Affetti e Legami

una somiglianza di cuore

“Una somiglianza del cuore”: un’amica ha definito così quella strana empatia che si crea tra persone che si riconoscono simili, che percepiscono che c’è un comune sentire, una vicinanza degli affetti ed una sintonia dei cuori.

Non so se vi sia mai capitato di ascoltare qualcuno parlare e rendervi conto che quella persona dice le cose come le avreste dette voi, usa le stesse parole, connota i termini della medesima intensità affettiva, sottolinea i verbi che useresti anche tu, entra in risonanza sulle stesse parole. Accade davvero di rado… ma quando accade è qualcosa di straordinario. È come se avvertissi che qualcuno stesse condividendo il tuo stesso universo interiore, la medesima cura per le cose. Capisci che tu e l’altro spartite uno stesso punto di vista sul mondo, osservate la realtà attraverso le stesse lenti, sentite i medesimi profumi e apprezzate i medesimi sapori. Questa singolare affinità non avviene generalmente con coloro con cui sei cresciuto e che con te hanno vissuto giorni e anni. Non è il tempo speso insieme la ragione di questa parentela. Anzi, talvolta, ti sorprende che questo accada proprio con coloro con cui hai fino ad ora spartito ben poco, se non qualche parola o qualche attimo di vita.

Condividere il proprio sentire con qualcuno ti fa sentire meno solo, avverti il senso di una compagnia, di una solidarietà esistenziale. Ti convinci che quello che vivi, per quanto astruso e complicato, non lo è poi davvero così tanto, se è entrato nel cuore e nella mente di qualcun altro. È consolante percepire a pelle che qualcun altro cerca le cose che cerchi tu, si commuove delle medesime poesie, adora le stesse parole, gli stessi suoni, le stesse visioni.

Non chiamerei questa cosa “amicizia”… o almeno non nel senso che solitamente diamo a questa parola. L’amicizia (e a maggior ragione l’amore) si radica nella diversità delle persone, nella complementarietà delle passioni e delle sensibilità, pur nella condivisione dello stesso progetto. Questa è una amicizia “sui generis”, per la quale ciò che generalmente è il punto di arrivo, qui ti viene offerto come dono iniziale, gratuito e libero. La sintonia dei cuori, che costruisci a fatica nel tempo e a prezzo di molte limature, in questi rapporti la Vita te la concede come una benedizione originaria.

Pensieri e Silenzi

gara

Quando Miriam mette il piede sull’enorme tappeto blu che rappresenta il campo di gara, sembra che il cuore ti smetta di battere: sai che è lì sola, insieme alle sue compagne ad affrontare una nuova gara di acrogym. Non puoi fare nulla per lei, se non auspicare la buona sorte. In fondo basta un piccolo errore, una presa mancata, un movimento non fatto alla perfezione e ti bruci mesi e mesi di allenamento.  È affascinante, e per me un po’ ansiogeno, vedere la determinazione sul suo viso, la voglia di farcela, la concentrazione e allo stesso tempo quei piccoli movimenti che tradiscono tensione ed ansia. Vivi per un minuto e mezzo come sospeso nel nulla, concentrato su quel campo di gara dove tutto accade. Quel tappetone blu inghiotte ogni tua energia, ogni pensiero ed ogni attenzione; una sorta di “buco nero” in cui tutto precipita, con vertiginosa velocità. Resti col fiato sospeso fino all’ultimo istante in cui la musica termina e le atlete eseguono il saluto di rito. Solo allora il cuore riprende la sua regolarità, il respiro torna sereno e le mani cessano di sudare.

Sono convinto che sia una grande prova di vita per lei tutto questo: affrontare il giudizio di qualcuno, condensare il lavoro di mesi in tre interminabili minuti, raccogliere le energie, la concentrazione e l’equilibrio per dare tutto in quel piccolo intervallo di tempo. Dimenticare ogni distrazione, ogni pensiero, ed essere solo lì, sul campo di gara, sentire le tue compagne al tuo fianco, avvertire l’adrenalina che ti scorre nelle vene e sapere che il risultato dipenderà solo ed esclusivamente da te, dalla tua capacità e dalla tua concentrazione.

La vita è così: non è un fluire uguale e piatto del tempo, non una indistinta sequenza di eventi. No, alcuni momenti hanno un peso particolare, una profondità unica, una importanza decisiva. Il tempo “fisico” contiene dei piccoli momenti straordinari, momenti di rivelazione di pienezza, di eccedenza e di gratuita.  È la vita che si condensa in grumi di straordinaria intensità, che precipita in qualcosa di profondo e denso, indicibile ed unico.

