Storia e Tempi

una difficile scelta…

Riteniamo che la cosa più giusta da fare sia capire quali sono le figure che le nostre aziende hanno intenzione di assumere nei prossimi anni e intraprendere un percorso di studi che sbocchi in quel tipo di professionalità.”

Scriveva così il presidente della Confindustria di Cuneo in una lettera aperta rivolta a tutte le famiglie del territorio, consigliandole circa la scelta della scuola dei propri figli, scelta che in questi giorni dovranno perfezionare.  Una lettera intrisa di buon senso e spirito paterno e che tenta di indirizzare in “una scelta dalla quale dipenderà gran parte del suo futuro lavorativo, ma che spesso viene fatta dando più importanza ad aspetti emotivi e ideali, piuttosto che all’esame obiettivo della realtà.”.

Il suggerimento è quello di tenere bene presente le possibilità occupazionali che il territorio offrirà nei prossimi anni: “Nel 2017 le aziende cuneesi nel loro complesso, presi in considerazione industria, artigianato, commercio, agricoltura e servizi, hanno dichiarato di assumere circa 40.000 nuovi lavoratori. Di questi, il 38% sono operai specializzati, il 36% tecnici specializzati nei servizi alle aziende, il 30% addetti agli impianti e ai macchinari. Il resto, marginale, sono gli altri ruoli aziendali, che sebbene fondamentali ed irrinunciabili, occuperanno poche unità.”

Ovviamente di fronte a questi dati nessuno ha nulla da obiettare né da commentare: così è se vi pare, direbbe Pirandello (e anche se non vi pare, aggiungo io).

Ma…c’è un “ma”… la bella lettera del presidente dà per scontata una cosa forse per lui ovvia ma, onestamente, per me non molto: ossia che la scuola sia fatta per “creare lavoratori”, per formare persone che siano prontamente istruite per partecipare al mondo dell’economia. Vi ricordate le tre “I” di qualche anno fa? Inglese, Informatica, Impresa… il leit motive è più o meno lo stesso: la scuola “fucina” dei futuri lavoratori, pronta a produrre competenze e professionalità da spendere in ambito professionale. Certo è un modo per interpretare l’istruzione, che tra l’altro, va molto di moda ultimamemnte…

A costo di apparire uno fuori dalla realtà, resto convinto che la scuola serva ad altro e, a mio parere, a meglio: serve per formare uomini e non lavoratori, siano essi operai, impegati, quadri o fosser anche dirigenti. L’istruzione non serve per “saper fare” ma per “saper essere”: essere uomini liberi e responsabili, consapevoli di chi sono, di qual è il mondo in cui vivovo e dei problemi che dovranno affrontare; serve a formare cittadini onesti e solidali, abilitati a “prendere la parola” nella comunità degli uomini; serve a formare persone che sanno dare un senso alla vita che vivono, che sanno progettare il loro domani, che sanno interpretare la loro storia e costruire la casa del futuro.

Perché, altrimenti, che ce ne facciamo di quella infinite serie di nozioni che mandiamo a memoria nel corso degli anni, se esse non diventano degli occhiali attraverso cui osserviamo e capiamo la storia ed i suoi abitanti?

Parole di carta

Ada e Tom

È davvero incredibile la storia di Ada e Tom: lei ha 98 anni, Tom 80; lei è la mamma e lui il figlio. La loro vicenda è balzata agli onori della cronaca in quanto protagonisti di un evento che solo un secolo fa sarebbe stato difficile immaginare. Tom non si è mai sposato ed ha sempre vissuto insieme alla madre. L’anno scorso Tom, alla veneranda età di 79 anni, ha perso la propria indipendenza a causa della malattia ed è stato ricoverato nella casa di cura di Moss View Care di Liverpool. La cosa di per sé non ha nulla di strano: conosciamo personalmente numerosi casi analoghi. Ma è accaduto che dopo circa un anno la madre Ada, 98 anni suonati, decide di seguire il figlio nella casa di riposo, per continuare a fare quello che ha sempre fatto nella sua vita: accudirlo. Ada è vedova e gli altri figli hanno famiglie ed esistenze proprie. Mentre Tom non ha mai avuto altri amori all’infuori di lei e oggi le loro solitudini si fanno compagnia. I due passano le giornate in serena compagnia, guardando la TV e facendo i classici passatempi da anziani. “Auguro a Tom buona notte e buongiorno – racconta Ada al Liverpool Echo – e quando vado dal parrucchiere so che lui aspetta il mio ritorno a braccia aperte. Non si smette mai di essere mamma“.

