Pensieri e Silenzi

due papà al parco

Tornado a casa stamattina sono passato dal parco e mi sono imbattuto in un incontro quanto meno singolare: davanti a me vedo due giovani uomini, abbigliamento moderno, jeans strappati portati bassi, maglietta alla moda e capelli corti e ben curati, come si addice a ragazzi di quella età. Ma non era l’aspetto che mi ha incuriosito (giacché assomigliavano a moltissimi altri giovani che stazionano al parco in questi giorni caldi) quanto piuttosto il fatto che entrambi spingevano un passeggino che ospitava il piccolo figlioletto di non più di un anno. Vi assicuro che da dietro la scena era davvero singolare: due giovani papà a passeggio con i figli, due passeggini uno a fianco all’altro ad ingombrare il vialetto del parco, il tutto pareva uscire da una scena di uno di quei film romantici che piacciono tanto a mia moglie.

La cosa era così particolare che ben presto alcune signore anziane hanno fermato i due giovani per complimentarsi dei rispettivi figlioli: era davvero dolce vedere il vanto ed il compiacimento dei due giovani papà alle parole affettuose delle donne e sentirli raccontare particolari della vita dei loro figli come solo dalle mamme ho sentito fare. Percepivi molto orgoglio nelle loro parole, molta fierezza e un sano vanto nell’esibire i loro pargoletti, nel mostrare il frutto del loro amore anche a perfette estranee appena incontrate al parco.

Superando in bici i due papà ed i rispettivi figli ho pensato a quanto amore dovevano provare quei due giovani ragazzoni per i loro piccoli rampolli e come la presenza dei due eredi potesse diventare una fonte non solo di gioia ma anche di pienezza e compimento per la loro vita.

Diventare papà, soprattutto per un giovane del 2019, è davvero una esperienza allo stesso tempo straordinaria e drammatica, esaltante e sfidante: accudire un piccolo ventiquattro ora al giorno, senza pause, assecondando capricci e soddisfacendo le sue molte necessità, è davvero una esperienza che toglie il fiato. Non ti resta più tempo per te stesso, per le tue passioni ed interessi ma sei come quasi completamente assorbito dal quel compito che talvolta appare davvero eccessivo.

Eppure diventare papà regala anche il senso di un compimento, di un traguardo tagliato, di una meta raggiunta. È forse uno di quei pochi momenti della vita in cui ti senti di dire “ecco, adesso basta così!”, giacché sperimenti un senso di compiutezza che ti fa godere la vita a trecentosessanta gradi. Diventare padri non è solo passaggio “sociale” e formale, ma è una soglia che afferisce al valore profondo della tua vita e al significato che dai alle cose. Indipendentemente da ciò che la vita regalerà loro, quei giovani papà non saranno più gli stessi: i due piccoli figli, alloggiati nei rispettivi passeggini, hanno cambiato le loro vite per sempre, che essi lo vogliano oppure no.

Confesso che ho davvero ammirato la serena inconsapevolezza dei due giovani uomini mentre spingevano i passeggini al parco: che bello sarà per loro accorgersi che quei due virgulti, seduti davanti a loro, diventeranno presto l’unica cosa per cui vale la pena vivere..

Storia e Tempi

ci risiamo…

Ci risiamo nuovamente…tutti ancora appesi (e sospesi) a questa farsa tutta italiana: altri 40 disperati, da settimane in mare, fuggiti dall’inferno libico, in attesa che qualcuno riconosca loro il diritto ad un porto sicuro e ad un’accoglienza quantomeno umana.

