Pensieri e Silenzi

nessun frammento…

Termino questa lunga giornata in cui mi sono trovato a dover dire addio a due care persone con un semplice pensiero, che ho ricevuto, a fine giornata, come un piccolo ma prezioso dono da parte di una bella persona:

Nulla va perduto della nostra vita.
Nessun frammento di bontà e di bellezza,
neppure il più piccolo ed insignificante.
Nessuna lacrima e nessun sorriso.
Nessun sacrificio per quanto ignorato…” (Don Michele Dho)

Parole d'autore

collocazione provvisoria

“Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria.

La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.

Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo.

Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.

Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce.

“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.

Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.”

(Don Tonino Bello)

Affetti e Legami

nonno

Quando penso a mio nonno che ci ha preceduto oggi in Cielo, non so perché, mi viene in mente un ricordo banale, si direbbe minore della sua vita e delle esperienze che abbiamo vissuto insieme. Non penso immediatamente alle giornate spese ad accudirmi, a tutti i pranzi che ha cucinato per me, alle ore passate insieme o alla tante feste che abbiamo celebrato insieme.

Ricordo una mattina di tanti anni fa quando andavo ancora in università e che si presentò alle sette e mezza a casa mia, come ormai aveva preso l’abitudine di fare da tempo, per consegnarmi il panino per il pranzo del giorno. Il cibo è sempre stato un suo punto debole… La cosa incredibile è che non glielo avevo chiesto né ne avevo “strettamente” bisogno: il panino potevo prepararmelo da me o acquistarlo in facoltà. Invece lui era fedele a questo piccolo rito quotidiano, come fosse un impegno ufficiale preso con il sottoscritto. L’impressione che ho sempre tratto da quella esperienza era ed è quello di un dono “esagerato”, quasi immotivato ed eccedente… Mi sentivo destinatario di una attenzione ed di una cura “eccessiva”, una dedizione imbarazzante, una dolcezza sconfinata. Certo mio nonno, nella sua semplice cultura contadina, non si sarebbe mai espresso così; penso che nemmeno si accorgesse della cosa straordinaria che stava facendo, tanto era mosso da una “normale” dedizione verso i nipoti.

Eppure in quella “normalità” era palpabile questo mistero di abbondanza, di surplus, di “troppo”. A pensarci bene era una tratto caratteristico della sua esistenza: chi ha patito la fame, la miseria e la guerra ha uno speciale senso per l’abbondanza; il “molto” è qualcosa di prezioso da non sprecare, da custodire e di cui avere cura, non ha niente a che fare con un banale epicureismo… il nonno sapeva i tempi in cui era giusto festeggiare e celebrare la vita con l’abbondanza e lo “spreco”. Ecco, allora, che quando “era il tempo” non temeva di sprecare, di sovrabbondare, di “osare l’eccesso” come il modo più consono di vivere la Vita.

Nella mia mente ho sempre associato quell’episodio ad un racconto del Vangelo di Giovanni: Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”.

Credo che nel gesto di mio nonno e in quello di Maria vi fosse lo stesso movimento del cuore, la stessa passione per la Vita, lo stesso senso della Sovrabbondanza.

Grazie a quel dono, anche la mia povera vita, così come la casa di Betania, si è riempita di un profumo intenso e prezioso di nardo.

Vedi anche Nonne

Parole di carta

i nostri legami

Proviamo a fare un esperimento: chiudiamo gli occhi ed immaginiamo la nostra vita senza i rapporti che abbiamo: immaginiamo di non essere padri, di non essere marito o moglie, di non essere figli, di non essere nipoti o zii, vicini di casa o compagni di squadra, cittadini o membri di una associazione, di un partito o di una chiesa, colleghi o compagni di viaggio, membri di un gruppo o di un sindacato… Ora che abbiamo tolto tutti i nostri legami, che cosa resta di noi ?