Se è vero che nessuna mamma cessa mai di essere tale, anche se il suo “bambino” si sposa, diventa adulto, ha figli propri e diventa autonomo, è pur vero che la storia di Ada spinge questa relazione ed affetto a limiti inconsueti e commoventi, quasi paradossali: una mamma quasi centenaria che si sacrifica per accudire il suo “bambino” ottantenne e malato. Stiamo davvero vivendo tempi pioneristici in cui siamo costretti ad affrontare situazioni che mai le generazioni precedenti si erano trovate a fronteggiare e che ci spingono ad individuare soluzioni tanto inedite quanto inconsuete.

Il prolungamento dell’età della vita pone non solo problemi economici e sociali (vedi la tenuta dei sistemi previdenziali), ma genera condizioni che interpellano le dimensioni di fondo del nostro essere uomini, così come lo è l’essere padre e madre. Essere madri a cent’anni e non cessare di svolgere il proprio compito di accudimento; occuparsi dei figli anche quando le forze ci stanno lasciando, solo perché il figlio, anch’egli anziano, richiede la nostra cura. L’età prolungata ci condanna a ripensare e riconsiderare alcune costanti che fino a pochi decenni fa avevano strutturato la vita delle generazioni per secoli. Esisteva un avvicendarsi naturale delle generazioni in base al quale ai padri succedevano i figli attraverso ruoli definiti e con tempi consolidati. Ora tutto questo è divenuto più fluido e mutevole: ci sono nonni che mantengono i nipoti e genitori che continuano il loro accudimento verso la prole per tempi assai prolungati.

E tuttavia, al di là dell’aspetto sociologico della questione, quale straordinaria testimonianza di dedizione e di amore rappresenta la storia di Ada e Tom! Racconta la forza di un amore materno che non conosce età, che rompe le barriere della convenzione e delle abitudini. Narra di un amore fecondamente creativo, che sa trovare sempre nuovi modi per donarsi, nuove strade per raggiungere la persona a cui si vuole bene.

In fondo la vicenda della famiglia di Liverpool sembra attestare che possono cambiare anche i contesti esistenziali, possono mutare i paradigmi e le strutture sociali ma esistono sentimenti e legami che ci appartengono in quanto uomini, che ci identificano e senza i quali smarriremmo la nostra dignità ed il nostro valore. Essere madre ed essere figlio è qualcosa che la modernità ed il progresso non ci possono strappare né possono offuscare. Ciascuno di noi porta impressa nella propria carne, che lo voglia o no, questo “marchio di fabbrica”, questo tratto costitutivo della propria identità: ciascuno di noi è “figlio”, è stato generato da una madre, è stato posto nell’esistenza non per proprio volere ma per decisione altrui, quale gesto di somma libertà e gratuità. Questo legame che ci ha posto nella vita è talmente forte che lo sentiamo come un vincolo radicale che nulla e nessuno può spezzare; un vincolo che è capace di sopravvivere anche quando la morte tenta di incrinarlo. Ciascuno di noi resta figlio per sempre, così come le mamme resteranno tali per l’eternità. Forse è quello che Ada e Tom ci testimoniano, nella stravaganza e singolarità della loro vicenda.

questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Gennaio di LodiVecchioMese

Storia e Tempi

riavvolgere la pellicola

Ieri ho imparato una cosa importante. E cioè che talvolta possiamo migliorare e crescere non focalizzandoci nevroticamente sui nostri difetti, ma sperimentando la possibilità di essere persone diverse.