Ci risiamo nuovamente, con questa sceneggiata che non ha alcun motivo reale, se non accaparrarsi qualche like in più su Facebook ed accarezzare le voglie più bieche e intolleranti che ciascuno di noi si porta dentro. Al di là della propaganda e del marketing politico, gli sbarchi continuano, un centinaio solo nell’ultima settimana. È sufficiente chiedere al sindaco di Lampedusa…  “sbarchi anonimi”, come li chiamano, lontani dai riflettori della TV e dei giornali. Checché che se ne pensi, non abbiamo interrotto quel flusso umano che dalla disperazione libica vaga in cerca di speranza; l’abbiamo solamente nascosto, come la polvere sotto il tappeto, nell’illusione che scompaia… Così come abbiamo nascosto quella migliaia di esseri umani che hanno perso la vita nel mar Mediterraneo, diventata la tomba di molti migranti…

Ci risiamo nuovamente con questa nuova puntata di un reality fatto sulla pelle della povera gente, capace di deviare l’attenzione dai veri problemi del Paese: il rischio di un commissariamento da parte della Troika, il peso fiscale in aumento, l’ILVA a rischio chiusura, la TAV in forse, Alitalia ad un passo dal fallimento, una crescita prossima allo zero ed un isolamento ed una irrilevanza sullo scenario internazionale davvero imbarazzanti. Eppure siamo tutti qui a parlare di 40 disperati, che in qualunque paese normale, sarebbe accolti senza troppa spettacolarizzazione ed enfasi.

Ma aldilà dei capricci di uno solo, dove sono le istituzioni di questo paese? Il presidente del consiglio? E il Consiglio dei Ministri? Gli altri ministri competenti? Possibile che siano tutti precipitati in una afasia imbarazzante e colpevole?

Siamo davvero sicuri che, il nome di piccoli giochi di tattica politica, siamo disponibili a rinunciare a quel minimo di senso di compassione che ci rende uomini? Davvero siamo disposti a buttare a mare, insieme a un pungo di disperati, anche i valori della nostra cultura, conquistati attraverso secoli di lotte e divisioni? Vogliamo così facilmente dimenticare chi siamo, quello siamo diventati dopo due millenni di storia, smarrendo il senso del nostro passato ed offuscando la promessa del nostro futuro?

Siamone certi: i nostri figli ci chiederanno conto del mondo che stiamo costruendo…

Pensieri e Silenzi

buttare in là la palla

Buttare in là la palla può far guadagnare qualche giorno, ma difficilmente risolve i problemi.

Lo abbiamo sperimentato tutti in cose anche semplici e banali: la tattica dilatoria può alleggerire la pressione per una scadenza o far prendere fiato, ma i problemi e le questioni che hai posticipato ti si ripresentano puntuali all’occasione successiva. E sei fortunato se il tempo aggiuntivo che hai guadagnato non ha ulteriormente peggiorato ed incancrenito la situazione, mostrandotela peggio di come l’avevi lasciata.

Vale per le piccole cose: una visita medica, una consegna al lavoro, un chiarimento con una persona…Vale anche per le cose più grandi: pensate, ad esempio, alla decisione sulla TAV, rimandata astutamente a dopo le elezioni europee, ma che tornerà al pettine come tutti i nodi che si rispettino; oppure al dossier Alitalia, nuovamente prorogato di un mese, ma che, prima o poi, presenterà il conto, e pure salato.

Come dicevo, buttare in là palla fa guadagnare tempo (e voti in questo caso) ma la realtà, prima o poi, reclama giustizia. È vero che talvolta l’attesa è un’arma vincente: si aspetta finché le cose trovino una loro naturale soluzione. Però, fateci caso, difficilmente accade per faccende importanti e serie. In questi casi o affronti il toro per le corna oppure rischi di venire infilzato.

C’è sempre un atteggiamento un po’ furbesco e scaltro dietro tutti i nostri rinvii, una tattica un po’ codarda ed imbrogliona, che spera che ci sia qualcun altro a toglierci le castagne dal fuoco e che sia il tempo (o qualcun altro per lui) a risolvere quella grana che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare.

Affetti e Legami

zbogom Martin!

Conosco quegli occhi un po’ timidi e beffardi: appartenevano ad un ragazzino impacciato ed introverso. Ora li vedo brillare sul volto di un ragazzone di un metro e novanta, ma conservano la stessa lucentezza e la medesima dolcezza.

