Affetti e Legami

un forte vento

Come un forte vento che scuote ogni cosa, così questi mesi di COVID hanno scosso le nostre esistenze, sfidando il precario equilibrio su cui ciascuno di noi ha costruito la propria vita. Ho l’impressione che si siano salvate solo le cose a cui ci siamo aggrappati con determinazione e forza.

Guardo alla mia vita e devo confessare che essa mi appare decisamente impoverita rispetto agli anni precedenti: molte legami si sono sciolti, altri si sono allentati, altri ancora sopravvivono deboli ed esposti allo scorrere del tempo, tenuti in vita dalla speranza di una rinascita al termine di questo tempo scuro. La fitta rete di contatti si è come “asciugata”, evaporata, lasciando sul fondo della mia esistenza solo i “pezzi” più solidi e resistenti.

L’albero dei miei legami è stato travolto dal turbine della pandemia e le sue foglie sono state agitate dal movimento dell’aria: solo quelle più resistenti e forti sono rimaste attaccate al ramo; le altre sono scivolate via, trascinate altrove. È questa l’immagine che mi resta impressa nella mente: un albero spoglio, con poche foglie verdi, ha sostituito un fogliame più fitto e rigoglioso, variopinto e colorato. Solo le amicizie più resistenti, solo gli affetti più solidi, solo i legami più tenaci sono sopravvissuti alla forza del vento; quelli che abbiamo coltivato con più impegno e determinazione, quasi aggrappandoci a loro con costanza ed accanimento.

Eppure questa è la tentazione che abbiamo di fronte: quella di confondere la ricchezza della fronda con la vitalità del ramo. Occorre coltivare le radici e continuare a dare linfa al tronco, affinché, non appena il sole tornerà a splendere, nuove foglie possano germinare dai rami provati dalle intemperie. Sento che questa è la sfida che sta davanti a me: quella di alimentare le radici affinché la pianta dei miei legami non rinsecchisca e la vita continui a scorrere sotto la scorza disseccata, pronta a donare presto nuovi frutti.

Questo è il compito che sento vitale: custodire il cuore, irrigare le radici, alimentare l’essenziale, perché la vita torni. Presto.

Parole d'autore

Luca e Vittorio

Avrei voluto dedicare qualche parola sensata alla vita e alla morte di Luca Attanasio e della sua sua giovane guardia del corpo, il carabiniere Vittorio Iacovacci. Non che questo faccia seriamente la differenza, ma mi pareva giusto, nel mio piccolo, rendere omaggio non solo al modo eroico in cui Luca è morto, ma prima di tutto all’eroicità feriale della sua vita, a quello stile con cui ha calpestato con umiltà e coraggio questa terra. Dicevo che mi sarebbe piaciuto farlo, ma giornate troppo dense e asfissianti mi tolgono non solo il tempo ma soprattutto la serenità e la lucidità. Preferisco allora rilanciare questo bel pezzo di Gianni Di Santo, pubblicato su Segno Nel Mondo. Trovo che siano le parole che più si sarebbero avvicinate a quello che avrei voluto esprimere

***

La tragica vicenda dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milanbo, in realtà è una storia che racconta la vita. La vita vera, quella che non riusciamo più a raccontare nelle pagine dei giornali o nelle chat intasate di internet, dove tutto viene consumato in fretta al ritmo di like. La vita che nasce spontanea nelle periferie del mondo, ma anche sotto casa, nelle piazze metropolitane o underground più che nelle piazze virtuali.

Luca, e gli altri, ci dicono che il buono e il bello ci sono, esistono, ma facciamo fatica a vederli, troppo presi dai nostri microcosmi parrocchiali e diocesani – per rimanere nei dintorni ecclesiali –, troppo attenti a non guardare oltre la porta accanto, ai pianerottoli del secondo piano dove la vita scorre, e la storia minuscola riempie di pagine la Storia più grande.

Questi amici della porta accanto che si battono per un futuro migliore, e certamente lo fanno anche per noi tutti, facciamo fatica a scovarli, stringergli la mano, perfino raccontarli come si deve. Sono nascosti, eppure ci sono. Stanno in silenzio, eppure operano per la pace, a costo della propria vita.

