Storia e Tempi

piccoli semi

Anche quest’anno arriverà la Pasqua; giungerà con il suo passo gioioso che accompagna l’inizio della primavera; arriverà con il suo bagaglio di speranza, come la promessa di una esistenza piena e felice. Ma il suo arrivo, anche quest’anno, non sarà nella forma del trionfo, dell’acclamazione, della vittoria plateale ed inebriante… non è questo il suo stile..

Anche quest’anno la Pasqua giungerà come un piccolo e tenero germoglio che affiora sul ramo, come un canto lieve e sussurrato da ascoltare con attenzione e silenzio, come un cinguettio che rischia di essere ignorato o coperto da altri suoni. Non sarà una stretta di mano vigorosa o un abbraccio che stritola; assomiglierà di più ad un tocco leggero, quasi uno sfioramento impercettibile, una carezza tenera e delicata che lambisce la pelle senza quasi lasciare il segno.

La Pasqua non giunge mai come un frutto maturo ma come un piccolo seme, mai come un evento glorioso ma come una promessa, quasi un presentimento di bene e di futuro. Il suo arrivo non è accompagnato da suoni di tromba… anzi la sua presenza deve essere ricercata, scovata tra le pieghe della vita, stanata negli eventi piccoli e grandi che accadono, in quelle minuzie che ne lasciano intravedere l’avvento e ne promettono la realizzazione. La Pasqua è così, una germinazione di speranza della Storia, un piccolo fiore che sboccia talvolta non visto, una novità che seduce e lusinga senza nulla garantire.

Ne avete pregustato l’arrivo anche nella vostra esistenza? In quel gesto di calore rivolto al collega d’ufficio, in quell’incoraggiamento dato a chi ha il passo stanco e lento, in quell’incontro che ha scaldato il cuore, nell’incrocio di due occhi innamorati rubati di sfuggita in metropolitana, in una gentilezza inattesa, in un abbraccio che ti ha illuminato la giornata, in una piccola speranza nata nel cuore affranto e capace di riaccende la fede… ne avete rintracciato l’accadimento in quel gendarme che in Francia ha dato la vita in cambio di un ostaggio, in quel gesto tanto umano da divenire divino, da testimoniare, con straziante dolore, che la Vita è più forte della morte, che la fiducia spezza la paura e che il futuro è un bene promettente?

La Pasqua è in tutto questo, in quel dinamismo di rinascita che anima le esistenze, le storie, le vicende; la Pasqua è una Forza tranquilla ma determinata: si è sprigionata da un tomba lasciata vuota duemila anni fa e attraversa, con solerzia e vigore, la Storia e le storie, contagiando con il suo “gemito di nascita” le vite di tutti noi. Auguri!

Affetti e Legami

rendersi inutili

Non se vi è mai capitato con un figlio, un nipote o un figlio di amici di insegnare ad andare in bicicletta. È un passaggio sempre molto atteso dai piccoli ma carico anche di ansia da parte dell’adulto che partecipa a questa esperienza di iniziazione. 

Vi è una gradualità nell’insegnamento che occorre rispettare, pena il fallimento del tentativo. Dopo aver spiegato come stare saldamente sulla sella della bici e a tenere forti le mani al manubrio, inizi a tenere con vigore l’apprendista ciclista in modo che familiarizzi con i pedali e con il movimento delle gambe. Lo devi tenere stretto stretto perché quello mica sa restare in equilibrio: senza il tuo sostegno precipiterebbe vergognosamente a terra. Quando l’esercizio lo rende un po’ più sicuro allora anche la presa si può lievemente allentare: sarà forte durante la partenza ma man mano che il giovane ciclista prende velocità può divenire più lieve, tanto ci penserà la fisica a tenerlo in equilibrio. Certo è che devi essere pronto e reattivo per la frenata: quello è un altro momento critico che richiede tutto il supporto dell’allenatore.

Con il tempo che passa anche la pedalata si fa più sicura sicché la tua presa diviene quasi impercettibile, come fosse solo una sorte di rete di sicurezza per eventuali cadute ma, in realtà, assolutamente ininfluente. Giunge poi il momento che l’abilità dell’aspirante ciclista è tale che è possibile solo una cauta osservazione a distanza: ogni altro intervento o contatto sarebbe solo di fastidio e, a ben vedere, pericoloso.   