Martin è lo “straniero” della nostra squadra, giacché il suo passaporto dichiara una cittadinanza croata. In realtà la parola straniero non gli si addice particolarmente: è nato in Italia, è cresciuto tra noi e ha assunto tutti i tratti, positivi e meno, del Bel Paese. E tuttavia un piccolo segno di “esoticità” lo conserva ben distinto, perché l’amore per la sua terra di origine trapela ogni tanto, insieme a qualche parola in croato, pronunciata sempre sottovoce e con una certa reticenza.

Anche se italianissimo nella lingua e nel comportamento, Martin è divenuto davvero la “stella straniera” della nostra squadra: quell’altezza imbarazzante (ormai manca poco ai due metri), la sua tecnica e la sua passione per il basket, lo hanno portato ad essere, partita dopo partita, un giocatore chiave del nostro gruppo, ruolo questo che tutti gli riconoscono come una evidenza inappellabile.

Però, per chi lo conosce bene, la crescita più sorprendente e strabiliante non è quella legata ai suoi centimetri, ma quella che attiene al suo stile, alla sua determinazione e al suo carattere. Non so perché ma quando ti trovi davanti un “piccolo gigante” ti viene spontaneo credere che la stessa “grandezza” sia presente anche nel suo carattere e nel suo animo. Per poi accorgersi, giustamente, che Martin è un ragazzino come tutti gli altri, con le sue debolezze e le sua inevitabili fragilità. Penso sia proprio rispetto a queste sua fragilità che Martin ha compiuto il percorso di maturazione più bello e significativo. È consolante osservarlo oggi maggiormente consapevole delle proprie capacità e potenzialità, più determinato sul campo di gioco (e spero anche fuori), più capace di sopportare le frustrazioni che la vita gli pone davanti, durante una partita di basket o in mille altre occasioni più feriali.

In fondo è stato così per Martin ma lo stesso vale anche per molti altri “piccoli campioni” della squadra: la parte più affascinante e sorprendente è sempre quella che non si vede, quella che si cela dietro l’esteriorità dell’apparenza, quella che attiene al piccolo e complicato mondo interiore che ciascuno di noi custodisce come un piccolo tesoro.

La famiglia di Martin ormai è prossima al rientro in patria, un ritorno nell’amata Croazia, sognato da tanto tempo e che ora diviene realtà. Da parte nostra ci priveremo del nostro piccolo grande campione croato, ma soprattutto perderemo una bella persona, un ragazzino che avremmo voluto ancora vedere crescere e progredire, sul campo da basket e fuori. Ma, si sa, la Vita ha vie spesso imprevedibili e incomprensibili. Eccoci quindi qui a dover dire “zbogom Martin”, arrivederci Martin, con un nodo in gola ed un po’ di tristezza.

Una cosa tuttavia ci consola e ci conforta: che quello che abbiamo dato e ricevuto, quello che abbiamo condiviso e vissuto insieme, resterà come un patrimonio imperituro nella vita di Martin e nella nostra, giacché, nella Vita, ciò che è trafficato con amore e passione, resta come tesoro affidabile e garantito per l’esistenza.

Pensieri e Silenzi

da quando?

Giovedì scorso la corte di cassazione ha depositato la sentenza 27539/2019 con la quale si stabilisce che il feto umano inizia a essere considerato persona dall'”inizio del travaglio”, e non già dal successivo momento del “distacco dall’utero materno”.

La sentenza conferma la condanna a carico di una ostetrica che era stata giudicata colpevole per la morte di un feto durante il travaglio. L’appello sosteneva che la morte colposa del bimbo dovesse essere valutata alla luce della legge sull’interruzione della gravidanza. La corte ha invece confermato la fattispecie di reato di omicidio.

È evidente che la sentenza, al di là del caso specifico che è stata chiamata a dirimere, ha un valore ben più generale, stabilendo di fatto il momento in cui il feto diviene persona e, in quanto tale, soggetto di diritti personali inalienabili. È solo quando il travaglio ha inizio che il feto assume lo status di persona. Quasi a dire: non quando la separazione della mamma è stata completata che si diventa uomini, ma quando questo stesso processo ha avuto inizio. La sentenza argomenta che questa decisione è in linea con “un quadro normativo giurisprudenziale italiano e internazionale di totale ampliamento della tutela della persona e della nozione di soggetto meritevole di tutela, che dal nascituro e al concepito si è poi estesa fino all’embrione“.

