Parole d'autore

ricercatori di fessure

«La bellezza è per i ricercatori di fessure, di soglie segrete, di fili pressoché invisibili». Questa frase mi ha riportato in un istante a quando, bambina, in lunghe estati solitarie in montagna, camminavo per i prati attorno a casa, nel silenzio del primo pomeriggio, e scoprivo sempre nuove meraviglie. Il sapiente tessere la tela di un ragno, l’avvicendarsi laborioso delle api all’alveare, il formarsi dei boccioli delle rose, nell’orto. La forma strana e misteriosa di certe nuvole, la verginità delle cime ancora innevate all’orizzonte, il profumo di resina dai boschi.

Era un mondo di bellezza quello che mi si rivelava: forse perché appunto ero appena una bambina, forse perché proprio la solitudine e il silenzio creavano attorno a ogni particolare quasi una lente, che mi permetteva di osservare la profondità delle cose. Rimpiango quel mio sguardo infantile. Ho provato, a tornare esattamente negli stessi luoghi, ma non ho più saputo vedere ciò che vedevo un tempo.

«La bellezza è per i ricercatori di fessure, di soglie segrete, di fili pressoché invisibili» […]. Cercare, nella quotidianità della vita, la bellezza che si nasconde dentro all’apparenza immediata delle cose. Come quelle piccole piante selvatiche che in primavera spuntano nelle crepe dell’asfalto delle nostre città, affondando le radici in pochi grammi di terra rubata ai marciapiedi. Come gli occhi ancora perduti nella dolcezza di un limbo dei neonati in carrozzina. O lo sguardo, buono e raro, di qualcuno che veramente ci comprende e ha misericordia di noi.

Cercare la bellezza non è estetismo, non è un lusso, ma è qualcosa che infonde una genuina gratitudine. E questa gratitudine può generare letizia, anche in momenti in cui c’è ben poco da essere lieti. (Marina Corradi)

Storia e Tempi

sbarchi

Faceva notare Paolo Mieli sul Corriere di qualche giorno fa come il fenomeno migratorio, finito a più riprese e con grossi strepiti sulle prime pagine di tutti i giornali, abbia subito, nell’ultimo mese, una drastica riduzione.

Dati alla mano, nel mese di agosto sono sbarcati sulle nostre coste 2.859 profughi, contro i 10.366 dell’anno scorso. Anche il trend annuale è in netta discesa: ad aprile gli arrivi sono stati 12.943 (nel 2016 erano 9.149), a maggio 22.993 (19.957 nel 2016) e a giugno 23.526 (contro 22.339 dell’anno scorso). Già nel mese di luglio si era verificato un calo 11.459 (23.552 nel 2016). Insomma un calo considerevole degli arrivi, sorprendente soprattutto alla luce delle attese e delle paure che circolavano in primavera: pareva che ci dovessimo preparare ad una vera a propria invasione di immigrati, pronti a colonizzare la nostra terra.

Ricordo bene il clima allarmato di marzo ed aprile: ci attendeva un miglioramento delle condizioni di navigazione, a motivo della bella stagione, ed il rischio che i flussi aumentassero era molto alto. Così come ricordo il clima di allarme sociale alimentato da coloro che, professionisti della paura, avevano tutto da guadagnare da un senso di insicurezza diffuso e capillare. Fortunatamente così non è stato.

Significa che siamo fuori dal tunnel? Certo che no! Stiamo assistendo ad un “esodo” storico, ad un fenomeno migratorio con origini ben lontane e profonde. Aspettarsi che tutto si possa risolvere in pochi mesi sarebbe ingenuo ed irrealistico. I flussi ritorneranno a salire in futuro? Può essere, certo… chi può dirlo?

Una cosa però questa parziale e temporanea mitigazione dei fenomeni la dimostra: che con una serie di interventi coordinati e ragionati, qualcosa si può fare almeno per arginare e tentare di governare il problema. Il coinvolgimento delle ONG che sono attive nel Mediterraneo, un maggiore coordinamento con la guardia costiera libica, l’accordo con alcuni sindaci (sarebbe meglio dire capi tribù) della Libia, il tentativo di stabilizzazione dell’area nord africana, qualche frutto lo iniziano a dare.

Certo, resta moltissimo da fare: in primis l’attivazione di una reale corresponsabilità europea, grazie alla quale il peso della gestione del fenomeno non ricada solo sulle spalle di un solo paese. Quindi politiche di sviluppo più lungimiranti che permettano di rimuovere alla radice le cause delle partenze verso l’Europa. Servono poi norme che consentano accessi regolari al mercato europeo (non dimentichiamoci che dal 2015 al 2025 l’Italia calerà di 1,8 Milioni di abitanti e che, per il corretto funzionamento del sistema produttivo e per la tenuta del sistema pensionistico, serviranno, nello stesso periodo 1,6 milioni di immigrati…).