Le nostre relazioni ci identificano, dicono chi siamo, raccontano la nostra identità;, esse, ancora di più, ci costituiscono, sono la parte profonda della nostra persona: non solo ci assegnano una identità sociale (padre, figlio, cittadino, lavoratore, etc) ma generano la nostra identità personale più intima. Forse aveva ragione Sarte quando diceva che “l’infermo sono gli altri” (‘enfer, c’est les autres”), ciononostante gli altri ci danno sostanza, contribuiscono a definire chi siamo, cosa siamo e dove andiamo.

La modernità nasce con il sorgere di un nuovo senso del soggetto, una nuova idea di uomo: sganciato dai sistemi metafisici ed ideologici, l’uomo diventa “misura di tutte le cose”, per dirla con Protagora: nasce così l’dea di “individuo”, una idea tutta moderna. L’uomo diventa “in-dividuo”, ossia, letteralmente, “ciò che non può essere separato” (lo stessa accezione della parola “atomo” in greco). L’uomo diviene il solo riferimento di se stesso, la sua ragione la sola stella polare, la sua coscienza il centro in cui discernere il bene ed il male. In questa nuova visione di uomo, le relazioni diventano un fatto accessorio e successivo: prima esiste l’uomo, come essere singolo ed autonomo, e poi vengono le relazioni ed i legami. L’uomo è un po’ come un’isola nell’oceano, che può costruire ponti verso altre isole, istituendo quello che Rousseau chiamerebbe il “contratto sociale”. Inutile negare la ricchezza che questa nuova idea di uomo ha portato (dalla ricerca scientifica ai diritti dell’uomo, dal valore del soggetto al senso della libertà e del progresso). Tuttavia, se estremizzata, questa visione rischia di enfatizzare la competizione, la lotta, la sfida: come ci ricordava il filosofo Hobbes “l’uomo è un lupo per l’uomo” (“homo homini lupus”). La vita diventa un ring, un’arena, dove lottare per la sopravvivenza, dove sopravvivono solo i migliori, i più furbi o i più attrezzati. Se manca un vicolo originario che ci lega indissolubilmente l’un all’altro, il rischio di scivolare in questa logica (che qualcuno chiamerebbe di darwinismo sociale) è sempre dietro l’angolo.

L’immagine biblica dell’uomo è un poco diversa e forse ci si offre come una sorta di anticorpo contro visioni troppo estreme o parziali. Essa si coagula attorno alla idea di “persona”: essa non è un sinonimo di “individuo” bensì è una risposta diversa alla domanda “chi è l’uomo?”.  In questa diversa accezione l’uomo è anzitutto “essere-in-relazione”, è continua sporgenza verso l’alterità, è centro di legami e vincoli reciproci. Le relazioni non sono qualcosa che vengono “dopo” l’uomo, qualcosa che si aggiungono alla sua identità, bensì esse costituiscono in modo proprio il suo essere. In fondo il vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” esprime qualcosa di molto vero e profondo: le nostre compagnie, i nostri legami dicono qualcosa di essenziale della nostra persona. Non sono una sorta di cappotto che indossiamo e poi lasciamo; essi sono più simili al colore dei nostri occhi e della nostra pelle, ossia tratti unici ed indelebili della nostra individualità.

Concludo con una piccola digressione sull’oggi: questi pensieri gettano una luce nuova sul mistero della Pasqua che stiamo celebrando in questi giorni. A Pasqua celebriamo l’evento di un uomo che è risorto dalla morte, o meglio, che, passando attraverso la morte, ha aperto il senso di una Vita Piena e Definitiva. Ma cosa ha a che fare tutto questo con noi? Perché ci dovrebbe riguardare? Quell’Uomo, che nella fede crediamo essere Figlio di Dio, si è talmente legato alla nostra umanità, alle cose del nostro Mondo, alle sue passioni e dolori così come alla sue gioie e speranze, che la sua Resurrezione ci riguarda, potremmo dire ci “trascina” inevitabilmente verso l’alto. Il legame che il Figlio (il Logos) ha intessuto con questo nostro mondo ed, in esso, con ogni uomo, è il motivo e la ragione della nostra Speranza, è la possibilità che ci è offerta di entrare nel Mistero della Vita in modo pieno e definitivo.