Funziona così anche per le nostre relazioni di cura, verso i figli o verso chiunque sia affidato alle nostre premure: si inizia con una “marcatura stretta”, “a uomo” si direbbe in termini cestistici; poi si passa ad un controllo più blando e rilassato; poi ancora la marcatura diviene “a zona”, concedendo all’allievo margini di manovra e di autonomia. Giunge poi il momento in cui occorre lasciare andare la persona, concedendogli la libertà necessaria per procedere in solitudine ed autonomia, senza lacci o prese inopportune, senza vincoli o paure indotte.

È il momento, spesso doloroso, della ritrazione e del passo indietro; sono gli attimi in cui sei chiamato a sperimentare quel senso urticante di inutilità e di inefficacia. Abbandoni il campo, lasci la presa, termini il tuo compito. Non è un momento facile perché dà un senso di potere e di valore sentire che il ciclista pedala perché sostenuto dalla tua presa; è doloroso riconoscere che viene il tempo in cui non solo quella presa è inutile ma rischia di essere pure dannosa.

È un compito faticoso ed ingrato quello dell’educatore: chiamato a spendere energie per rendersi inutile, in un apparente controsenso logico. Tanta fatica per accorgersi che raggiungi la tua meta quando la tua presenza non è più necessaria, né auspicata.

Storia e Tempi

entrare in partita

Si fanno insistenti gli appelli affinché coloro che sono stati sconfitti nelle recenti elezioni politiche (in particolare il partito democratico) “tornino in partita”, “scendano dall’Avventino” ( e altre espressioni simili), ossia che inizino a trattare per contribuire (o per lo meno influenzare) alla formazione del nuovo governo.

Ora, senza voler entrare nel merito (personalmente credo che gli elettori abbiamo chiaramente deciso chi si debba assumere il ruolo del governo e chi è chiamato ad una opposizione, speriamo costruttiva), la cosa che mi convince poco è l’idea che soggiace a questi appelli (detto tra noi, spesso fatti da persone che fino a ieri hanno osteggiato e denigrato il partito a cui ora rivolgono accorati appelli.. ma va beh… sorvoliamo..).

Infatti il retro-pensiero di questi dotti intellettuali è che si “sia in partita” solo sedendo sui banchi del governo o contribuendo alla sua nascita. Idea stravagante in un regime democratico, non trovate? Il governo ed una maggioranza esistono in tutti i sistemi politici (anche le dittature hanno governi e maggioranze). È la presenza ed il ruolo dell’opposizione che qualifica un sistema democratico: solo in democrazia abbiamo qualcuno che governa e qualcuno che controlla dall’opposizione. Quindi questa idea che per “giocare il gioco” della democrazia occorra necessariamente partecipare al governo mi pare quanto meno bizzarra. Ricordo che il partito comunista fece opposizione per molti decenni e credo nessuno si sogni di dire che sia stato un attore marginale della storia politica di questo paese. Se invece, con tutti questi appelli, si vuole incoraggiare ad esercitare una opposizione vigile e responsabile, allora è tutta un’altra musica…

Questo preconcetto mi sa tanto  triste eredità di una visione un po’ aziendalista della politica: nei consigli di amministrazione i ruoli di minoranza sono spesso, non solo scomodi, ma anche ininfluenti. Non così in democrazia! Si ci può prendere cura del Paese anche sedendo sui banchi dell’opposizione, controllando, incalzando, stimolando e preparando una credibile alternativa a coloro che si apprestano a prendere le mani le redini del Paese.

Storia e Tempi

vivere in vetrina

Assisto con sconcerto e disorientamento alla perenne telenovela di Fedez e della gentile compagna, in occasione della nascita del primogenito. Puoi cercare in tutti i modi di starne alla larga ma, ahimè, il racconto infesta siti internet, pagine dei giornali ed i servizi televisivi. È una campagna metodica, battente, fatta con scientifica precisione: quella di immortalare ogni attimo della vita del pupo e dei due neo genitori… ogni giorno un gesto, uno sguardo, una diversa inquadratura. C’è il senso di una presenza costante, immobile, quasi ossessiva; un’esposizione all’obiettivo della telecamera che è talmente continua da divenire un po’ stucchevole.

Ma mi chiedo: perché uno si presta ad un tale gioco? Mi sono venute in mente diverse ipotesi. Potrebbe essere una forma di narcisismo eccessivo, un bisogno compulsivo di essere sempre al centro dell’attenzione, di mostrare e di mostrarsi, in una perenne “candid camera” che trascende ogni limite e confine. Diviene una specie di pornografia dei sentimenti: ogni gesto, ogni carezza, ogni abbraccio diviene occasione per riaccendere l’attenzione morbosa dei media sulla propria vicenda. È come vivere in una vetrina dei grandi magazzini: la tua vita diviene un prodotto da vendere, un bene di consumo, da godere finché ce n’è.