Mi spiego: con i ragazzi del basket abbiamo iniziato la seconda fase del campionato federale, che ci vede impegnati contro squadre più omogenee al nostro livello; sicché è difficile che si possa giocare contro squadre “materasso” che batti senza troppo sacrificio.

Purtroppo l’inizio di questa nuova fase, per le mie giovani promesse, non è stato dei migliori: in campo vedi poca grinta, poco impegno e determinazione. Dato che la cosa sta diventando un po’ troppo frequente occorre intervenire per smuovere un po’ la situazione. Spinto un po’ dal mio caratteraccio e dall’impulsività, io avrei fatto un intervento “a gamba tesa”: una buona lavata di testa, un richiamo, maggiore severità negli allenamenti e in partita ed un atteggiamento più esigente nei loro confronti. Certo, può funzionare anche così… ma Gianluigi, con il suo aplomb più misurato e saggio, ieri mi ha mostrato un approccio diverso (anche se non necessariamente alternativo): ha rimesso i ragazzi nella stessa situazione di gioco e, attraverso osservazioni, incitamenti e correzioni, ha guidato i ragazzi ad affrontare in modo diverso la medesima situazione in cui avevano fallito. È come se avesse “riavvolto la pellicola della partita” e permesso loro di “rivivere” quella stessa sfida in modo nuovo.

Tutto questo si è rivelato un enorme beneficio per i ragazzi: senza troppi discorsi o rimproveri, si sono convinti da soli di essere capaci di far fronte alle difficoltà di gioco con modalità nuove. Hanno sperimentato che si può stare in partita con più impegno, più grinta e precisione, curando meglio fondamentali di gioco ed i dettagli. Le parole si sono rivelate praticamente superflue: hanno compreso da soli come fosse possibile giocare diversamente, con più impegno, competitività, alla fine, anche con più divertimento.

In fondo Gianluigi ha fatto una cosa molto semplice, ma di grande saggezza educativa: non si è focalizzato su ciò che non andava ma ha fatto leva sulle loro risorse, facendo sperimentare le possibilità concrete che possiedono per migliorarsi. Alla fine la logica è semplice: se verifichi con le tue mani che sei capace di cose belle, perché non dovresti metterle in pratica?

È sottile ed efficace questa strategia: non dice “guarda quello che hai fatto!”, bensì “guarda come potresti farlo diversamente!”

Ora: tutto questo funzionerà? Bella domanda… vi tengo informati… per ora accontentiamoci degli sguardi soddisfatti ed orgogliosi con cui i miei ragazzi sono usciti dalla palestra ieri sera…

Storia e Tempi

giorno della memoria

Oggi, stamattina.
Ciao bambini, buongiorno!
La prima cosa che chiedo ai miei bambini quando entrano a scuola è quella di salutare. Ci salutiamo, ci auguriamo una buona giornata. Avremo tanto tempo da passare insieme…
– Ciao Maria Teresa… Buongiorno… ciao maestra….
E parte un coro di “lo sai che ieri…”, “Lo sai che io…”, “Mia mamma mi ha detto…”
Piccolo spazio condivisione. ci diciamo un po’ le nostre vite. Molto spesso i bambini raccontano più di quel che dovrebbero
– Dai forza bambini, abbiamo tante cose da fare, preparate diario e astuccio, sistematevi per bene…
Ogni mattina mentre faccio l’appello chiedo ai bambini di aprire il diario sul giorno e di dirmi se hanno avvisi o comunicazioni da parte dei genitori. Mi sono accorta poi che così hanno imparato già da così piccoli a gestire il diario e a riconoscere i numeri fino a 31!!!! Anche la maestra impara facendo...
– Maestra che giorno è oggi?
Il 25, che si scrive 2-5!
Bambini ma sapete tra due giorni che giorno è?
– Sabato!
Si ok, ma che giorno è?
– Vacanza!
– (sorrido) Si va bene, ma sapete, è un po’ difficile da spiegare però vorrei dirvelo lo stesso… Che giorno è il 27 gennaio?
– …
I L G I O R N O D E L L A ……
– Merla! (dice Cristiano)
Nooooooooooo
I L G I O R N O D E L L A …..
– Festa! (Domenico)
Noooooooooooooo (e mi scappa troppo da sorridere…)
Dai ve lo dico io… E’ il giorno della … memoria!
Sguardi silenziosi e interrogativi.
Sapete cos’è?
– E’ il giorno che ci viene la memoria!!!
Si ok ma la memoria di cosa?
– Di tutto quello che facciamo a scuola!
– Anche a casa!
– Ci ricordiamo tutto!
E perché dobbiamo ricordare?
– Per sapere quello che abbiamo fatto, i nostri lavori, i nostri disegni…
– … tutto quello che abbiamo imparato!!!

