Parole d'autore

invocazione

“Per precisare che cosa è l’invocazione invitiamo a pensare agli esercizi al trapezio che abbiamo visto tante volte, sulle piste dei circhi. In questo esercizio l’atleta si stacca dalla funicella di sicurezza e si slancia nel vuoto. Ad un certo punto protende le sue braccia verso quelle sicure e robuste dell’amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.

Il trapezio assomiglia molto alla nostra esperienza quotidiana. L’esperienza dell’invocazione è il momento solenne dell’attesa: dopo il “salto mortale” le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle. Nell’esercizio al trapezio nulla avviene per caso. Tutto è risolto in una esperienza di rischio calcolato e programmato. Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende alla ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dalla morte. Questa è l’invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita perché chi lo pone si sente immerso nelle morte.

L’invocazione rappresenta, nella nostra ipotesi antropologica, il livello più intenso di esperienza umana, quello in cui l’uomo si protende verso l’ulteriore da sé.

L’invocazione è una esperienza di confine. Essa è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, alla ricerca delle buone ragioni di ogni decisione e scelta importante. Nello stesso tempo essa è già esperienza di trascendenza, spinta verso il mistero dell’esistenza.” 

(S. Pinna e R. Tonelli)

Pensieri e Silenzi

in mare aperto

Noi siamo gente in attesa, gente che attende il domani, che scruta l’orizzonte aspettando cose nuove. Noi non apparteniamo all’oggi; viviamo l’oggi con intensità e pienezza, con gioia e fatica, ma non siamo gente dell’oggi. Il presente non risponde a tutte le nostre aspettative  e speranze. Nel presente non troviamo quella pienezza e quel compimento a cui il nostro cuore anela. Talvolta, nei momenti di grazia, troviamo nel presente una tiepida anticipazione, una sorta di premonizione…tuttavia ci accorgiamo che il nostro cuore va oltre, cerca di più, aspira a qualcosa di più pieno e profondo. Viviano l’oggi protesi al domani, ad un domani che sarà un compimento, una festa, un incontro.

La nostra fame di futuro è scritta nel nostro DNA, in ogni fibra del nostro corpo. Senti dentro una pulsione, una spinta che ti dice “ancora..di più..”, che non ti consente di accontentarti, di sederti, di galleggiare.

Come un marinaio innamorato del mare aperto, sentiamo la nostalgia dell’oceano sterminato, delle rotte profonde, della navigazione che ti porta altrove. Talvolta la tentazione del piccolo cabotaggio ci assale, ci lascia la paura di abbandonare il porto e alzare l’ancora. Altre volte la navigazione avviene seguendo la costa, sempre con un occhio puntato alla terra ferma, come un rifugio sempre possibile nella tempesta. Eppure, tuttavia, la nostalgia del mare aperto è sempre dentro di noi, riaffiora come un desiderio che non si può sedare, come un movimento naturale dell’anima che non possiamo placare. C’è sempre quel desiderio che ci spinge a tenere gli occhi fissi sul cielo, puntando la stella polare; la voglia di verificare venti e correnti così che si possa salpare per un nuovo viaggio.

Siamo gente fatta per il domani, gente in attesa di cieli nuovi e terre nuove verso i quali ci sforziamo di orientare la nostra navigazione.

Parole di carta

che bello!

riprendendo la riflessione di buono e bello e di sporgenze sul Mistero ho scritto questo articolo per il numero di maggio di LodivecchioMese.

Verrebbe da dire che possiamo fare a meno di tante cose ma non di ciò che è superfluo. Parrà una contraddizione ma credo che vi sia un fondo di verità in questa affermazione. Penso infatti che per sopravvivere abbiamo bisogno della Bellezza; per vivere la nostra vita da esseri umani su questa terra abbiamo esigenza di fare l’esperienza del bello, non solo di vederlo distrattamente, ma di incontralo, di scrutarlo faccia a faccia, ti percepirlo sulla nostra pelle e gustare come esso sia capace di entrare nel nostro cuore e di scaldare ed illuminare la nostra esistenza. Il bello ha in sé qualcosa di vitale, di intimamente essenziale come l’aria che respiriamo ed il cibo di cui ci sfamiamo: proprio la sua apparente inutilità ce lo rende prezioso e necessario, qualcosa di cui non possiamo fare a meno. Possiamo vivere la nostra vita senza la tecnologia, senza i comfort, privi di ricchezza e di prestigio, ma non riusciamo a diventare pienamente uomini se la bellezza non abita, almeno saltuariamente, le nostre giornate, se non è accolta come ospite eccellente nei nostri giorni, se essa non colorasse i nostri attimi con le tonalità forti e tenui del suo splendore.