Una volta questa cosa la si sarebbe chiama in un modo solo: mancanza del pudore. Badate bene: il pudore non è affare da educande impacciate e timide. Non ha nulla a che vedere con il sentimento della vergogna: il pudore esprime il senso del proprio valore e della propria dignità che non può divenire oggetto di appetiti e voglie improprie. Il pudico è chi sa che la propria persona non è riducibile ad una certa “quantità” di carne e di pelle e che il velamento del proprio corpo serve a sancirne la irriducibile trascendenza.

Vi è pure una seconda ipotesi plausibile per tutta questa ostentazione: il denaro, il solito ed eterno dio soldo. Può essere… ma sarebbe davvero triste una coppia che “vende” il proprio figlio per aumentare le proprie entrate, quasi fosse uno spettacolo da baraccone da mostrare ed esibire.

Lo so… faccio fatica ad ambientarsi nel nuovo contesto social… Per me un abbraccio mantiene un sapore di miracolo e di estasi; il sorriso di un bambino appena nato conserva il gusto di un Accadimento di Grazia… mi disturba questa banalizzazione dei sentimenti e commercio degli affetti. Mi pare un suk deprimente e degradante da cui tutti ne usciamo, in qualche modo, sconfitti.

 

Parole di carta

costruire cattedrali

Ci siamo lasciati alle spalle un’accesa campagna elettorale, qualcuno dice la peggiore della storia della repubblica ma direi che è inutile rivangare il passato. Anche sugli esiti lascio a voi il giudizio: sui giornali ed in televisione abbiamo letto ed ascoltato le più disparate interpretazioni e considerazioni, alcune, secondo me condivisibili, altre decisamente opinabili.  Siamo a metà del guado (per lo meno mentre scrivo questo pezzo) ed è difficile prevedere che sbocchi avrà lo scenario politico. Tuttavia di una cosa possiamo essere certi: il voto del 4 marzo scorso è stato un voto “epocale”, non nel senso di straordinario o anomalo, ma nel senso che ha segnato il passaggio ad una nuova epoca politica, quasi un nuovo ’94: nuovi protagonisti, nuovi rapporti di forza, nuove prospettive ed un nuovo modo di fare politica. Quando accadono queste cose è sempre difficile dare giudizi e valutazioni, è sempre troppo presto: lo sforzo da fare è quello di comprendere, capire, leggere l’accaduto e tentare di individuare la nuova grammatica attorno alla quale si costruisce il racconto.

Passato il rush e la frenesia della “raccolta del consenso” penso sia urgente ed indispensabile alzare lo sguardo e tentare di osservare il mondo che sta al di là del nostro naso, oltre quella spanna a cui ci costringe la nostra vista un poco miope. Dobbiamo pensare all’Italia che vogliamo nel 2040: guardate che non è così in là nel tempo, arriverà presto ed è nostra responsabilità prepararla adesso. Un po’ inevitabilmente ed un po’ colpevolmente la recente campagna elettorale ci ha spinti tutti, chi più chi meno, a contemplarci le punte dei piedi, nella ricerca di soluzioni a brevissimo termine che risolvessero nell’immediato problemi complessi e radicati.  Così si spiegano le boutade propagandistiche di difficilissima realizzazione, fatte solo per racimolare qualche voto in più e lisciare un po’ il pelo alla montante insoddisfazione.

Bene: credo che sia venuto il tempo di andare oltre, non per fuggire i problemi minuti e cocenti della quotidianità, ma per recuperare il senso di un percorso storico più ampio ed aperto, che ci sappia proiettare nel Paese che vogliamo trovare tra vent’anni e che lasceremo in eredità ai nostri figli. Di cosa parlo? Beh, di molte cose: ne accenno qui solo a quattro che mi paiono sfide irrinunciabili e feconde.

Primo: L’Istat ha confermato che la popolazione al 1 gennaio 2018 si è ridotta di quasi 100mila unità sull’anno precedente (-1,6 per mille). Si tratta della nona consecutiva diminuzione dal 2008. L’età media della popolazione supera i 45 anni: al 1 gennaio 2018, il 22,6% della popolazione aveva un’età superiore ai 65 anni, mentre solo il 13,4% aveva meno di 15 anni. Lascio a voi immaginare l’effetto a lungo termine di questa situazione: sostenibilità del sistema previdenziale, della sanità pubblica ed una ineludibile marginalità del sistema Italia (nessun Paese sa essere innovativo con una popolazione anziana…ahimè…). Il tema della natalità non può più essere relegato come “roba da esperti”: qui è in gioco la sostenibilità della nostra convivenza. Direi la nostra stessa sopravvivenza.