E come faccio invece a spiegare a questi bambini di 6 anni di Auschwitz, dei campi di concentramento, della guerra???
Non è già tanto che quel giorno vorrebbero festeggiare il ricordo di quello che già sono? Una giornata PER la memoria, in cui fermarsi a ricordare, e magari provare a cucire con un filo tutti i momenti della nostra vita. Sarebbe un modo per prenderne possesso, per comprenderci fino in fondo. Una giornata per raccontare e raccontarci la storia della nostra vita, provare a scriverla come un racconto, scoprirne la trama, amarci un po’ di più.
Ricordare è comprendere, dare senso, rivivere, capire il perché.
La giornata della memoria, per “ricordarci tutto” quello che abbiamo fatto, imparato…. per non dimenticare l’entusiasmo, la voglia, la magia che ci mettono i bambini quando hanno 6 anni…

Pensieri e Silenzi

io prima di te

Will è il classico ragazzo che ha tutte le fortune della vita: ricco, bello, dinamico e sportivo. La vita gli si spalanca davanti come una promessa. Succede che un brutto incidente lo paralizza sulla sedia a rotelle e lo condanna ad una vita da carcerato nel suo stesso corpo. È così che Will incontra Lou, ventiseienne squattrinata e insicura, che non sa bene cosa fare della sua vita, passando da un lavoro all’altro per aiutare la sua famiglia. Luo, appena licenziata da un precedente impiego, accetta di assistere Will con il quale, giorno dopo giorno e non senza fatiche ed incomprensioni, nasce prima una bella amicizia e poi una intensa passione. Tuttavia Will non accetta la sua condizione di disabilità e decide, nonostante la ricca relazione con Luo, di andare in Svizzera per sottoporsi al suicidio assistito. Luo tenta in tutti i modi di mostrare al giovane come la vita possa essere ancora degna di essere vissuta ma i suoi sforzi non avranno l’esito sperato.

È davvero intrigante questo film (“Io prima di te”, titolo originale “Me Before You”, USA – 2016) capace di intrecciare una romantica storia di amore ed la narrazione della dolorosa condizione di disabilità e di solitudine che colpisce il protagonista.

C’è una domanda che accompagna, forse un po’ sotto traccia, questo racconto: che cos’è l’amore? È qualcosa che ci si appiccica addosso come un adesivo, qualcosa che indossiamo come un vestito o è un punto di vista da cui osserviamo il mondo e grazie al quale la realtà assume una nuova fisionomia ed un nuovo volto? L’amore cambia chi siamo, modifica la percezione che abbiamo di noi stessi, incide sulla nostra consapevolezza o ci si aggiunge come un tocco di colore che tutto sommato lascia il quadro inalterato? Detto in altro modo: quel è il peso dei nostri legami? Quanto essi ci identificano e partecipano alla costruzione della nostra identità?

“Io prima di te” è un titolo intrigante e giustamente ambivalente. Quel “prima” è nell’ordine del tempo (“ciò che io ero prima di incontrarti”), o è nell’ordine del valore (“io vengo prima di te, ossia io sono al primo posto nelle scelte”)? O è nell’ordine dell’essere (“la mia vita è precedente la tua…”)?