Insomma il percorso è ancora molto lungo e non privo di ostacoli, complicazioni e fallimenti. Ma mi piacerebbe che si cercasse di affrontare questi mutamenti storici con intelligenza e saggezza, moderazione e responsabilità, con solidarietà e profondo senso della legalità. Soffiare sul fuoco della rabbia, della paura e dell’egoismo fa prendere qualche voto, ma annebbia la vista e non sposta di un millimetro il problema.

 

Pensieri e Silenzi

le novità

L’aspetto straordinario delle novità è che, a volte, le devi cercare, devi andare loro incontro, le devi scovare nella monotonia della vita; altre volte, invece, sono loro che ti precedono, che ti attendono dietro l’angolo, come una felice sorpresa.

È questa dimensione dell’ “inatteso” che rende la novità, da una parte, il “sale” della nostra vita, il motore della crescita e del cambiamento, e dall’altro, un elemento di feconda instabilità, un gioco di disorientamenti e di disseminata caoticità.

Sì, perché ogni novità, soprattutto quella non voluta né cercata, porta un movimento di rottura nell’ordine delle nostre cose; essa è un fattore di destabilizzazione e di rinnovamento. Le novità sparigliano  le nostre carte e generano disordine, dove noi avevamo messo ordine ed organizzazione. Ogni novità, proprio a motivo di questa inattesa creatività, porta con sé un tratto di fatica, di onerosità e di sacrificio. Essa, infatti, chiede di essere integrata nella nostra vita, di essere accolta come un fattore di perturbante generatività.

È proprio questo aspetto di “forzato cambiamento”, che essa introduce nelle nostre esistenze, a renderle un ospite tanto benedetto quanto indesiderato

Talvolta queste “cose nuove” è come se togliessero il mattoncino che sorregge la nostra instabile costruzione, quel castello di carta che abbiamo faticosamente tenuto in equilibrio. E così tutto cade, inesorabilmente, e ti tocca ripartire da capo.

È per questa ragione che, molte volte, rispondiamo “no grazie” quando le novità bussano alla nostra porta, quando suonano il campanello dei nostri giorni. È più rassicurante negarci la loro compagnia, escluderle dal nostro mondo e bandirle dal nostro territorio esistenziale.

Ma è proprio allora che il nostro cuore comincia a sclerotizzarsi, le nostre articolazioni a dolere per il mancato movimento e i nostri polmoni a soffrire per l’assenza di aria fresca.

Parole d'autore

il primo straniero

È un’evidenza assoluta: se il cuore si ferma la vita muore. Ma il cuore che ciascuno di noi porta al centro del proprio petto e dal quale dipende la sua vita, batte senza che la nostra ragione o la nostra volontà possano comandarne il ritmo. È un paradosso elementare che si iscrive al centro della vita: il cuore che la mantiene viva, è il nostro cuore, ma è, al tempo stesso, una pompa che agisce a prescindere da ogni istanza di controllo. La vita del cuore trascende la nostra vita pur essendo al centro della nostra vita.

Non dovremmo allora vedere nel carattere autonomo di questo battito un primo volto — il più prossimo — dello straniero? La vita del cuore non è un’esperienza perturbante, come direbbe Freud, dove la familiarità più intima e l’estranietà più radicale si intersecano? La potenza autonoma della vita, la sua eccedenza, non è forse sempre in parte straniera a se stessa? (…)

Invitato ad intervenire sulla rivista Dedale in un numero monografico del 1999 dedicato a La venuta dello straniero, il filosofo Jean Luc-Nancy evita di parlare direttamente sul tema del razzismo e, prendendo tutti in contropiede, racconta l’esperienza vissuta del trapianto del proprio cuore. Il verdetto della scienza medica era stato inappellabile: solo un nuovo cuore gli avrebbe permesso di continuare a vivere poiché il vecchio aveva esaurito la sua carica. Una sostituzione si rendeva clinicamente necessaria: il cuore di un altro, di uno straniero (di uno zingaro, di un ebreo, di una polacca, di una nera, di un’omosessuale) doveva subentrare al posto del cuore del filosofo.

Ma per rendere possibile un trapianto la medicina sa bene come sia necessario abbassare le difese immunitarie prevenendo eventuali crisi di rigetto. Per consentire alla vita di continuare a vivere — è questa la lezione che possiamo trarre dall’intenso racconto autobiografico di Jean-Luc Nancy — è necessario ridurre l’identità sostanziale di quella vita; è necessario il meticciato, la transizione, la porosità dei confini, la contaminazione con lo straniero. Senza questa apertura, infatti, la vita morirebbe.

