Storia e Tempi

parole in “libertà”

Si può convocare in tribunale un politico perché ha detto delle falsità? Ammetto che la cosa non è molto frequente ma talvolta accade. E quando accede è bene non lasciar passare sotto traccia la notizia. È successo oggi in Inghilterra ed il protagonista, suo malgrado, è Boris Johnson, ex sindaco di Londra ed attualmente in pista per la carica di primo ministro, dopo le rocambolesche dimissioni della signora May.

Il fatto risale a qualche anno fa, durante la caldissima campagna elettorale per il referendum sulla Brexit. A quei tempi, ancora sindaco della capitale inglese, Johnson era uno dei sostenitori più radicali e decisi dell’uscita del Regno Unito dalla comunità europea. Fin qui tutto bene. Peccato che per sostenere le sua posizioni il politico inglese affermava che ogni settimana il Regno Unito versava alla UE 350 milioni di sterline, che avrebbero potuto essere utilizzate, secondo la sua opinione, per migliorare il sistema sanitario inglese. Benché da subito questa notizia si fosse rivelata palesemente falsa, Johnson continuò a sostenerla incessantemente, attraverso una campagna pubblicitaria insistente ed incisiva. Qualcuno sostiene che questa fake news sia stata determinante per spostare quelle migliaia di voti necessari per fare prevalere la brexit sul “remain”.

La cosa non è andata giù a Marcus Ball, uomo d’affari di 29 anni, che ha organizzato una corposa raccolta fondi (raccimolando ben 400mila sterline) per pagare un team di avvocati e portare Johnson davanti ai giudici. E così è accaduto: il Boris nazionale dovrà ora comparire per un’udienza preliminare che stabilirà se esistono le condizioni per un rinvio a giudizio.

Al di là della piega legale che prenderà questo procedimento, mi pare significativa una cosa: forse per la prima volta un personaggio pubblico (in questo caso un famoso politico) è chiamato a rendere conto delle suo parole e delle sue menzogne. “La democrazia esige una leadership responsabile e onestà da parte delle persone che occupano incarichi pubblici” aveva sostenuto uno degli avvocati dell’accusa. Badate che non è banale questo passaggio. Pur onorando la sacrosanta libertà di parola (l’Inghilterra è la patria delle moderne libertà civili), si riconosce pure la responsabilità e l’onestà che sono richieste a chi ha incarichi pubblici. Se a tutti è garantita la libertà di espressione, è necessario tuttavia che questa facoltà sia accompagnata da un dovere di trasparenza, onestà ed integrità.

È positivo che ci si stia accorgendo che la democrazia non muore solo quando viene tolta la parola a qualcuno ma anche quando questa parola è pronunciata senza responsabilità, contraddicendo quel dovere di lealtà che tutti siamo chiamati ad avere verso la verità. È una consapevolezza oggi poco sentita, soprattutto nel complesso mondo dei social, dove chiunque può permettersi il lusso di dire “parole in libertà”, senza alcuna preoccupazione delle conseguenza che esse potranno avere.

Speriamo che, al di là delle personali vicende di Johnson, ci si accorga che insieme alla necessaria “libertà di parola”, occorrerà, prima o poi, riconoscere anche l’altrettanto sacrosanta “responsabilità di parola”.

Storia e Tempi

obiettivo centrato?

Che le elezioni europee diventassero l’occasione per misurare i rapporti di forza interni del governo e più in generale nella politica italiana era abbastanza naturale. Quando milioni di persone si recano alle urne è ovvio che questo diventi un appuntamento attraverso cui pesare la relativa forza politica. Eppure, una volta smaltita la inevitabile sbornia elettorale, occorre osservare bene le cose, per non perdere di vista la sostanza del problema.

La scommessa di tutta questa campagna elettorale, soprattutto da parte delle forze sovraniste (che nel nostro paese sono al governo) era quella di modificare i rapporti di forza europei, e così spingere per politiche economiche e di bilancio più favorevoli alla “creatività” dei singoli stati. L’azzardo era: dopo il 26 maggio il governo dell’Europa cambierà e chi verrà dopo sarà più indulgente con la nostra politica di spesa. Se ci pensate, questo è stato anche la scommessa che ha ispirato l’ultima legge di bilancio giallo-verde: il governo europeo post-elezioni avrebbe approvato una politica differente, più comprensiva e accondiscendente.

