Parole d'autore

Che fine hanno fatto Greta Thunberg e Bernie Sanders?

Slavoj Žižek è uno dei filosofi contemporanei più originali e creativi, e anche uno dei più prolifici. Non sempre condivido le sue tesi ma il suo punto di vista merita sempre una particolare attenzione.

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Chi osserva lo scenario pandemico dovrebbe chiedersi che fine hanno fatto Greta Thunberg e Bernie Sanders. Se si escludono le poche righe con cui Thunberg si dice convinta di essere sopravvissuta al covid-19, si sente parlare pochissimo del movimento mobilitato dalla sua protesta. Quanto a Sanders, nonostante abbia invocato misure (come la copertura sanitaria universale) che oggi, durante l’epidemia, sono riconosciute come necessarie in tutto il mondo, anche lui non si vede o sente più da nessuna parte.

Perché l’epidemia di covid-19 ha avuto quest’effetto su figure politiche che hanno programmi e intuizioni più attuali che mai?

Negli ultimi mesi, il tema del covid-19 ha totalmente eclissato le preoccupazioni ambientali ed è stato a sua volta eclissato nelle ultime settimane dalle proteste antirazziste che si sono diffuse dagli Stati Uniti a tutto il mondo.

La cruciale battaglia ideologica e politica in corso in questi giorni riguarda il legame tra questi tre ambiti: epidemia di covid-19, crisi ambientali, razzismo. L’establishment preme perché restino separati, e suggerisce addirittura che siano in contrasto tra loro. Sentiamo dire che il nostro compito principale ora è di far ripartire l’economia, e che di conseguenza dovremmo disinteressarci un po’ dei problemi ambientali. Sentiamo dire che le rumorose proteste antirazziste spesso violano le norme di distanziamento sociale, e dunque contribuiscono al contagio, e così via.

Per opporsi a questi ragionamenti è necessario sottolineare i legami fondamentali tra questi ambiti: l’epidemia scoppia nel quadro delle nostre squilibrate relazioni con l’ambiente naturale, non è solo un problema sanitario; le proteste antirazziste sono rafforzate dal fatto che le minoranze sono più minacciate dall’epidemia rispetto alla maggioranza bianca, che può permettersi l’autoisolamento e migliori cure mediche. Perciò stiamo facendo i conti con crisi che esplodono come parti di una stessa dinamica del capitalismo: tutte e tre – epidemia, proteste antirazziste, crisi ambientali – non solo erano previste, ma ci accompagnavano già da decenni.

Quanto alle proteste antirazziste, alla domanda “perché otto anni di Obama non sono riusciti a garantire un sufficiente cambiamento delle relazioni razziali negli Stati Uniti?”, ecco come ha risposto Spike Lee: “Ottima domanda. Ma dovete capire: le relazioni razziali – che sono peggiorate – sono una risposta diretta al fatto di avere avuto un presidente nero”. Perché? Non perché Obama “non fosse abbastanza nero”, ma perché incarnava un’immagine di statunitense nero propugnata dalla sinistra democratica, uno statunitense nero che ha avuto successo rispettando pienamente le regole del gioco democratico.

Le proteste sono una risposta brutale al ritornello “avete un presidente nero, che altro volete di più”. Tocca a noi, dunque, articolare cosa sia questo “altro”. Basta ricordare che, durante gli otto anni della presidenza Obama, la tendenza generale degli ultimi anni non si è arrestata: il divario tra ricchi e poveri si è allargato, e il grande capitale si è rafforzato. In un episodio della serie The good fight, il seguito della serie The good wife, la protagonista si sveglia in una realtà alternativa nella quale Hillary Clinton ha vinto le elezioni del 2016, sconfiggendo Trump. Ma il risultato è paradossale per le femministe: non esiste alcun movimento Me Too, e non ci sono grandi proteste contro Weinstein, perché le femministe dell’establishment moderato di sinistra temono che, in caso di proteste troppo accese contro le molestie maschili nei confronti delle donne, Clinton potrebbe perdere voti tra gli uomini e non essere rieletta, e inoltre Weinstein è un importante contribuente della campagna elettorale di Clinton… Qualcosa di simile non è forse capitato a Obama?

