fatti di affetti, fatti di carne

Riconosco che essere genitori è una esperienza più ricca e complessa del semplice contribuire alla fusione dei gameti. Lo dico anche per esperienza personale, essendo padre di un figlio che è nato dal nostro cuore e non dalla pancia di mia moglie. Eppure, come ogni genitore adottivo sa benissimo, il “legame dei geni” è qualcosa con cui prima o poi bisogna fare i conti. Quel dato biologico, quella maternità e paternità “naturale”, non sono qualcosa che può essere semplicemente dimenticato, rimosso o cancellato, come un retaggio della tradizione o una pura consuetudine culturale.

Se è vero che essere mamma e papà è qualcosa che non coincide né si risolve in un fatto puramente genetico, è allo stesso tempo vero che da questo dato carnale non si può prescindere. La nostra nascita è certamente legata alle cure, agli affetti, all’educazione che abbiamo ricevuto, ma la biologia gioca  un ruolo determinante, tanto da incidere profondamente sulla nostra identità, su chi siamo e su chi diventeremo. Non riconoscere questo debito originario verso la carne che ci ha messo al mondo non mi pare un fatto di libertà, ma solo un impoverimento della nostra identità ed umanità. Siamo fatti di carne e di cultura, mai l’uno senza l’altro. Siamo esseri biologicamente determinati e la nostra emancipazione non si attua in una rimozione della nostra origine animale ma assumendo la nostra carne come il luogo in cui si manifesta un senso trascendente.

Oggi si celebra come un traguardo di civiltà e di progresso, il diritto di due uomini o due donne ad essere riconosciuti ed iscritti all’anagrafe come genitori legali di un bambino. Se le ragioni di una tale decisione sono comprensibili (nella situazione data, due adulti capaci di patria potestà garantiscono maggiore tutela al minore), mi resta comunque un dubbio: che ne è della dimensione biologica della maternità e della paternità? Quando quel bambino, crescendo, osserverà allo specchio i capelli rossi ereditati dalla mamma, il naso aquilino come quello del padre, le orecchie a sventola del nonno, a quale storia, a quale origine potrà aggrapparsi? Solo a quella di una cancelleria di un ufficio di stato civile?

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di maggio di Dialogo, inserto de Il Cittadino

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