Ahimè così non è stato. Anzi, la non autosufficienza di popolari e socialisti al Parlamento Europeo spingerà ad allargare l’alleanza a liberali e verdi, partiti ancora più euro-convinti dei primi.

Insomma, se alziamo lo sguardo dagli “effetti italiani” e guardiamo alla sostanza delle cose (in fin dei conti si trattava di elezioni per il Parlamento Europeo) la situazione non si mette benissimo per il Bel Paese. Può essere, ed è auspicabile, che l’indirizzo della nuova commissione tenderà a mitigare gli effetti di una austerità eccessiva e troppo rigida, ma questo non sarà qualcosa né per oggi, né per domani, né, temo, neanche per dopodomani. Lo si voglia o no, occorrerà continuare a giocare con queste regole (il che, visto la situazione dei nostri conti pubblici, non è detto che sia un male) e a misurarsi con una linea europea che le elezioni hanno convintamente confermato.

Insomma, non ci saranno sconti, nessun occhiolino strizzato, nessuna deroga o alleggerimento. Sarà bene che il nostro governo inizia a cercare quei 30/40 miliardi che servono per la manovra autunnale. Senza farsi troppe illusioni.

Storia e Tempi

il sogno europeo

Se è vero che viviamo solo se abbiamo dei sogni, allora l’Europa è stato il più grande sogno politico degli ultimi secoli.

Lo so che oggi va poco di moda cantare le lodi del progetto europeo e che è più popolare attaccarla aspramente e scaricare sulle istituzioni europee le colpe e le responsabilità di tutte le disgrazie che ci sono successe. Eppure penso che se avessimo la calma e la serenità di guardare con un minimo di prospettiva storica cosa è stata la costruzione della comunità europea nella storia del nostro continente, forse giungeremmo a giudizi un po’ meno affrettati ed impulsivi.

L’Europa è stata per moltissimi secoli un continente in perenne guerra, praticamente da sempre. Secondo alterne fortune, i vari stati membri hanno sempre aspirato ad una loro supremazia sul continente, intraprendendo guerre ora con questo ora con quel vicino. I morti nel nostro continente a causa di guerre, tensioni, divisioni, attacchi, violenze, scontri e conseguenti carestie ed epidemie sono stati davvero moltissimi: a partire dai milioni della seconda guerra mondiale, un vero massacro europeo, poi il primo conflitto bellico e via via indietro negli anni tra le grandi e minori ostilità celebratesi nel tempo.

Il solo pensiero che popoli che si sono combattuti, anche aspramente, per secoli, potessero un giorno scegliete liberamente un destino comune, cedendo parte della loro sovranità nazionale per la realizzazione di un progetto condiviso e pacifico, ha davvero dell’incredibile. Che le comuni origini culturali potessero tradursi in istituzioni politiche condivise non era per nulla un dato scontato ed è stato merito dei grandi sognatori europei: tra tutti (ma furono molti di più) gli italiani Alcide De Gasperi ed Altiero Spinelli, il francese Roberrt Schuman ed il tedesco Konrad Adenauer.

Alla nostra vista un po’ miope e strabica, pare una cosa ovvia e scontata godere di questo prolungato tempo di pace e di serena convivenza. La mia generazione, come quella di mio padre e di mio figlio, non hanno mai conosciuto la guerra. Questo è senza dubbio merito della costruzione della casa comune europea, che ha svolto il ruolo di camera di compensazione di conflitti ed attriti tra le nazioni, attraverso l’esercizio di regole e procedure comuni e condivise.

E tuttavia è bene ricordare che mai nella sua storia il nostro continente ha vissuto un tempo così lungo di stabilità, pace e prosperità. Sto ricordando cose banali e ovvie? Certamente! Ma talvolta è bene non dare per scontato l’ovvio e rendersi conto che ciò che consideriamo come “naturale”, lo è solo come “naturale” conseguenza di sogni ambiziosi e spesso audaci.

Restano molti valori incompiuti nella costruzione europea? Certo! Nel corso dei decenni l’Europa ha iniziato a mostrare rughe ed imperfezioni? Senza dubbio? La comunità economico-finanziaria deve ancora tradursi in una compiuta comune casa politica e culturale? Anche questo è vero! L’Europa resta ai nostri occhi come un sogno incompiuto, come una meta ancora da raggiungere pienamente.