Eppure questa sentenza, pur dirimendo e chiarendo un punto controverso, rischia di introdurre un ulteriore interrogativo: per quale motivo questo ampliamento della tutela della persona, esteso anche al nascituro, si arresta al momento dell’inizio del travaglio? Perché il giorno precedente il parto al feto non vengono riconosciuti i medesimi diritti? Che cosa rende diverso il medesimo feto “prima” e “durante” il travaglio? In base a quale principio il feto assume lo status di persona all’inizio del travaglio e non quando si distacca dall’utero? O, per esempio, quando esce dal corpo materno o in un altro momento della sua fase di sviluppo?

Radicalizzando la domanda: quando un “grumo di cellule” diviene “umano”? In che momento vi posso riconoscere una persona? O, detto diversamente: la dignità umana è qualcosa che si può assumere e poi perdere? O è qualcosa che è intrinsecamente legata al nostro essere, già al momento del nostro concepimento? Esistono funzioni vitali, capacità, competenze, abilità, maturità di sviluppo, capaci di far passare un essere vivente da non-persona a persona o viceversa?

Forse sembreranno una serie di domande capziose ma, se ci pensate bene, in fondo si tratta di interrogarsi su cosa renda noi, esseri viventi, delle “persone umane”; dove origini la nostra dignità e dove si fondi il nostro valore.

Pensieri e Silenzi

vino nuovo

Forse lasceremo davvero spazio ai giovani solo il giorno in cui avremo il coraggio di ascoltare parole “eretiche” uscire dalla loro bocca e sapremo trattenerci dall’istinto di volerle censurare.

Ci ripetiamo che occorre dare voce ai giovani, concedere loro occasioni per esprimersi e per portare la loro carica di novità in questo mondo. Ma poi accade che non appena fanno o dicono qualcosa che devia dai nostri schemi, subito scatta la voglia di correggere, di rettificare e di ridimensionare. Auspichiamo che i giovani prendono la parola,  ma poi soffochiamo ogni spinta di cambiamento ed ogni slancio che non si integri perfettamente con i nostri schemi.

Penso invece che avremmo assolto il nostro compito di “generatori alla vita” nella misura in cui saremo stati in grado di sopportare il loro sguardo eversivo, se avremo saputo sostenere le loro parole trasgressive e se avremo saputo accettare che i nostri schemi, le nostre abitudini ed usanze vengano contestate e ribaltate tutte d’un colpo.

Ogni generazione ha sempre svolto questo compito verso la precedente: ha rappresentato un elemento di rottura, di discontinuità, di cesura con quello che si è sempre fatto. In fondo si progredisce anche così: attraverso idee innovative, pensieri divergenti, parole astruse, passi azzardati e gesti sconsiderati.

Il  “nuovo che giunge” non sempre si incastra alla perfezione negli schemi esistenti, così come non è detto che sia un bene versare vino nuovo in otri vecchi, né cucire una stoffa nuova su un vestito logoro. Talvolta la novità è per sua natura eretica, destabilizzante ed irriverente.

Forse è questa una delle cose più fastidiosi ed irritanti per noi adulti: accorgersi che ci sono parole nuove che le nostre menti non avrebbero mai pensato, che ci sono azioni che mai ci saremmo immaginati di compiere e che tutta questa novità cammina sulle gambe di giovani vite che, senza chiedere il permesso, sconquassano l’ordine delle cose.

Parole d'autore

vittorie e sconfitte

“Nicolas Mahut è un tennista.
Ha 37 anni ed è n° 116 del mondo.

Ieri al Roland Garros ha giocato l’ultima partita da professionista.

L’ultima.

