vita conservi una propria intrinseca giustizia: essa presenta prima o poi il conto per quanto non è stato “pagato” a tempo debito, e talvolta questo comporta anche la restituzione degli interessi maturati…

Storia e Tempi

brexit

La cosa che mi ha particolarmente colpito del voto inglese, che ha sancito l’uscita dall’Unione Europea, è stata la sua forte connotazione “sociale”: non è stato un voto trasversale, distribuito equamente tra le diverse classi sociali, bensì un pronunciamento “socialmente radicato”, con una base sociale di riferimento chiara e definita. Hanno votato per il “remain” la fascia più giovane e dinamica della popolazione, quella con un titolo di studio superiore e più propensa a confrontarsi in un contesto internazionale competitivo. I fautori del “leave” invece sono prevalentemente provenienti dalle classi più povere e meno istruite, dalla fascia più anziana della popolazione, più esposta alla paura della immigrazione, della povertà e della sicurezza.

In fondo, a ben pensarci, coloro che avrebbero preferito rimanere nella Unione sono le persone che hanno tratto maggiore vantaggio da un processo “aggressivo” di globalizzazione, in qualche modo coloro che, per formazione, preparazione e possibilità, erano più pronti ad affrontare una sfida globale particolarmente aspra e cruenta. Chi ha preferito chiudersi in un nostalgico nazionalismo invece si è sentito particolarmente vulnerabile ai grandi fenomeni che stanno attraversando il nostro tempo: l’immigrazione incontrollata che genera un senso di invasione, la precarietà del posto di lavoro, la riduzione delle politiche sociali che alimenta insicurezza e preoccupazione per il futuro…

La sensazione che ho avuto è che la scelta di lasciare l’Europa fosse più dettata da una forte percezione di paura e di protesta per le cose che non vanno, più che una chiara e consapevole opzione per il futuro: quando il futuro resta incerto e l’oggi pare precario, ogni cambiamento può suonare allettante, soprattutto se la promessa è quella di una difesa della propria terra contro le minacce esterne.

L’Europa è quindi apparsa come una comunità incapace di tutelare e proteggere i suoi figli più deboli; un agone nel quale i forti potevano diventare ancora più forti mentre ai deboli non restava che accontentarsi di quanto cade cadeva dalla tavola dei ricchi… una versione riaggiornata della parabola di Lazzaro ed il ricco epulone…

Viviamo in un mondo davvero complesso, incerto, continuamente in cambiamento: tutto questo suscita nelle persone, soprattutto se meno “attrezzate”, una percezione di smarrimento, di precarietà, di volatilità. Ci sentiamo tutti insicuri, minacciati dal “domani”, malfermi nel presente; ogni possibile avversità può farci perdere quel poco di sicurezza che ci siamo guadagnati.

Avvertiamo tutti un forte bisogno di appartenenza ad una comunità che costituisca un’àncora ed una protezione, una difesa ed una tutela. Questo vale per la nostra piccola comunità locale, per quella nazionale e per il più ampio consesso internazionale. All’Europa è chiesto di intercettare questo bisogno diffuso e condiviso dei suoi cittadini per far sì che il Vecchio Continente ritorni quella casa ospitale e pacificata che i padri fondatori avevano sognato.

“Questa «famiglia di popoli», lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche «le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità»”. (Francesco)

Storia e Tempi

sopra le righe

Mi infastidisce questo modo “isterico” di leggere la realtà che troppo spesso i media ci propongono. Pare che tutto venga enfatizzato, ingrandito perdendo ogni riferimento ragionevole e realistico.

Mi riferisco ad esempio ai commenti che leggo relativamente alle ultime elezioni amministrative: fino a qualche giorno fa pareva che il Renzismo fosse la sola narrazione possibile per il nostro paese e pochi giorni dopo, dopo una tornata elettorale certamente non esaltante, si canta già il de profundis per il suo partito e la sua leadership. Indipendentemente dall’oggetto specifico del contendere, perché questa propensione a leggere sempre le cose “sopra le righe”? perché nella vita uno non può perdere senza che questo diventi “la fine di un’era”? o vincere senza che il vincitore assuma lo status di una divinità dell’olimpo?