Eppure, checché se ne dica, è il più bel sogno che possediamo e la migliore promessa di pace e serenità che possiamo lasciare ai nostri figli.

Parole di carta

quel che circola tra noi

C’è un sentimento che anima le nostre società e che attraversa le nostre comunità: da quella nazionale e giù fino a quelle locali. A dire il vero questo malsano sentimento è ben diffuso anche al di là dei confini nazionali e agita popoli e nazioni un po’ ovunque sul pianeta. È un sentimento che si sta imponendo come un “rumore di fondo” della nostra convivenza, come fosse il sottofondo musicale dei nostri rapporti sociali e politici. È un sentimento talmente pervasivo che si insinua non solo nella lotta politica o nel confronto istituzionale ma che arriva a lambire anche la vita delle persone semplici, la quotidianità dell’esistenza, la ferialità delle giornate. È il sentimento della violenza.

È un brutto virus che ammorba le relazioni tra le persone a diversi livelli e che ha infettato un po’ ovunque i rapporti, il dialogo, la comunicazione, il confronto e la normale dialettica democratica. È un sentimento che si accompagna spesso ad una serie infinita di varianti e declinazioni: dall’odio all’intolleranza, dal bullismo passando per l’aggressività, l’abuso, la prepotenza, la sopraffazione, fino a diventare vero e proprio razzismo o xenofobia. E tuttavia è un sentimento che è bene chiamare con il proprio nome, per evitare il rischio di mascherarlo dietro eufemismi che ci fanno sentire più tranquilli e meno allarmati. Ho l’impressione che oggi in giro ci sia davvero molta di violenza: atti e comportamenti che tendono ad imporre la volontà di pochi, rifiutando il confronto, il dialogo, negando all’altro la possibilità di esprimersi, di vedere riconosciuti i propri diritti e legittime aspirazioni. C’è una voglia di prevaricare, di spadroneggiare, di disconoscere il valore indisponibile dell’altro, sia esso lo straniero, il vicino, l’amico sui social o il compagno di viaggio o di ufficio.

Ci sono tanti segnali che fanno propendere per questa diagnosi, tanti sintomi che lasciano intendere, a chi non vuole voltare la faccia altrove, che la malattia è seria e che non la si può più ignorare o sottovalutare. Basti pensare a quelle famiglie di italiani, aggredite mentre veniva loro consegnata una casa popolare, assegnata regolarmente, e tutto questo solo a motivo delle loro origini rom. Oppure si può pensare a quel gruppi di giovani di buona famiglia che hanno perseguitato e violentato per mesi e mesi un malato psichiatrico fino a farlo morire, solo per il gusto di un divertimento disumano ed assurdo. O se preferiamo stare più in zona, ricordiamoci di quella insegnante di una scuola di Lodi, schiaffeggiata ed aggredita da un genitore, solamente perché la propria figlia era stata sospesa alcuni giorni da scuola. E volendo casi ed episodi del genere se ne potrebbero raccontare a iosa, alcuni, magari, a cui abbiamo assistito in prima persona oppure che abbiamo letto sui giornali o ascoltato alla televisione.

Questo sentimento violento trova anche altri canali per affiorare, come un fiume sotterraneo che non riesce ad essere contenuto e che giunge in superficie non appena gli si offre l’occasione. Sono manifestazioni, da un certo punto di vista, meno plateali ed appariscenti, ma non per questo meno pervasive e preoccupanti. Mi è capitato ultimamente di leggere alcune discussioni sui social o di ascoltare certe trasmissioni radiofoniche in cui viene offerta libera parola agli ascoltatori. Confesso che si resta davvero basiti dal tasso di violenza verbale che attraversa la nostra comunicazione e che abita le nostre parole: gente che per un nonnulla offende, con cattiveria e volgarità; gente che si nasconde dietro l’apparente terzietà del mezzo informatico, per tirare fuori una dose di rabbia, aggressività e livore che c’è da restare senza parole. E non puoi non chiederti: ma perché? Che cosa provoca tutta questa veemenza? Da dove si origina questa intensa e incontenibile litigiosità e prepotenza? Perché le persone esprimono un tasso di bellicosità così malsano?