La bellezza sa strapparci da quella dimensione di necessità ed utilità che guida la nostra vita e che presiede alle nostre scelte e alle nostre abitudini; il bello sa rompere il fluire necessario delle cose per irrompere come qualcosa di inatteso e spiazzante. Le nostre giornate sono spesso guidate delle continue urgenze: correre al lavoro, fare la spesa, accudire ai figli, un impegno improrogabile, un appuntamento importante… tutte cose che ci costringono ad un perenne inseguimento di quanto deve essere fatto il prima possibile. Sorge una sorta di ininterrotta necessità nella nostra vita; una gabbia che imprigiona i nostri pensieri ed i nostri sentimenti in una danza dal ritmo spesso compulsivo ed autistico. La bellezza è capace di portarci altrove, di aprire nuovi orizzonti, spalancare nuovi sensi e generare nuovi significati. La bellezza non ci conduce lontano dalla nostra quotidiana esistenza, non è una via di fuga lontano dalla ferialità: la bellezza sa condurci docilmente al cuore delle cose, dentro le nostre esistenze, al centro delle nostre vite, là dove i pensieri, gli affetti e i sentimenti fluiscono in maniera libera e gioiosa.

Tutto questo è possibile perché si instaura una strana sintonia tra il bello che c’è fuori e quello che scopriamo dentro di noi; si creano delle speciali risonanze tra la bellezza che scorgiamo nel mondo e quella che prende vita nel nostro animo, come corde che vibrano all’unisono sotto il delicato tocco di una medesima mano. Godere della bellezza fuori di noi riattiva una rigenerazione di quella bellezza che portiamo dentro; il nostro animo torna a respirare, si dilata il nostro sentire e si illumina il nostro mondo interiore. La bellezza ha infatti una naturale capacità di parlare al nostro cuore: non richiede mediazioni o traduzioni, non necessita di interpreti o vocabolari; essa giunge a noi, ci interpella e sollecita la nostra sensibilità. Gli echi intensi che da fuori giungono dentro rimbalzano nei antri dell’anima, risvegliando la nostra umanità sopita.

La bellezza nasce dai nostri sensi, come una testimonianza fisica che ci radica alla nostra umanità carnale. Essa tuttavia diviene subito qualcosa di “più” e di diverso: i sensi diventano porta di accesso all’anima e così la bellezza diviene qualcosa di “spirituale”, ossia capace di parlare alla pienezza della nostra vita e al senso che da essa traiamo e che ad essa diamo. La Bellezza, come un torrente carsico, si apre un varco nei nostri sensi e lentamente scava gallerie e letti nel nostro animo, invade quelle zone aride e sterili che ci portiamo dentro, si riversa nel nostro spirito e genera fecondità e vita. La Bellezza è davvero capace di innaffiare quei semi celati di umanità che ciascuno di noi conserva gelosamente dentro di sé; la sua benefica presenza genera germogli e poi fiori e quindi frutti che crescono copiosi nella nostra esistenza.

La bellezza è la forma più umana del Bene, quella che sa bussare alla porta senza sfondarla, che sa proporsi senza imporsi, che guida dolcemente le menti ed i cuori senza alcuna violenza o forzatura.

Ci ricorda padre Rupnik famoso artista, nonché teologo “che un bene che non diventa bellezza è un pericolo per l’uomo e ciò lo constatiamo continuamente: non esiste sofferenza più grande che avere a che fare con chi ha un’idea del bene che vuole imporre a tutti. La dittatura del bene è la suprema espressione del male. Il bene che non diventa bellezza è un fanatismo. Allo stesso modo, una verità che non diventa bellezza mangia gli uomini, li distrugge, è un drago. In nome della verità noi abbiamo tagliato parecchie teste, nel nome di idee umaniste l’epoca moderna ha ammazzato decine di milioni di persone. (…) l’idea che non è capace di incarnarsi come bellezza dimostra la sua impotenza. La bellezza è la carne del bene e del vero, ed è questa la cosa davvero straordinaria. Il bene, per essere veramente tale, ha bisogno di manifestarsi come bellezza.

