I Volti delle Donne

C’è un protagonista invisibile alla mostra “I Volti delle Donne”, allestita dalla associazione culturale “I Ricci” al Conventino di Lodivecchio, in occasione della giornata internazionale contro la violenza delle donne. Sì, c’è una presenza muta, una figura che fa sentire la propria presenza imponente proprio a motivo della sua assenza, del suo silenzio, del suo ritrarsi codardo, del suo nascondersi tra i diversi volti di donne che la mostra cerca di raccontare. È il volto del maschio, o meglio il valore della mascolinità, il peso dell’essere maschile. È strana questa cosa: osservi le molteplici forme del femminile violentate ed offese e hai come la sensazione che, nel dolore di quelle donne, riecheggia la eco di altro, di colui in quelle opere non è mostrato ma di cui esse sono tristi testimoni. Impossibile, almeno a me pare, narrare della violenza sulle donne, senza interpellare ciò che di quella violenza è all’origine e quanto ha creato i presupporti culturali e sociali perché tutto questo potesse avere luogo: la cultura patriarcale da cui siamo nati.

Quando osservi le opere di Mesiano, Bon, Paparozzi, Gerlini, Brambilla, Fiorani, Fusari, Pera e i diversi altri autori che hanno prestato il frutto della loro arte all’esposizione, comprendi che vi è un filo conduttore che lega ogni singola installazione, un filo rosso, talvolta presente fisicamente anche nelle vetrine che custodiscono le opere: il valore ed il senso del maschile. E non del maschile in genere ma di quella particolare forma culturale che il maschile ha assunto nell’istituto del patriarcato.

In fondo che cosa hanno in comune Isotta e Franchetta di Triora e Gentile Budrioli di Bologna, vissute nel XV secolo e raccontate nel piano terra della mostra, con le mille vittime delle follia moderna, testimoniate nel piano superiore? Certo, il talento femminile, la capacità delle donne di infrangere schemi e ruoli, di attraversare confini, di sperimentare nuove soggettività, invise dalla cultura dominante. Certo, tutto questo! Ma se ben pensate vi è un secondo filo rosso che attraversa il racconto e che, come detto, mostra il suo esserci proprio grazie al non apparire. Parlo di coloro che sono stati i carnefici di queste donne, la cultura che ha intriso il pensiero dei maschi ed i loro sentimenti, i convincimenti che hanno mosso le loro libertà e le loro scelte.  

Se vogliamo un attimo soprassedere dal racconto della cronaca, certo dolorosa ma spesso con una vista a troppo corto raggio, occorre ammettere che tutta questa violenza origina dalla percezione che noi maschi abbiamo avuto di essere “tutto”. Dobbiamo confessare che anche la lingua italiana non ci ha aiutato molto: il fatto che il genere maschile è allo stesso tempo il genere di una parte ed il genere del tutto, ha alimentato questa convinzione che noi maschi esprimevamo la pienezza dell’umanità. C’è la mancata percezione di una parzialità alla radice di ogni violenza; ossia difetta l’idea che essere maschio esprime solo una parte dell’essere uomo e non la sua totalità. L’accettazione di questa “parzialità maschile” è il presupposto indispensabile per riconoscere che esiste un altro modo per dire l’umanità, ossia l’essere femmina. La maschilità è manifestazione parziale dell’umanità, allo stesso modo in cui lo è la femminilità. È dalla pretesa di “dire tutto l’umano” che nasce la cultura patriarcale, in cui solo al maschio è concesso diritto di parola e di azione perché solo a lui, disgraziatamente, è riconosciuta tale titolarità.

È singolare questa cosa: visito una mostra sui volti delle donne e mi ritrovo a parlare del maschile… Eppure, non me ne vogliano le curatrici se traviso il loro pensiero, visitare la mostra e parlare solamente di donne è come guardare solo il dito quando esso indica la luna. E se il dito sono i mille volti sfregiati da una aggressività maschile indigeribile ed inaccettabile, la luna è la cultura della reciprocità dei generi, in cui solo nella relazionarsi fecondo del maschile e del femminile si mostra la pienezza dell’umano.

La sfida, forse, è tutta qui: riconoscere che, in quanto esseri sessuati, siamo abitati da una parzialità e da una “incompletezza” che chiede di essere assunta e onorata nella diversità dei generi e non nella brutale sopraffazione di uno sull’altro.

(In foto è rappresentato un dettaglio dell’opera “L’ indefinito” di Pinu Longaretti, esposta alla mostra)


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