Il fatto che questa percezione non sia solo un fatto personale me lo confermano le analisi e le riflessioni di diversi sociologi e osservatori attenti della società italiana che concordano nell’identificare il sentimento della violenza come uno dei tratti più evidenti e preoccupanti della nostra contemporaneità. Cito ad esempio il prof. Andreoli, noto psichiatra ed acuto interprete di quella coscienza collettiva che sottostà ai comportamenti diffusi e alle abitudini sociali. Ebbene, la diagnosi dello studioso è impietosa: come società stiamo regredendo verso nuove forme di barbarie, certo diverse e incomparabili con quelle del passato, ma ugualmente pericolose e nocive. E trovo interessante anche le ragioni che egli pone all’origine di questa aggressività diffusa: si sta allentando il senso della norma, della regola e del limite. In fondo, pare essere la teoria del famoso psichiatra, il sentimento della violenza accompagna da sempre l’istintualità umana ma la legge della parola e della ragione fungono (o per lo meno dovrebbero) da elemento di controllo ed indirizzo. Quando tuttavia i nostri legami affievoliscono la loro dimensione normativa e si affidano all’istinto, all’impulso, allo sfogo irrazionale e primitivo, ecco allora che la violenza appare come manifestazione incontrollata di pulsionalità ancestrali. È così allora che il fastidio dell’altro, non passato al setaccio del pensiero, diviene attacco ed aggressione. Il giusto bisogno di sicurezza e protezione, se preso solo “di pancia”, rischia di trasformarsi in una voglia di chiusura e nella paura dell’altro, percepito come una minaccia incombente per la propria vita. Il normale bisogno di riconoscimento sociale può scivolare in prepotenza e arroganza, se non si riesce a mitigarlo riconoscendo che anche l’altro è portatore del medesimo diritto e della medesima aspirazione.

Forse la violenza che circola tra noi è solo l’epifenomeno di qualcosa di più profondo e radicale. Va certo combattuta e censurata ma occorre pure fare lo sforzo per individuare le cause e depotenziare le sorgenti di questa pulsione malata. Forse occorre tornare a promuovere una cultura dell’incontro, che vede nell’altro un valore e un bene indisponibile ed inalienabile; forse è necessario sostenere e favorire tutte quelle esperienza che ci mettono di fronte al volto dell’altro, alla sua destabilizzante e feconda diversità, esperienze che ci parlano di dialogo, condivisione, confronto, partecipazione, ascolto, solidarietà ed empatia; forse occorre ricominciare, soprattutto con le nuove generazioni, a risillabare l’ABC dell’umano, a pronunciare quelle parole semplici ed elementari che esprimono, in modo unico e prezioso, la nostra dignità ed il nostro valore.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Maggio di LodiVecchioMese

Pensieri e Silenzi

potere

Ci avete mai pensato come la parola “potere” assuma una connotazione differente a seconda che la si tratti come un sostantivo o come un verbo? Può sembrare solo un dettaglio grammaticale ma in realtà essa allude a cose assai diverse e, talvolta, in opposizione.

Come sostantivo, “potere” indica comando, governo, dominio, egemonia, supremazia o signoria; possiede una vena di ambizione e di prepotenza, di prestigio e di superiorità. Il potere lo cerca chi vuole emergere, chi vuole prevaricare gli altri, chi vuole ottenere una posizione di influenza sugli altri.

Ben altra cosa è la sua omonima voce verbale: essa allude alla possibilità di fare, alla forza di agire, alla potenza di intervento, alla facoltà e potestà di operare. “Potere” suggerisce la capacità di muoversi, di intervenire, di realizzare: ho potere, non nel senso che ho un privilegio,  ma nel senso che ho la possibilità di fare e di contribuire ad una esperienza, ad un progetto o ad una azione. “Posso” perché sono in grado, perché ho le competenze, perché mostro una volontà ed una intenzione, perché sono nelle condizioni di compiere. Il potere allude, in questo senso, ad una opzione, ad una determinazione, al possedere l’attitudine per agire.

Pensate come sarebbero diverse le relazioni in politica, sul posto di lavoro, a scuola e in ogni altro ambiente se prediligessimo il verbo potere al suo sostantivo; se optassimo per la possibilità di fare piuttosto che per il privilegio ed il comando. Ti viene assegnato del potere non primariamente perché ti è dato un vantaggio, ma perché ti è concessa la possibilità di operare ed di contribuire al bene di tutti. E come cambierebbero le cose se ciascuno di noi cercasse ed ambisse al potere non come una insana aspirazione egoista ma come l’opportunità di cambiare le cose, di risolvere i problemi, di migliorare la vita di chi vive intorno a noi.