Secondo: la globalizzazione ha aumentato la ricchezza mondiale ma ha esasperato la disomogeneità nella distribuzione della ricchezza: chi è ricco diviene sempre più ricco e chi è povero finisce escluso, emarginato, “scartato” come ama dire Francesco. Questo non solo tra Nord e Sud del pianeta ma che nel nostro Paese. Non è immaginabile un futuro in cui pochi avranno troppo e troppi non avranno nulla…. Se non metteremo mano a questa disparità saremo destinati ad assistere a sempre crescenti migrazioni, tensioni sociali, scontri e violenze.

Terzo: l’Italia ha un enorme problema in tema di investimento per conoscenza e cultura. La competizione mondiale deve avvenire sempre più su fasce alte di competenze e professionalità: il nostro Paese non può competere con Paesi il cui costo della vita (e del lavoro) è un decimo o, addirittura, un centesimo rispetto al nostro. La chiave del nostro successo passa inevitabilmente attraverso attività di alto valore aggiunto. La capacità ed i talenti non ci mancano: manca piuttosto un “sistema Paese” che investe e sostiene ricerca, conoscenza e formazione.

Quarto: ogni bambino che nasce in Italia ha già un debito di 40.000 Euro. Ogni bambino che nasce in Norvegia ha un patrimonio di 161.000 Euro. Capite che se non si rimuove questa zavorra immensa che abbiamo ai piedi, ogni soluzione ai problemi viene compromessa, se non resa vana.  Il tema del debito pubblico non è un problema dell’Europa o dei burocrati comunitari: esso ci riguarda in prima persona. È come affrontare una corsa in cui gli altri corrono con le scarpe da ginnastica e noi con una palla da piombo ai piedi.

Ora: alzi la mano chi ha sentito parlare di una di queste questioni in campagna elettorale! La ragione è presto detta: non ci sono soluzioni semplici e a breve termine da mettere in pratica. Occorre visione, progettualità, tenacia e capacità politica. Purtroppo queste dimensioni elettoralmente non rendono, non portano voti.  Peccato che siano però quelle sfide che decreteranno il successo o il fallimento del nostro sistema Paese.

Secoli fa, i nostri avi avevano il coraggio di costruire cattedrali. Non so se ci avete mai pensato ma non era affatto una operazione semplice ed agevole: richiedeva fatica, investimento, passione, grandi sacrifici, anche perché durante la costruzione si attraversavano guerre, carestie e pestilenze. Ed i nostri progenitori mica le costruivano per loro stessi: molti di loro non l’avrebbero mai viste terminate…no, costruivano per i loro figli, i loro nipoti e chi sarebbe venuto dopo. Gli uomini del passato avevano il coraggio di investire su progetti a lungo termine, idee che avrebbero portato benessere, anche se non subito. Senza questo atto di speranza e di futuro oggi non avremmo la gioia di contemplare il Duomo di Milano, Santa Maria del Fiore a Firenze o San Pietro a Roma. Ecco, è tempo di ricominciare a costruire cattedrali, di fare progetti che oltrepassino l’angusto confine dell’immediato, del qui-ed-ora, della resa semplice ed istantanea. Dobbiamo riprendere a costruire cattedrali, per noi stessi, per i nostri figli e nipoti, per coloro a cui consegneremo questo amato Paese.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchioMese

Parole d'autore

LA VITA A COLORI

Ebbene sì! Ci siamo! Il prossimo 5 aprile esce in libreria il mio primo libro “La vita a colori – storie da un insolito blog” edito da EDB.

Ringrazio Maria Teresa che ha presentato il mio libro con questo articolo, pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchioMese:

 

Aria di primavera, tempo di novità. La nuova stagione si fa attendere, ma sono sufficienti i primi “sintomi” di rinascita per farci ben sperare che il tepore e il bel tempo arrivino a rasserenare l’umore e le nostre giornate. Primavera è calore e colori, nuove idee e voglia di uscire, più luce, giornate più lunghe. Basta poco per “vivere” con più passione ed entusiasmo gli impegni di ogni giorno. E poi c’è il desiderio di qualcosa di nuovo, ci si predispone ad attendere sorprese, a ri-vivere belle emozioni.