“Fratello” è davvero la parola che esprime al meglio questo nostro essere persone-in-relazione ed è quella parola che ci apre al mistero della Vita.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodivecchioMese

Pensieri e Silenzi

quanta fretta!

Quanta fretta, Padre… non sono ancora passati i tre giorni fissati dalle scritture! Non voglio insegnarti a misurare il tempo ma da venerdì pomeriggio al domenica mattina sono solo un giorno e mezzo… sai bene che le profezie erano molto chiare al riguardo: il Cristo sarebbe stato due giorni tra i morti e solo il terzo giorno sarebbe dovuto risorgere a Vita Nuova.

Chissà perché ma questo netto “anticipo sui tempi” penso non sia stato casuale, ma esso dica, ancora una volta, qualcosa di Te e del tuo legame con il Figlio. D’altra parte, Padre, da padre (ahimè molto diverso da Te) capisco che non vedevi l’ora di rivedere tuo Figlio lontano da quella tomba, sciolto dai lacci della morte, finalmente restituito alla Sua Gloria Eterna.

Rivedo un po’ i tratti del Padre misericordioso, che sulla collina è impaziente nell’attesa del ritorno del figlio e scruta incessantemente l’orizzonte per vedere da lontano l’arrivo di qualche viandante e appena intravistolo, non esita a corrergli incontro gettandosi al collo.. c’è dietro il medesimo cuore, la medesima cura per il figlio perso, la medesima ansia di vita, di pienezza e di accoglienza.

Anche correndo il rischio di smentire te stesso, proprio non ce l’hai fatta ad aspettare il tempo “opportuno”, quello sancito dalle scritture: come un padre o una madre dal cuore tenero hai precorso i tempi, hai stracciato il protocollo, hai disatteso ogni previsione ed attesa. E così, di fronte ad un Figlio tanto obbediente e fiducioso in Te, Gli hai fatto un dono inatteso, restituendocelo Risorto anzitempo. Questa tua impazienza è la nostra speranza, la garanzia per il nostro futuro, auspicio per il domani: siamo certi che la medesima solerzia che ti ha mosso nel dare vita a tuo Figlio, l’avrai anche verso tutti noi suoi fratelli.

Il Figlio, l’Unigenito, infatti l’hai costituito Primogenito dai morti, perché lo hai reso il primo Vivo di molti fratelli.

 

Affetti e Legami

pellegrinaggio

Sabato 19 Marzo 2016

Abbiamo iniziato un dolente pellegrinaggio, un atto di pietà e com-passione verso un amico che ci sta lasciando. E’ un viaggio mesto e straziante, che non avremmo mai voluto intraprendere. E’ un viaggio compiuto in nome di un’amicizia antica, di un legame importante e vitale. E’ un gesto di riconoscenza, nato da un bisogno di restituire ciò che abbiamo ricevuto.

Il viaggio si è coronato con un incontro, un incontro di mani e di sguardi, di occhi e di sorrisi, di espressioni conosciute e di gesti familiari. Un momento “ordinario”, pur nelle drammaticità della circostanza; discorso consueti, parole feriali, un sorriso come sempre, un silenzio, una carezza. E’ singolare come si possa vivere momenti unici con ordinaria normalità…davvero la Storia, anche la nostra storia, è fatta di attimi che, se presi singolarmente, non hanno nulla di eroico e di straordinario.

Giunge poi il momento del saluto, di un “arrivederci” che sai essere un “addio”; il momento di dirsi “ci rivedremo” sapendo che questo sarà solo nel Definitivo di Dio.

Eccoci poi sulla via del ritorno, consapevole che qualcosa di grande è successo ma è ancora presto per dire cose e perché. Ritorno con la consapevolezza di “aver fatto il mio dovere”, di essere stato “al posto giusto e al momento giusto”. Era un appuntamento che la Vita mi aveva dato ed era impossibile mancare a questo invito.

Saremo stati all’altezza del momento? chi può dirlo… forse la sola cosa davvero importante era esserci, vivere l’attimo, prendere parte alla Vita, lasciando che fosse Lei, come sempre, a guidare le danze…

Parole d'autore

la morte non è niente

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.