Forse può sembrare poca cosa, ma talvolta è sufficiente non accontentarsi del primo significato che troviamo sul vocabolario per rendersi  conto di come possiamo vedere le cose da un’altra prospettiva.

Storia e Tempi

la politica ed il nome di Dio

Non sono mai dei bei momenti quelli in cui la politica ostenta e brandisce i segni della fede.

Se uno avesse studiato un minimo la storia e avesse riflettuto sul rapporto fede-politica, forse non ci sarebbe manco il bisogno di rimarcarlo. Ogni volta che la fede ha invaso le campo della politica, o viceversa, ogni volta che la politica ha usato l’esperienza della fede, ne sono scaturite posizioni intransigenti, autoritarie e spesso assai violente.

Ciò non significa che la fede sia indifferente all’impegno politico sociale. Tutt’altro: secoli di storia testimoniano proprio l’opposto! Ma la fede è chiamata ad essere l’anima ispiratrice dell’agire politico in termini di cultura, valori, comportamenti ed ideali, visione dell’uomo e delle relazioni sociali.  La fede è sempre un punto di osservazione da cui guardare il mondo, da cui giudicare la storia,  come un orizzonte complessivo di senso. La politica che sceglie di strumentalizzare i segni della fede a proprio uso e consumo rischia di divenire intransigente, oppositiva ed escludente, perché si sente portatrice di una verità assoluta da imporre agli altri, si sente destinataria di una missione totale e totalitaria da perseguire ad ogni costo.

Ed invece la politica è il luogo dell’incontro, della mediazione, del confronto, del dialogo, del bene possibile e non di quello assoluto. La politica è il luogo dell’esercizio dei beni penultimi, lasciando alla fede i beni ultimi.

Anche la coscienza ecclesiale ci ha messo tempo e fatica ad articolare correttamente questo rapporto, di per sé stesso sempre problematico, passando anche attraverso fallimenti, errori ed incomprensioni. La problematicità di questo rapporto è testimoniato dalla fatica che molti ancora oggi vivono nel dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Eppure il Concilio Vaticano II (ed in esso la Costituzione Gaudium et Spes) rappresenta il punto di approdo ineludibile della coscienza credente circa il necessario rapporto tra fede e storia. La riflessione conciliare resta la misura alta con cui gli uomini credenti sono chiamati a misurarsi, a confrontarsi e a dialogare.

Ogni corto circuito, semplificazione, scorciatoia o strumentalizzazione sono come il tentativo di portare indietro le lancette della storia, e di immaginare un rapporto tra fede e mondo che rischia di essere non solo sterile, ma addirittura dannoso per la comunità umana.

Storia e Tempi

pensare liberamente

La decisione del ufficio scolastico provinciale di Palermo di sospendere per due settimane la prof. Rosa Maria Dell’Aria (docente di italiano presso l’istituto industriale Vittorio Emanuele III) per mancata sorveglianza non poteva passare inosservata. Ed infatti ha scatenato commenti e critiche, sostegno ed applausi. Certo che è un atto “rumoroso” questa sospensione (fatto assai raro nella scuola italiana) non solo per il fatto in sé ma anche per il messaggio che inevitabilmente veicola.

La prof. Dell’Aria è stata giudicata responsabile per un video preparato dai suoi alunni (ragazzi di II superiore) in occasione del giorno della memoria, nel quale si facevano dei parallelismi tra alcuni atti del governo in carica con quelli compiuti decenni fa dal regime fascista.  In particolare si faceva un confronto tra la promulgazione delle leggi razziali del 1938 con il recente decreto sicurezza voluto da Salvini.

Certo il paragone è piuttosto ardito e forse un po’ tirato (e storicamente poco sostenibile) ma non penso sia questo il punto. E, se devo essere franco, poco mi interessa in questo momento nemmeno capire se le affinità che alcuni ragazzi di 16 anni hanno individuato tra le politiche del governo Mussolini e quelle del governo giallo-verde, siano effettive o solo frutto di immaginazione. Secondo me non è questo il punto.

Il nocciolo della questione, dal mio punto di vista, è: cosa significa insegnare? In cosa consiste l’istruzione? Di cosa si può parlare in una classe e di cosa no? Quali idea sono ammesse e quali censurabili?