Mi pare che questo modo di leggere il reale alla fine comunichi uno stato di perenne instabilità emotiva ed esistenziale, come se le cose fossero sempre sul punto di precipitare e disintegrarsi. Viviamo una percezione di eterna instabilità per cui ciò che oggi è buono ed assodato domani può essere messo in discussione allo schioccare di un dito. Pariamo sempre in balia degli eventi senza radici e senza stabilità. A volta le cose vanno bene, talvolta meno, ma non è sempre necessario rifondare le cose dalla radice; il fallimento fa parte della vita anche se la vita è buona e sostanzialmente realizzata. Dovremmo a volte davvero recuperare un po’ di moderazione, a volte è solo questione di buon senso…

È di oggi la notizia della Brexit: il Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione Europea. E da subito è partito un clima di eccitazione e surriscaldamento globale: borse il crollo, spread in crescita, allarme nelle istituzioni…

Viviamo un passaggio epocale complesso e contorto ma affrontare le difficoltà e le sfide con la perenne sensazione che tutto stia per precipitare non ci aiuta a mantenere la mente lucida e sveglia. Si, penso che occorra abbassare i toni, pesare le parole, calmare gli animi e recuperare la capacità di guardare al mondo con sguardo sereno e riflessivo.

Parole d'autore

sii fedele a te stesso

Va’, figlio, con la mia benedizione,
e imprimiti a caratteri di stampa
nella tua mente queste poche regole:
mai non prestare lingua ai tuoi pensieri,
mai prestar mano a pensieri avventati;
gli amici di provata fedeltà
aggràppateli saldamente al cuore
con uncini d’acciaio; ma sta’ attento
a non scaldarti il cavo delle mani
trattenendovi nuovi uccelli implumi
schiusi appena dal guscio.
Guàrdati dal mischiarti in tafferugli,
ma se t’accada d’esservi coinvolto,
agisci in modo che il tuo contendente
abbia a guardarsi bene dai tuoi colpi.
A tutti porgi orecchio, a pochi voce.
Accogli sempre l’opinione altrui,
ma pensa a modo tuo. Il tuo vestire,
per quanto può permetterti la borsa,
sia di buon prezzo, ma non stravagante;
ricercato, ma non troppo fastoso,
ché l’abito rivela spesso l’uomo,
e in Francia le persone di buon ceto
sono assai ricercate nel vestire
ed hanno classe, specialmente in questo.
Non chiedere né dar danaro in prestito:
col prestito si perde, molto spesso,
il danaro e l’amico, e il fare debiti
ottunde il senso della parsimonia.
Ma soprattutto tieni questo in mente:
sii sempre, e resta, fedele a te stesso;
ne seguirà, come la notte al giorno,
che non sarai sleale con nessuno.
Addio, figlio. La mia benedizione
trapianti e faccia maturare in te
questi pochi precetti di tuo padre.

Polonio al figlio Laerte , scena III dell’Amleto di Shakespeare.

Pensieri e Silenzi

leggere

Nella cultura ebraica il verbo studiare è strettamente connesso con il verbo completare. Studiare un testo è in qualche modo dargli compimento, è perfezionare quello per cui è stato scritto e prodotto. Trovo affascinante questa idea…

C’è in fondo la convinzione che ogni testo necessiti di un lettore per essere completo. Lo scritto nasce nella testa dell’autore e grazie al linguaggio diviene parola scritta, consegnata sulla carta ad altri. Ma solo quando questa parola viene letta da un terzo, il testo trova il suo compimento ed attua pienamente il suo destino. Il lettore non è un accessorio inutile del testo, bensì una componente essenziale della scrittura. Il testo non esiste in quanto tale ma solo nella misura in cui diviene consegna, affidamento, dono. Con il lettore il testo si arricchisce, diviene qualcosa di nuovo. La lettura interpretante ed attualizzante del lettore crea qualcosa di nuovo, è produttrice di una nuova realtà.

Il testo è come una mappa grazie alla quale ciascuno può compiere il proprio viaggio e giungere alla propria meta, creando i propri significati. Ogni scritto cresce con il contributo di tutti coloro che hanno misurato quel testo e che dal quel testo si sono lasciati misurare; ogni testo evolve grazie ai significati che ogni buon lettore ha saputo scorgere tra le sue righe, come un campo nel quale ogni cercatore vi scopre tesori preziosi ed inaspettati.

