Affetti e Legami

amare è un rischio

Eravamo molto giovani quando ci siamo detti “sì, per sempre”. Era una domenica di venti anni fa, un giornata calda di sole, conclusasi con un forte temporale estivo che ha sigillato, a suo modo, una bella giornata d’agosto.

Eravamo giovani e spensierati, sicuramente incoscienti ed impreparati ad affrontare le mille sfide che la vita ci avrebbe messo di fronte. Se mi guardo indietro, di certo il giovane di vent’anni fa mai si sarebbe aspettato né si sarebbe detto pronto a vivere tutto quello che l’esistenza ci avrebbe poi posto sul cammino.

È un amore iniziato un po’ per entusiasmo ed un po’ incoscienza, con passione e una buona dose di idealità e speranza. Un amore che è stato una scommessa, come in fondo lo sono tutti gli amori.

Non vi sono garanzie, nessuna tutela né protezione. Ogni amore nasce da una promessa, da un impegno reciproco che è tuttavia incapace di allontanare la paura ed il rischio, il dubbio ed il sospetto. Non c’è amore senza rischio: il rischio, l’affidamento, la scommessa sono componenti indispensabili dell’amore, un ingrediente necessario della sua ricetta.

La rimozione del rischio significa la soppressione di ogni legame: ogni affetto, ogni amicizia, così come ogni amore, nascono da un cuore che sa dire “sì” con un nodo in gola, con un cuore lambito dal dubbio, con una decisone che tradisce un filo di perplessità. È solo così che creiamo i nostri legami: con un piccolo o grande salto del vuoto, con un atto di rischio, con una scommessa incerta. Certo, non è pura incoscienza: abbiamo il presentimento che quel rapporto sarà un bene per noi, che ci porterà crescita e felicità. Ciononostante non vi è alcuna certezza matematica, ma solo il desiderio di un compimento, la promessa di una felicità.

Eravamo giovani quel giorno di vent’anni fa , giovani ed inesperti, con la pelle liscia e nessun capello bianco in testa. Ci siamo detti “sì” come quando, sul tavolo di gioco, si mette tutta la vincita sul numero fortunato, sperando che la roulette non ti tradisca.

È strano il gioco dell’amore: vinci solo quando punti tutto e non temi la possibilità di perdere ogni cosa.

Parola e parole

fame di vita

Le due signore anziane erano in fila per fare la comunione: la prima appoggiata precariamente ad un bastone, la seconda sostenuta dal una parente più giovane. Entrambe avanzavano con grande fatica lungo la fila, mettendo un passo dopo l’altro con enorme sforzo: il loro procedere era stentato, come chi anela a raggiungere qualcosa a cui tiene molto ma sa che le forze non sosterranno quello sforzo.

Giunte entrambe davanti al sacerdote le donne fanno entrambe lo stesso gesto, che cattura la mia attenzione: porgono il palmo per ricevere la particola su una mano malferma e tremante. Una volta ospitata sul palmo, muovono la sola mano libera verso la bocca per mangiare quel pane, giacché l’altra è saldamente ancorata al bastone e alla spalla dell’accompagnatore.

A primo acchito il gesto ha qualcosa di sgraziato, di vorace e di ingordo. Ricorda quei bambini golosi che prendono una fetta di torta e se la portano alla bocca con bramosia, quasi temendo che qualcuno la possa rubare loro. Ha qualcosa di “primitivo” quel gesto e non possiede l’eleganza di quando afferri con due dita della mano destra il pane che è stato deposto su quella sinistra e con un movimento lento e delicato porti il cibo alle labbra. Nient’affatto! Per le due anziane il gesto è più rapido e “brutale”: il pezzetto di pane messo nel palmo viene immediatamente portato alla bocca con mossa bramosa e insaziabile.

Osservo incuriosito l’accaduto ed un dubbio mi assale immediatamente: e se quelle donne, così malferme e provate, avessero colto di quel pane assai più di quello che le nostre coscienze perbeniste abbiamo mai compreso? Se crediamo che quel pane è davvero Pane di Vita, allora è qualcosa da bramare con tutte le nostre viscere, da desiderare voracemente; è qualcosa capace di saziare una fame profonda e radicale. Quel pane non è uno “stuzzichino” che decora le nostre tavole ricche di ben altri cibi! Quel pane non è cibo per chi è già sazio, per chi si è abbuffato di altro e che mangia solo per non “importunare” l’ospite. Quel pezzo di pane è cibo da divorare, da consumare con bramosia e appetito, quel cibo va anelato, desiderato, ricercato, agognato, sospirato.