In fondo il problema è davvero tutto qui. Siamo sicuri che “io vengo prima di te”? Ossia che nella definizione della mia persona posso pronunciare “io” a prescindere dal “tu”? Siamo certi che ho la possibilità di proferire la parola “io” indipendentemente dalla presenza dall’altro, della sua radicale estraneità e differenza? Non è questa forse la grande illusione dei tempi moderni, quella cioè di credere che l’uomo trovi in sé il fondamento del tutto? Non è questa la ferita narcisistica della modernità, quell’arrogante pretesa dell’uomo di “insignorirsi del suo fondamento”, come direbbe Heidegger,  o di patire un “monoteismo del Sé”, secondo al suggestiva espressione di Sequeri?

Pensieri e Silenzi

oltre il cancello

La cosa stimolante quando ascolti un grande intellettuale, uno dal pensiero fino e dallo sguardo profondo, è che non capisci mai tutto quello che dice. Ne ho avuto conferma ieri, quando ho seguito con piacere la riflessione di un bravo teologo dal mente raffinata e dal linguaggio suggestivo ed intrigante.

Avevo già letto qualcosa dei suoi libri e sapevo che le sue riflessioni conservano sempre un alone di mistero, di interessante incomprensibilità. Dopo averlo ascoltato per diversi minuti, come mi aspettavo, avevo maturato una duplice impressione: da una parte il fascino per quanto le sue parole hanno saputo comunicarmi, gli universi che ha saputo disvelare, e le cose che ho potuto apprendere; dall’altra la consapevolezza che qualcosa ancora mi sfugge e che parte di quello che voleva comunicare è rimasto per me ancora inaccessibile.

Sono tornato a casa con la certezza che c’era molto di più nel suo discorso, molte più idee di quante sono riuscito ad afferrarne. Ne ho compreso qualcosa, ho guadagnato qualche vaga intuizione ma so benissimo che il suo ragionamento andava oltre e che sono rimasto, mio malgrado, solo sulla superficie.

Succede la stessa cosa quando assaggi qualche piatto di una cucina straniera: apprezzi il cibo, ti godi le pietanze ma intuisci che quei pochi sapori che hai sperimentato sono solo la punta dell’iceberg di una cucina che ti resta sconosciuta.

E tuttavia devo confessare che il vero guadagno di tutto questo mio ascoltare sono proprio quelle parole rimaste incompressibili. Ciò che conosciamo e che comprendiamo ci delizia, stuzzica i nostri sensi e abbraccia la nostra mente come un balsamo. Quello che capiamo ci apre nuovi orizzonti, arricchisce la nostra consapevolezza e il nostro sguardo sulle cose.

Ma è quello che non capiamo che ci stimola e ci seduce, che si staglia all’orizzonte come una meta da perseguire, che ci ammalia come un oggetto seducente ed intrigante. Sono proprio le cose che abbiamo solo intravisto e che paiono promettenti e lusinganti a smuoverci e a metterci in viaggio. È solo così che si accende l’interesse e che si attiva la passione.

È il potere erotico della conoscenza, quella dinamica di palesamenti e nascondimenti che accende il nostro desiderio. È come aver scrutato un vecchio giardino dal buco della serratura ed avere il sospetto che, dietro quel cancello, si celano scenari meravigliosi

 

Pensieri e Silenzi

facce da lunedì mattina

La facce del lunedì mattina sono sempre particolarmente assonnate e affaticate. Le incroci in stazione, in metrò o per strada e ti rendi subito conto che non sono le facce di sempre. La ripresa della nuova settimana è sempre qualcosa di oneroso e faticoso. La fine del week-end ti obbliga a riprendere il ritmo, i soliti impegni, le scadenze, i problemi e le urgenze; rivesti gli abiti della quotidianità, con i soliti tempi, quelli un po’ frenetici e compulsivi che accompagnano ogni settimana lavorativa.