(Henry Scott Holland, Death is nothing at all)

Storia e Tempi

pietre antiche

Abbiamo camminato tra pietre antiche, memoria di tempi passati, credito di uomini che prima di noi hanno calpestato questa terra.

Siamo partiti dai resti della cattedrale di Santa Maria, nell’omonima piazza, dove un ricco e vivace convento accompagnava la vita dei laudensi nel primo millennio. I resti delle sue colonne paiono quasi ceppi tagliati di antiche piante, delle quali rimane un tronco reciso e profonde radici.

Il cammino silenzioso nella notte ci ha condotto all’edicola dei santi martiri Vittore, Naborre e Felice: tre soldati romani provenienti dal nord Africa che hanno pagato con la vita il prezzo della loro fede. Singolarmente l’altare del loro sacrificio sorge sopra il letto di un piccolo torrente: ambiziosa evocazione della natura che lega così strettamente un luogo di morte con il fluire incessante di vita.

Il cammino si e’ concluso nella maestosa basilica di San Bassiano: nel silenzio e nella oscurità della notte, si ergeva luminosa come un capolavoro dell’arte umana, testimonianza plastica di un incontro tra il divino e l’umano e tra le diverse umanità che abitano queste terre. La campagna, arricchita delle primizie di questa primavera, sussurrava la presenza di una Parola che in tutto dimora, di uno Spirito che fluisce nella vita anche del più insignificante essere. Pietra e natura, cielo e terra, un popolo in cammino e una vita che trascende… mistero e fascino di una notte lodigiana non comune.

Abbiamo camminato tra pietre antiche, tra doni che il passato ci ha fatto. Abbiamo camminato non come visitatori o turisti ma come pellegrini, che di quella storia hanno ricevuto l’eredità. Non ci ha mosso un interesse archeologico ma esistenziale: da lì e’ nata la nostra storia, lì siamo nati noi e viene generato il nostro futuro. Camminiamo su rotte che altri hanno già tracciato, strade che uomini prima di noi hanno aperto e sperimentato.

In quelle pietre fredde ed anonime ci siamo noi, c’è la nostra identità, c’è il nostro passato insieme al nostro avvenire. In quelle rovine sono scolpite le nostre storie e l’eredità che ci è stata consegnata come un dono prezioso.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodivecchioMese

Storia e Tempi

fino in fondo

Una cena pasquale, un catino per lavare i piedi ed un letto di ospedale. Quest’anno si muove attorno a questi tre luoghi la sera del mio Giovedì Santo. C’è un unico Amore che abita questi tre “luoghi teologici”: c’è l’Amore di un uomo palestinese che dà il suo Corpo come pane per tutti; c’è l’Amore di un Figlio che lava i piedi ai fratelli, come gesto di un dono “fino alla fine”; c’è l’Amore di un amico che in un lontano letto di ospedale sta donando la vita, come gesto estremo di una offerta di se stesso che è da sempre. Una stessa Vita scorre in un panse spezzato, nell’acqua che cade nel catino e nel corpo straziato sul letto di dolore. In ognuno di questi luoghi vi è in Dono di sé totale ed eccedente, un’offerta di Amore fatta ai fratelli, il segno di una  esistenza spezzata ed offerta.

La Vita si rivela questa sera sotto segni poveri ma eloquenti: un pane, un asciugamani, un corpo malato. Essi parlano, anzi gridano di una Vita che non può essere contenuta, che è sempre oltre, che è sempre di più, che è per sempre. Essi testimoniano di una Vita che si apre al Definitivo, alla Pienezza e alla Gioia