Tra le novità che attendo di pregustare nei prossimi giorni c’è l’uscita del libro di un amico. E’ insolito e piacevole trovarsi a festeggiare un evento simile, non è certo cosa da tutti i giorni. Il libro si intitola “La vita a colori”, l’autore è Marco Zanoncelli.  Per chi è appassionato di lettura e ha fatto scorrere tra le sue mani decine di libri, credo sia un’emozione indescrivibile arrivare a vederne pubblicato uno proprio… Il libro è un oggetto straordinario, suscita emozioni e sensazioni che ci formano, sedimentano, vengono dall’intimo più nostro e lì vi ritornano in un moto circolare dell’animo. La lettura è una passione che accompagna il nostro modo di sentire, pensare, esprimerci. Ci cattura e permette l’accesso ad altri mondi, ad altre storie, ad altri tempi. E’ svago, sospensione, rapimento.

“La vita a colori” nasce dalla passione di Marco per la scrittura. E’ sostanzialmente la pubblicazione di una raccolta ragionata dei post precedentemente pubblicati sul suo blog, ovvero una pagina virtuale che Marco ha definito “un piccolo spazio per custodire il senso ed i sensi della vita” e che viene quotidianamente aggiornato e arricchito di nuovi pensieri.  Nel blog vengono affrontati gli argomenti più disparati, dai più personali a quelli più pubblici ed attuali a seconda dell’ispirazione del momento. Sono racconti, riflessioni, citazioni su temi della vita quotidiana con l’intento di fissare immagini, parole e narrazioni e di trovarne il senso più vero e profondo.

Mi vien naturale pensare ad una similitudine con la fotografia. Ogni post è come un’istantanea, un clic in grado di catturare volti e situazioni; la narrazione è il linguaggio evocativo che dà vita ai molteplici e soggettivi significati.

Di questo modo di scrivere apprezzo soprattutto lo sguardo di Marco sulle persone e su ciò che gli accade intorno. E’ uno sguardo aperto ed amplificato, capace di leggere nel profondo i sensi e i significati dietro le apparenze. E’ uno sguardo attento, che va oltre il primo giudizio e descrive le variopinte sfumature di una particolare realtà, sia essa un incontro, una notizia, un evento, un successo o una difficoltà da condividere.

Mi colpisce e incuriosisce quanta vita e quanta storia (quante storie) possano esserci dietro uno sconosciuto incontrato sul treno o una frase letta sui muri o un fatto di cronaca ascoltato al tg, i gesti di un allenatore, la cura di un vicino di casa per il suo giardino. E’ il modo di “guardare” che cambia le cose e che talvolta può anche cambiare noi stessi; è la prospettiva del voler trovare un senso che ci aiuta ad andare oltre le apparenze.

I contenuti di questo libro appartengono certamente alla vita di Marco, poiché sono raccolti attorno ad alcune dimensioni/capitoli che, come dice l’autore, “disegnano i miei legami”: sentimenti, parole, gesti, figli, addii, persone, interiorità, luoghi e vita quotidiana. Non sono però forse gli aspetti che “disegnano” la vita di ciascuno? E’ facile riconoscersi in queste dimensioni e trovare lì un’occasione per condividere un pensiero, approfondire un’idea, farsi un’opinione, approvare, dissentire, partire per un piccolo percorso di ricerca…

Ci sono alcune parole che, a mio avviso, rappresentano il filo conduttore del libro di Marco, un leit motive dei suoi racconti.

La prima parola è “legami”. E’ una costante nei post di Marco, nel libro si incontrano tantissime persone, alcune più legate alla sua dimensione famigliare, altre appartenenti a cerchie più ampie di relazioni. Vi è un modo, nel libro, di intendere i legami che è tutto da scoprire, un sentiero da percorrere.

La seconda parola è “custodire”, parola cara all’autore. Ogni racconto è una finestra aperta su un altro mondo, nel pieno rispetto della sua diversità e quindi unicità. La custodia è la dimensione di chi accoglie qualcuno o qualcosa e se ne prende cura, scommette sui germi di bontà che si nascondono in ogni realtà, ha uno sguardo lungimirante e fiducioso per nel futuro.   

La terza parola è “soglia”. Mi piace pensare a questo luogo come il punto di osservazione privilegiato da cui guardare il mondo nello stile dei racconti del libro. La soglia sta in mezzo tra il dentro e il fuori; è un luogo di passaggio, un punto in comune, una mediazione tra due opposti. Stare leggermente al di qua o leggermente al di là cambia di molto le cose; sposta il giudizio. Guardare dalla soglia significa rimanere aperti a questo esercizio: mirare lo sguardo in diverse direzioni e cambiare punti di vista. Si possono cogliere molte variopinte sfumature di una stessa realtà.