È proprio per questo che questi volti sono poco luminosi di lunedì: sono visi di chi è consapevole che un nuovo tratto di strada lo aspetta e che non è detto che sia un tratto piano, in discesa o con un bel panorama…anzi, non è da escludere che arriveranno spinte e contraccolpi da attutire e da cui difendersi..

E tuttavia in questa assonnata riluttanza c’è di più.. c’è più di una fastidiosa insofferenza al lavoro e all’impegno… No, decisamente c’è di più…

Non è forse vero che anche questa inerzia appartiene al nostro essere persone adulte, chiamate ad affrontare la vita anche quando essa mostra il suo tratto faticoso ed urticante? Vivere la vita da adulti, da gente tendenzialmente matura e riconciliata, non significa anche trovare il Nuovo nel ritmo ripetitivo dello Stesso? Non è forse vero che si diventa adulti quando si lascia la pretesa giovanile che la Novità della vita consista nell’incessante accadimento di ciò che è diverso, inedito ed inebriante? Per l’adulto la Novità non prende forse la forma della tenace fedeltà al Medesimo?

È la fedeltà alle cose di sempre che ha il potere di rendere nuovo anche ciò che ritorna, anche ciò che riaccade, ciò che si ripresenta con tenace puntualità. Solo gli occhi fedeli sanno scorgere in ciò che “è sempre” la perenne Novità della Vita

Parole d'autore

gridi perduti nella notte

“La vita come tale, come evento di natura, come vita animale, si aggrappa alla vita;  la vita vuole vivere. La vita è volontà di vita, volontà di ripetizione di se stessa. Non c’è alcuna differenza, da questo punto di vista, quando si osservano un bambino e un gattino succhiare il seno e la mammella della propria madre. La vita è fame di vita, spinta di sopravvivenza, spinta autoaffermativa di se stessa. La vita vuole la vita.

Cosa deve accadere perché la vita si umanizza? Per Lacan il luogo primario della umanizzazione della vita è quello del grido.  Siamo tutti dei gridi perduti nella notte.  Ma cos’è un grido? Nell’umano esprime l’esigenza della vita di entrare nell’ordine del senso, esprime la vita come appello rivolto all’Altro. Il grido cerca nella solitudine della notte una risposta nell’Altro. In questo senso ancora prima di imparare a pregare e ancora di più nel tempo in cui pregare non è più come respirare, noi siamo una preghiera rivolta all’Altro.

La vita può entrare nell’ordine del senso solo se il grido viene raccolto dall’Altro, dalla sua presenza e dal suo ascolto. Solo se l’ Altro risponde alla nostra preghiera. Se viene tradotto da questa presenza in un appello. Ecco l’evento primario in cui la vita si umanizza: quando il grido è tradotto in una forma radicale di domanda; quando il grido diventa domanda d’amore, domanda non di qualcosa, non di oggetto, ma di segno del desiderio dell’Altro, domanda della presenza presente dell’Altro.”

(Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco)

 

Parole di carta

comprare, buttare, comprare

«La chiave della prosperità economica è la creazione organizzata dell’insoddisfazione», osservava, all’inizio del secolo scorso Charles Kettering, direttore della General Motors. E quando questa insoddisfazione non si crea da sé? A questo punto entra in gioco la “obsolescenza programmata”. Di cosa si tratta? Semplice a dirsi: alcuni beni di consumo, in particolar modo prodotti di elettronica, cellulari, stampanti o materiale elettrico nascono con una “data di scadenza”, ossia con un tarlo di produzione che riduce, intenzionalmente, la vita del bene. Tutto questo al fine di incentivare una precoce, quanto redditizia, sostituzione.

È balzato agli onori delle cronache il caso della Apples, accusata di rallentare gli iPhone attraverso l’installazione degli aggiornamenti automatici scaricati sui vari dispositivi. Un po’ meno noto è il caso della procura di Nanterre, che, lo scorso dicembre, ha deciso di aprire un fascicolo a carico di Epson, Brother, Canon e HP, sospettati di mettere in atto la stessa pratica, che dal 2015 è illegale in Francia.