Ecco, se c’è una cosa che dovremmo imparare da questa storia, è la libertà e il coraggio di questi eroi normali e quotidiani che costruiscono ponti di dialogo con chi non la pensa come noi, immaginando la speranza. Libertà e coraggio che potrebbero, questo sì, ritagliarsi un giusto spazio nei nostri convegni qualche volta paludati di troppo ottimismo teorico, quando invece di seguire sempre il solito invito a pensare come si cambia il mondo, potremmo, in cambio, optare per chi il mondo lo cambia davvero. Ogni giorno.

Luca e gli altri, oggi, ci raccontano una storia di vita. Di impegno istituzionale, di volontariato sociale, di amore verso un popolo così distante dalle nostre comodità occidentali ma che ha bisogno della nostra attenzione e partecipazione, non solo emotiva.

Luca e gli altri, i nostri eroi della porta accanto. Che ci indicano una stretta feritoia, in quella piccola porta che dà sul cortile-mondo – che non è il buco della serratura – dove poter accarezzare le ferite dell’umanità. E, forse, anche le nostre.

Storia e Tempi

beato il popolo che non ha bisogno di eroi

Alla fine il governo Draghi ha visto la luce, accompagnato da un generale plauso e da moltissimi apprezzamenti ricevuti da quasi tutte le parti politiche. Spero mi perdonerete se non mi accodo a questo coro incensante l’ex-governatore della Banca Centrale Europea e la recente formazione governativa. Non perché non riconosca le evidentissime qualità del neo presidente del Consiglio: il suo straordinario curriculum vitae lo rende una delle figure più prestigiose e internazionalmente riconosciute del nostro Paese; né perché non apprezzi le qualità umane e professionali delle persone che Draghi si è scelto per sedere con lui al tavolo del governo. Non c’è dubbio che uno degli effetti più positivi e rilevanti di quanto accaduto, sia quello di riaffermare la competenza come tratto distintivo di chi esercita una funzione pubblica. Dopo anni di proclamazione del principio per cui “uno vale uno”, in nome del quale ci siamo ritrovati – occorre pur ammetterlo – emeriti incompetenti in ruoli chiave dell’amministrazione pubblica, finalmente è prevalso il buon senso. Forse, complice la difficile gestione della pandemia, abbiamo riconosciuto che non basta la rettitudine morale per fare un buon politico: essa è di certo condizione necessaria ma, ahimè, non sufficiente.  Serve anche competenza, capacità di gestione ed organizzazione, visione strategica e tattica: tutti aspetti maturati ed applicati in precedenti esperienze professionali.  

Ciononostante, benché riconosca qualità all’uomo e alla squadra, fatico ad ignorare i non pochi aspetti di criticità che hanno segnato questa nuova fase politica. Il nuovo governo è nato da una crisi di governo che sfido i più a spiegare ed argomentare razionalmente. Indipendentemente dalla valutazione che ciascuno può dare del governo Conte, occorrerà capire che cosa sia successo e quale sia stato il motivo di tale improvvisa interruzione. Non basta certo dire che il nuovo governo sia migliore del precedente per spiegare cosa sia effettivamente successo nei palazzi della politica nelle ultime settimane. Così come occorre, secondo me, riflettere a mente fredda sul senso dell’operazione che ha condotto Mario Draghi a capo dell’esecutivo, a guida di una coalizione eterogenea e, per certi versi, spuria.

Per l’ennesima volta nella recente storia del nostro Paese, in momenti cruciali, la classe politica ha abdicato alla sua funzione, quasi sub-appaltando la responsabilità di governare a profili tecnici, chiamati a prendere, per l’occasione, le redini del governo. Intendiamoci, non dico che le precedenti esperienze abbiano fallito: immunizzati dal virus del “consenso ad ogni costo”, i governi tecnici si sono, talvolta, mostrati i più adatti a prendere decisioni impopolari ma necessarie per il bene di tutti. Eppure resta il dubbio sul perché la classe politica italiana non sia in grado di guidare il Paese anche in tempi difficili, come avviene in Germania, Francia, Inghilterra e le altre democrazie europee. Non credo sia un bel segnale ricorrere ad uno stato di  “eccezionalità politica” ogni qualvolta ci sia una situazione difficile da affrontare. Forse coltiviamo l’illusione che ci siano decisioni “tecniche” che possano essere assunte con più efficacia da chi non è politico. Il punto è che nessuna decisione è neutra, indifferente o imparziale: essa è sempre espressione di un punto di vista, di particolari valori, sensibilità, di interessi e obiettivi.

