Parole di carta

Leopardi ed il COVID

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Riconosciamo tutti in questo famosissimo incipit, quella straordinaria poesia che è l’Infinito di Leopardi. Sono forse alcuni versi che ricordiamo da antichi studi scolastici e che ci sono rimasti impressi in modo indelebile nella memoria.

Il poeta siede sulla collina di Recanati e osserva davanti a sé una siepe che gli impedisce di guardare oltre: quel manto erboso si pone come un limite alla sua vista e alla sua contemplazione del paesaggio. Ed è proprio qui che accade il miracolo: lo sguardo che si scontra sul verde delle foglie diventa come il trampolino per andare oltre, per oltrepassare quelle barriere e per abitare quell’oltre che non è visibile all’occhio:

“Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.”

È strana l’esperienza del poeta: quel senso di limite visivo, che avrebbe potuto significare prigionia, costrizione e frustrazione, in realtà propizia un’apertura imprevista ed inattesa: lo spazio si dilata, il silenzio sovraumano assorda le sue orecchie ed una sensazione di quiete rapisce il suo cuore. Avviene una sorta di ribaltamento inatteso delle cose: il limite cessa di essere una barriera e si trasforma in una pista di decollo verso l’Infinito.

Ma non è solo il senso della vista a sperimentare questa inversione percettiva: anche l’udito partecipa al miracolo:

“E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando”

Anche il vento, che naturalmente è silenzioso e muto, acquista una voce grazie al suo “scontro” con un limite: quello delle piante sui cui inciampa nel suo cammino. La presenza degli alberi, che parrebbero impedire il libero fluire del vento, in realtà gli danno voce e melodia, suono e musica, sicché voce e silenzio dialogano, si incontrano, vibrano dello stesso Mistero.

“e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare”

Ecco dunque che il limite visivo ed uditivo si trasforma in quella straordinaria esperienza che è il naufragio nell’Immensità delle cose, del mondo e del tutto.
Pensavo a questa magnifica poesia del Leopardi riflettendo su questo strano e doloroso tempo di pandemia. Anche a noi è stata imposta una fastidiosa esperienza del limite: siamo stati limitati nel muoverci, nell’incontrarci, nel toccarci, nell’avvicinarci e nel riunirci. La parola “limite” è quella che ha maggiormente accompagnato questi giorni lenti e faticosi: tanti spostamenti proibiti, tanti abbracci negati, tanti contatti vietati, tanti avvicinamenti preclusi. In sintesi molta libertà limitata.

Eppure anche per noi, come per il poeta, il senso del limite che ci ha abitato ci interroga e ci interpella, ci provoca e ci disorienta: che senso ha avuto? Cosa ha significato? Che cosa dice di noi uomini? Cosa vuol dire esserci tutto d’un tratto scoperti limitati e fragili, esposti e vulnerabili? Certo ci ha restituito la misura equilibrata e realistica del nostro valore, silenziando tante voglie e pretese di onnipotenza. Ma forse, in quel limitare, ci potremmo scoprire qualcosa di assai più prezioso e inatteso.

Il limite, ogni limite, possiede questo tratto doloroso e irritante; ci provoca frustrazione e insofferenza, ferisce il nostro desiderio di libertà assoluta e di potenza smisurata. Ma, proprio come accaduto al giovane Giacomo, il limite può trasformarsi in un trampolino, in uno slancio verso l’oltre, in una nostalgia di infinito e di vastità. Forse è solo facendo l’esperienza urticante del limite, che gustiamo la nostra fame di infinito, il nostro bisogno di ulteriorità: non è tutto qui, non è tutto ora, non è solo tutto questo.

Il limite che affrontiamo nella nostra vita può rappresentare il carcere che ci imprigiona o la pista di decollo che ci porta altrove.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Maggio di LodiVecchioMese

Pensieri e Silenzi

non è una parentesi

Questo tempo ci ha cambiato e dubito che torneremo come prima. Magari adesso non ce ne accorgiamo ancora, ma questi lunghi giorni passati in solitudine ed in isolamento hanno cambiato le nostre vite, il modo con cui guardiamo le cose e lo stile con cui abitiamo le relazioni.

La nostra esistenza è stata interrotta bruscamente ed i ritmi di sempre sono stati scalzati via. Abbiamo tutti appreso nuove abitudini, abbiamo scoperto una nuova quotidianità fatta di molta casa, tanta famiglia, contatti virtuali e strane consuetudini.

Anche i nostri rapporti hanno cambiato forma: le persone che abbiamo sempre frequentato sono come scomparse dalla nostra vita, ma non siamo rimasti senza legami. Altre persone, altri amici o conoscenti hanno preso il loro posto e così sono nate, o si sono intensificate, nuove amicizie e relazioni.

Non saprei dire con precisione, ma anche le nostre abitudini forse dovranno essere rivisitate: dal modo di fare la spesa a quello di stare negli spazi aperti; dallo stile con cui uscivamo con gli amici, alla pratica di andare a messa o di andare in vacanza, partecipare ad incontri o riunioni. Tutte cose che ora stiamo iniziando gradualmente a riperdere ma che dubito torneranno ad essere come prima.

In fondo il mondo attorno è cambiato ma prima di tutto siamo cambiati noi, in quello spazio intimo che è la nostra anima.

Confesso che mi fanno un po’ paura ed un po’ rabbia coloro che si agitano affinché tutto ritorni come è sempre stato, come se questi tre mesi fossero stati una parentesi che possiamo facilmente dimenticare. Non sarà così, almeno per quanto mi riguarda. Quelli che bramano di tornare il prima possibile a fine febbraio forse non sono stati raggiunti dal cambiamento che ci ha assalito o forse non lo hanno voluto vedere. Si sono rinchiusi dentro un bozzolo rendendosi insensibili all’uragano che soffiava fuori.

No, nulla sarà come prima, niente tornerà come è sempre stato e se anche dovesse succedere, saremo noi a sperimentarlo in maniera differente.

Penso che oggi non ci sia chiesto di portare indietro le lancette dell’orologio ma di abitare un tempo nuovo e inesplorato. Ahimè vedo in giro tanta superfluità ed inconsapevolezze che un’epoca si è chiusa ed un’altra se ne deve aprire.

Mi accorgo che istintivamente mi tengo alla larga di coloro che si ergono a difensori e paladini del passato. Preferisco coloro che, timidamente, mi offrono la loro mano per affrontare insieme un tempo sconosciuto.

Pensieri e Silenzi

CI SIAMO!

Adesso lo possiamo anche dire: a breve andrà in stampa il mio terzo libro. L’uscita è prevista nella prima decina di Giugno.

Si intitolerà “Quando l’alba verrà – parole per un tempo nuovo” e sarà edito nuovamente da EDB. Si tratta di un racconto di questo periodo di pandemia: una sorta di diario di bordo che ho tenuto nei giorni della quarantena sul blog e che ora vede la luce sotto la forma di un libro. I pensieri che avevo iniziato a raccogliere nei post sono stati il punto di partenza per un racconto più ampio e strutturato. Visto il tempo particolare che viviamo, il libro uscirà come e-book, in formato epub e pdf.

Il titolo è stato preso a prestito da un bella poesia di Emily Dickinson del 1884: mi sembrava esprimesse bene il senso di questo tempo come “sospeso” in attesa nella nuova alba. La poesia originale è questa:

Not knowing when the Dawn will come,
I open every Door,
Or has it Feathers, like a Bird,
Or Billows, like a Shore 

Che tradotta, suona più o meno così:

Non sapendo quando l’Alba verrà,
Apro tutte le Porte,
Abbia essa Piume, come un Uccello,
O Frangenti, come una Riva

Non ci crederete ma, anche al terzo libro, per me ha un non so che di miracoloso il fatto che qualcuno ritenga le mie povere parole degne di pubblicazione… non so.. è sempre una piacevole ed inattesa sorpresa.

Il primo grazie di questo libro lo voglio allora dire a p. Pierluigi Cabri, direttore editoriale di EDB , non solo per la confidenza che mi ha concesso nel dargli del tu, ma per la fiducia e la stima che esprime in quello che scrivo. Credetemi: di questi tempi mica è cosa da poco!

Storia e Tempi

eroi comuni

28 anni fa come oggi una bomba faceva esplodere la macchina di Giovanni Falcone e della moglie Francesca Morvillo. Pochi giorni dopo un nuovo attentato tolse la vita a Paolo Borsellino. In questi due drammatici eventi, oltre a due celebri magistrati, persero la vita anche servitori anonimi dello stato, di cui fatichiamo a ricordare il nome: si tratta degli agenti Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Claudio Traina.

È gente che si trovava a fare il proprio lavoro, senza pretese di eroismo o di visibilità, gente semplice che, radicata nei valori costituzionali di libertà, giustizia e solidarietà, stata servendo lo stato. Già ..lo stato.. Ennio Flaiano diceva che “i nomi collettivi servono a far confusione. «Popolo, pubblico…». Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi fossero gli altri.”

Mi piace pensare che questi eroi anonimi non stessero servendo (solo) una istituzione o un ideale ma una comunità concreta, fatta da me, da te, da lui e lei e da tutti noi. Una famosa canzone ci ricordava che “gli altri siamo noi”: mimando potremmo dire, senza esitazione, che lo stato siamo noi, la comunità siamo noi, la società siamo noi.

Ecco: ci sono persone che tutte le mattine si alzano e fanno qualcosa di buono per gli altri, per la comunità, e che con umiltà servono un popolo, che spesso si mostra irriconoscente ed ingrato.

Ricorda il presidente Mattarella nel suo messaggio: “La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre, infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando volontà di giustizia e di legalità.

Credo che a questi servitori di ieri si aggiungono quelli di oggi: non uomini in armi e divisa ma in camice e stetoscopio, che combattono una guerra certo diversa ma non meno impegnativa. Anche tra questi eroi di oggi abbiamo assistito a perdite e cadute, testimoniando un valore non meno esemplare di quello di chi è, ahimè, esploso in un auto. Anche nelle loro vene scorre il “senso del dovere e dell’impegno” ed anch’essi, “infondendo coraggio”,  sono mossi da una “volontà di giustizia e di legalità.”

Trovo che non sia mai scontato né banale quando un uomo o una donna decidono di mettere la loro vita al servizio degli altri, nelle istituzioni, nelle società civile e nel volontariato. Essi formano quella schiera di “martiri laici” verso i quali possiamo solo chinare il capo

Parole di carta

celebrare al tempo del COVID

Condivido questo mio articolo uscito oggi su Il Cittadino, nell’inserto Dialogo. Il testo (un po’ lungo a dire il vero) riflette su come il tempo del coronavirus ha modificato celebrazioni e liturgie. 

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L’epidemia che stiamo ancora tutti vivendo ha fortemente condizionato la vita delle nostre comunità cristiane: gli usuali incontri, gli appuntamenti, i gruppi, le celebrazioni, le iniziative ed esperienze sono tutte state messe in pausa oppure hanno dovuto riconfigurarsi a fronte della nuova situazione. Forse la dimensione che maggiormente è stata segnata da questo tempo drammatico è stata quella liturgica: fin da subito celebrazioni, messe, momenti di preghiera e adorazioni sono state, giustamente, sospesi. La celebrazione liturgica non è come una visita al museo o alla biblioteca, dove gli accessi possono essere contingentati e scaglionati: celebrare significa anzitutto radunarsi, incontrarsi, toccarsi e relazionarsi, tutti in un medesimo posto ad una medesima ora, insieme, uniti, in comunione come una sola comunità credente. Non stupisce dunque che, nel momento in cui i contatti sociali dovevano essere radicalmente ridotti, le celebrazioni liturgiche siano state  sospese.

Ma celebrare non è una banale azione tra tante altre che la comunità cristiana compie: il Concilio Vaticano II, nella sua costituzione Sacrosantum Concilium (SC), ci ricorda che la liturgia è culmine e fonte della vita della Chiesa, evento allo stesso tempo sorgivo della comunità e vertice della vita ecclesiale. La sospensione delle celebrazioni (in particolar modo di quella eucaristica) ha toccato un nervo sensibile della vita della Chiesa, giacché essa ne è esperienza fondativa e identitaria. Non stupisce quindi che la creatività ecclesiale abbia cercato di individuare strategie alternative attraverso cui tentare di mitigare il digiuno eucaristico, affinché, a causa dell’assenza della celebrazione, non venisse impoverita anche la dinamica comunitaria. Abbiamo assistito così una pluralità di azioni che le varie comunità cristiane hanno messo in campo per tentare di essere e rimanere Chiesa anche al tempo del coronavirus.

Penso sia importante tentare una rilettura critica di quanto è accaduto, non per giudicare o criticare, ma per attuare quella forma di discernimento comunitario necessaria affinché la Chiesa non cessi di scorgere i segni dei tempi anche in questo periodo difficile e inatteso. È importante tentare insieme una riflessione critica giacché, come ci insegna la tradizione, “lex credendi, lex orandi”, ossia il modo in cui si prega e si celebra esprime e corrisponde al modo in cui si crede, e viceversa. La celebrazione, ed in particolar modo quella eucaristica, non è mai un fatto “neutro” ma manifesta e sostanzia la fede di una comunità cristiana, il suo stile e la sua identità ecclesiale.

Tentando una semplificazione un po’ rozza mi pare che siano state quattro le strade che le nostre comunità hanno imboccato per rispondere all’impossibilità di celebrare comunitariamente.

La prima è stata quella della celebrazione “senza popolo”: impossibilitati a convocare la comunità, alcuni sacerdoti hanno scelto di celebrare da soli, a porte chiuse, proprio come previsto dall’ordinanza ministeriale. La dicitura “senza popolo” in realtà rischia di essere un poco equivoca. L’ordo del messale romano prevede tre forme di celebrazione: la messa con il popolo, la messa concelebrata e la messa cui partecipa un solo ministro. Ovviamente ci si sta riferendo a questa terza casistica, ma le parole hanno una loro importanza e appare evidente che le due espressioni non si equivalgono. La dicitura “senza popolo” era in uso nella Chiesa cattolica fino a Pio XII, nella quale era prevista la celebrazione “individuale” dell’eucarestia. Il grande guadagno del Concilio e in particolare di SC è stata la consapevolezza che il soggetto celebrante durante le nostre liturgie è il popolo di Dio. Sempre l’ordo del messale ci ricorda che “La celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo santo riunito e ordinato sotto la guida del Vescovo. Perciò essa appartiene all’intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei compiti e dell’attiva partecipazione. In questo modo il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato», manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine. Tutti perciò, sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitando il loro ministero o ufficio, compiano solo e tutto ciò che è di loro competenza”. In altre parole, è tutta la comunità riunita sotto presidenza del ministro ordinato a celebrare le opere di Dio, in nome del sacerdozio comune che a tutti è stato donato nel battesimo.

La seconda opzione messa in campo è stata quella di trasferire nella dimensione virtuale quanto nella realtà delle nostre chiese non è più possibile compiere. Abbiamo assistito ad un fiorire di dirette streaming su canali youtube e altre piattaforme, per permettere alle persone di essere presenti al rito liturgico. Questa modalità di celebrazione, certo determinata dalla particolare situazione sanitaria, non è priva di pericoli: la possibilità che la messa venga in qualche modo spettacolarizzata e colta come un evento a cui assistere rischia di snaturare l’esperienza liturgica. Alla liturgia si partecipa, non si assiste: in quell’evento si viene coinvolti con parole e gesti, con risposte e canti; in quell’atto è implicata la vita di ciascuno dei membri della comunità, in un modo radicalmente diverso da quello che può accadere assistendo, ad esempio, ad uno spettacolo teatrale o cinematografico. Va riconosciuto tuttavia un fatto assolutamente da non trascurare: come molti studiosi rilevano, il virtuale può costituire non solo una “opposizione” al reale, ma anche una sua naturale “estensione”.  Accade così anche con i nostri contatti e dialoghi tramite social: essi possono rimpiazzare i rapporti reali o possono essere una sorta di “continuazione” di tali legami, qualora lo spazio ed il tempo non permettano una presenza vis-a-vi. In fondo, il contatto “virtuale” è capace di alimentare e sostenere quello reale e concreto. Credo che qualcosa del genere sia accaduto anche per le nostre messe on-line: la celebrazione presieduta dal “nostro” parroco nella “nostra” chiesa – a differenza ad esempio di quella che si può vedere su una rete nazionale – ha la capacità di riattivare rapporti preesistenti e che rischiavano di affievolirsi a motivo della pandemia.

Una terza scelta adottata da alcuni pastori è stata quella del digiuno eucaristico: “se il mio popolo non può celebrare, scelgo liberamente di condividere la sua condizione, astenendomi dal pasto eucaristico”, questo in sintesi la logica che ha mosso alcuni presbiteri. Riconoscendo che una messa senza comunità sarebbe stata un evento intrinsecamente impoverito, essi hanno preferito partecipare alla “fame eucaristica” della comunità previlegiando altre forme di celebrazione e accompagnando la propria gente dal punto di vista liturgico in altro modo. Va ricordato che, pur riconoscendo la centralità della celebrazione eucaristica nella vita di fede, la liturgia non si esaurisce nella messa e che la tradizione mette a disposizione altri modi in cui la comunità può celebrare l’amore di Dio.

Questo ci porta a soffermarci brevemente sulla quarta opzione sperimentata: quella della liturgia familiare. Coloro infatti che hanno attuato il digiuno eucaristico, hanno spesso scelto di spostare simbolicamente il centro della comunità celebrante dalla chiesa-comunità alla chiesa-famiglia. Si tratta qui di prendere sul serio la tradizionale definizione di famiglia quale “chiesa domestica” e riconoscere il ruolo anche liturgico che essa può esercitare. Vi è stata quindi un’ampia sussidiazione da parte della comunità parrocchiale e diocesana affinché la famiglia potesse trovare ed inventare momenti in cui celebrare la fede tra le proprie mura, non in maniera privatista e individuale, ma con il respiro che abbraccia la Chiesa intera. In fondo, in questa situazione d’isolamento e di lontananza sanitaria, la Chiesa domestica è l’unica comunità che può esprimere e celebrare quella dimensione d’intimità, vicinanza e contatto che ad oggi sono precluse alla comunità ecclesiale, e che rappresentano una componente essenziale dell’esperienza liturgica.

In questi giorni siamo tutti chiamati come comunità cristiana a “inventare” una nuova modalità celebrativa, quella fatta di distanziamento e protezione: parteciperemo alla liturgia rimanendo lontani sulle panche, con mascherine e guanti, e mantenendo un distanziamento che non consenta il contagio. Anche in questo caso ci sarà chiesto di esercitare un evangelico discernimento affinché lo stile celebrativo non tradisca quanto stiamo vivendo. Bisognerà ricordarsi che la messa è “costitutivamente contagiosa”, in quanto essa è contatto, contagio, nudità e riconoscimento: le giuste accortezze sanitarie non potranno sminuire la natura intima dell’eucarestia. Essa poi è “intrinsecamente gratuita” e mal tollererebbe prenotazioni di posti o selezione dei partecipanti.

Viviamo tempi difficili e inediti che ci è chiesto di abitare con creatività e passione, ma anche con fedeltà e autenticità, sapendo discernere quanto nel nuovo che avanza possiede il sapore autentico del vangelo.

Affetti e Legami

nozze d’oro

Cinquant’anni sono davvero tanti. Soprattutto se li passi sempre insieme. Praticamente è almeno metà della tua vita, sperando di raggiungere la mitica soglia dei cento.

È difficile immaginare cosa può accedere in cinquant’anni: se penso ai miei genitori dentro quella cifra ci sta un matrimonio, due figli, tre case, non so quante automobili, 4 nipoti, tanti lutti, moltissime nascite e matrimoni, tantissimi viaggi insieme, una infinità di vacanze, migliaia di chilometri percorsi per i più svariati motivi, 35 anni di lavoro, la pensione, una quantità industriale di vestiti cuciti ed un numero esorbitante di  partite di calcio giocate ed allenate, molti amici incontrati, tante malattie e difficoltà, tante cadute e tante salite. Ovviamente non sono mancati tanti traguardi raggiunti a braccia alzate, tante gioie e soddisfazioni, successi e vittorie.

Ma soprattutto in quei cinquant’anni c’è tanto amore dato e ricevuto, tanti sguardi ed abbracci, tante strette di mano e pacche sulla spalla, tante consolazioni e conforti e quella sensazione impagabile di essere al posto giusto con la persona giusta.

Ma c’è una cosa ancora più bella, se gratti sotto la superficie degli anni trascorsi e delle stagioni passate: credo sia la consolazione di esser stata una coppia generativa, di aver generato vita per sé e per gli altri. Quei lunghi cinquant’anni che ti lasci alle spalle sono lì a testimoniare che non ti sei chiuso a riccio, che non ha trattenuto la vita per te stesso ma l’hai donata abbondantemente a chi è stato accanto: ai figli, ai nipoti, alle nuore e ai parenti, ai vicini di case ed agli amici, da quelli più intimi ai semplici conoscenti.

In fondo essere generativi è l’unico modo con cui possiamo lasciare un segno nella nostra esistenza, sperimentando la consapevolezza di aver fatto la differenza per qualcuno e di non aver calpestato inutilmente questa terra.

Sono tanti cinquant’anni di matrimonio: ma forse i tanti gradini scesi insieme, proprio come nella poesia di Montale, hanno regalato la consapevolezza che il mondo ormai lo si può vedere solo attraverso gli occhi dell’altro.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
(E. Montale)

Parola e parole

un canto libero

Il Gesù di Giovanni è davvero strano e decisamente controcorrente. Nelle pagine di oggi si espone in una affermazione che, a leggerla attentamente, suona contraddittoria “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Ma come? Si parla di amore e ci citano i comandamenti? Ci si riferisce al quel sentimento straordinario come l’amore e lo si abbina all’atto dell’obbedire, dell’osservare, del rispettare? Non è una contraddizione in termini?

In altre parole: l’amore può tollerare il rispetto della norma, il riferimento alla legge, l’obbedienza a dei vincoli esterni? Addirittura è possibile affermare che il proprio il rispetto di tali vincoli diviene il presupposto dell’amore, quasi a lasciar intendere che solo l’osservanza della legge è espressione di un amore vero?

Ma scusate: l’amore non è libertà somma, spazio di piena espressione di sé, luogo svincolato da obblighi e divieti? Amare non significa forse “potere senza limiti”, danzare al ritmo del proprio istinto, agire e sentire senza impedimenti o limitazioni? Ogni amore assoluto non è appunto “ab-solutus”, ossia libero da vincoli, sciolto da legami, privo di confini? Ma allora che amore è?

Forse Giovanni ci ricorda che in ogni legame esiste una dimensione affettiva ed una dimensione normativa, fatta di un patto, in cui è coinvolta la volontà e la responsabilità del singolo. L’amore è certo passione, istinto, pulsione ma, se è pienamente umano, è anche impegno, responsabilità e fedeltà. Nessun amore che sia tale può prescindere da questi due fili che costituiscono il legame.

Se l’amore non riconosce la misura, la norma, la ratio, diventa appunto irragionevole.

Da dove nasce questa istanza normativa? Da dove si origina? Penso anzitutto dal riconoscimento della presenza dell’altro, dalla irriducibilità che appartiene alla persona amata. L’amato, per quanto simile, caro e vicino resta sempre “altro”, diverso da me, irriducibile ai miei istinti, alle mie voglie e passioni. È la semplice e pura presenza dell’altro che istituisce la regola del rispetto, dell’onore e del riguardo.

Alla fine dei conti, è davvero “sconsiderato” quell’amore che non “considera” la normatività che emerge dalla presenza dell’altro; “scriteriato” quello che non onora il “criterio” definito dall’amato; “irresponsabile” quello che non sa “rispondere” della presenza dell’innamorato.

Pensieri e Silenzi

la messa al tempo del COVID

Le parrocchie si stanno organizzando per il prossimo ritorno alle messe: a partire dal 18 maggio sarà possibile riprendere – entro certi limiti – le celebrazioni ed in particolare quella eucaristica. Sento di parrocchie che stanno predisponendo elenchi per l’iscrizione, alcune useranno delle app, alcune ancora altri sistemi per garantire una partecipazione ordinata. Qualcuna penso si affiderà semplicemente all’ordine di arrivo. È infatti evidente che solo un piccola parte della grande comunità eucaristica potrà tornare a celebrare, giacché spazi e tempo saranno contingentati.

Capisco benissimo queste necessità organizzative: date le condizioni esterne, esse sono necessarie e personalmente non saprei immaginare soluzioni differenti o più intelligenti.

Tuttavia confesso che questa modalità di partecipazione mi lascia grossi dubbi: mi chiedo se davvero sarà possibile celebrare in queste condizioni. Mi interrogo se la messa debba essere celebrata “a qualunque condizione” o se i limiti imposti dalla situazione sanitaria non rischino di snaturare l’evento celebrativo e renderlo qualcosa che non è.

Le attuali norme per accedere alla celebrazione liturgiche di certo garantiscono la dimensione individuale, in quanto a ciascuno anzitutto è consentita la partecipazione e – cosa non da poco – che questa avvenga in modo sicuro e protetto.  Anche la dimensione sociale è stata assicurata poiché il distanziamento tra le persone, la pulizia e l’igiene rendono le chiese luoghi sicuri e protetti.

Il punto, secondo me, è che la messa non è né un fatto (solo) individuale né (solo) sociale ma primariamente un evento comunitario. Ed è proprio questa dimensione comunitaria che vedo fortemente compromessa adottando questo stile celebrativo.

L’eucarestia non è uno spettacolo a cui assistere ma un evento a cui partecipare, una esperienza che afferisce ad una comunità umana, alle sue relazioni effettive ed affettive, ai vincoli che strutturano i legami. Mangiando dello stesso pane quella comunità diviene un solo corpo, corpo mistico di Cristo, per essere segno di unità per tutti gli uomini.

Come espliciteremo queste dimensioni costitutive dell’eucarestia restando a distanza, evitando i contatti, percependo il fratello che mi siede accanto come una minaccia ed una possibile fonte di contagio? L’eucarestia è intrinsecamente contagiosa, perché è fatta di riconoscimento e accoglienza, contatto e condivisione, di comunione e fraternità.

Siamo certi che “come” celebreremo non rischi di tradire “ciò” che celebreremo? E che si crei uno iato tra parola e gesto, tra ispirazione e comportamento, tra corpo mistico e membra separate?

Storia e Tempi

Galli della Loggia e Francesco

Credo proprio che Francesco non abbia bisogno di una difesa di ufficio di fronte alle osservazioni un po’ miopi e talvolta strabiche di Galli della Loggia sul Corriere.

Bisogna indossare delle belle lenti deformanti per leggere in maniera così sfuocata questo papato, usando categorie che mi paiono assolutamente inadatte per interpretare il tempo odierno.

Non mi interessa però ribattere punto su punto sulle sue osservazioni (in rete trovate validissimi commenti) ma sottolineare una cosa che mi ha colpito del suo intervento e che secondo me è indicativo di una certa prospettiva di lettura: l’abbondante utilizzo della parola “religioso”.

È proprio il cuore delle accuse dell’editorialista: Francesco è un papa poco religioso. Infatti: “il discorso pubblico di Francesco inclina a perdere ogni specificità di tipo religioso. (…) assenza di specificità «forti» di tipo religioso. (…) È così che alla fine quel discorso, privo di una significativa innervatura religiosa, resta solo un discorso ideologico. “ sono le sue parole testuali.

Ma cosa si intende con questa parola? Cosa rende “religiosa” una parola, un atto, un’azione, una riflessione? In che senso il discorso di Francesco è poco “religioso”?

Ho il sospetto che per “religioso” Galli della Loggia intenda “confessionale, dogmatico, clericale” e in questa accezione non si può certo dargli torto. Francesco non ama abitare gli spazi del sacro, dell’istituzione e del potere ma è più a suo agio in quell’ambito profano dove la gente vive tutti i giorni.

Ma mi viene da pensare che, se “religioso” significhi questo, la stessa accusa calzerebbe benissimo anche per Gesù: anch’egli è stato – in questo senso –  poco religioso, uno che, pur frequentando i luoghi del sacro, ne seppe dare una interpretazione radicalmente rivoluzionaria ed inclusiva.

Mi perdoni Galli delle Loggia, ma questa accezione del termine “religioso” è quanto meno parziale e incompleta, incapace di coglierne l’anima e la portata.

Forse, ma dico forse, la parola “religioso” ha più a che fare con l’annuncio liberante di un “oltre”, di una eccedenza, di una pienezza, che è capace di dare compimento alla vita umana. Religioso non è ciò che si separa dalla vita, ciò si isola in una dimensione appartata; “religioso” allude alla possibilità di indicare la pienezza e la profondità della vita, di testimoniare un annuncio di liberazione che qualifica, in modo radicalmente nuovo, l’esistenza quotidiana.

Quanto è “religioso” non è in dialettica con l’umano, si vada a leggere la Gaudium et Spes, caro editorialista. È religioso quanto annuncia che l’umanità integrale è spazio di una esperienza di liberazione, che dona compiutezza all’umano proprio nella sua apertura trascendente.

Forse, allora, Francesco si rivela essere assai più religioso di quanto possa apparire e temo che ci stia indicando uno stile tutto evangelico di stare al mondo.

Storia e Tempi

la liberazione di Silvia

Leggendo i titoli di alcuni giornali oggi mi sono chiesto se per caso non fossi stato stato catapultato nella Corea di Kim Jon-Un o nella repubblica teocratica di qualche ayatollah.

Dopo che leggo cose del tipo “abbiamo liberato un’islamica” il dubbio capite bene è più che lecito. Anche perché, a meno di modifiche apportate di segreto stanotte, mi risulta che l’articolo tre della nostra costituzione continui a recitare così: “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Ma andiamo con ordine. Silvia Romano viene rapita un anno e mezzo fa in Kenya , dove tra l’altro non era in vacanza premio ma a fare la volontaria di una ONG a favore di bambini orfani. Già in quella occasione i commenti non si sono risparmiati, quasi ad incolpare la giovane cooperante di essersela andata a cercare (“se te ne stavi a casa tua non ti succedeva nulla”, era un po’ il retro pensiero..)

Accade che dopo molti mesi in cui la ragazza viene passata di mano più volte e consegnate a gruppi terroristici, si giunge finalmente alla liberazione, cosa a cui pochi credevano ancora.

Dopo grandi festeggiamenti e congratulazioni per l’operazione,  l’aereo che porta Silvia a casa atterra in Italia e la ragazza si presenta alla stampa con vestiti tipici somali, il capo coperto e il dubbio che si fosse convertita all’Islam: apriti cielo! La supposta conversione è accolta come un tradimento della patria, come un’offesa a chi si è prodigato a liberarla, fino a far dire a qualche squilibrato che addirittura sarebbe così diventata complice dei sequestratori… e va beh.. siamo a chi la spara più grossa…

Cerchiamo di non perdere di vista la realtà: siamo di fronte ad una giovane donna, tenuta prigioniera per moltissimi mesi, lontano dalla famiglia, in un ambiente ostile, continuamente sotto minaccia. Possiamo solo lontanamente immaginare quanto sia provata fisicamente e psicologicamente, quando dolore abbia patito, quanta sofferenza accumulata, quanto stress abbia dovuto sopportare. Davvero qualcuno si sente così arrogante da esprimere giudizi su quello che è accaduto? Ma chi ci da il diritto di “sparare” sentenze così tranchant senza conoscere alcunché di quanto successo? Chi si permette di farsi giudice della vita degli altri, con una presunzione così vomitevole?

E poi: se anche Silvia avesse deciso in libertà di convertirsi all’Islam, questo farebbe di lei un’italiana di serie B? Qualcuno per il quale non sarebbe valsa la pena l’impegno del nostro governo? Ma davvero siamo arrivati qui? Che basta un foulard in testa e un vestito esotico per renderla meno donna, meno italiana e meno degna?

Mi auguro di cuore che nessuno credesse davvero a quello che è stato scritto e che alla fine si sia trattato di uno dei soliti rutti che si fa quando si è un po’ brilli tra amici, tanto per fare gli sbruffoni. Perché, per quel che mi riguarda, certe affermazione hanno la stessa dignità di una flatulenza.