i “rompiballe”…

La diatriba sull’utilizzo dei pagamenti elettronici in Italia testimonia tutta la provincialità (e l’arretratezza) della cultura politica del nostro Paese. Chiunque abbia, non dico vissuto, ma per lo meno soggiornato per qualche giorno in uno dei tanti paesi europei sa benissimo che ciò che da noi è visto come una “tattica da grande fratello”, all’estero è una abitudine quotidiana da diversi anni.

Basta visitare una delle capitali europee (da Londra a Parigi, da Helsinki a Madrid) per comprendere che non c’è nulla di strano né di complicato a pagare un caffè con il bancomat, una brioches con il telefono o un gelato con la carta di credito. Chi lo ha provato può confermare che non vi è nulla di macchinoso e decisamente niente di più difficoltoso che estrarre delle monetine dal portafoglio, contare l’importo esatto e attendere che il negoziante trovi le monetine giuste per il resto. È questione di abitudine, di gesti che diventano con il tempo familiari e quotidiani. E nessuno, sempre all’estero, nemmeno si immagina di ritenere che siete “un rompiballe” (come insinuato dal solito politico de noantri) perché di fronte ad una tazza di caffè estraete il vostro cellulare per fare un pagamento elettronico. Anche perché, siamo onesti: tutto sto gusto a giocare con il bancomat per prelevare contanti proprio faccio fatica a capirlo, a meno di non avere qualche sindrome compulsiva o altra patologia simile.

Se il problema non è quindi “funzionale”, ciascuno deduce da sé quali siano le vere (e a dire il vero mai celate) motivazioni: aumentare la quantità di “nero” che già circola spaventosamente nel Paese. Intendiamoci: il tutto fatto con le migliori intenzioni, si capisce. Occorre sostenere l’economia, dare fiato ai piccoli negozi di periferia, incrementare il commercio, togliere lacci e lacciuoli, liberare il mercato da inutili complicazioni e via dicendo.

In tutta onestà a me pare semplicemente la doverosa “mancia” che il governo deve a parte della propria base elettorale, un piccolo segnale di riconoscimento, il tentativo di tenere fede ad una (e a dire il vero manco la più importante) delle mille promesse fatte in campagna elettorale.

L’effetto, tutto politico e culturale, è però devastante: significa strizzare l’occhio a chi, insieme al nero, crea evasione fiscale; fare intendere che dopo tutto non è così grave sottrarre un po’ di liquidità dal circuito legale; guardare con occhio indulgente (e complice) a chi sente sempre un certo disagio quando si parla di giustizia sociale, legalità e solidarietà.

Sono scelte innocue, mi si dirà. Vero. Ma dietro queste “minuzia” passa una idea di convivenza, di lealtà e di rispetto delle regole.


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