Questi squarci di luce non nascono dal nulla, ma sono frutto di impegno, sacrificio e fiducia. Si generano quando, lasciati ogni sicurezza, titubanza e timore, ti lasci trasportare in alto mare, dove l’acqua è profonda e non esistono zattere di salvataggio.

Sono felice che, grazie alla ginnastica, Miriam abbia la possibilità di esplorare queste ignote profondità, che si spinga a nuotare dove non tocca, dove è necessario contare sulle proprie energie e sul proprio coraggio. È solo nuotando al largo che ciascuno di noi acquisisce la fiducia in se stessi e nel grande Mare, che, se affrontato con coraggio e preparazione, ti sa sostenere, ti sa portare in alto e restituire, arricchito di umanità, salvo sulla riva.

Parole di carta

i calzettoni della nonna

Come è strano… di una persona cara ci vengono in mente, talvolta, piccoli dettagli, particolari della sua vita, episodi marginali, minimi, che però la nostra mente ha fissato nella memoria, come elementi indelebili.  È come se, rivivendo il film della sua vita, ci restasse impresso, non so per quale motivo, un fotogramma, un piccolo frammento, che conserviamo come un dono prezioso.

È così che di mia nonna mi torna alla mente, tra le tantissime cose di cui potrei parlare, la passione per le calze di lana. Le faceva lei, lavorando a maglia la lana avanzata da qualche maglione. Era diventata una sorta di “produzione in serie”: le calze non prendevano forma, primariamente, perché qualcuno ne aveva bisogno; ma così, come una specie di “scorta per il futuro”, un investimento per il domani.  Sì, perché, di fronte alle nostre proteste sul fatto che i cassetti già straripavano di calze, la sua risposta era semplice quanto disorientante: le calze sarebbero servite anche quando lei non ci sarebbe stata più tra noi, e, quindi, rappresentavano una specie di “assicurazione” per il domani.

Se ci penso, trovo singolare questa sua preoccupazione per il futuro: il suo pensiero era forse il suo modo per prendersi cura di noi attraverso il tempo, anticipando nell’oggi quanto sapeva di non poter più dare domani. Penso sia tipico degli anziani questa “strana” capacità di preparare un futuro che essi non potranno abitare. Questa cura per il domani non era mossa da una preoccupazione o da un’angoscia… tutt’altro… era un modo sereno e fiducioso di preparare l’avvenire, sapendo che, molto probabilmente, lei non ne avrebbe fatto parte.

Questi calzettoni di lana nascevano dalle sue mani come pezzi unici. Anzitutto perché non esisteva alcun modello da riprodurre, ma ogni pezzo era creato sul momento, senza un disegno preventivo; in secondo luogo l’unicità era dettata dalla singolarità del colore: dovendo riutilizzare la lana rimasta da precedenti lavorazioni, non era garantito che le calze fossero tutte dello stesso colore. Capitava frequentemente che la caviglia fosse di una tonalità rosso, la suola di una tonalità diversa e la pianta del piede di un’altra ancora. Sicché ti trovavi spesso ad indossare delle calze “arlecchino” di singolare e stravagante fattura. Poi capitava che una calza si bucasse. Ecco che veniva sottoposta ad una precisa, quanto particolare, forma di rammendo: l’intera parte danneggiata veniva rimossa e sostituita con una nuova, il cui colore, ovviamente, dipendeva dalla lana disponibile in quel momento. Ecco che non era così strano avere delle belle calze blu, con un calcagno color rosso fuoco, frutto di un suo intervento tardivo.

Ancora oggi conservo alcune paia delle sue calze, che custodisco come un carissimo ricordo. Quando le osservo ripenso a due insegnamenti che mia nonna, forse inconsapevolmente, mi ha lasciato.  Ciò di cui ci prendiamo cura diventa, naturalmente ed inevitabilmente, un pezzo unico, particolare e originale. Le cose che ci passano tra le mani non sono mai pezzi fatti in serie, anche se ne produciamo molteplici esemplari. Le nostre mani hanno la capacità di rendere uniche le cose, di trasformare dei gomitoli di lana in piccoli capolavori. La preziosità di quei manufatti non consiste solo nella perizia e nell’arte che ci abbiamo messo ma forse nel fatto che quella persona ci ha messo il cuore, ha realizzato quella cosa come un dono, l’ha pensato come modo per dire affetto, vicinanza e cura. Questo straordinario potere delle nostre mani vale per i calzettoni ma si applica anche a quei legami che reggono la nostra presa ed il nostro tocco.