Il punto non è solo (o principalmente) che i neri dovrebbero ricevere un maggior sostegno economico che contribuisca a migliorare la loro situazione. C’è un fantastico dettaglio nel film Malcolm X di Spike Lee: dopo che Malcolm ha tenuto un discorso in un’università, una studente bianca lo avvicina e gli chiede cosa può fare per la lotta dei neri per la liberazione. L’uomo risponde freddamente “niente”, e se ne va. Quando ho usato quest’esempio alcuni anni fa, sono stato criticato perché avrei suggerito che noi bianchi non dovremmo fare nulla per sostenere la battaglia dei neri. Ma il senso del mio discorso (e, credo, della risposta di Malcolm) era più preciso.

I bianchi progressisti non dovrebbero comportarsi come se volessero liberare i neri, dovrebbero sostenere i neri nella loro lotta per la liberazione: i neri dovrebbero essere trattati come soggetti autonomi, non come semplici vittime delle circostanze.

E quindi, tornando alla nostra domanda iniziale: la scomparsa di Thunberg e Sanders dalla nostra sfera pubblica non significa che fossero troppo radicali per la nostra epoca di crisi virale, nella quale sono necessarie più voci capaci di unificare. Tutto il contrario, non erano abbastanza radicali: non sono riusciti a proporre una nuova visione globale che avrebbe reso nuovamente d’attualità il loro progetto in tempi d’epidemia.

(Slavoj Žižek su Internazionale del 18 giungo 2020)

 

Pensieri e Silenzi

Lorenzo ed un libro in piazza

Attendo mia moglie che sta facendo spesa per il pranzo seduto sulla panchina della piazza semi-deserta. L’ombra degli alti alberi che si ergono nel centro della piazza offre ristoro in questa giornata di sole ai piedi delle dolomiti. Le panche sono a cerchio attorno ad una vecchia fontana da cui sgorga acqua a volontà. Lì vicino anche una pensilina per la fermata dell’autobus che collega i paesini della valle. E dietro alla pensilina uno strano ceppo di legno chiaro, alto un metro e mezzo di cui non comprendo immediatamente il senso.

È solo avvicinandomi che mi accorgo che quel pezzo di legno a forma cilindrica in realtà è un piccola “libreria” pubblica: dentro gli incavi della sua superficie fanno bella vista diversi libri, lasciati lì da non si sa chi per non si sa chi. Quei libri non hanno proprietari né destinatari precisi: sono lì per tutti coloro che vogliono servirsene, mentre attendono il proprio autobus o durante una sosta di una passeggiata o di quattro passi fatti in paese.

È bella e assai provocante questa idea: lasciare dei libri senza proprietari, senza tutele o protezioni, alla mercé di chiunque passi e decida di afferrarli. In fondo i libri non sono fatti per quello? Non è esattamente quello il loro destino? Si può possedere il volume, la versione cartacea o l’ebook ma, in realtà, un libro non appartiene a nessuno. Nemmeno all’autore che lo ha scritto: quando ha finito l’ultima pagina della conclusione egli sa benissimo che quel libro inizierà una vita propria che sfuggirà a qualunque tipo di controllo. Il libro incontrerà gente che l’autore manco si sarebbe immaginato, entrerà in case che mai ha visitato e dialogherà con vite con ineffabile libertà.

Il libro è di tutti proprio in questo senso: perché la parola, una volta proferita, non ci appartiene ma si offre come un dono al nostro interlocutore, affinché, grazie al libro,  possa iniziare un colloquio del tutto personale con il suo contenuto.

Cinquantatré anni fa come oggi moriva a Barbiana don Lorenzo Milani, uno dei giganti del nostro secolo: un uomo ed un prete talmente in anticipo sui tempi da risultare scomodo e fastidioso.

Nella famosa Lettera a una professoressa, Lorenzo ed i ragazzi di Barbiana scrivono: «è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli».

Ecco: è bello che qualcuno, attraverso anche piccoli segni, rilanci (magari inconsapevolmente) la lezione del priore di Barbiana: non c’è uomo senza parola e non c’è parola senza libro. L’uomo che non parla e non legge ha un solo nome: schiavo.

Pensieri e Silenzi

la bellezza rimbomba

La bellezza ha una singolare caratteristica: rimbomba.

Proprio come un grido lanciato in una caverna si propaga di grotta in grotta, grazie alla eco che sa creare nel suo movimento, allo stesso modo la bellezza riluce da un posto all’altro, creando straordinari effetti di rifrazione e diffusione. Diviene così impossibile contenerla in un solo posto.

Questo particolare rimbombo sa travalicare i confini del “dentro” e del “fuori” a tal punto che quanto di bello vedi attorno sa immediatamente trasferirsi all’interno, dentro l’anima, in fondo al cuore.