Perché scrivere?

Chi scrive lo sa: la scrittura fa sintesi, interpreta, aiuta. La scrittura guarisce. Come dice l’autore “è un’amica discreta che mi aiuta a tenere gli occhi aperti sulle cose e a saper guardare oltre. La scrittura mi guida alla scoperta di un senso che abita le cose; essa mi educa alla meraviglia dell’essere e allo stupore per l’esistente.”

“La vita a colori” vuole aiutare a scorgere nelle piccole e banali cose che ci accadono quel senso bello che apre lo sguardo e dona colore alla vita.

Maria Teresa Malvicini

Il libro sarà disponibile a partire dai primi di aprile nelle librerie e su internet, attraverso le tradizionali piattaforme di vendita.

Affetti e Legami

l’abisso che ci divide

A volte mi chiedo se amare qualcuno non significhi proprio patire con struggente dolore il senso dell’abisso che vi divide, di quella radicale diversità che abita la vostra relazione, quell’abisso che separa la tua vita dalla sua, il tuo modo di sentire dal suo. Amare qualcuno a volte ha poco a che fare con il romanticismo dei baci perugina, con quel sentimento di attrazione, emulazione, fascino e seduzione che colora ogni relazione sul suo nascere. Non mi riferisco necessariamente all’amore per il partner… forse questa condizione accomuna gli amori più disparati molto più di quanto pensiamo. L’amore nasce dalla fascinazione per ciò che nell’altro è diverso da te, da quanto è straniero, incompreso, lontano. Anzi l’amore si alimenta di questa distanza: i venti che soffiano tra le pareti dell’abisso che vi divide gonfiano le vele della relazione, dandole vigore e forza.

Ma giunge il momento in cui questa distanza, questa differenza, divengono qualcosa di oneroso, di faticoso, di pesante da sopportare. Vorresti che un ponte sapesse collegare gli estremi del dirupo che vi separa; vorresti che un briciolo di similitudine facilitasse e rendesse meno ingrato e laborioso il vostro legame. Ma generalmente così non avviene. Ma forse (azzardo, non ne sono sicuro) l’amore vero inizia lì, in quell’attimo in cui scegli di amare l’altro nella sua irriducibile lontananza e diversità. L’amore vede la luce quando sai tollerare questa distanza e ne fai il luogo di una cura dolorosamente totale e totalmente disinteressata. L’amore nasce quando cessi di colmare gli spazi tra te e l’altro, quando fuggi il tentativo di ignorare gli iati che si creano, le fessure che vi dividono. L’amore nasce quando onori la diversità dell’altro come il santuario della sua bellezza, come il sacrario della sua preziosità. L’amore nasce, forse, quando accetti che questa differenza ti possa ferire, che ti possa disorientare, che turbi il tuo animo. L’amore forse è così: è lasciarsi inchiodare le mani in un abbraccio che ferisce e trafigge.

Pensieri e Silenzi

in circolo

Ogni dono che riceviamo è un prestito in attesa di restituzione. Quando la vita ci regala in modo magnanimo e gratuito qualcosa, sta solo anticipando un bene nell’attesa che, in una prossima occasione, lo si possa rendere. C’è sempre una circolarità in questo processo, una reciprocità, un commercio che prevede l’accoglienza ed il dono, la ricezione e la trasmissione.

Succede a tutti che, in alcuni momenti, ci troviamo destinatari di un dono inaspettato ed eccedente: non è stato frutto di una conquista o di un impegno, ma esito di una liberalità magnanima dell’esistenza. A volte si tratta di persone che incontriamo, di momenti di densa gioia, altre volte di apprezzamenti, saluti, riconoscimenti, piccole benedizioni che troviamo, quasi per miracolo, sulla nostra strada. Ci sentiamo così destinatari di qualcosa di immeritato e di copiosamente eccedente.

Non illudiamoci: sono solo prestiti a tempo, che non aspettano altro che di essere restituiti. Non sai bene quando, dove o come… non è tutto chiaro, il meccanismo non è noto nella sua modalità concreta. Di una sola cosa possiamo essere certi: che il momento della restituzione accadrà, che verrà il tempo in cui potremmo ridare ciò che abbiamo avuto in uso.