Vi è una seconda cosa che i “calzettoni di mia nonna” mi hanno insegnato.  Questi pezzi unici, che abbiamo creato, richiedono manutenzione, ossia una cura fedele nel tempo: non basta averli prodotti tanto tempo fa. Occorre avere la premura e la pazienza di aggiustarli nel tempo, di rammendarli e di curarne i danni procurati dall’usura.

I calzettoni con le punte ed i calcagni di diverso colore mi ricordano che ogni legame unico richiede una fedeltà capace di superare i limiti del tempo e disponibile a riparare quanto l’uso ha purtroppo logorato.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese

Affetti e Legami

il ricordo non basta

Questa notte Gino ha raggiunto in cielo la moglie Carla ed il figlio Marco, che lo avevano preceduto nel pellegrinaggio di questa vita.  È una cara famiglia che ora non c’è più, persone a cui avevo legato un pezzo del mio cuore e dei miei affetti.

Con Gino e Carla non se ne vanno solo due meravigliose persone, gente buona e santa, gente di altri tempi gente, solida, granitica, affidabile. Con loro se ne vanno anche due custodi della memoria del figlio, coloro che, forse più di tutti, gli avevano voluto bene e conoscevano ogni suo piccolo difetto e pregio. Certo i fratelli e i familiari coltiveranno e custodiranno, con enorme cura, questo ricordo; ma si sa, il cuore di una mamma e di un papà ha sempre una tenerezza particolare, una speciale sensibilità, una cura ed una dedizione uniche. C’era una specialissima devozione per la memoria del figlio, per ciò che gli aveva detto e fatto; una cura ed un riguardo per gli oggetti che possedeva. Con loro, nella loro casa, Marco continuava a vivere: lo sentivi presente nei luoghi che gli aveva abitato, nelle cose che gli erano appartenute e soprattutto nelle persone che gli aveva amato. Tutto questo ora non c’è più.

Vedi, caro amico Foscolo, tante volte la memoria di una persona non ci basta: essa è talvolta troppo fragile, troppo eterea, fluida, a volte inconsistente. La memoria dei nostri cari è una cosa sacra: è il legame che prosegue nel tempo e nei nostri affetti. Ma, ahimè, ci sono momenti in cui non ci basta, non è sufficiente a soddisfare il nostro desiderio di vita e di legami.

Sì, ci serve di più. Ci serve un abbraccio che ci strappi dall’oblio, una presa forte, capace di superare il logorio del tempo, una casa luminosa dove ogni nostro atto, ogni nostra parola, ogni nostro affetto viene custodito e conservato con immutata cura. Ci serve un porto sicuro, una dimora stabile, due braccia pronte ad afferrarci, quelle stesse braccia che ora stanno stringendo, in un tenerissimo abbraccio, Gino, Carla e Marco.

 

Storia e Tempi

Gianna

Stamattina mi trovavo in ospedale per alcuni esami ed ho incontrato Gianna, una ex collega di mia mamma. Gianna ha sempre avuto un debole per me, già dai tempi delle scuole medie, quando, dopo il collegio, andavo in ditta da mia mamma per tornare a casa con lei in auto.

Gianna, da quando è andato in pensione, fa la volontaria in oncologia all’ospedale di Lodi: ogni mercoledì dedica alcune ore a far compagnia ai malati. Il ruolo le si addice alla perfezione: è una persona aperta e solare, brillante e dalla battuta pronta; penso davvero che il volontariato ospedaliero sia un’ottima opportunità per mettere a frutto i tanti talenti che la Vita le ha dato.

Ci siamo incontrati per caso al bar, mentre facevamo entrambi colazione. Al caldissimo abbraccio iniziale sono seguite lodi sperticate nei miei confronti, a riprova che la stima di un tempo non è mai venuta meno. Ovviamente la cosa ti mette un po’ a disagio, ma in fondo in fondo fa anche molto piacere. È davvero bello e consolante incontrare ogni tanto qualcuno che ha una stima alta, perfino eccessiva, di te; fa bene alla tua autostima parlare con qualcuno che vede in te cose grandi, anche troppo, cose che noi magari non scorgiamo più.

