Parola e parole

tu sei mio figlio!

A Dade, Fede, Lele, Samu, Marta, Ste, Alby, Ale, Pippo, Andre, Giò, Lollo e Luca

Tu sei mio figlio, l’amato!”: parole che sanno cambiare la vita, che possiedono il potere di dare un nuovo slancio all’esistenza, che regalano un diverso punto di vista sulle nostre giornate.

Ci sono per tutti attimi in cui percepiamo la nostra radicale solitudine, in cui ci sentiamo stranieri in ogni dove, quasi fossimo marziani precipitati sulla terra. “Chi sono?” è la domanda che in maniera più o meno consapevole e intensa accompagna i nostri giorni. Per quanto ci possiamo illudere di silenziare questo interrogativo così esistenzialmente scomodo, non ci accontentiamo di sopravvivere in qualche modo su questo pianeta. Non ci basta arrivare alla fine della giornata, riempire il nostro stomaco o scaricare un po’ di pulsione in relazioni che placano l’appetito ma non saziano la fame.

Non appena abbiamo il coraggio di fermare la corsa vertiginosa che ci distrare da noi stessi, è facile ascoltare dentro di sé questo flebile interrogativo che ci attraversa l’animo come una spada affilatissima: “chi sono?” “dove sto andando?”, “che ci faccio qui?”, “perché tutto questo?”.

Ecco la salvezza: accogliere una voce che ci chiama figlio. “Tu sei mio figlio!”, tu sei nell’essere come l’atto di una scelta di amore, come l’esito di una donazione di vita e di luce. Tu sei parte di una storia, sei frutto di una tradizione, sei l’ultimo anello di una lunga catena di figliolanze e paternità che affondano le loro radici all’inizio del tempo. È anche questo essere un figlio: sentirsi parte di un racconto, di una epopea, di un movimento di dono-e-consegna, di traditio-e-reditio, di grazia-e-accoglienza. Essere figlio è non sentirsi soli, è non sperimentare un isolamento esistenziale che toglie il fiato e accieca la speranza. “Tu sei mio figlio!”.

E “tu sei l’amato!”, colui che ho scelto, prediletto, eletto, individuato tra la folla per fare di te un “tu” personale ed unico. Quante volte siamo alla bramosa ricerca di uno sguardo capace di vederci, di eleggerci nella nostra singolare unicità, di farci sentire capiti, voluti, sottratti all’obblio, custoditi dall’anonimato, rivestiti di cura e di attenzione! Lacan ci ricorda che l’amore è sempre cura del nome, di quella singolare unicità che fa di noi un ”io” irripetibile e singolare, semplice e perfetto, diverso e straordinario.

Tu sei mio figlio, l’amato!”: come vorrei che ciascuno sentisse queste parole come rivolte in maniera unica e personalissima a se stesso! Come mi piacerebbe che sentissimo sulla pelle la forza e la profondità di questa dichiarazione di amore e che essa  risuonasse come una parola buona nella nostra vita, come un annuncio di speranza, come un barlume di senso, come un invito a non mollare, a non abbassare lo sguardo, a tenere alto l’orizzonte dei nostri sogni!

Tu sei mio figlio, l’amato!”: ricordiamocelo nei tempi bui e di tenebre, quando tutto ci parla di fallimento o di dolore! Teniamocele strette queste parole quando ci sentiremo a terra, delusi, sconfitti e immeritevoli di ogni cosa. È proprio in quelle tenebre che queste dolci parole accenderanno una piccola luce, romperanno la disperazione e ci schiuderanno, con mite dolcezza, il dono delle speranza.

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