E accade pure che questo momento che “chiude il cerchio” accada quando meno te lo aspetti; addirittura quando succede talvolta non te ne rendi nemmeno conto. Realizzi che esso è magicamente successo solo dopo che è passato!

Mi accade spesso che, dopo aver gustato la gioia di un dono verso qualcuno, dopo averci pensato su,  debba ammettere a me stesso che no, non di dono si tratta, ma di una semplice restituzione. E così confessare che la vera stranezza non sta tanto nell’atto del donare, nel fatto che tu ne sia capace; la singolarità consiste in tutto quel tempo in cui la vita ti ha consegnato un bene, ritenendoti un custode affidabile, un amministratore oculato, nella sola attesa che, prima o poi, tu possa trovare la forza e la grazia per rimetterlo in circolo

Storie dall'Arsenale

Storie dall’Arsenale

Non so che cosa significhi per voi vivere una esperienza mistica: magari atmosfere rarefatte, strane musiche, luce accecante, profumi intesi o magari altro. Oggi ho avuto la riprova che può accadere di avere un percezione diretta e sensibile del Mistero della Vita anche entrando in una semplice casa, abitata da una comunissima famiglia che vive una esistenza tranquilla e nascosta, in uno dei tanti paese della nostra terra. E che questo Mistero si può mostrare attraverso il volto luminoso di un giovane papà, occhi vispi ed un sorriso dolce ed accogliente ed una mitezza innata che trasuda dolcezza e garbo.

Conosco Andrea al telefono, messi in contatto vicendevole da un comune amico, perché mi chiede la disponibilità a prestare la mia penna per raccontare alcune delle storie che avvengono in quel posto un po’ ai limiti della realtà che è l’Arsenale della Accoglienza di Borghetto Lodigiano. Ci vivono alcune famiglie che accolgono una umanità tanto varia quanto sofferente e provata. In particolare Andrea, insieme alla moglie ed ai due piccolissimi figli (1 e 2 anni) dà accoglienza a 5 ragazzini in affido di cui si prendono cura insieme ad alcuni operatori e molti volontari.

Giungo un po’ spaesato davanti alla sua casa, all’orario fissato, chiedendomi se quello sia l’indirizzo giusto oppure no: è una casa come molte, nessun cartello, nessuna insegna che indichi la singolare umanità che la abita, né alcun segno visibile che tradisca un qualche indizio di quel fuoco vivo che arde dentro…a volte succede così: certi misteri sfuggono da sguardi rapaci e da occhiate curiose…

Mi accoglie Daniela, la moglie di Andrea, che senza troppe formalità mi introduce in casa: entro e non serve un particolare acume per rendersi conto che sono finito in un posto quantomeno singolare: una frotta di bambini piccolissimi gira per casa, accuditi da diversi adulti, di cui non comprendo immediatamente identità e ruoli. Sono tutti gli attori di quella strana “commedia degli affetti” che va in scena ogni giorno all’Arsenale. Pochi minuti dopo giunge Andrea, che con tono franco e diretto mi dà il benvenuto e mi invita in un posto più tranquillo per incontrare quello che sarà il primo protagonista di questi racconti. Avrò modo in seguito di raccontarvi meglio dello straordinario incontro con G. ed i suoi figli…

Resto affascinato dallo stile discreto e ma presente con cui Andrea aiuta G. a raccontare la propria dolora vicenda: cogli subito che Andrea vive con una singolare intensità il racconto della giovane mamma, che quelle parole pronunciate un po’ a stento e con fatica, riverberano nel suo animo con singolare intensità, come echi di passioni profonde e viscerali, quasi a testimonianza che quel racconto, quella storia, ha toccato la sua carne come fa un tizzone ardente sfiorato inconsapevolmente da una mano. Mi colpiscono i suoi occhi che seguono G. nella sua stentata narrazione: sono occhi che accompagnano, che incitano, che stimolano, che rassicurano, che sanno darsi e sanno ritrarsi, che sono capaci di una presenza energica ma anche di un rispettoso silenzio.  Intuisci che Andrea non è un semplice spettatore di quel racconto né un testimone qualsiasi: egli né è stato un protagonista di primo piano, uno di quegli interpreti che alla fine della recitazione escono per ultimo sul palcoscenico per riceve gli applausi più intesi e prestigiosi. Ma dubito che Andrea darebbe questa versione dei fatti: più volte nelle sue parole, traspare un senso di umiltà e di mitezza di chi recita la propria parte senza ambizione né presunzione. Eppure quando interviene per chiarire un punto, per spiegare un passaggio della storia o per esplicitare un curva del racconto, ascolti parole grevi e dense, pronunciate con quella pesantissima leggerezza che solo chi ci mette dentro la propria vita può esprimere.