Forse è proprio in questo senso che “la bellezza salverà il mondo” come afferma il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij. Essa rigenera l’umano, propizia il nascere e l’affermarsi di una umanità ricca ed integra, bella e completa, evoca l’emergere di un senso di Eccedenza e di Alterità e sa condurci, passo dopo passo, a quella parte della nostra vita che sporge sul Mistero. Forse essa realizza la sua origine sanscrita Bet-El-Za che vuol dire: “il luogo dove Dio brilla”.

Affetti e Legami

rilegatura

Questa settimana sono due mesi che Marco ci ha lasciato, ha terminato la sua storia tra noi e si è congedato dalla storia di questo mondo. Parrà banale dirlo ma sembra ieri: nonostante il tempo (a dire il vero poco) che è passato non sono ancora riuscito a farmi un’idea “reale” di quanto è successo, non ho ancora assimilato questa perdita. La ferita sanguina ancora e abbondantemente.

Mi ritrovo spesso a pensare a lui, generalmente in modo inconsapevole e nei momenti più strani: mi appaiono immagini, istantanee delle esperienze che abbiamo condiviso e dei momenti che abbiamo trascorso insieme. Sono come flash improvvisi, lampi della memoria; è l’emersione di un passato doloroso, di un distacco che ancora ferisce ed inquieta. Questi ricordi sono sempre accompagnati da un senso di voragine interiore: ogni volta è come entrare in contatto con una sostanza urticante o come toccare qualcosa di tossico che irrita la pelle, toglie il respiro e fa lacrimare gli occhi.

Avverti il senso di una assenza; hai la percezione di una mutilazione, di qualcosa che manca nella tua vita e non sai come mitigare il vuoto. È irreale l’idea di non potere più dialogare con lui, che non possa più varcare la soglia della tua casa o accomodarsi al suo solito posto in salotto. Mancano le piccole cose, le telefonate “banali”, una foto da condividere o una chiacchierata tanto per.

Ti rendi conto che il tuo mondo interiore deve subire una ristrutturazione a motivo di questa partenza: c’è un vuoto che non sarà mai più colmato e che dovrà, forse un domani, essere integrato nel racconto della tua vita e nella trama della tua esistenza. È come un capitolo triste e spurio che va aggiunto al romanzo della tua vita; al momento sta lì, in appendice, nella sezione “dolori”, in attesa che il tempo ti dica in quale parte del racconto sia meglio aggiungerlo. La tua narrazione ha subito uno iato, una rottura profonda ed imprevista, una interruzione drammatica. Saremo in grado di ricucire la trama, di saldare le parti del racconto, di individuare un filo rosso capace di riannodare gli attimi e le storie?

Pensieri e Silenzi

abitudini

È tempo di ripartire, di tornare a casa, di uscire dalla straordinarietà dei ritmi atipici per riprendere la via di sempre, il solito tram tram, le solite abitudini. L’esistenza aveva sospeso il suo corso abituale ed interrotto il fluire ordinario per lasciare spazio a qualcosa di nuovo, o meglio, di “strano”.

Questo ritorno all’ordinarietà porta con sé sempre sentimenti contrastanti: da una parte c’è la malinconia per le giornate fuori dal comune; d’altra le nostre abitudini sono come delle calde “coperte di Linus” che ci danno sicurezza e protezione. I ritmi noti fungono in qualche misura da utili difese, come degli abiti comodi in cui stiamo bene e che ci permettono di vivere tranquilli. Ripetere ogni giorno cose conosciute e sperimentate ci preserva dalla fatica di confrontarci con la novità, di gestirla, di negoziare nuovi comportamenti e strategie.

Vi è tutto sommato una bellezza nei nostri gesti quotidiani ed abitudinari, vi è lo stile della nostra persona ed il fascino del nostro carattere. Quanto avviene sotto l’impulso dell’abitudine conserva qualcosa di genuino, di non studiato o artefatto. La spontaneità è l’espressione di noi stessi, con pochi filtri o volontarie reticenze.

