Fedez, il palco ed i valori

L’ultimo in ordine di tempo è stato Fedez dal palco del concertone del primo Maggio ma se facciamo un attimo mente locale e andiamo indietro nel tempo ne troviamo molti altri di casi: ricordo, ad esempio, un Salvini d’annata che sbandierava il rosario in piazza Duomo durante un comizio elettorale. Diciamo che Fedez è stato solo l’ultimo protagonista di quella singolare voglia di usare un palcoscenico per affermare (o gridare forse dovremmo dire) i propri valori. D’altra parte un palcoscenico si offre naturalmente come il luogo ideale in cui dare voce ed eco ai valori in cui si crede, siano essi etici o religiosi, civili o morali.

Lo spettacolo, sia esso musicale o retorico, dà forza e valore alla parola pronunciata, ampliandone l’enfasi ed il riverbero. I social “divorano” questi eventi come vere benedizioni, rilanciandoli e magnificandoli. Insomma: pane per i loro denti

Accade così che i valori della fede, nel caso del ledere leghista o della tolleranza e dell’inclusione, nel caso del noto rapper, diventano bandiere da sventolare dall’alto di un palco e slogan da gridare ai quattro venti, quali manifesti di una nuova verità e annunci di future liberazioni.

Confesso che vivo con un certo disagio e sospetto questi atti di spettacolare rivendicazione, fondamentalmente per due ordini di motivi.

Tendo istintivamente a dubitare di chi usa i valori mischiandoli con i propri interessi personali o di parte. Nella storia che ha lottato per i valori ha generalmente pagato di persona un prezzo molto caro: non serve citare Gandhi, o Martin Luther Kiing, o Mandela, o Sacharov o Solženicyn per ricordare il prezzo immenso che ciascuno di loro ha pagato per la difesa in quello in cui credeva. Ecco: il solo sospetto che l’affermazione di un valore possa in qualche modo giovare alla propria causa svilisce e toglie nobiltà al gesto, sospettato di essere potenzialmente opportunistico ed interessato. Si può servire un valore o ci si può servire di un valore: c’è solo una piccola differenza grammaticale, ma la differenza è enorme.

In secondo luogo trovo che vi sia una inevitabile dinamica di semplificazione di quanto viene detto in questi contesti: il valore diviene una bandiera rispetto alla quale prendere posizione, una parola che esige uno schieramento istintivo e emotivo. La realtà viene impoverita e schematizzata, la riflessione banalizzata, la complessità ridotta ad un coro si urla a favore ed urla contro.

Se ci pensate è esattamente quello che è successo dopo il concertone del primo maggio: fiumi di like a favore di Fedez e altrettanti fiumi di contestazioni e critiche. È come se, dopo le parole del noto cantante, non si potesse far altro che schierarsi a suo favore o contro quello che ha detto, in un dualismo un po’ troppo semplificatorio e banalizzante. O di qui o di là, o a favore di quello che ha detto o convintamente contro: è la logica dello stadio in cui le due fazioni si sfidano senza soluzione di continuità, e ciascuna urla all’altra cori beffardi e irriverenti, in un crescendo di opposizione e conflitto.

Eppure, chiunque abbia a cuore un valore, conosce benissimo la fatica della “traduzione”, di quell’arte gentile e faticosa grazie alla quale valore e realtà tentano di dialogare, di interagire e di comunicare. È la logica della mediazione etica, politica e culturale, in nome della quale si tenta di non perdere la complessità delle cose, di non smarrire la varietà e l’articolazione della situazione.

Personalmente ritengo che esista una sola risposta a questo vociare talvolta un po’ confuso e scomposto: rifiutare di giocare con queste regole, rinunciare a schierarsi e a prendere posizione. Non per ignavia o codardia, ma per non alimentare un dibattito che è in realtà uno scontro tra fazioni. C’è una logica semplificatoria che abita questo modo di ragionare che non merita appoggio o rilancio. Di fronte a queste urla preferisco rispondere con un silenzio attivo, attento alle ragioni e ai pensieri, un silenzio abitato dal dubbio, dalla disponibilità al dialogo e al confronto.

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