Mi viene da pensare che il suo segreto non sta tanto in “quello” che racconta ma nel “come” lo racconta: come quando gli vengono gli occhi lucidi al ricordo di un momento bello ed inteso della storia di G e dei suoi figli: si schernisce di fronte a questo “cedimento emotivo” ma comprendi che in quelle lacrime nascoste c’è la passione per l’uomo, per quella singola vita che gli è affidata, partecipazione della sua sofferenza e condivisione viva del suoi piccoli ma preziosi progressi.

Ebbene: non so che idea abbiate voi di una esperienza mistica ma vi assicuro che in quella comunissima casa di Borghetto c’era Vita ed Vita in Abbondanza: dentro alla ferialità della cose, alla banalità delle faccende, all’ordinarietà della esistenze ardeva un Senso Eccedente ed una Passione Misteriosa capace di dare spessore al Tempo.

 

Inizia con questo post una stimolante collaborazione con gli amici dell’Arsenale dell’Accoglienza di Borgetto Lodigiano. L’impegno è quello di raccontare le mille e straordinarie storie che accadono nelle case dell’Arsenale per condividere con amici e sostenitori i piccoli miracoli che continuano a succedere anche oggi. Il “materiale” certo non manca: spero di riuscire a restituire, almeno un poco, quella ineffabile umanità che dimora tra le mura dell’Arsenale… 

Storia e Tempi

i soldi fanno la felicità?

Come ogni anno, in occasione della Giornata mondiale della felicità che si celebra il 20 marzo, l’ONU pubblica il World Happiness Report. Si tratta di una specie di classifica che “misura” il livello di felicità dei vari Paesi. Vengono presi in considerazione una serie di indicatori: reddito, salute, istruzione, lavoro, aspettative di vita, stato sociale, livello di corruzione, la libertà, la fiducia nelle istituzioni ed il tasso di inclusione (considerando per la prima volta, pure la felicità degli immigrati).

Sapete chi è il primo classificato? La Finlandia, seguita da Norvegia (era la prima l’anno scorso), poi Danimarca, Islanda, Svizzera e Olanda. L’Italia si è piazzata 47° (sale un gradino rispetto all’anno precedente). Gli Stati Uniti scendono dal 14 al 18 posto (afflitti da obesità, depressione e abuso di droghe) mentre il Canada è il primo paese non europeo in vetta alla classifica (7° posto). Veniamo invece al fondo della classifica: ultimo classificato è il Burundi ma la cosa davvero sorprendente è che in alcuni stati africani (Ruanda, Yemen, Tanzania, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana) la qualità della vita è nettamente inferiore a quella della Siria, stato tragicamente in guerra da diversi anni. Davvero da far riflettere…

Leggendo questi dati mi venivano due considerazioni, una di caraterete più generale e la seconda più personale.

La prima: nonostante tutto l’Europa ha “inventato” un sistema di welfare sociale che permette di coniugare, in maniera feconda, benessere materiale, protezione, assistenza e solidarietà. La recente crisi ha, secondo me, ulteriormente confermato, che, al netto di tutte le inefficienze, dei problemi e delle ingiustizie, che senza l’idea di uno stato sociale, ossia di una comunità che sa prendersi cura dei suoi membri, soprattutto se in difficoltà, diventeremo magari più ricchi ma non sono certo se anche più felici.

Secondo: la ricchezza materiale è un ingrediente necessario per una vita serena ma forse non è l’unico criterio per generare felicità. Se è vero che essere più indigenti significa essere più infelici, non è detto che essere più ricchi significhi immediatamente essere più felici. Voglio dire che la felicità è una esperienza più complessa e profonda del semplice “avere soldi”. Lo dimostra il fatto che, con tutti le cautele del caso, la classifica della “felicità mondiale” non corrisponde esattamente a quella del PIL. Penso che ciascuno di noi ne faccia esperienza quotidiana: l’essere felici è qualcosa che nasce da un sentirsi a “posto” con se stessi, riconciliati con il mondo e con gli altri; quell’intuire di essere al proprio posto e che quel posto sia quello giusto. Forse la felicità nasce anche da riconoscere che siamo figli di un passato, di una tradizione e di una storia; è accogliere questa storia  come parte integrante della nostra identità a partire dalla quale è possibile aprirsi con speranza e fiducia verso il futuro.