Sarò un po’ tranchant ma sono convinto che nessuna idea debba essere di principio esclusa dalla riflessione, dal confronto e dalla discussione in un percorso scolastico. Insegnare non significa indottrinare, trasmettere le idea giuste (o quelle considerate tali dalla comunità di riferimento) ma promuovere la libertà ed il rigore del pensiero personale, l’indipendenza del giudizio ed lo spirito critico. Nel promuovere questa maturazione nessuna idea, nessuna ideologia, nessuna posizione deve essere censurata o emarginata: anzi, proprio ciò che “fa problema”, ciò che è percepito come inaccettabile, deve essere a maggior ragione sottoposto ad un vaglio critico e puntuale. Quella presentazione tanto dileggiata, poteva essere davvero l’occasione per accogliere e comprendere quello che i ragazzi (e non l’insegnate) avevano pensato e da lì partire per una valutazione storica e morale.

Magari mi sbaglio ma educare al senso critico significa spingere all’esplorazione di terreni inesplorati, pensare l’impensabile; significa misurare ogni convincimento, ogni ideologia, con la grandezza dei nostri valori e la profondità della nostra civiltà. Non si educa censurando ma solamente promuovendo la libertà di pensiero, l’elaborazione di idee coerenti e fondate e la formulazione di giudizi frutto di studio e riflessione.

Tutto il resto, spiace dirlo, appare solo come una velata minaccia ed una subdola intimidazione a quei maestri che insegnano a ragionare con la propria testa.

Affetti e Legami

essere se stessi

L’amico è colui al quale spalanchi il tuo cuore senza troppi calcoli o preoccupazioni. È quello a cui affidi i tuoi pensieri e le tue apprensioni con serena fiducia, sapendo che quanto consegni alla sua custodia godrà di una speciale cura e attenzione.

Riconosci la profondità dell’amicizia quando questa condivisione di vita, questa partecipazione del cuore, avviene con serena naturalezza, con pacata spontaneità, tanto che non ti sfiora nemmeno il pensiero se quello che sta dicendo e comunicando finisca in buone mani o se invece non sia più opportuno e saggio tacere parole ed emozioni.

È singolare questa caratteristica dell’amicizia: ci sono persone verso le quali misuri le parole, dosi i termini, centellini le espressioni e verso cui, talvolta senza neanche accorgerti, provi una inconsapevole ritrosia ed uno spontaneo sospetto; e poi ci sono coloro verso i quali tutti questi pregiudizi o diffidenze si sciolgono come neve al sole e con i quali ti senti pronto a condividere i sussulti del tuo animo e le affezioni del tuo cuore.

In fondo penso che la bellezza dell’amicizia stia anche in questo: nel potere essere se stessi di fronte ad una persona, abbattendo barriere e muri, deponendo per un attimo la maschera che indossiamo e concedendoci il lusso di essere semplicemente e naturalmente noi stessi.

Sì, l’amico fa questo: ci offre un piccolo spazio in cui possiamo serenamente essere chi siamo, senza illusioni, senza finzioni o simulazioni.

Storia e Tempi

“non sei il benvenuto”

Ma voi avete capito perché a Brembate è stato rimosso lo striscione che criticava il ministro dell’interno in visita al paese, addirittura con l’intervento dei vigili del fuoco? Avete capito che problema di ordine pubblico ci fosse, che minaccia alla sicurezza collettiva tale da giustificare un intervento della questura che ha ritenuto necessario attivare i pompieri con tanto di mezzi di soccorso, scala per soccorso in altezza e un nutrito gruppo di agenti?

Onestamente dall’esterno è difficile comprendere il senso di una tale mossa, che suona tanto come una limitazione della libertà di espressione ed una evidente violazione del diritto di parola garantito dalla costituzione. A meno che non si voglia sostenere che un pezzo di stoffa appeso alla finestra con scritto “non sei il benvenuto” possa configurarsi come pericolo per l’ordine pubblico o un’offesa alla dignità di alcuno.

“Ma sì, è un semplice striscione rimosso… quante storie…” mi si dirà… vero… ma di sti tempi non sono bei segnali da mandare.