Lo straniero, il cuore dell’Altro, è l’intruso che non porta la distruzione, ma la possibilità di un rinnovamento della vita. A condizione però che la vita sappia rendere più flessibili i propri confini identitari. Non è questa una lezione etica e politica profonda? Se la vita umana necessita di avere dei confini determinati (la vita senza confini è la vita disperata della schizofrenia), l’irrigidimento del confine, la sua ipertrofia identitaria, rischia di fare morire la vita stessa.” (Massimo Recalcati)

Affetti e Legami

la danza di domani

Alcune persone ti colpiscono per un tratto particolare del loro volto, del loro carattere, della loro gestualità o della loro parola. Altre invece è più il colpo di insieme che ti affascina e ti intriga. Per questi la bellezza è più diffusa, come una specie di “polvere magica” che si deposita su tutto, senza che un aspetto specifico emerga con chiara evidenza. È il caso di Davide: il suo fascino e la sua grazia non ha un dettaglio a cui aggrapparsi o una particolarità da cui emerge; è qualcosa che avvolge la sua persona in modo uniforme e, a suo modo, misterioso.

Davide ha tratti gentili e acerbi, tipici della sua giovanissima età, modi educatati e calmi ma che tradiscono l’irruenza e l’energia che cova sotto la sua pelle.  Lo sguardo ha qualcosa di enigmatico, di denso e stimolante: gli occhi brillanti e vivace palesano una intelligenza vivida, non comune, di chi è capace di osservare le cose penetrandole da dentro, di chi non si ferma alla superficie né si accontenta di ciò che resta sulla crosta.

È una sensazione che ho avuto anche parlando con altri giovani, più o meno della sua età: dialogando con loro hai la chiarissima sensazione che i loro occhi vedono cose che tu manco riesci ad intravedere; è come se la tenerissima età regalasse loro la capacità di guardare il futuro con straordinaria profondità e lungimiranza. Ti accorgi subito che tu, con il peso dei tuoi anni, fatichi a star loro dietro. Certo, il tuo è uno sguardo maturo, riflessivo, ponderato, ma che manca di quello slancio, di quell’ardore, di quella sfacciataggine e irriverenza che vedi negli occhi di Davide. Davide, e i suoi coetanei con lui, è come se vedessero il futuro davanti a sé come una concreta promessa, come un avvenire possibile, come un orizzonte che si avvicina. Resti sbalordito da questo desiderio di futuro che abita nel suoi cuore, da questa voglia di domani che alberga nei gesti e nelle parole.

Assomigliano a quei giocatori di azzardo che sanno di avere avuto la “dritta giusta” sulla prossima corsa di cavalli: essi guardano al futuro con la sfacciataggine di chi sa come andrà a finire, di chi sa lanciarsi nel domani con fiducia e speranza.

In fondo credo che Davide abbia ragione: lui avrà la grazia di abitare quel futuro che noi solo intravediamo, di vivere da protagonista il domani che avanza, di ballare festoso al ritmo di una danza di cui noi adulti non immaginiamo neanche un passo.

Storia e Tempi

come un pendolo…

Ieri sera mi sono addormentato con le immagini del terremoto di Ischia impresse negli occhi: dopo la terribile strage di Barcellona, ancora morte, ancora distruzione, ancora dolore e sofferenza per molta gente. Pare di essere entrato in un labirinto di tribolazioni da cui non si riesce ad uscire.

Stamattina, al risveglio, mi è giunta la notizia che la moglie del mio amico Andrea ha avuto il secondo figlio: il primo parto era stato davvero travagliato e problematico e sono davvero felice per lui che abbia potuto, in questa seconda occasione che la Vita gli ha dato, godere dell’ebrezza dalla paternità in modo pieno e diretto. Posso immaginare quanto la prima nascita gli abbia procurato una gioia “dolorosa”, di quelle che vanno conquistate giorno dopo giorno, fatica dopo fatica. Sono quindi contento che con Tommaso sia giunta anche una felicità più immediata, palpabile ed inebriante.

Tutto in meno di dodici ore: la morte e la vita, il dolore e la gioia, la felicità dell’essere e il dramma del perire…

È davvero drammaticamente inimmaginabile questa nostra esperienza del vivere: trascorri ore e minuti sobbalzato da accadimenti che ti fanno toccare il cielo e da drammi che ti tolgono il respiro.