Vi è una gioia intima ed intensa nel riconoscersi nei propri gesti, nell’identificarsi con i propri comportamenti familiari; è come dire “sono io”, “sono questo”, “mi rifletto in questa immediatezza” ed “amo il mio stile”.  È tipico di chi ha talmente interiorizzato il senso della propria vita ed i propri valori da poterli tradurre nei gesti inconsapevoli e feriali. Talvolta queste azioni irriflesse, spesso tanto denigrate, custodiscono il nostro stile ed la ricchezza delle nostre giornate.

Storia e Tempi

quando il meglio è contrario al bene (possibile)

Dopo anni e anni di sforzi vani, il Parlamento della XVII legislatura è riuscito a varare con una larga maggioranza – quasi il sessanta per cento dei componenti di ciascuna Camera in ognuna delle sei letture – una riforma costituzionale che affronta efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese. 

Il testo modifica molti articoli della Costituzione, ma non la stravolge. Riflette anzi una continuità con le più accorte proposte di riforma in discussione da decenni e, nel caso del Senato, col modello originario dei Costituenti e poi abbandonato a favore del bicameralismo paritario impostosi per ragioni prudenziali dopo lo scoppio della Guerra fredda.

Nel progetto non c’è forse tutto, ma c’è molto di quel che serve, e non da oggi. Si riporta solo un breve elenco, a titolo ricognitivo.

  • Viene superato l’anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato, con la previsione di un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo.
  • I procedimenti legislativi vengono articolati in due modelli principali, a seconda che si tratti di revisione costituzionale o di leggi di attuazione dei congegni di raccordo fra Stato e autonomie, dove Camera e Senato approvano i testi su basi paritarie, mentre si prevede in generale una prevalenza della Camera politica, permettendo al Senato la possibilità di richiamare tutte le leggi, impedendo eventuali colpi di mano della maggioranza, ma lasciando comunque alla Camera l’ultima parola.
  • La riforma del Titolo V della Costituzione ridefinisce i rapporti fra lo Stato e Regioni nel solco della giurisprudenza costituzionale successiva alla riforma del 2001, con conseguente incremento delle materie di competenza statale.
  • I poteri normativi del governo vengono riequilibrati, con una serie di più stringenti limiti alla decretazione d’urgenza introdotti direttamente nell’articolo 77 della Costituzione, per evitare l’impiego elevato che si è registrato nel corso degli ultimi anni e la garanzia, al contempo, di avere una risposta parlamentare in tempi certi alle principali iniziative governative tramite il riconoscimento di una corsia preferenziale e la fissazione di un periodo massimo di settanta giorni entro cui il procedimento deve concludersi.
  • Il sistema delle garanzie viene significativamente potenziato: il rilancio degli istituti di democrazia diretta, con l’iniziativa popolare delle leggi e il referendum abrogativo rafforzati, con l’introduzione di quello propositivo e d’indirizzo per la prima volta in Costituzione;  Del resto i contrappesi al binomio maggioranza-governo sono forti e solidi nel nostro paese: dal ruolo della magistratura, a quelli parimenti incisivi della Corte costituzionale e del capo dello Stato, a un mondo associativo attivo e dinamico, a un’informazione pluralista.
  • Viene operata una decisa semplificazione istituzionale, attraverso l’abolizione del Cnel e la soppressione di qualsiasi riferimento alle province quali enti costitutivi della Repubblica.
  • Infine, lo sforzo per ridurre o contenere alcuni costi della politica è significativo: 220 parlamentari in meno (i senatori sono anche consiglieri regionali o sindaci, per cui la loro indennità resta quella dell’ente che rappresentano); un tetto all’indennità dei consiglieri regionali, parametrata a quello dei sindaci delle città grandi.

Il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie. Ma dobbiamo tutti essere consapevoli che, in Italia come in ogni altro ordinamento democratico , le riforme le fanno necessariamente i rappresentanti del popolo nelle assemblee politiche, non comitati di esperti: e nelle assemblee la ricerca del consenso impone compromessi, impedisce astratte coerenze, mette talvolta in secondo piano dettagli in nome del prevalente interesse a un esito complessivo utile.