La cosa non è ahimè di recente invenzione, se si pensa che i primi casi che hanno fatto scuola risalgono al 1924, negli anni della grande crisi: dal momento che il mercato delle lampadine arrancava, si ebbe la geniale idea di ridurre il funzionamento delle lampadine dalle 2.500 ore alle più modeste 1.000, sottoponendo ogni singolo prodotto ad un test preventivo di “cattiva qualità”. Il successo di questa iniziativa portò ad estendere questa strategia ad altri settori, aumentando il tasso di usura dei beni e scoraggiando la riparazione: si ricorse a metalli ad arrugginimento precoce, a cerniere di facile inceppamento oppure batterie di breve durata nascoste in alloggiamenti sigillati.

L’effetto di questa folle strategia di crescita è facilmente immaginabile: ogni anno nel mondo si producono oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, molti dei quali ad elevata tossicità per via delle componenti minerali presenti. 11 milioni di tonnellate di questi scarti salpano illegalmente verso le coste africane e asiatiche, dando luogo a immense discariche a cielo aperto. Una delle più tristemente note è quella di Agbogbloshie, alla periferia di Accra, capitale del Ghana. Su due ettari di terreno giacciono milioni di televisori, computer, stampanti. Tutt’attorno una “simpatica” baraccopoli dal nome inquietante: Sodoma e Gomorra.

La cultura dell’«usa e getta» compulsivo genera scarti: non solo scorie inquinanti, ma anche rifiuti umani, avanzi di umanità reggetta e scartata.  È un mostro che divora ogni cosa, con insaziabile voracità: le cose, l’ambiente e persino l’uomo.

Queso mio articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio dell’inserto de “Il Cittadino”  Dialogo

 

Storia e Tempi

Disneyland

Sappiamo che la campagna elettorale, da che mondo e mondo, si nutre di promesse, impegni e lusinghe. Quindi una certa dose di demagogia fa un po’ parte dei giochi… basta non esagerare e non spararle troppo grosse perché altrimenti si diventa ridicoli.

Come ha fatto, ad esempio, il candidato premier pentastellato che ha elaborato un piano per ridurre in due legislature il debito pubblico del 40 per cento del Pil, da 130 circa, come è oggi, a 90. La cosa, di per se stessa sfidante, è accompagnata dalla promessa di cancellare la legge Fornero, che, ad occhio e croce, comporta un risparmio di 25 miliardi all’anno. Ovviamente ci si guarda bene da spiegare come tutte queste risorse verrebbero trovate, a meno di pensare di vivere a Disneyland.

Come spiegano Alesina e Giavazzi sul Corriere (diciamo due che qualche nozione di economia pare ce l’abbiamo) la cosa è raggiungibile attraverso tre possibili opzioni. La prima è attraverso una «botta di inflazione», ossia facendo perdere valore al denaro e con esso anche alla montagna di debito pubblico. Bello, peccato che come conseguenza si rischia un aumento ancora peggiore dei tassi di interessi e la frittata è fatta. La seconda opzione è quella di “cancellare il debito”, semplicemente non ripagarlo più, un po’ stile Argentina. Sfortunatamente il nostro debito pubblico è detenuto al 40% da investitori esteri: immaginate cosa succederebbe se l’Italia non pagasse i suoi debiti? Semplice: il fallimento. Terza opzione: dato che il 130% è un rapporto (quello tra debito e PIL) si può agire aumentando straordinariamente il denominatore così che il valore diminuisca. Onestamente non si vede all’orizzonte una fase di crescita così sostenuta da far considerare credibile questa opzione.

La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito

Questo è quello che sostiene la scienza economica: magari il buon candidato premier ha ricette talmente innovative da vincere un premio Nobel per l’economia, ma sarebbe il caso che, prima di mettere questa teoria alla prova dei fatti, ce ne dia qualche realistica spiegazione.