Vivere è accettare di assaporare il dolce e l’amaro nello stesso boccone; è sapere che quella stessa passione che ti dà le vertigini, è la stessa che ti ferirà dolorosamente e che quella salita che ti porta in cima potrebbe poi farti ripiombare nel dirupo.

Non c’è scampo a questo movimento ondulatorio, a questo eterno susseguirsi di estasi e disperazione. Non c’è tregua, non c’è sosta né alcun armistizio possibile.

Vivere è patire questo movimento oscillatorio, come un pendolo in cerca del suo equilibrio.

Parole d'autore

stati d’animo

“Tra le cose essenziali ce n’è una che muove ed orientale altre. È la capacità di saper muovere la propria vela senza che siano i venti del caso a deciderne la rotta. È la cura del proprio stato d’animo. Ci aiuta a restare in piedi o rialzarsi quando si è caduti e con essa si recuperano le risorse e le energie e non si butta via il tempo.

Lo stato d’animo: con questo termine intendo l’atteggiamento mentale, la condizione insomma, il modo con cui stai con te stesso. E credo che la cosa che più conta nella vita sia proprio la capacità di gestirlo, di averne cura, di essere noi stessi a saperlo determinare.

La maggior parte della gente non sa fare questa cosa e vive lasciando che siano gli eventi o gli altri a decidere del proprio stato d’animo. Avere cura della propria condizione mentale passa anche dal permettersi di sentire la rabbia o i propri dolori, vuol dire anche imparare ad accettare le paure o le tristezze. Ma riuscire a non rimanerci intrappolati. Perché se rimangono dentro di noi si accumulano e comandano loro. Ma anche se escono fuori e le puntiamo contro gli altri ci fanno del male, ci condizionano così tanto che diventiamo nervosi e aggressivi o facciamo le vittime.

Si tratta di una pratica quotidiana. Se stai anche un giorno senza badare a come stai e a come sai stare di fronte alle cose, sei già in pericolo. Ma in fondo è l’unica cosa che conta. Il resto può aspettare.” (Pierluigi Ricci)

Storia e Tempi

Barcellona, due giorni dopo…

Due giorni dopo la strage di Barcellona, hai la possibilità di guardare all’accaduto con un occhio un poco più distaccato e meno emotivamente scosso. E ti rendi sempre più conto dell’assurdità di quanto avvento, della violenza folle e assassina che si è riversata su quegli inermi passanti che camminavano per la Ramblas, nel centro di Barcellona. Il passare del tempo non ti offre una giustificazione, una, seppur lontana, motivazione che possa legittimare un gesto tanto aberrante; non trovi parole per descrivere il dolore di chi, passeggiando mano nella mano con la compagna ed i figli, si è visto travolto dalla corsa omicida di un furgone che lo ha strappato all’amore dei suoi cari. Il dolore è sempre qualcosa di visceralmente inaccettabile, ma il dolore gratuito, insensato ed innocente pare essere, se possibile, ancora più lacerante.

Anche perché queste poche ore passate dalla tragedia, ti costringono a “sgranare” il numero delle vittime, a superare il puro valore numerico e a riconoscerne la crudele dimensione personale. Vieni quindi a conoscenza della straziante storia di Bruno, informatico di Legnano, morto sotto gli occhi della compagna e dei due figlioletti di 5 anni e sette mesi. E pensi a cosa potrà essere delle loro vite, improvvisamente costrette a passare dalla spensieratezza di giorni di vacanza alla cruda e fredda esperienza della morte e della assenza. O all’altrettanta penosa storia di Luca, venticinquenne ingegnere di Bassano del Grappa, una vita sfiorita prima ancora di sbocciare…. Quanti sogni, progetti, legami, successi infranti e che mai si potranno realizzare.

Sì, il tempo che passa non regala spiegazioni ma solamente rende ancora più crudelmente concreto quanto accaduto; dona un tocco di assurda realtà all’evento: mostra volti, storie, legami, sogni, speranze, persone che i freddi titoli dei notiziari, non possono, immediatamente, restituire.

E queste sono le storie delle vittime italiane delle quali i media ci hanno fornito qualche dettaglio: quante altre sofferenze sconosciute, quanti altre vittime innocenti sono state linciate su quella promenade?  Quanti madri, padri, fratelli, mogli o fidanzate stanno ora piangendo un loro caro che non è più tra loro?

Il tempo che passa non rende, ahimè, un grande servizio per mitigare il dolore e attenuare la pena: superato lo shock, l’incredulità e lo spaesamento iniziali, ti ritrovi ora un peso di dolore muto e lacerante, sulle spalle; senti la preoccupazione per quanto sta accadendo; avverti il timore per la china che questa vicenda sta prendendo; e soprattutto sperimenti il panico di fronte ad una violenza di cui fatichi ad afferrare l’origine, lo scopo e la animalesca natura.