L’iter della riforma è durato oltre due anni, è passato per sei letture, tre per ciascuna Camera, con quasi seimila votazioni e l’approvazione di oltre cento emendamenti. Sino alla prima lettura alla Camera il testo è stato condiviso da una maggioranza ampia, poi ridottasi per motivi non relativi al suo contenuto: riconoscere un anomalo potere di veto a chi aveva condiviso il contenuto avrebbe danneggiato il paese. Al di là dell’iniziativa e dello stimolo costanti del Governo, il contributo delle due Camere e di vari gruppi anche di opposizione è stato comunque decisivo e rilevante.

A quanti, come noi, sono giustamente affezionati alla Carta del 1948, esprimiamo la convinzione che – intervenendo solo sulla parte organizzativa della Costituzione e rispettando ogni virgola della parte prima – la riforma potrà perseguire meglio quei principi che sono oramai patrimonio comune di tutti gli italiani.

Lungi dal tradire la Costituzione, si tratta di attuarla meglio, raccogliendo le sfide di una competizione europea e globale che richiede istituzioni più efficaci, più semplici, più stabili.

Tratto dal manifesto del comitato per il si al referendum costituzionale

Storia e Tempi

Helsinki

E’ piacevole il clima di Helsinki in questa periodo dell’anno: le giornate di sole rendono la città stranamente accogliente ed ospitale. Per chi l’ha conosciuta nei mesi duri dell’inverno appare quasi come una sorpresa: acquista un aspetto inusualmente vivace e solare. Ti sorprende anzitutto la luce intensa che inonda le strade, che rimbalza sui palazzi e attraversa i parchi: è un bagliore particolarmente intenso che dona alla città una vitalità straordinaria.

Anche la gente in questi mesi estivi attraversa la città con un passo differente: eri abituato a vedere i marciapiedi affollati di persone coperte per il freddo e ora riscopri i viali abitati da una umanità più colorata e allegra, quasi giocosa. Chi ha dovuto trascorrere un lungo inverno rigido, l’arrivo del caldo lo vive con un senso di liberazione e di esuberanza. Lo vedi nei volti dei passanti e dei giovani che affollano parchi e giardini: vi è quasi la percezione di una ritrovata sintonia con il paesaggio ed il sentimento di una festa che sta per riprendere. Anche i vestiti dei passanti ti lasciano basito: il clima che da noi sarebbe considerato modestamente caldo, qui è percepito come “torrido”; e così non è infrequente imbattersi in persone che vestono abiti eccessivamente estivi, con calzature e completini da pieno agosto… stranezze della latitudine…

E’ singolare come una città dalle caratteristiche così nordiche possa apparire così calda e solare. Le vie che ricordi cariche di neve e di gelo appaiono ora di un intenso color pietra; le piazze imbiancate sono ora tinte da una miriade di fiori che addobbano la città. Sì, le giornate di caldo vengono vissute qui con una rara intensità, come fossero un dono raro e quindi quanto mai prezioso.  Percepisci quasi una ostentazione dell’estate, un esaltazione del clima mite, un inno alla riconquista del mondo circostante, per molti tempi rimasto sotto il dominio del freddo e della neve.

Parole d'autore

l’amor che move il sole e l’altre stelle

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

(Dante, Paradiso canto XXXIII)

Nell’infinita e luminosa essenza
di quella luce divina mi apparvero tre cerchi luminosi
di tre differenti colori ma di una stessa dimensione;

e l’uno nell’altro, come un arcobaleno nato da un altro
arcobaleno, sembrava riflettersi, mentre il terzo cerchio
sembrava un fuoco generato, allo stesso modo, in parte dall’uno ed in parte dall’altro dei primi cerchi.

Oh quanto risultano inadeguate le parole e così inferiori al
concetto che voglio esprimere! E la misura del mio ricordo,
rispetto a ciò che vidi, è tale che non basterebbe dire che è poco.

Oh luce eterna, che solo da te stessa sei racchiusa,
che tu sola sei in grado di comprenderti, e solo tu ti conosci
e conoscendoti rivolgi a te il tuo amore e la tua luce!

Quel cerchio di luce, il secondo, che così generato
appariva in te come una luce riflessa,
dopo essere stato a lungo da me osservato,

dentro di sé, disegnata nel suo stesso colore,
mi sembrò contenere l’immagine di un uomo:
per cui il mio sguardo era tutto intento a contemplare in esso.