I nostri sensi sono le fenditure grazie alle quali la bellezza del mondo, della natura e del cielo, entra nello spirito, diffondendovi pace e gioia.

Credo che questa strana risonanza sia resa possibile dall’affinità radicale che connota la nostra anima ed il cosmo, il nostro mondo interiore e quello esteriore. L’adam e l’adamà, l’uomo e la terra, si coappartengono e sanno istituire vincoli reciproci di vicinanza e parentela.

Una sola è la bellezza che ci anima, uno solo quel sentimento che da “fuori” entra “dentro” e da “dentro” esce “fuori”.

Le corde che custodiamo nel nostro spirito e quelle che avvolgono il mondo vibrano al suono della stessa musica, palpitano al ritmo della stessa melodia

Pensieri e Silenzi

camminare nel bosco

Camminare in silenzio attraverso un bosco di montagna è un atto di riconciliazione con se stessi e con la natura.

Il tempo di pandemia, da cui stiamo lentamente uscendo, ha generato in tutti noi un senso di sospetto e diffidenza verso l’ambiente in cui viviamo. Il virus, che ha contagiato cose e persone, ha reso il nostro mondo meno accogliente di quello che pensavamo. Esso è divenuto quasi minaccioso e infido: dal mondo (e da tutti i suoi abitanti) abbiamo imparato che occorre difendersi, proteggersi e a ripararsi.

In barba a tante filosofie “naturalistiche” che propugnavano una idealizzazione di Madre Natura come forza prodiga e solerte, la recente pandemia ci ha aperto gli occhi, mostrandoci come l’ambiente possa improvvisamente trasformarsi in una minaccia costante e concreta alla nostra salute, come un fattore di rischio e di malattia. Il mondo è presto diventato qualcosa verso cui era saggio mantenere un certo distacco.

Ecco così che la nostra terra ha perso parte della sua affidabilità originaria e ha mostrato un volto minaccioso che non eravamo abituati a contemplare.

La rottura del “patto” fiduciale che ciascuno di noi aveva stretto con l’ambiente in cui viveva esige ora un lento e precario percorso di guarigione: come quando si è colpiti da una malattia serve tempo e pazienza perché il corpo ritorni alle sua abitudini di un tempo, allo stesso modo servirà calma e tempo perché il nostro corpo ritrovi il suo posto nell’ambiente che lo circonda e ritorni a sentire la natura come un elemento buono e affidabile.

Penso che abitare la bellezza della natura, contemplare il suo aspetto più florido e affascinante, possa rappresentare una piccola tappa di questo percorso terapeutico. Sentire sulla propria pelle la grazia e l’incanto che sa trasparire da un rigoglioso bosco di montagna, restare affascinati dal suo misterioso silenzio, dal riverbero della luce sui tronchi e frasche, odorare quella inconfondibile fragranza che le appartiene, ebbene tutto questo mi pare tanto come una goccia di balsamo per l’anima, come un gesto improvviso ed inatteso di tregua dalla minaccia incombente.

Percorrendo quello stretto sentiero tra gli alberi mi sono reso conto che questa auspicata riconciliazione tra l’uomo e la natura non passerà da profonde riflessioni o geniali pensieri. Esso inizierà quando ritorneremo a sentire sulla nostra pelle, con i nostri occhi ed orecchie, che ci si può sentire a casa anche là dove aveva dilagato la minaccia.

Parola e parole

due passeri

Quanto è attuale l’invito a non avere paura, che risuona con particolare enfasi nel racconto di oggi di Matteo. Riecheggia ben tre volte, quasi fosse il leit motive della pagina evangelica.

In questi tempi sa solo Dio quanto abbiamo bisogno di un incoraggiamento a non cedere alla paura, a resistere alle difficoltà e a non smarrire la speranza. Forse la vera sfida oggi è guardare al domani senza paura e  conservare la speranza in un tempo che pare andare non si sa dove. Siamo onesti: sono tempi in cui è assai più semplice e più logico temere e disperare che restare aggrappati alla speranza.

Confesso allora che questo invito a non temere oggi ha rimbombato dentro la mia anima con particolare eco.

L’appello della pagine di Matteo è triplice, giacché l’esortazione a non temere muove su tre direzioni differenti: essa riguarda la paura che nasce dall’ignoto, da quanto non conosciamo e controlliamo; la paura per la morte, per la perdita radicale di noi stessi e delle cose; ed infine la paura di non valere niente.