 

Storia e Tempi

journal de bord – 7 – sfiorati dalla tragedia

Prima Nizza, poi Londra, Parigi, Tolosa, Copenaghen, Bruxelles, Monaco e Berlino (e non so se l’ordine sia corretto e completo…) ora anche Barcellona.

Fa però un effetto particolare quando sei stato così vicino al luogo dell’attentato, avendo passeggiato fino al giorno prima sulle Ramblas della città catalana. Ti sembra di essere stato quasi un testimone oculare dell’accaduto: quei luoghi ce li hai ancora impressi nella mente, come un ricordo ancora fresco e d’ora in poi, forse, indelebile.

Il primo pensiero, ovviamente, è stato: “ci potevamo essere lì noi”. Bastava allungare la vacanza di un giorno e certamente avremmo calpestato quei luoghi, come abbiamo fatto tutti i giorni precedenti.  Plaça de Catalunya è praticamente il cuore pulsante di Barcellona, crocevia quasi obbligatorio per molte delle attrazioni turistiche della città: le Ramblas, le case di Gaudì, il Barrio Gotico…

Essere stati sfiorati da questi eventi crea una strana sensazione: da una parte c’è il sollievo di essere “stati graziati” dalla sorte, ma dall’altra ti rendi conto di quanto ciascuno di noi sia incredibilmente esposto al pericolo: un luogo, che fino a ieri era pieno di vita, di gioia e di incontri, oggi è diventato teatro di una violenza inaudita ed incomprensibile. Comprendi, o forse solo oggi ti rendi conto sulla tua pelle, di come siamo tutti possibili “target” e vittime innocenti di una violenza cieca. Basta trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e la tragedia è servita.

Comprendi che nessun luogo è sicuro, che la protezione totale non esiste e che nessuno può offrire una garanzia credibile. Viviamo in un mondo insicuro, minaccioso, che è ostaggio di un terrorismo barbaro e bastardo. Dobbiamo forse imparare a convivere con queste minacce silenziose ma incombenti; accettare il fatto che il folle potrebbe colpire ovunque, senza preavviso e senza ragione o motivazione alcuna.

Barcellona, Nizza, Londra, Parigi, Tolosa, Copenaghen, Bruxelles, Monaco e Berlino… viviamo un villaggio globale, di cui condividiamo le gioie i dolori, i rischi e le minacce. Ogni città europea è “Europa” e quindi possibile obiettivo di qualche fanatico. Non illudiamoci: non esistono porti franchi, zone sicure o quartieri protetti… una violenza così cieca e terribile non conosce confini, lingua, economie, stati o nazioni…siamo ormai un tutt’uno di fronte alle fanatiche ideologie di questi folli.

Forse faremo bene anche noi a reagire come una comunità di popoli europei, uniti nella testimonianza e nella difesa di quei valori di libertà, pluralismo, tolleranza, laicità e uguaglianza che da molti e molti secoli sono il vero collante di questa vecchia è un po’ malandata Europa.

Storia e Tempi

journal de bord – 6

Amo osservare la gente; amo i posti affollati nei quali posso starmene un po’ in disparte a guardare, ascoltare i passanti, ammirando quanto mi sta attorno. Parrà strano ma sono i posti migliori per scrivere.

Scrivere in mezzo alla folla che passa, che cammina, corre, parla, si guarda in giro; in mezzo alle auto che ti passano accanto e suonano o frenano; in mezzo a questo vociare continuo e ininterrotto è per me un modo per sentire con intensità il vigore della vita che mi scorre accanto.

Ma il foglio di carta bianche è come se mettesse un limite a quel flusso di gente, come si istituisce un confine tra loro e te: te ne senti parte, senza sentirti travolto. Scrivere in mezzo alla folla, osservando la gente, ti regala questa sensazione: godere della compagnia degli altri, partecipare alle loro vite, senza però perdere il senso della propria interiorità e del proprio essere unico ed irripetibile.

Lo scrivere sa tenere in precaria tensione, come in un equilibrio instabile, queste due cose: stare con gli altri e stare con sé stessi, sentirsi parte del tutto senza smarrire la percezione della propria individualità.

È solo così che la folla smette di farmi paura, cessa di essere un flusso umano che spaventa ed intimorisce. È solo quando la gente mi cammina accanto senza farmi sentire calpestato o strattonato che apprezzo il mio stare nella folla in solitaria compagnia.