Come il geometra, il matematico, che si impegna intensamente
per fare quadrare il cerchio, ma non riesce a trovare, pur
pensandoci a fondo, il principio su cui basare il proprio calcolo,

così stavo io di fronte a quella straordinaria visione:
volevo vedere, capire, come si adattasse
al cerchio quell’immagine umana, e come vi trovasse posto;

ma le mie capacità non erano adeguate ad una simile impresa:
se non che, all’improvviso, la mia mente fu colpita
da una bagliore che fece esaudire il suo desiderio.

Alla mia capacità di immaginazione mancarono a questo punto le
forze; ma già il mio desiderio di sapere e la mia volontà
venivano indirizzati altrove, così come è il moto uniforme di una ruota,

da Dio , che muove il sole e tutti gli altri astri.

Storia e Tempi

domani è sabato

Domani finalmente è sabato, tempo di riposo e festa. Anche la Genesi ci ricorda che “Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto”(Gen 2,2).

È singolare questo versetto: esso ha stimolato la curiosità degli esegeti più attenti. Nel settimo giorno Dio portò a compimento o cessò a ogni lavoro?  Come spiegare la presenza di due verbi tanto diversi nello stesso versetto per raccontare quanto Dio fece nel giorno di sabato? Sabato fu un giorno di lavoro (come lascia intendere l’espressione “portò a compimento”) oppure di riposo (espresso dal “cessò da ogni lavoro”)?

La saggezza ebraica ha risposto a questo interrogativo con una ipotesi interessante: “che cosa mancava ancora al mondo? Il riposo. Con il sabato venne anche il riposo. Solo allora l’opera della creazione fu compiuta”.

Il riposo non è una fuga dal mondo o un’assenza dell’operosità o della significatività della vita. Il riposo appartiene alla vita così come il sabato alla settimana. Anzi di più: così come il sabato è chiamato a dare compimento a quanto è stato operato negli altri giorni, allo stesso modo il riposo sabbatico è l’occasione per l’uomo di riappropriarsi della fatica e del lavoro in modo nuovo ed umanizzante. Il sabato è luogo della contemplazione dell’opera che si è compiuto e che la Vita ha compiuto con noi: luogo per vivere la propria umanità come ringraziamento e benedizione.

Pensieri e Silenzi

scalzi

Mi affascina l’immagine che Francesco ha usato parlando alla CEI, chiedendo ai sacerdoti di camminare scalzi… è una sollecitazione che penso sia buona per ogni persona, per ogni uomo che, appunto, “calpesta” questa terra. Camminare scalzi…

Essere scalzi richiama anzitutto una dimensione ed uno stile di essenzialità: il cammino scalzo è proprio di chi procede senza pesi e fronzoli, senza denaro, bisaccia né doppia tunica (se vogliamo usare una immagine evangelica). È rinuncia a quanto appare superfluo, accessorio e, in qualche modo, ingombrante. È la scelta di viaggiare leggeri, portando solo ciò che è realmente indispensabile e utile al cammino. Trovo affascinante questo stile del pellegrino, forse perché lo trovo arduo da praticare nella mia vita.

Ma c’è una seconda dimensione che è implicata dal piede scalzo: essa si riferisce a colui che riconosce la sacralità della terra che calpesta e proprio in nome di tale riconoscimento, toglie i calzari. Camminare scalzo nasce dalla percezione che la sabbia che calpestiamo è “santa”, ossia abitata da un Mistero Trascendente. L’uomo scalzo è colui che “è chiamato a prendere sul serio la terra, l’adamah e l’Adam, l’essere umano che dalla terra è tratto: a mostrarsi prossimo e sollecito verso le fragilità di ciascuno, verso lo smarrimento di senso, verso il bisogno vitale di comunità che permea il nostro tempo “povero di amicizia”. Ne conseguirà uno stile di vita concreto, sobrio e povero, spogliato dei beni non essenziali, ricondotto all’unica cosa necessaria, il vangelo, la buona notizia della vita più forte della morte.” (E. Bianchi).

La capacità di camminare scalzi appartiene a chi sa davvero guardare lontano, non solo oltre gli avvallamenti e le salite, ma anche oltre il tempo; cammina scalzo chi ha scoperto davvero un perla per la quale vale la pena di abbandonare ogni inutile appesantimento e così poter godere della sua Presenza.