Magari mi sbaglio ma su certe questioni, secondo me, occorre essere molto attenti e rigorosi. Non dico che ci sia  un rischio di dittatura solamente perché un funzionario troppo zelante e desideroso di farsi notare agli occhi del “comandante“ ha pensato di mostrare i muscoli per non disturbare il manovratore. Non dico questo. Eppure se oggi non c’è in gioco la sopravvivenza della democrazia, forse occorre fare qualche riflessione sulla sua “qualità”, sul livello dei diritti civili da garantire a tutti.

Ricordiamoci che non si scivola in un regime antidemocratico solo con un colpo di stato, con un evento rivoluzionario, repentino ed inatteso. Si può scivolare anche con una lenta e progressiva erosione dei diritti, con una corrosione del livello delle libertà personali, con una lenta ma progressiva limitazione di piccoli spazi di espressione.

Certo, non siamo a questo livello! Ma è bene non abbassare mai la guardia, non distogliere lo sguardo da un’altra parte, non fingere che nulla sia successo. Ci sono una catena di eventi che, se letti insieme, dovrebbero quanto meno, agitare le coscienze e consigliarci di vigilare con attenzione su quanto accade. Percepisco una voglia di sdoganare parole, gesti e comportamenti che abbiamo espulso dal terreno della convivenza civile per decenni e che ora cercano di infettare la nostra comunità.

Una democrazia compiuta è un obiettivo da perseguire ogni giorno, in ogni atto, in ogni parola, giacché nulla è guadagnato per sempre, nessun diritto o valore possono essere dati per scontati una volta per tutte.

Sì, in fondo è solo uno striscione, ma talvolta un simbolo vale più di mille parole.

Storia e Tempi

back to fifties

Ci sono fatti clamorosi che fanno notizia e poi fatterelli di cronaca minore, che guadagnano giusto qualche trafiletto in terza o quarta pagina.  Come quello accaduto qualche giorno fa a Treviso. Un ragazzino italo senegalese sale sul suo scuolabus che lo porta come ogni mattina a scuola. L’autobus è pieno sicché il conducente invita il ragazzino a spostarsi nei sedili posteriori, per lasciare spazio davanti ai bambini più piccoli. Giunto dietro il ragazzo è accolto da alcune preadolescenti di terza media con questa espressione: “I negri si siedono davanti, i bianchi dietro!”.

Non so se quelle scolare stessero studiano a scuola la storia di Rosa Parks, che nel 1955 venne arrestata in Alabama perché sedeva ai posti destinati solo alle persone bianche e che divenne l’emblema della mobilitazione americana per il riconoscimento dei diritti civili. Magari no, è stata solo una triste coincidenza. Eppure la storia dovrebbe insegnare qualcosa, dovrebbe aiutataci a riconoscere gli errori del passato per evitare di ripeterli.

Che poi, a bene vedere, non è nemmeno  il caso di drammatizzare troppo le bravate di due quattordicenni, che sicuramente hanno fatto questo gesto con superficialità, goliardia e inconsapevolezza.

Quello di cui invece ci dovremmo preoccupare è il clima avvelenato che i nostri figli respirano e che li spingono ad allinearsi, senza pensarci troppo, all’onda prevalente. Ci dovremmo preoccupare di quello che vedono nei telegiornali, nei discorsi che ascoltano da noi adulti per strada o in treno; ci dovrebbero impensierire quelle battute dette tra noi grandi a denti stretti, tra amici, un po’ per ridere o per scherzare; così come i comportamenti chi oggi è famoso e potente, ammirato ed imitato, o i messaggi che i social veicolano, che instillano nel sentire comune, sdoganando parole rozze, violente, incivili che, tempo fa, avrebbero subito la censura sociale.

Checché ne pensiate queste due adolescenti non vivono sulla luna: respirano l’aria della nostra società, si abbeverano ai nostri stessi pozzi e se l’acqua è inquinata per noi, immaginatevi per il loro giovane corpo con poche difese immunitarie…

Non è questo o quell’episodio che ci dovrebbe allarmare: è l’aria complessiva, il tenore dei nostri rapporti sociali, la qualità delle relazioni, quel rumore di fondo che condiziona pensieri e sentimenti.

La mamma del ragazzino italo senegalese ha fatto un augurio alle due adolescenti che hanno offeso il figlio: “che capiscano che, per non perdere l’opportunità di vedere la bellezza nel mondo, devono iniziare ad aprire gli occhi”. È un buon augurio anche per ciascuno di noi.