È grazie alla preziosa cura del lettore se quel testo diviene un prato fiorito, se sulla terra arata e dissodata dall’autore possono nascere nuovi germogli, che forse nemmeno lo stesso autore avrebbe mai immaginato.

Parole d'autore

il bene

Dobbiamo far parlare quello che in noi v’è di più intimo. Esso ci dice: il bene esiste! Esiste quel carattere supremo che può posarsi sull’azione meno appariscente e conferirle il suggello di un’assolutezza, superiore ad ogni scopo particolare. Esiste quel definitivo che non può venire discusso ed ha in sé la nota della grandezza genuina. Esiste quel vertice estremo, sul quale, quando tutto si sconvolge e va alla deriva, posso rifugiarmi, dicendo: “ho voluto il bene”. Questo esiste.

Quel qualcosa che non dipende da alcuna altra cosa ma esiste in sé. Che non riceve la sua giustificazione dal di fuori, ma porta la sua dignità in se stesso. Quel qualcosa davanti al quale non è lecito restare indifferenti, se non si vuole mettere a repentaglio la propria dignità più intima. Il bene è quell’ultima cosa non discutibile, alla quale è legato il mio supremo e non più discutibile destino.”

R. Guardini, La coscienza, Morcelliana, Brescia 1948, 21s.

Parola e parole

chi sei per me? chi sono per te?

“Chi sono io per te?” chiede Gesù a ciascuno degli apostoli, nel Vangelo di ieri: domanda seria e provocante a cui non è semplice dare una risposta.

E’ la domanda che attraversa anche le nostre relazioni: in ogni legame arriva sempre un momento in cui ci si chiede: ma tu chi sei per me? che posto occupi nella mia vita? che peso hai ? Questo vale tra amici, fidanzati, amanti…L’altro c’è fisicamente; quello che occorre chiarire è il posto “simbolico” che esso occupa nella nostra vita, il significato che attribuiamo alla sua presenza.

Talvolta questa domanda è esplicita, detta apertamente, ad alta voce; altre volte resta taciuta nel nostro cuore e rimane inespressa. Ciononostante essa ha sempre una portata essenziale nelle nostre relazioni

La parte difficile della domanda è quel “per te” finale. L’ostacolo da superare non è tanto quello di riconoscere la presenza dell’altro di fronte a me, quanto quello di comprendere il valore che attribuisco al suo essere lì. La domanda “chi sei?” pone l’accento sul tema della verità dell’altro, della sua identità, dell’accoglienza della sua persona ed individualità. Chiedersi “chi sei per me?” sposta il baricentro della domanda verso una prospettiva di significato: dalla verità del “chi sei?” alla significatività del “chi sei per me?”.

Gesù riconosce che in ogni nostro legame non basta ammettere la presenza dell’altro se questo poi non acquista un peso nella “bilancia della nostra vita”. E così quando Pietro, a nome degli apostoli, dice “Tu sei il Cristo di Dio” non esprime solo una verità sulla persona di Gesù, non definisce solo la sua identità. Egli fa molto di più: Pietro qualifica Gesù in relazione alla propria vita, chiarisce chi è l’interlocutore in riferimento al proprio orizzonte esistenziale e valoriale. Dicendo “Tu sei il Cristo”, ossia “Tu sei il Messia” dice anche “Tu sei quello che salvi la mia vita, porti a pienezza e compimento al mio tempo, porti futuro ai miei giorni”.  Voglio dire che nelle parole di Pietro è possibile leggere non solo una risposta oggettiva sulla identità del suo amico ma pure una dimensione soggettiva ed esistenziale.

Ogni persona che amiamo chiede di essere riconosciuta ed accolta nel suo valore intrinseco ed oggettivo; essa è un bene in quanto tale, indipendentemente da tutto, da contesto, dalle circostanze, dagli umori, etc… Eppure questa stessa persona non si accontenta di essere onorata in questo riconoscimento “fattuale”: essa ci chiede di più, interpella più profondamente la nostra vita. Il suo volto ci sussurra la domanda che da sempre abita tutti i legami: “Io chi sono per te? ” e ” Tu chi sei per me?”