Per chi, come me, ha sempre il livello di autostima ai minimi sindacali, queste persone sono una benedizione per la giornata, una carezza data sul volto, una pacca sulla spalla che ci ricorda il nostro valore e le nostre ricchezze.

Sottovalutiamo sempre il potere dei nostri apprezzamenti e l’effetto balsamico che possono avere le nostre parole, capaci di lode e considerazione. Dovremmo imparare a scambiarci più frequentemente gesti e parole di stima, non per una affettazione rituale, ma come sincero riconoscimento della bellezza della persona che ci sta di fronte. L’incontro con Gianna è stato come assumere una dose massiccia di serotonina, che mi hai illuminato la giornata e mi ha riscaldato il cuore. Grazie Gianna!

Pensieri e Silenzi

arbitri

Nel campionato di minibasket la federazione non nomina un arbitro ufficiale, sicché Davide ed io ci ritroviamo spesso a fare gli arbitri, durante le partite che giochiamo in casa. Mi capita così di dover fare i conti con l’applicazione delle “norme”: in fondo, durante una gara sta a te decidere se e come applicare la regola, in che modo interpretare il regolamento, quanto essere fiscali e quanto invece essere di “manica larga”.

La cosa non è per nulla facile, soprattutto quando hai a che fare con dei ragazzi: è sempre complicato stabilire cosa sanzionare e cosa no, quando essere severi e quando “chiudere un occhio”. Basta giocare una partita con un arbitro che non sa “porre la corretta asticella” e ti rendi conto di come la partita può cambiare natura: può diventare una partita di rugby, in cui tutto è permesso, oppure un incontro di “educande”, dove ogni contatto il proibito.

Come sempre “in medio stat virtus”, ma come capire bene dove stia questo “medium” non è facile. Talvolta mi accorgo di essere un po’ troppo severo, di censurare anche la minima infrazione; altre volte, preso da uno slancio di buonismo, sono più clemente e conciliante. Il punto è che non esiste una risposta perfetta per tutte le situazioni: occorre sapersi adattare ed interpretare ogni gara. Quando una squadra è giovane ed i giocatori molto principianti, un po’ di flessibilità aiuta. Quando i giocatori sono più esperti e smaliziati, fischiare più spesso incoraggia un gioco corretto e rispettoso dell’avversario. Non faresti il bene dei ragazzi se fossi eccessivamente fiscale con chi è principiante né, per opposto, se fossi troppo accomodante con chi sa giocare.

È tutta una questione di misura: quella di lasciare il giusto scarto tra “ciò che si è” e “ciò che si può essere”. Se questa distanza è eccessiva, si rischia la frustrazione; se è troppo poca, l’inefficacia educativa.

Come nel basket, così nella vita: saper riconoscere quanto tendere l’elastico affinché, senza spezzarsi, mantenga una tensione positiva è il dilemma di ogni educatore. Ma, forse, in fondo, di ogni uomo.

Affetti e Legami

come un fiume carsico

C’è una grande fame di relazione, di calore umano, di confidenza. Viviamo tutti connessi ai social network, sempre online, sempre in contatto con gli altri e poi ci troviamo soli davanti al nostro smart-phone.

E così quando qualcuno ci offre il suo ascolto e la sua cura ci troviamo spiazzati, increduli, quasi trasportati in un territorio inesplorato e nuovo, affascinante e rassicurante. Sperimentiamo l’umanità dell’altro, la sua sensibilità, il suo calore accogliente e le sue piacevoli premure. È così che tutta la nostra fame di legami riaffiora improvvisamente, riemerge come un fiume carsico che nessun social ha saputo né potuto prosciugare.

È davvero incredibile come, immersi come siamo in un flusso continuo di informazioni e di dati, ci ritroviamo poi sguarniti ed impreparati sulle cose più vere ed importanti, quelle più vitali e basilari. Siamo informati su qualunque cosa, conosciamo tutti gli ultimi modelli di tablet e cellulari e poi soffriamo un analfabetismo affettivo e relazionale: siamo come quegli scolari a cui toccano i corsi di recupero per riapprendere quel minimo di grammatica che permette loro di parlare e di comunicare.