Il gesto di quelle due anziane, forse un po’ rozzo ma profondamente vitale, ci ricorda che non ci si siede a cena se lo stomaco è già sazio, se il cibo che verrà offerto è superfluo per la nostra vita.

C’è fame nella nostra anima, c’è fame di vita e di speranza, c’è fame di pienezza e di compimento, c’è fame di gioia e di amore, di relazioni e di affetti. Sì, c’è fame e solo chi sente questo buco nello stomaco è capace di lasciarsi saziare da un pane di Vita. Proprio come hanno fatto quelle due donne.

Pensieri e Silenzi

riaprire gli occhi

Talvolta dici le coincidenze della vita…

Stamattina stavo visitando le ricche stanze del Palazzo Ducale di Venezia, sontuosamente decorate dai più grandi artisti veneziani del tempo. Sono uno splendore per gli occhi, una meraviglia dell’arte italiana, un patrimonio talmente ricco ed abbondante da generare un senso di spaesamento e disorientamento. Lo sguardo si muove veloce, anzi frenetico, tra i vari dipinti, incapace di cogliere ogni dettaglio di quelle immense immagini, sopraffatto dall’eccessiva bellezza e dall’abbondante espressività di quei dipinti. Gli occhi scorrono sulla superficie delle tele, catturando qualche particolare curioso, ma sottovalutando la maestria di cui è capace l’artista. Percepisci  quanta fatica e bravura trasudino quelle opere, intuisci quante ore furono spese per comporre ogni singola scena, sicché senti come un sentimento di colpa per quella contemplazione così superficiale ed incapace di onorare tanto talento.

Il punto è che vedi ma non guardi: quelle immagini cadono dentro il tuo campo visivo, ma gli occhi non le sanno cogliere ed apprezzare.

Ecco poi, dicevo delle coincidenze, la sera mi capita di scontrarmi con quell’episodio, tutto sommato minore, raccontato da Matteo al capitolo 20 del suo Vangelo: il Maestro esce da Gerico e due ciechi, seduti lungo la strada, chiedono di essere guariti. Gesù, preso da compassione per i due uomini, guarisce i loro occhi. In fondo il Nazareno ha mostrato ben altre capacità e prodigi, eppure quel piccolo episodio intercetta, singolarmente, quel mio pensiero.

Lo sguardo è un dono: ecco il punto! Tutti nasciamo con due occhi capaci di vedere ma la facoltà di osservare, di percepire con gli occhi ciò che ci circonda, questo ha poco di naturale e congenito ma è un dono che la Vita ci fa. Essa ci dota di due straordinari organi del senso visivo ma la capacità di penetrare le cose, di coglierne il mistero, di lasciarsi stupire dalla bellezza e dalla profondità, ecco tutto questo è davvero un miracolo che l’esistenza ci può donare.

In fondo tutti siamo un po’ come quei due ciechi seduti lungo la strada: anche noi abbiamo bisogno di “riaprire” i nostri occhi, di spalancare il nostro animo allo splendore dell’essere, di incontrare qualcuno che riabiliti la nostra capacità visiva, così spesso impotente e menomata.

Che si tratti di un capolavoro dell’arte o di un amico in difficoltà, di un tramonto al mare o di un collega più triste del solito, a ciascuno è chiesto di guardare oltre la superficie, di andare al di là di quanto è scontato, banale, ovvio. C’è uno sguardo che scivola sulle cose, come fa l’acqua con la roccia. E poi c’è uno sguardo che sa includere, abbracciare, penetrare la realtà, onorandone la bellezza.

Storia e Tempi

Domenico e Rosolino

Non so se quei quattro balordi che hanno imbrattato il ceppo commemorativo dedicato a Domenico Scorbati sulla strada provinciale 115 che collega Lodi a Lodivecchio conoscessero bene la sua storia. Aveva vent’anni quando venne fucilato da una colonna tedesca in ritirata il 27 aprile del 1945.

Insieme all’amico Rosolino Grignani e ai suoi fratelli Desiderio, Piero, Luigi e Carlo collaboravano con un gruppo di partigiani della bassa padana. L’amico Rosolino aveva appreso in fabbrica la lavorazione del ferro sicché si occupava di realizzare timbri per falsificare documenti necessari per espatriare in Svizzera. Generalmente si trattava di soldati alleati o di persone che non volevano collaborare con l’invasore tedesco.