Se avesse vinto avrebbe giocato contro Roger Federer.
Molto probabilmente avrebbe perso, ma avrebbe chiuso la sua carriera da tennista perdendo contro il più forte giocatore della storia.
O forse avrebbe vinto, chi può dirlo.

Nicolas ha perso.

Ha perso contro Leonardo Martin Mayer, n° 51 del mondo.
È scoppiato in lacrime, disperato.

A quel punto è successa una cosa.
Il figlio è corso in campo a consolarlo.

È tutto qui, il senso della vita di un padre.

Qualunque cosa ti succeda, qualunque sconfitta tu possa subire, qualunque schiaffo la vita possa riservarti, l’abbraccio di tuo figlio sarà lì, a ricordarti che l’unica sfida che conta tu l’hai già vinta: quando hai messo al mondo lui.

Il resto è contorno.”

Alessandro Greco

Pensieri e Silenzi

message in a bottle

In certi “tornanti della vita”, quando qualche evento particolare accade nella vita delle persone a cui voglio bene, mi piace scrivere una lettera, un semplice messaggio personale da consegnare all’altro, come testimonianza di affetto, vicinanza e condivisione. Quando ho tempo, mi piace che questa lettera sia scritta su carta, scritta di mio pugno, in modo che anche la grafia esprima quel tratto unico e personale che ciascuno di noi possiede.

Trovo che la lettera possieda qualcosa di intimo e diretto e che esprima una comunicazione “a tu per tu” che altri mezzi, forse più moderni, non sanno manifestare. È  bello un messaggio su WhatsApp, è piacevole sentire la voce dell’amico dall’altra parte del telefono, ma la parola scritta sulla carta mantiene una dimensione di intimità e lentezza che sono ineguagliabili.

Quella parola impressa dalla mano sulla carta conserva un andamento lento e calmo, lasciando tempo all’interlocutore di gustare la parola, di prendersi il suo tempo, di fermarsi quando necessario, di ritornare infinite volte su quella frase o su quella espressione. Puoi leggere, rileggere, ritornare, pensare, sentire, ascoltare, riflettere, e poi ritornare al testo, per continuare il tuo viaggio. Nella lettura di una lettera l’altro è come “messo a suo agio”, concedendo a lui la scelta di come entrare nella comunicazione, come aprirsi all’ascolto e al dialogo.

La lettera possiede questo tratto mite e umile, a cui oggi siamo poco abituati: ci piace ottenere un immediato riscontro a ciò che diciamo; guardiamo ossessivamente a quelle due tacchette vicino al messaggio di WhatsApp,  impazienti che diventino subito blu. Abbiamo bisogno, un bisogno malsano, di riscontri immediati, di evidenze tangibili, i repentini ritorni alle nostre parole. Con la lettera non funziona così!

Scrivi delle parole e le affidi all’altro,  accettando che se ne appropri quando e come deciderà lui, non sai nemmeno se mai la leggerà quel tuo scritto o se invece sarà destinato al cestino. Con la lettera sperimenti l’incertezza del successo, che altro non è che l’affidamento alla libertà dell’altro. Non vedrai la sua faccia quando leggerà le tue parole, non riuscirai ad immaginare quello che pensa, non ti sarà concesso il lusso di provare soddisfazione o rammarico alla consegna del tuo messaggio. L’altro reagirà e ti risponderà nei modi e nei tempi che riterrà opportuno, senza fretta, senza costrizioni e senza vincoli.

Ogni lettera è come un messaggio nella bottiglia, lanciato nel mare della vita: non sai mai su quale spiaggia si arenerà, né di quale umore troverà il suo destinatario, né se mai giungerà a destinazione. Lanci la bottiglia tra le onde e, con speranza e fiducia,  ti affidi al mistero delle correnti.