Ci serve una rieducazione all’abc degli affetti e dei sentimenti, una iniziazione a quanto abita il nostro cuore, a quell’insieme magmatico e caotico di cose che attraversa la nostra anima e alberga nel nostro spirito.  Occorre riprendere l’arte antica del racconto, dell’autobiografia, grazie alla quale ciascuno è ri-abilitato a dare un nome alle cose, ai propri sentimenti e stati d’animo. Dobbiamo tornare ad usare la parola come il solo strumento in grado di penetrare le oscurità del cuore, di accedervi una fioca luce e di ritrovare un senso ed una direzione a quello che stiamo vivendo.

Affetti e Legami

la mia magnolia

dedicato a Monica

In giardino ho una bella pianta di magnolia, che d’estate fiorisce con qualche fiore bianco e dal profumo intenso.

Dalla terrazza di casa si riesce ad osservare la “vita” che avviene tra i suoi rami: c’è sempre un gran movimento di uccelli che trovano riparo tra le sue fronde, frescura nel caldo estivo o una dimora per la notte. Alcuni sono di passaggio, altri vi stazionano in modo fisso.  La Magnolia non bada a queste sottigliezze e, con generosa disponibilità, accoglie tutti quanti, senza chiedersi se ci staranno per poco o per tanto tempo, né quando se ne andranno, né se mai torneranno. Essai offre un riparo gratuito e prodigo a tutti coloro che passano tra i suoi rami, senza pretendere il visto di ingresso né la tassa di uscita. La disponibilità concessa ad albergare tra le sue fronde è per lei un atto naturale, che compie senza sforzo o peso. Appartiene, in un certo qual modo, alla sua natura, al semplice fatto di esserci e di abitare questo mondo.

Amo questo suo stile “naturale” di accoglienza, perché è segnato da un profondo senso di libertà: stare tra i suoi rami è una scelta che essa generosamente lascia i suoi ospiti: non forza né l’arrivo né la partenza, non si lamenta se qualche corvo si trattiene più a lungo o se qualche passerotto oggi non si è fatto vedere. Non brontola per le foglie che vengono mosse o rovinate e neppure protesta per i rami gravati del peso dei volatili. In fondo non nutre attese o aspettative verso i suoi ospiti, non attende risultati, conferme o gratifiche. Sta lì, disponibile per chiunque, in qualunque ora del giorno e della notte.

Tuttavia la mia magnolia sa che anche per lei la natura ha fissato dei tempi e dei ritmi: c’è il momento di accogliere, quando il caldo dell’estate reclama sollievo, ed il momento del riposo, durante le fredde giornate invernali. Il suo non è un servizio 24 x 7, 365 giorni all’anno. La natura ha stabilito bene ogni cosa, prevedendo anche per la mia magnolia il tempo del riposo e della rigenerazione.

Quanto mi piacerebbe assomigliare un poco a lei, essere capace di un’accoglienza libera e generosa per le persone che vivono con me; saper accogliere chiunque senza condizioni, senza preclusioni, senza chiedere “perché?  per quanto? fino a dove? ritornerai? “. e nello stesso tempo saper riconoscere ed accettare i tempi per se stessi, per la propria ripresa e ricarica. E farlo senza sensi di colpa, senza frustrazioni, silenziando quell’istinto suicida che ci fa sentire onnipotenti.

La Magnolia del mio giardino mi educa ogni giorno al gesto nobile e faticoso dell’accoglienza: mi insegna a prendere senza trattenere ed accompagnare senza possedere.

Parole d'autore

piano inclinato

Oggi rilancio qualche stralcio dell’editoriale di Repubblica a firma di Mario Calabresi, che trovo lucido e stimolante

“Viviamo tempi davvero difficili, in cui le democrazie e la coesione sociale sono sempre più fragili, tempi di polarizzazione e barbarie, di muri, di paure e rabbia. Tempi che richiedono generosità, pazienza, capacità di alzare lo sguardo e coraggio. Il coraggio, prima di tutto, di mettere da parte gelosie, rancori antichi, calcoli di piccola bottega e ridicole prove di forza. (…)

 Farebbero bene [i politici di sinistra] a non scambiare il silenzio dei loro elettori per assenso, quel silenzio è invece pieno di preoccupazione, di angoscia, di smarrimento. Farebbero bene a non calcolare possibili vantaggi elettorali contando su quelle donne e quegli uomini, perché molti di loro non li seguiranno, né da una parte né dall’altra. E a nessuno interesserà il rimpallo delle accuse. (…)

Non vincerà questa sfida chi terrà il punto fino all’ultimo, chi si mostrerà più risoluto e deciso, ma chi sarà capace di un gesto di apertura, di generosità e di composizione. Lasciate stare le vostre aritmetiche e aprite gli occhi, guardatevi in giro, uscite di casa, alzatevi da quei tavoli su cui fate strategie perdenti e mettetevi in ascolto. Basterebbe una passeggiata di un’ora per capire, basterebbe osservare il piano inclinato su cui sta scivolando il continente per rinsavire.”