I due giovani erano a bordo di un sidecar diretto da Villanterio a Lodi e, sebbene mostrassero una bandiera bianca, vennero raggiunti dai colpi di una mitraglia tedesca. Fuggirono nei campi, ma  vennero ritrovati senza vita alcuni giorni più tardi. Sul posto vennero posti dei ceppi a ricordo del loro sacrificio.

Mi colpisce sempre il pensiero che due giovani ventenni, più o meno dell’età dei miei figli, possano aver speso la propria vita per il bene del proprio paese. Non so, sarà che oggi è difficile pensare che giovani appena usciti dal tempo dell’adolescenza possano impegnarsi per ideali così alti, con coraggio e passione, consapevoli dei rischi mortali che potrebbero correre. Forse la cosa suona un po’ strana in Italia, abituati come siamo a confort e consumi. Tuttavia basta alzare un attimo lo sguardo e vedere cosa succede in Bielorussia o ad Hong Kong, per rendersi conto che la storia di Domenico e soci si ripete oggi in altre zone del nostro pianeta. È commovente e consolante constatare che, ieri come oggi,  energie giovani e fresche, meritevoli di ogni cosa dalla vita, non temono di sacrificarla per il bene di tutti, per il futuro del proprio paese, lottando per un domani che non sia solo mio o tu, bensì nostro.

Confesso che anch’io, come quei balordi, non conoscevo la storia legata a quei due ceppi rossi che si incontrano ogni volta che si va a Lodi. Quello che è accaduto mi ha fatto sorgere la curiosità di saperne di più. Ecco: penso che forse questa dovrebbe essere la nostra reazione civile di fronte a fatti come questi. Di fronte all’ignoranza, all’insulto e alla provocazione dobbiamo riappropriarci con ancora maggior convinzione del nostro passato, onorando coloro che, per nostro presente, hanno dato la vita.

Parola e parole

Magnificat!

Lo stupore nasce dal riconoscimento di una ricchezza, di un’abbondanza, di un dono eccedente ed inatteso, di quanto pareva insperabile ed invece è accaduto. Quando l’imprevedibile irrompe nella vita, quando il superlativo spazza via i calcoli un po’ gretti e limitati che la nostra mente è in grado di fare, ebbene allora il senso dello stupore nasce da un cuore trepidante e spaesato, sopraffatto da quanto non attendeva e che mai avrebbe previsto.

In fondo nel grido della giovane Maria, che urla il suo “Magnificat”, c’è forse la percezione di questo favore inaspettato, di una predilezione che eccede ogni ragionevole aspettativa, di una magnanimità che giunge come una sorpresa esorbitante.

Magnificat è il grido di chi non trova parole per raccontare quello che gli è accaduto, che non sa spiegarsi la fortuna che gli è capitata e che osserva alla vita con meraviglia nuova.

Fatichiamo oggi a sussurrare il nostro personale Magnificat perché i nostri occhi sono forse un po’ cinici e miopi, incapaci di riconoscere ed onorare lo stupore che riverbera dalle cose, dalle persone, dai nostri legami ed incontri, dalle parole che ci scambiamo con affetto e pazienza. Siamo ormai gente diventata insensibile alla meraviglia, giacché i nostri occhi non sanno più vedere e le nostre mani non sanno più sfiorare.

Attraversiamo la vita con il passo dolente tipico di chi non si aspetta nulla, di chi ha il cuore rattrappito da ciò che è banale e scontato; siamo gente spesso insensata perché insensibile a quanto vibra intorno a noi, anestetizzati dalle nostre paure, dai nostri piccoli pregiudizi, da schemi mentali divenuti ormai soffocanti.

La nostra indifferenza crea attorno ai nostri sensi una sorta di barriera, di pellicola protettiva, che ci difende dalla profondità della vita, dalla gioia inebriante e dal dolore che penetra, dalla malinconia e dallo struggimento, dall’angoscia e dall’estasi ineffabile.

Forse, per cantare il nostro Magnificat, dobbiamo lasciarci raggiungere dalla vita, lasciarci ferire da quello che accade, lasciarci sorprendere dalle meraviglie che ancora oggi non cessano di accadere nella nostra esistenza.

Pensieri e Silenzi

mezza vittoria

Fateci caso: la vita è spesso una mezza vittoria, un mezzo successo. Nel senso che accade raramente di ottenere una vittoria piena ed incondizionata: ci sono sempre di mezzo dei “ma”, dei “però”, qualcosa che sembra come “imbrattare” la tua medaglia e limitare il tuo successo.