E’ proprio questa terza ammonizione che oggi mi è risuonata dentro con speciale vigore, forse perché contro questa la paura combatto personalmente tutti i giorni ed essa rappresenta pure una sfida per le tutte persone che abitano questo clima culturale.

Facciamo tanto gli sbruffoni ma patiamo tutti la paura di non essere mai all’altezza e di non contare abbastanza. In fondo in fondo nutriamo il timore che se le persone potessero davvero vederci dentro, non vedrebbero uno spettacolo edificante. Siamo dei bravi attori ma nel fondo della nostra anima nutriamo il sospetto di non essere come appariamo.

Tante delle cose che facciamo, dei risultati che conseguiamo, dei traguardi che tagliamo, altro non sono (o per lo meno così li viviamo) che una conferma implicita del nostro valore: “vedi che tutto sommato sono capace? Vedi che so guadagnarmi l’approvazione degli altri?”. Non serve un psicologo per capire che il bisogno di queste conferme riflette quel magma di insicurezze e paure che ci ribolle dentro.

È proprio per questo che quell’invito di Matteo intercetta qualcosa di profondo e di vitale, che afferisce a quello che siamo e al valore che sentiamo di avere: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!

Nella vita abbiamo tutti bisogno di incontrare qualcuno che, come un specchio, ci rifletta il senso del nostro valore e della nostra dignità. È davvero felice chi lo trova.

Pensieri e Silenzi

davvero nulla sarà più come prima?

“Non sarà più come prima” ci siamo ripetuti tante volte in questi ultimi mesi. Questa frase poteva suonare come un auspicio o una minaccia, a seconda di come essa giungeva alle nostre orecchie. Poteva rappresentare il grido impanicato che nasce dalla constatazione che la vita di prima ci è stata sottratta, forse per sempre; oppure poteva anche essere accolta come un desiderio, un appello alla speranza, affinché le cose negative fossero finalmente superate.

In fondo il senso di cesura legata a questa circostanza ci ha da subito offerto una possibilità, uno specie di chance per cambiare in meglio, per progredire, per correggere gli errori e scegliere una vita più sana e felice.

Eppure penso che la sfida del cambiamento non fosse custodita in quelle giornate buie e dolorose, quando onestamente non avevamo gradi possibilità di decisione o di iniziativa. Forse la vera sfida, la vera battaglia affinché “nulla sia più come prima”, inizia proprio adesso, proprio nel momento in cui il lockdown è stato allentato, in cui ci siamo riappropriati in parte della nostra vita e siamo tornati alle faccende di sempre.

Facile e comodo dire “nulla sarà più come prima” quando stavamo rinchiusi in casa, senza possibilità di movimento, senza la facoltà di compiere scelte, senza l’imbarazzo di decidere come comportarsi. Certo che nel giorno della quarantena “nulla era come prima”: come negarlo?

Ma il bello viene ora: ora che mettiamo il naso fuori di casa e che gradualmente rioccupiamo gli spazi lasciati liberi nei giorni della paura. È solo ora che la sfida si fa più dura e allo stesso tempo più seria. Perché ora quella libertà (benché minima) l’abbiamo; perché ora ci è concessa la possibilità di cambiare alcune cose della nostra vita; perché ora stiamo tornando “padroni di noi stessi”, sempre più pienamente responsabili della vita nostra e di quelli che stanno con noi.

Ho come l’impressione che la partita inizi proprio adesso: prima eravamo chiusi negli spogliatori a sognare di tornare in campo. Ora abbiamo rimesso i piedi sul campo di gioco ed abbiamo la possibilità di cambiare davvero le cose.

Affetti e Legami

le erbacce del mio giardino

Ci sono momenti della vita in cui occorre accontentarsi di vivere la cura per le piccole cose: sogni e ambizioni troppo alte non fanno per te in certi tratti dell’esistenza e una attenzione più modesta ed umile è quanto meglio si adatta ai tempi che stai attraversando.

Facevo questo pensiero mentre ieri facevo un po’ di giardinaggio nel mio piccolo pezzo di verde: sulle aiuole coperte di sassolini colorati sbucano erbe infestanti di ogni genere che chiedono una continua mondatura del terreno. Queste maledetti fili di erba crescono nascosti tra le pietruzze sicché per compiere una estirpazione completa (ma non duratura ahimè) occorre avere l’umiltà di accovacciarsi a terra e con calma e pazienza smuovere ogni sassolino finché non si raggiunge la radice e quindi strapparla. È un’azione lunga e un po’ estenuante per la quale non esiste alternativa, a parte una abbondante dose di diserbante sparso un po’ ovunque.

Ecco quindi che quel pezzetto di aiuola mi costringe periodicamente a questo lavoro di mondatura che so benissimo non essere definitivo ma di cui potrò godere i benefici solo per alcuni giorni.

Talvolta la cura delle presone assume questo tratto modesto e minimo, proprio come la mondatura del prato. Occorre trovare del tempo per fermarsi dalle solite faccende per dedicarsi unicamente a quella attenzione. Serve poi l’umiltà di “sedersi a terra”, di condividere quel tratto di strada che ti è concesso di accompagnare, senza troppa enfasi e senza la pretesa di occuparti di cose “alte”: si tratterà solo di prenderti cura di cose piccole piccole, di sofferenze e preoccupazioni che non hanno nulla di eclatante né drammatico; serve infine la pazienza di spostare ogni piccolo sassolino per capire le cose che devo essere rimosse: in certi momenti la cura verso le persone si traduce in questa gestualità minima, in quella premura per dimensioni banali, feriali, quasi scontate, che paiono tanto piccole da essere irrilevanti.

A me accade così: talvolta la cura ha il respiro della navigazione avventurosa in mari aperti mentre alte volte ha il segno del piccolo cabotaggio fatto sotto costa; vi sono momenti in cui puoi ardire a cose alte ed impegnative ed altri in cui ti è chiesto di rivolgere la tua diligenza verso dimensioni più modeste e apparentemente insignificanti.

Una cosa però l’ho capta: non mi è concesso il lusso di decidere come vivere questa passione e questo amore. La Vita, nella sua spesso incomprensibile enigmaticità, stabilisce tempi e modi dei nostri giorni e ci spinge a vivere un affidamento faticosamente fiducioso ed umilmente obbediente.

Pensieri e Silenzi

Abbiamo bisogno delle forchette?

«La fame è la fame; tuttavia, una fame che venga soddisfatta da carne cotta mangiata con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che vien placata da carne cruda mangiata, servendosi di mani, unghie e denti. Mediante la produzione non è solo prodotta la materia del consumo, ma anche il modo del consumo; la produzione opera non solo sul piano oggettivo, ma anche su quello soggettivo. La produzione crea anche i consumatori»

Mi sono imbattuto recentemente in questa frase di Marx: davvero illuminante!

Marx sostiene una cosa molto molto semplice ma anche molto vera: la fame è un bisogno che accomuna tutti gli essere umani, di qualunque parte, latitudine, razza ed epoca. Tuttavia al bisogno elementare del cibo si assommano altri bisogni che sono di natura culturale e non solo naturale: ad esempio nessuno di noi penserebbe di mangiare senza coltello e forchetta o senza un piatto pulito. Ma a ben vedere, questo bisogno di stoviglie non ha nulla di naturale giacché ci sono popolazione intere che mangiano con le mani o utilizzando altri strumenti che riterremmo inaccettabili per il nostro gusto. Ciononostante non avremmo alcuna esitazione a definire “bisogni” la disponibilità di posate e piatti.

L’intuizione geniale del filosofo tedesco sta tutta qui, nella consapevolezza che il mercato non genera solo la merce, ma anche il bisogno della merce. Stando alle parole di Marx la produzione non crea solo merci ma anche i consumatori delle merci.

In altre parole Marx si rende conto che il mercato possiede un straordinario impatto antropologico: esso incide sull’universo simbolico dei desideri dell’uomo, giungendo a influenzare quella dimensione personale e costitutiva dell’individuo qual è la sua dimensione volitiva.

Ciò che trovo stupefacente non è solo l’intuizione geniale del filosofo, ma anche, o forse soprattutto, che essa sia venuta quasi due secoli fa, quando il movimento capitalista muoveva i primi passi e quando certe dinamiche, poi rivelatesi profonde e pervasive, ancora stentavano ad affermarsi nella loro evidenza. Chapeau!

Storia e Tempi

back to the office

Dopo quasi quattro mesi oggi ho rimesso piede in ufficio.