Storia e Tempi

paura dell’Islam

Parlare di Islam in questi tempi è davvero complicato, non solo perché nel formulare qualsiasi giudizio siamo sempre spinti da reazioni emotive, ma anche perché il mondo dell’Islam è davvero complesso e multiforme. Olivier Roy, politologo ed editorialista del giornale francese “Le Monde” è stato interprete di una sorta di terza via, una visione originale del jihadismo contemporaneo, alternativa alle due grandi impostazioni dominanti. Secondo la prima di queste due visioni (che potrebbe essere definita anche multiculturalista e di sinistra) il terrorismo islamico sarebbe la risposta, per quanto sbagliata e perversa, a secoli di misfatti occidentali (colonialismo, interventi militari in Iraq e  Siria, lungo conflitto israelo-palestinese, discriminazioni nei confronti degli immigrati  in Europa). La seconda visione, che rientra nel campo dei seguaci dell’idea dello “scontro di civiltà”, ritiene che le colpe ricadano integralmente sui musulmani, incapaci di separare la religione dallo Stato, e quindi non integrabili all’interno di un Occidente laico e secolarizzato. Occorrerebbe pertanto una revisione teologica che cancelli dal Corano la chiamata allo jihad. A sostegno di questa tesi vengono citati i cinque milioni di islamici con la cittadinanza francese non ancora sufficientemente integrati e sempre legati alle culture ancestrali dei paesi di provenienza (vedi soprattutto la sottomissione della donna).

Il punto di osservazione privilegiato di Roy è il comportamento di questi musulmani residenti in Francia dove si assiste a un fenomeno di radicalizzazione di due specifiche categorie di giovani: i musulmani di “seconda generazione” e i “francesi convertiti”. Non siamo di fronte all’estremismo islamico, ma a una islamizzazione dell’estremismo. I primi non aderiscono all’Islam dei genitori, non rappresentano una generazione in rivolta contro i valori occidentali, perché sono occidentali, parlano il francese meglio dei genitori e hanno condiviso la cultura giovanile della loro generazione.  Essi non hanno quasi mai un passato devozionale e non sono frequentatori delle moschee. La ribellione nasce per l’assenza della trasmissione della cultura religiosa dei genitori, contestano ogni cosa e trovano nell’Islam salafista radicale la risposta al bisogno di punti di riferimento forti, come avviene tra i giovani convertiti. Non serve a nulla offrire loro un Islam moderato perché è il radicalismo in sé ad attrarli.  Vivono nella cultura occidentale della comunicazione e della spettacolarizzazione della violenza, praticano l’auto radicalizzazione su Internet.  Quanto ai convertiti, essi scelgono l’Islam perché sul mercato dell’estremismo non è rimasto altro a disposizione, per aderire alla sinistra radicale bisogna aver letto dei libri cosa che questi giovani non fanno. Fossimo negli anni Settanta forse aderirebbero alle Brigate Rosse in Italia o alla banda Baader Meinhof in Germania. Unirsi all’Isis significa la certezza del terrore. Sul tema dell’integrazione, la posizione di Roy è altrettanto netta: in tutti gli ambiti della vita francese – dalla polizia alla pubblica amministrazione, dagli ospedali all’insegnamento – abbiamo cittadini francesi di fede musulmana. I musulmani francesi non hanno mai voluto creare delle loro istituzioni di rappresentanza, e ancor meno delle lobby, non esistono delle reti di scuole confessionali, non esiste un voto musulmano, gli aspiranti alla carriera politica si distribuiscono su tutti i partiti, compreso il Front National.  Non c’è nessuna “comunità musulmana”, ma c’è una “popolazione musulmana”. L’incremento del fondamentalismo religioso è ovunque l’espressione di una crisi culturale, non di un’affermazione identitaria. Per combattere un piccolo gruppo di terroristi, oggi molto isolati, bisogna puntare sulla maggioranza dei musulmani e sulle grandi tendenze in corso come l’emergere di una classe media musulmana. Il modello francese di integrazione, secondo Roy, funziona molto meglio di quello tedesco, olandese, svedese o britannico, ma è vero che è più conflittuale, la società è molto più mescolata, più mista.

Liberamente estratto dalla recensione di Salvatore Vento al libro “La paura dell’Islam. Conversazioni con Nicolas Truong” di Olivier Roy, Edizione Corriere della Sera, 2016. La recensione è apparsa del settimanale culturale Via Po di Conquiste del lavoro, quotidiano della Cisl