Quando celebri un tuo trionfo pare esserci sempre quel piccolo dettaglio che ti lascia insoddisfatto, quel particolare che ti infastidisce e ti preclude una gioia piena. Ti accorgi che quella cosa poteva andare diversamente, che quell’altra l’avresti potuta farla meglio o che quel risultato poteva essere ulteriormente migliorato.

Insomma, nella vita devi necessariamente convivere con un bicchiere che è spesso mezzo vuoto (o mezzo pieno, se preferite). L’esistenza è ricca di queste situazioni di ”mezzità”, in cui una infinita tonalità di grigi rimpiazza uno splendente bianco o un cupo nero. Non sarebbe più facile giocare con tonalità ben definite e indiscutibili? Invece è sempre un lunga sfilza di grigi, alcuni più chiari e altri più ombrati, che ti costringono a trovare sempre il lato positivo delle cose.

Credo che la felicità nella vita dipenda davvero molto da questa capacità – a volte congenita altre volte appresa – di saper scorgere il lato buono delle cose, il loro aspetto positivo, quella piccola percentuale di successo che è nascosta nella cose che fai.

Temo che se aspetti una vittoria piena per essere felice, rischi di non esserlo mai. Solo quando impari a godere delle conquiste incompiute, delle affermazioni imperfette e delle mezze vittorie, solo allora incominci a gustare quella sfumatura tenue di bene che si nasconde nelle pieghe delle cose.

Parola e parole

una brezza leggera

Non sta nel vento impetuoso, capace di spaccare le pietre. Non sta nemmeno nel terremoto che scuote la terra nella profondità della sue viscere, né nel fuoco che divora con il suo passaggio tutto ciò che incontra. Non sta nella forza degli elementi, nel vigore degli eventi, nella prepotenza di quanto sa imporre la sua presenza con tracotanza ed energia.

Dio sta piuttosto nel “sussurro di una brezza leggera”, nel sibilo del silenzio, nel mormorio del vento, nel fruscio delle foglie mosse dal suo passaggio.

Mistero incomprensibile! Dio, il Logos, la Parola, sta nel silenzio, in quello spazio abitato da un brusio impercettibile, dalla parola mai pronunciata ma bisbigliata, a cui occorre prestare grande attenzione per coglierne il senso. Non una parola urlata, non un annuncio altosonante, non un grido impetuoso, ma un sibilo sottile, un tocco leggero, quasi impercettibile, uno sfioramento gentile, qualcosa che si può facilmente trascurare ed ignorare.

È questa la presenza grazia alla quale Egli si fa incontro al profeta Elia, rintanato nella caverna. Un Dio abituato a stare ovunque anche là dove non sospetteresti mai di coglierne la presenza. Un Dio capace di abitare l’abisso, la sconfinata creazione, l’immensità del cielo, la profondità del mare, il rombo spaventoso del temporale e l’energia incontenibile del cosmo. Ma che, allo stesso modo, si trova a suo agio, nella brezza leggera, nella bellezza nascosta, nella leggerezza impalpabile, in quelle piccolezze gentili ed umili che sfuggono ad uno sguardo superficiale.

Dio sa stare anche nel silenzio, là dove parrebbe impossibile qualunque abitazione, in quel luogo fatto di niente capace di ospitare ogni piccola o grande parole. Dio sta lì, in quel vento gentile che sa smuovere il cuore.

Parole d'autore

consacrati all’eterno

Lavatevi le mani
ma andate scalzi
e baciate la terra ferita.
Starnutite pure nel gomito
ma leccate le lacrime di chi piange.
Non viaggiate a vanvera
ora è tempo di stare fermi
nel mondo
per muoversi in noi stessi
dentro gli spazi sottili
del sacro e l’umano.
Indossate pure le mascherine
ma fatene la cattedrale del vostro respiro,
del respiro del cosmo.
Ascoltate pure il telegiornale
che finalmente parla di noi
e del più grande miracolo
mai capitato:
siamo vivi
e non ci rallegra morire.
Per ogni nuovo contagio
accarezza un cane
pianta un fiore
raccogli una cicca da terra,
chiama un amico che ti manca
narra una fiaba a un bambino.
Ora che tutti contano i morti
tu conta i vivi,
e vivi per contare,
concedi solo l’ultimo istante
alla morte
ma fino ad allora
vivi all’infinito,
consacrati all’eterno.