Mi chiedo: alla luce della composizione composita della maggioranza che sostiene il governo Draghi, qual è l’orizzonte valoriale, quali le priorità, le urgenze, le sfide che l’azione politica sceglierà di affrontare? Di fronte alla crisi sanitaria, economica e sociale, quali scelte decideranno di privilegiare? In quale direzione? A favore di chi? Per fare cosa? A meno di non ritenere che siano i soldi piovuti dall’Europa il vero collante della nuova coalizione…

Da italiano non posso che sperare che questa “operazione salvataggio” abbia l’esito sperato. Eppure mi restano molti dubbi e perplessità sulla ratio che ci ha condotti fino qui.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 18 Febbraio 2021

Pensieri e Silenzi

la cattedrale ferita

Era notizia di qualche giorno fa: “La Francia cerca 1.500 querce secolari per ricostruire Notre Dame”. La famosa cattedrale francese, sventrata dall’incendio dell’aprile 2019, giace ancora in attesa che la ferita subìta venga guarita e che la devastazione possa trasformarsi in occasione di una nuova rinascita.

Pensavo allo shock di quei giorni, alle immagini strazianti del tetto in fiamme e all’urgenza che tutti abbiamo provato di ricominciare la ricostruzione prima possibile. C’era come l’esigenza di superare subito il trauma sofferto, come se quelle mura crollate e quelle volte bruciate fossero qualcosa di insopportabili alla nostra vista. Sono passati due anni e la ferita ancora non si è rimarginata, non solo per inadempienza o ritardo, ma perché, prima di tutto, ogni ferita richiede un tempo adeguato per la guarigione. 

Stranezze della mente: no so perché ma la cattedrale martoriata di Parigi mi ha fatto venire in mente, per una associazione stravagante, il mio amico Carlo, che sta attraversando anche lui un momento difficile della sua vita. Come per “Nostra Signora”, anche per lui i suoi amici vivono un senso di impazienza per i tempi della guarigione. Cercano così strategie e supporti affinché Carlo esca il prima possibile da suo tunnel, forse perché l’immagine di Carlo “sofferente e ferito” è qualcosa che inquieta il loro cuore pieno di affetto.

È forse una costante della vita: la sofferenza possiede sempre un tratto urticante, che ce la rende insopportabile alla vista e pesante per il cuore. Tentiamo così mille strategie per accelerare i tempi, per bruciare le tappe della guarigione, per ritornare il prima possibile alla “normalità”. Eppure ogni ferita necessita di pazienza e di tempo: c’è un tempo per la guarigione che è indisponibile alle nostre attese e che non sopporta indebite intromissioni.

Sono i tempi lunghi attraverso cui la lesione smette di sanguinare, lentamente si rimargina, perde il color rossastro e acquista la tonalità più rosea e sana. Sono i tempi lunghi che paiono inutili alle nostre menti eccessivamente impazienti e produttive, incapaci di lasciare tempo al tempo. Ecco il punto: la malattia, ogni malattia o infermità, incendio o ricostruzione, ci educano al fluire lento del tempo e ci abilitano al quel senso dell’attesa che dimora in ogni rinascita. Nascere e rinascere sono processi che chiedono pazienza, attesa e speranza.

Storia e Tempi

periodo di time-out

Due volte l’anno, nella azienda in cui lavoro, arriva il tempo dell’appraisal: vi è un processo da seguire per tutti i dipendenti, per la valutazione degli obiettivi stabiliti nel periodo precedente e la definizione di nuovi, per quello a venire.  

Confesso che il lavoro non è per nulla facile né leggero: occorre raccogliere il feedback da parte delle persone più senior, stendere la valutazione, fare un assessment delle competenze, organizzare colloqui ed infine compilare i tool aziendali per completare il processo. La fatica nasce dal fatto che tutto questo lavorio avviene in aggiunta alle usuali attività quotidiane: il business ovviamente non si ferma solo perché è giunto il tempo delle valutazioni. Sicché vivi giorni assai fitti di cose, con una continua sensazione di rincorsa, per non perdere quanto hai lasciato indietro solo perché impegnato a fare altro. Lo confesso: vivo come una liberazione l’inserimento delle ultime informazioni sui tool a conclusione dell’intero iter.

Eppure, nonostante questo sforzo, non ci metti molto a cogliere pure il lato positivo delle cosa: dopo settimane o mesi sepolto da riunioni, scadenze, progetti, deliverables, planning, etc. le procedure aziendali quasi ti “obbligano” a spostare il tuo focus sulle persone, che, a ben vedere, sono il vero capitale di ogni organizzazione. È così che, messi “on-hold” un po’ di impegni, ti ritrovi a pensare e riflettere alle persone che ti sono affidate, per ragionare con loro su ciò che hanno fatto, sui problemi che hanno dovuto affrontare, sui successi conseguiti ed i fallimenti patiti, sulle loro aspirazioni e attese, su quello che vorrebbero diventare e come vorrebbero essere.

Assomiglia molto al minuto di time-out di una partita di basket: una piccola sospensione per capire cosa funziona e cosa no durante partita e adattare la strategia di gioco per meglio conseguire la vittoria.

Sono momenti in cui, spesso anche se non sempre, dietro il collega riesce ad emergere l’uomo, invece della risorsa dialoghi con una persona che ha valori, orizzonti e prospettive non necessariamente coincidenti con i tuoi. E scopri così che il lavoro di team è qualcosa di assai più complicato e profondo di quello che ti potessi immaginare. Non basta assegnare task, condurre progetti, definire priorità o date: c’è molta vita dentro il lavoro che facciamo, ci sono passione ed attese, speranze e frustrazioni, voglia di collaborare e ambizione, fame di riconoscimento e voglia di emergere. Ci sono fatiche da sanare e traguardi da celebrare, conflitti da appianare e nuove motivazioni da condividere; ci sono sconforto e delusione, soddisfazione e gratificazione ed tutta una infinita gamma di emozioni che la routine quotidiana non ti permette di riconoscere.

Sono davvero strani questi giorni di appraisal: insieme alla fatica e all’incombenza, ti offrono la possibilità di accedere ad una dimensione più ricca e profonda del tuo mondo lavorativo e di scoprire ricchezze che rischierebbero di restare sepolte.

Pensieri e Silenzi

la settimana in trincea…

Guardo indietro alla settimana appena trascorsa e ci vedo tante sconfitte, tanti fallimenti, tante cose che non sono andare come mi sarei aspettato: cadute, insuccessi, obiettivi mancati. Mi ritrovo oggi stanco ed esausto con un “track” settimanale decisamente deludente. Tanta fatica ma solo per non indietreggiare, per tenere il punto, per non retrocedere. Ahimè pochi successi, pochi passi in avanti, poche vittorie.

Non so se capita anche a voi, ma ci sono settimane in cui si lotta solo per tenere la posizione e non venire sopraffatto. Sono settimane da guerra di trincea, in cui non pianifichi alcun attacco, nessuna conquista: ti accontenti solo di non perdere i metri di terreno conquistati con fatica e sudore.

Sono settimane in cui ti senti impegnato in una battaglia di posizionamento che ha poco di entusiasmante o avvincente. Sono quei giorni che cerchi solo di schivare i colpi del cecchino, di non disperdere troppe energie, di conservare la calma ed il sangue freddo. Sono i tempi in cui combatti la tentazione della resa o della fuga e ti devi fare violenza per restare al tuo posto, fedele al tuo mandato, indisponibile ad ogni compromesso.

Sono giorni faticosi e deludenti, in cui prevale nell’animo un senso di scoramento e di amarezza. Il fatto è che ti scopri esausto per il solo fatto di aver presidiato le trincea, ma non hai successi da annoverare nel tuo personale report settimanale.

Ti guardi indietro e ti chiedi il senso di tutto questo, ti domandi se ne sia valsa la pena e se meriti di essere combattuta questa battaglia. Cerchi un po’ di ristoro dove puoi, raccogli tutte le tue energie e ti prepari al prossimo combattimento che ti attende dietro l’angolo.