Non è facile spiegare quello che si prova: la stranezza che avverti entrando in un ambiente che ti aveva accolto per mesi e mesi, tutti i giorni, credo testimoni, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto questo tempo di COVID ha segnato uno spartiacque tra un prima ed un dopo. Penso che il semplice fatto che attraversi quasi con incredulità l’open space in cui sta la tua scrivania, provando un senso di disorientamento misto a sorpresa, ebbe tutto questo ti fa chiaramente avvertire che stai lentamente ricucendo un filo che si era drammaticamente ed improvvisamente interrotto, che stai cercando di riannodare una storia che è stata violentamene troncata, sospesa e messa in stand by.

Lo smarrimento di questo ritorno non sta solo nel lungo periodo di lontananza ma anche dal modo in cui hai potuto fare “ritorno a casa”: anzitutto l’ufficio si presenta praticamente deserto, giacché solo una piccola parte dei tuoi colleghi ha potuto rientrare; poi c’è quella mascherina che non ti lascia mai un momento e quella distanza che devi continuamente interporre tra te e gli altri: sono cose che inevitabilmente creano fastidio e un senso di irrealtà, che ti fanno percepire gli altri come delle minacce, come qualcuno da cui difendersi e, per altro verso, come persone da non infettare; ci sono poi le stanze riunioni chiuse, l’area break bandita, gli accessi contingentati al bar ed ai luoghi comuni ed il fatto che ti puoi muovere nello stabile con minore libertà e naturalezza, costretto a seguire percorsi che altri hanno segnato per te.

Insomma, capisco bene che questo nuovo piccolo passo verso la normalità ha avuto un sapore dolce ed aspro, piacevole e allo stesso tempo un po’ urticante: alla gioia di rivedere visi e persone care si è frapposta l’impossibilità di un contatto normale ed affettuoso; al piacere della compagnia ritrovata si è mischiata la netta consapevolezza che nulla è come prima, che ogni singolo gesto deve essere ripensato e rivalutato e che l’ordinarietà della vita lavorativa è stata cancellata con violenza e per chissà per quanto.

È proprio questo quello che mi porto a casa da questa strana giornata: la consapevolezza che le cose lentamente si appianano e che la tua vita ti viene gradualmente restituita. Ma, ahimè, quello che ti ritrovi tra le mani assomiglia assai poco a quello che avevi lasciato.

Pensieri e Silenzi

la maestra Francesca

La storia è di una banalità sconcertante se non fosse diventata, come spesso accade in Italia, oggetto di una contesa onestamente incomprensibile.

A Prato la maestra Francesca sente la mancanza dei suoi piccoli alunni e così, non appena le condizioni lo consentono, pensa di convocare la sua classe al parco per leggere con i suoi ragazzi un po’ storie (ovviamente nel rispetto del distanziamento sociale richiesto). Fin qui restiamo nell’ambito dell’encomiabile disponibilità e sensibilità del nostro corpo docente.

Ma ahimè la cosa non finisce qua: un solerte sindacalista denuncia la cosa ai giornali giacché quella iniziative rischiava, testuali parole, di «far passare da vagabonde (ossia nullafacenti) le colleghe». Non so se avete letto bene: la critica del sindacalista non è legata, che ne so, ai rischi sanitari collegati all’iniziativa, al fatto che la maestra stesse violando alcune norme o alla inutilità della proposta. Nulla di tutto questo. La lamentela nasce dal fatto che – tenetevi forte – le altre maestre avrebbero potuto fare brutta figura…. Ma vi sembra il modo di ragionare?

Abbiamo un sistema pubblico che invece di sostenere ed incoraggiare la libera iniziativa, la disponibilità e l’intraprendenza, smorza ogni passione perché – questa la logica – “se tu fai qualcosa appare evidente che gli altri non lo fanno”. Ma è un gioco al ribasso questo, in cui vengono premiati coloro che “mescolano il solito brodo” senza entusiasmo e iniziativa. Questo modo di ragionare diventa un freno a mano tirato, non solo alla nostra economia, ma anche alla nostra possibilità di crescere e migliorare. È un plauso alla mediocrità, all’inefficienza e alla inettitudine. Invece di premiare chi osa, chi sperimenta, chi ci mette cuore e passione, noi lo “castriamo”, solo perché la sua intraprendenza rischia di far emergere la mediocrità degli altri.

È davvero preoccupante il sottobosco di inettitudine che cresce indisturbato in alcune aree del sistema Paese: sono coloro che difendo posizioni, privilegi e rendite; che si rivelano non solo indisponibili ad alcun miglioramento ma addirittura insofferenti per coloro che questo miglioramento lo cercano con coraggio e passione.