Storia e Tempi

semplicemente uomini

A volte è più facile di quello che si pensa. Forse è il fatto che si tratta di una cosa “nuova” che ci rende sospettosi e ansiosi. Ma alla prova dei fatti il tutto avviene con maggiore semplicità e naturalezza di quanto ci saremmo aspettati.

Quando Mokhtar, Abraham, Ruhullah, Emmanuel ed Ibrahima hanno varcato la soglia del salone, ho colto un po’ di disagio, sia in loro, cinque ragazzi profughi ospitati in una struttura in paese, sia nei giovani del mio gruppo oratoriano, con i quali avevamo organizzato questa cena di conoscenza e condivisione. D’altra parte cosa possono avere in comune una ventina di giovani, perlopiù universitari, cresciuti nel ricco Occidente, e cinque giovani fuggiti dai loro paesi, da fame e guerra, partiti da Niger, Costa d’Avorio e Pakistan, e giunti, dopo qualche odissea, in Italia? Ci può essere davvero un punto di contatto, quando la lingua, la religione, le tradizioni e le usanze sono così diverse?

Il piatto di pasta è stato l’occasione per le classiche domande di rito: età, professione, provenienza, passioni, interessi etc. E così inizio a scoprire che Mokhtar, avoriano, ha poco più di vent’anni, faceva il meccanico in Africa e parla un italiano stentato ma comprensibile. Emmanuel, di qualche anno più vecchio, viene dal Niger, faceva il piastrellista, come suo connazionale Abraham, e si trova in Italia da circa 6 me mesi. Ruhullah, forse il più giovane del gruppo, sguardo vispo e occhio sveglio, è ventenne, viene dal Pakistan, si occupava di sicurezza (non so esattamente cosa significhi…), parla un buon inglese ed un discreto italiano.

Dietro questi volti, colorati con tonalità assai diverse di marrone, iniziano ad emergere storie, identità, briciole di racconti; emergono soprattutto giovani uomini, un po’ frastornati, scaraventati in un ambiente e in un contesto che non è il loro. E così si sciolgono sorrisi, semplici contatti, gentilezza ricambiate, sguardi d’intesa. Il clima lentamente si scioglie, le difese si abbassano e il mutuo sospetto gradualmente scompare: senti che il tono delle voci diviene più “naturalmente caotico”, il vociare aumenta, i discorsi si sovrappongono e si mischiano, a conferma di un clima più rilassato e familiare.

Ma è il gioco della tombola, che iniziamo dopo il caffè, ad essere il vero volano della serata: sarà che il gioco, come ogni gioco, sa creare complicità ed intesa, ma immediatamente avverti che l’ambiente si stia “scaldando”: i gesti e le parole si fanno più fluide ed immediate ed i sorrisi e le risate stemperano paure e sospetti.

Non so, forse sono un po’ troppo ottimista ed ingenuo, ma penso che, una volta superati differenze e resistenze, pregiudizi e schemi mentali, esista uno spazio nel quale ci possiamo riconoscere “semplicemente uomini”, abitati dalla stessa Vita, fatti della stessa Carne, mossi dagli stessi sentimenti e passioni. Credo che ci sia un luogo, oltre i muri della reciproca indifferenza e sospetto, nel quale percepiamo, sulla nostra pelle, di essere tutti i “figli Adamo”, ossia fatti tutti della “stessa terra” (“adamah” significa “terra” in ebraico), abitanti dello stesso mondo, comparse dello stesso dramma, corresponsabili ciascuno della vita dell’altro.

L’ambizione è che un buon piatto di pasta sia stato per i “miei” e per i “loro” ragazzi l’occasione per sperimentare un barlume di questa fratellanza esistenziale e planetaria, un piccolo momento nel quale la comune umanità è stata capace di rompere muri e creare ponti.

Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Sì, caro fratello Caino, nostro gemello nella vita, tu sei davvero custode di tuo fratello!