Parole d'autore

la lingua della gioia

Ciò che avvicina gli amici, che li lega tra loro, è la scoperta di un’affinità interiore, puramente gratuita ma sufficientemente forte per far durare nel tempo l’affetto, la complicità, la relazione e la cura. Se volessimo spiegare che tipo di affinità sia questa, non sapremmo farlo. E questo è vero tanto dell’anonima amicizia che, per esempio, staranno avviando in questo momento due ragazzini dello stesso quartiere, come di quella di Montaigne per Étienne de La Boétie, che spinse il primo a scrivere: «Nell’amicizia, le anime si mescolano e si confondono con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la commessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: “Perché era lui; perché ero io”».

Non ci sono dunque altre ragioni che possano spiegare un’amicizia. L’amicizia è una sorta di fraternità d’elezione. Gli amici sono sorelle e fratelli per la vita; presenze di ogni momento; baluardi discreti, ma irremovibili; fari che lanciano i loro segnali a distanza; compagni di viaggio, anche quando non sono fisicamente al nostro fianco. Gli amici parlano una lingua tutta loro: basta una mezza parola per capire tutto, e i silenzi sono eloquenti quanto le parole. È in questa lingua che si esprime al meglio la gioia.

José Tolentino Mendonça

Pensieri e Silenzi

girando su se stessi

Più passo del tempo con i giovani (in diversi ambienti e contesti di vita) più mi convinco che c’è una grande sfida educativa che interpella noi adulti: quella di aiutare questi giovani uomini a decentrarsi da sé, per vivere una dinamica esistenziale di dono, di incontro, di uscita e di esodo.

Se è vero che l’ipertrofia del sé è da sempre un dato essenziale dei giovani e fa parte di quel compito evolutivo legato alla costruzione della propria identità, è anche vero che oggi questa tendenza sta assumendo dimensioni ed intensità particolari. Ti rendi conto che esiste una immaturità diffusa a motivo della quale i giovani in particolare, ma non solo loro, vivono contemplando il proprio ombelico, accarezzando i propri interessi ed hobby, ruotando come delle trottole veloci e sfuggevoli, ma sempre solo su se stessi.

Non è questione di cattiva coscienza o di indifferenza. È che il loro mondo finisce a 30 cm dal naso e a un metro oltre il proprio ombelico. Esistono prima di tutto loro, i loro bisogni, le loro aspirazioni e le loro necessità, i loro sogni ed aspirazioni, interessi e fatiche. Tutto il resto è come se sfumasse nell’orizzonte, come se si dissolvesse, scomparisse, diventasse qualcosa di irrilevante e che non li riguarda. La situazione diviene assai più complicata quando lo stesso mondo adulto con cui essi si relazionano vive la stessa dinamica, invece di restituire un sano senso della realtà ed attivare una feconda connessione con il mondo. Non è raro che anche noi adulti siamo imprigionati nei medesimi lacci ed ci scopriamo affetti dalla medesima patologia.

Anche gli affetti, per queste nuove generazioni, rischiano di essere vissuti non nella loro naturale dimensioni esodica, di incontro, di gioiosa condivisione e comunione, ma come forme surrogate di narcisismo e compiacimento. “Non amo te,  ma amo il piacere che mi dà l’amarti”  parrebbero dire i loro legami

Rischiamo così di crescere una generazione autoreferenziale, fragile ed insicura, chiusa nel proprio piccolo mondo ed incapace di guardare con coraggio e creatività al futuro.

C’è un compito che resta attuale ed incompiuto per noi, mondo adulto: quello di aiutare questi giovani vite a connettersi, in modo positivo e creativo, con la realtà. È  il compito che ha accompagnato ogni generazione di adulti che è passata su questa terra.

Occorre educare questi giovani promesse a guardare il mondo, a sentire la realtà sulla loro pelle, a percepire i problemi e le sfide. Occorre educare all’esercizio libero della responsabilità, che è la misura autentica della maturità umana. Occorre saper generare connessioni, interrogativi, esperienze, passioni, sbilanciamenti e viaggi, movimenti estroflessi e atteggiamenti di cura.

Come adulti siamo chiamati a saper trasformare il vigoroso ed intenso movimento rotatorio su se stessi in una spinta verso l’altro, verso il mondo, verso il volto di chi è a loro accanto e che interpella la loro libertà.