Pensieri e Silenzi

porte aperte

Non sono pronto” mi confessava oggi Luca, pensando alle prossime tappe delle sua giovane vita che era chiamato, quasi inaspettatamente, ad abitare. Eh si, capisco bene le sue preoccupazioni ed i suoi timori: accade spesso che nella vita non siamo pronti a percorrere quel tratto di strada che il destino ci mette davanti. Talvolta sono appuntamenti di crescita, come per Luca, altre volte sono traguardi professionali o personali, altre volte ancora sono tappe dolorose, sono separazioni, addii, abbandoni, legami lacerati o troncati.

La vita va così: non sempre ti prepara a quello che accade né ti fornisce notifica con adeguato preavviso. La vita molto spesso accade, come un evento imprevisto, con un fatto inatteso, come una gioia disorientante o come un dolore lacerante. Nonostante tutti i tuoi preparativi, i tuoi programmi, le tue attente pianificazioni, in realtà le cose accadono per una loro intrinseca ed incomprensibile logica.

Le cose capitano spesso senza una ragione né una spiegazione; accadono talvolta come un fulmine che squarcia il buio della notte o come il germoglio che si apre dolcemente alla sorgere del sole; accede a volta con vigore e rabbia, con prepotenza e determinazioni; a volte con candida dolcezza o pacata serenità. Comunque accada, il suo succedere è sempre evento di grazia, atto imprevisto, accadimento imponderabile. È così che la vita procede, come un guizzo di inatteso che spalanca porte sconosciute.

Storia e Tempi

una classe politica piccola piccola

Nessuno dubita che Mario Draghi sia una risorsa preziosissima per il nostro Paese e che abbia dato prova di grande capacità nel guidare la Banca Centrale Europea, in un momento difficilissimo per moneta unica. Nessuno mette in dubbio tutto questo.

E tuttavia la sua “chiamata alle armi”, benché accolta da generale plauso ed apprezzamento, segna, dal mio punto di vista, una evidente sconfitta della classe politica italiana, che, anche in questo frangente, si è mostrata davvero piccola piccola.  Piccola piccola nella visione del Paese, nel senso di responsabilità verso il bene comune, nel mettere al centro l’interesse di tutti invece del proprio tornaconto personale; piccola piccola perché ancora incapace di sintonizzarsi con il mood del paese, con le sue esigenze reali, con la situazione difficile che molte famiglie stanno attraversando.  

È fastidioso (e doloroso) assistere ad uno spettacolo che va in scena con un copione talmente assurdo che nessuno riesce a cogliere un senso compiuto; è una tragedia che si sviluppa in base ad aspirazioni personali, appetiti di potere, visibilità pubblica che, diciamolo, sono ormai diventati “disruptive”, direbbero gli inglesi, distruttivi, negativi e disfunzionali.

Come è possibile che, anche di fronte alla più grande crisi che il nostro Paese abbia dovuto affrontare dopo l’ultimo conflitto mondiale, non si sia trovato un accordo per fare quello che serve per questa nazione? Come è possibile che anche quando la nave sta imbarcando acqua, non ci sia un sussulto di generosità e di responsabilità per lavorare tutti nella stessa direzione, per lo stesso fine, condividendo il medesimo traguardo?

E così, per l’ennesima volta nella storia recente di questo paese, ci troviamo costretti ad affidare le sorti del nostro destino collettivo nella mani del “competente” di turno, pur bravo, pur riconosciuto, pur prestigioso, ma che non è espressione della nostra classe politica. Come se, di fronte a sfide difficili, alla politica non restasse che subappaltare a terzi le proprie responsabilità e delegare ai tecnici la soluzione dei problemi.

Mi fa sorridere questa cosa: lascia intendere che esistano scelte “tecniche” neutre, buone per tutto e per tutti. Il fatto è che ogni scelta è, per sua natura, intrinsecamente “politica”. Scelte “tecniche” non ne esistono: nessuna decisione, seppur minima, è neutra ed indifferente. E così, come Paese, ci troviamo a prendere decisioni senza dichiararne la natura, i valori ispiratori ed il rispetto e la compatibilità con le priorità definite. Ci illudiamo che sia possibile costruire un futuro neutro, a prescindere dalla responsabilità e dalla libertà politica.

Non è così e onestamente mi stupisce che dopo tutte le ultime esperienza non ce ne siamo ancora accorti.