Andrea Melis Parolaio

Pensieri e Silenzi

esclusi

Da qualche giorno, incontro un ragazzo per strada mentre mi dirigo a piedi in ufficio: è accovacciato sul marciapiede vicino ad un sottopasso ferroviario, con un bicchiere di carta davanti a lui e con un aria assai triste e contrita. Veste abiti logori e sporchi e indossa due ciabatte da spiaggia decisamente fuori misura. Ogni mattina alza lo sguardo verso i passanti chiedendo qualche soldo o qualcosa da mettere sotto i denti. È giovane ma ha un aria depressa e sconsolata e ripete la sua richiesta di aiuto con davvero poca convinzione, quasi presagendo il rifiuto e l’incuranza che riceverà dai passanti.

Siede lungo la strada come un vecchio cencio gettato e dimenticato, incapace di guadagnare l’attenzione dei suoi simili, per i quali resta invisibile, o forse persino una presenza fastidiosa e molesta.

Casualmente oggi è giorno di raccolta rifiuti nella zona di Milano in cui si trova il mio ufficio: fuori da case ed condomini stanno mucchi di sacchi di immondizia, di plastica e di altri scarti da recuperare.

Ecco: quel giovane sembrava giacere come rifiuto tra i rifiuti, uno scarto che questa società non è più in grado – o non ha più voglia – di utilizzare né di valorizzare. Sono piene le nostre città di questi “scarti”, di gente espulsa dal circolo produttivo, di persone che hanno perduto la dignità che viene riconosciuta ad ogni buon consumatore. Se non puoi consumare, se non puoi comperare o vendere, vieni immediatamente messo ai margini, dirottato su un binario morto, dove solo i disperati come te posso farti compagnia.

Non sono casi isolati o eccezionali; non sono incidenti di percorso o drammi eccezionale e episodici. La povertà sta diventando una dimensione endemica della nostra società, quasi un fatto strutturale, come fosse l’altra faccia della abbondante ricchezza delle società occidentali.

Ha ragione Francesco: le nostre società generano scarti umani allo stesso modo in cui producono rifiuti con i quali inquinano l’ambiente. Lo scarto non è qualcosa di estraneo o alieno alla nostra società, ma ne diviene come un effetto collaterale, previsto e tollerato; è qualcosa di sbagliato, lo sappiamo bene, ma è il “piccolo” prezzo che dobbiamo pagare per consentire a tutti gli altri progresso e benessere.

A volte ho come l’impressione che si stia sempre più accreditando l’idea che, in fondo, non ci possiamo permettere svantaggiose solidarietà e sdolcinati sentimentalismi: il sistema funziona nella misura in cui premia chi “funziona” ed espelle chi non ce la fa.

Guardavo stamattina quel ragazzo seduto a mendicare e mi sono interrogato per quale incomprensibile ragione lui fosse lì ed io di passaggio verso il mio posto di lavoro. Confesso che non ho trovato alcuna spiegazione convincente e ragionevole…Che si chiami fato, destino o provvidenza, sento che porto il peso di un debito che non so bene come onorare…

Pensieri e Silenzi

per ogni fine c’è un nuovo inizio

È faticosa l’esperienza del ricominciare. Certo, quando cominci per la prima volta qualcosa, ti porti dentro l’incognita della novità, la paura per quello che può essere, il dubbio di essere all’altezza di quella nuova sfida e la preoccupazione per i problemi che potrebbero sorgere. Eppure sperimenti anche l’entusiasmo per ciò che insolito e inesplorato, il fascino dell’inatteso, la sfida per quanto non conosci.

Quando devi ricominciare dopo un fallimento, una sconfitta o un insuccesso, ebbene lì le cose diventano assai più complicate. L’ingenuità degli inizi è stata ormai sottoposta alla prova del tempo ed il ricordo di quanto è andato storto riemerge alla memoria come un pensiero ossessivo, come una pietra che ostacola il cammino, come una zavorra per i sogni e le aspirazioni.

Ciò che ti ha ferito suscita sempre quella dannata domanda: “Ne varrà la pena? Accadrà di nuovo? Riuscirò nel mio intento o fallirò nuovamente? Resterò deluso?”. Non ci sono risposte convincenti a queste domande subdole che ci albergano dentro; non c’è rassicurazione che tenga, né conforto, né assicurazione.

Ciò che ci può sbloccare è solo un atto di fiducia, semplice, doloroso, stentato e talvolta un po’ forzato. Ci salva solo la voglia di non cedere, di non rinunciare, di non mollare il colpo. Ci può smuovere quel flebile presentimento che forse stavolta è quella buona, che forse le cose cambieranno, che un finale diverso è ancora possibile.

Scrive Saint-Exupery: “È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttate via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio.